4 Apr

Domenica 1 aprile 2012, ore 20.00
Direttore Christoph Eschenbach
Wolfgang Amadeus Mozart Sinfonia n° 41 in do magg. K 551 Jupiter

 (foto Luca Piva)

7 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione aprile 4, 2012 a 10:36 am #

    Scusate, ricopio qui i commenti relativi al concerto, senza cancellarli dal post delle Nozze

    Gabriele BAccalini
    aprile 2, 2012 a 10:49 am Edit # In attesa che Attilia posti il concerto della Filarmonica diretto da Cristoph Eschenbach, amici presenti mi parlano di un’ottima prestazione dell’orchestra e in particolare del grande clarinettista (quando non fa il pinguino nel foyer) Fabrizio Meloni. Io ho sentito all’autoradio il finale di Brahms e non posso che confermare. Non abbiamo mai detto che l’orchestra della Scala (che ha qualche difetto cronico, ma limitato) sia di serie B, solamente che ha bisogno di ….un manico.
    Quello che era meglio che non ci fosse alle Nozze di Figaro. Era meglio se, come nel ’700, l’orchestra l’avesse guidata il primo violino, alla cui sinistra sedeva l’ottima violinista orientale, che ha fatto per anni la spalla alla Verdi, gareggiando in bravura con Luca Santaniello e forse superandolo per una stretta incollatura in una bellissima esecuzione del concerto bachiano per due violini e orchesta da camera.
    Resta un mistero il motivo per cui la Scala ingaggi un direttore, che non in assoluto per l’età, ma per la sua impreparazione, dovrebbe fare ancora molta gavetta al Conservatorio e nei teatri di provincia con orchestre amatoriali.
    Così, dopo i ripetuti massacri della musica di Verdi, di cui l’ultima esecuzione decente fu l’Attila diretto da Luisotti, anche quella di Mozart ha ricevuto una bella “sdrumata” (termine di gergo rugbistico indicante un energixco maltrattamento dell’avversario): una baraonda da non dirsi nella Ouverture, un suono di una monotonia snervante per tutta l’opera, pezzi d’insieme che insieme non stavano, recitativi messi lì come capita, non uno sprazzo di sensualità in un’opera che ne ha da vendere dall’inizio alla fine, una compagnia di canto né adeguata né educata allo stile mozaritano, se si eccettua l’ottimo Conte di Fabio Capitanucci.
    Non ho neanche voglia di dilungarmi sui particolari e sui singoli cantanti. Resto solo sbalordito per il fatto che gli abbonati tradizionali (Turni A,B,C,D) non si rivoltino per aver pagato profumatamante l’ennesima ripresa di un meraviglioso spattacolo di Strehler, che per 30 anni ha avuto un grandissimo direttore, Riccardo Muti, e il Gotha della lirica sul palcoscenico.
    P.S. A proposito: Isotta parla di un “horror vacui” di Strheler! Ma si vada a rivedere i video delle Nozze o del Macbeth, visto che non è disponibile quello delle Tre Melarance, prima di scrivere idiozie, che ormai annoiano per la loro ripetitività. Ma cosa se ne fa il Corriere di questa mummia della critica musicale?

  2. lavocedelloggione aprile 4, 2012 a 10:39 am #

    marco vizzardelli
    aprile 2, 2012 a 11:34 am Edit # Ecco: per fortuna, ci sono esecuzioni, concerti, interpretazioni, serate che rimettono a posto l’orologio. Christoph Eschenbach esegue la Prima sinfonia di Brahms con la Filarmonica della Scala, e… parto da due considerazioni.
    a) Mi auguro che qualche buona anima presente domenica sera 1° aprile 2012 alla Scala abbia piratescamente registrato tale esecuzione-interpretazione. Non tanto a giovamento di chi c’era ma perché, essendo per l’appunto una di quelle rare letture che fanno testo e rimettono a posto l’orologio, va passata a coloro che verranno, così come è stata, “dal vivo”, non reincisa, no: questa qui, di domenica sera 1° aprile.
    b) Gli orchestrali hanno giustamente fatto festa ad Eschenbach. Spero che coloro che suonano in Filarmonica e anche nelle opere abbiano colto la differenza che passa fra battere i piedini da bambini capricciosi al ragionier Marc Albrecht per un decente Strauss e…. questo straordinario (sì!) Brahms! Perchè qui, da parte di un ambiente meno mortifero di quello dei bagonghi abbonati Filarmonica, sarebbe stato giusto e dovuto l’applauso ritmato di tutto il teatro, orchestra e pubblico, in piedi. Era da standing ovation.

    Per ricordare, alla Scala, un Brahms dal vivo di tale portata intellettuale, culturale, interpretativa – e per di più di tale cuore: un “calore” di suono indescrivibile – devo risalire a Giulini (e chi ricorda la “sua” Prima di Brahms sa di cosa parlo). Molto diversa, per impostazione, ma pure eccezionale. Per collocare giustamente la lettura di Eschenbach – fin dallo straordinario inizio, una densità e nello stesso tempo trasparenza (sembrano contrari, invece c’erano tutt’e due) di suono da sbalordire – è evidente che ci si rifà diritti-diritti alla lezione del Maestro del Suono, che per Eschenbach giovane, e giovane pianista, ebbe predilezione: Herbert Von Karajan. Per intendersi, l’impostazione parte da lì (ed è giusto: dal forse più grande interprete di sempre, della sinfonia in Do min.di Brahms) . Come direttore, Eschenbach è un interprete “di tradizione”, il che non ha niente di negativo, è una semplice constatazione di fatto. All’inizio, ha proposto una Jupiter di Mozart che, meno “filologica” non si sarebbe immaginato, ma chi se ne frega: era magnifica, per sottigliezza dei colori, delle dinamiche (gli sbalzi forte -piano nell’andante e nel trio del minuetto!), del canto! Non è detto che Mozart si DEBBA fare per forza “da filologi”, se il musicista è di qualità. C’è Jacobs e ci sono “filologi” mediocri o pessimi, così come, fra oi “tradizionali” nelle Nozze ci sono stati ieri Erich Kleiber o lo stesso Muti di una famosa “ripresa”, e c’è oggi… Battistoni!!!! Ma, diversamente da tanti strumentisti (pianisti, più di tutti) che ad un certo punto si sono dati alla direzione (uno “fa” il direttore stabile alla Scala…), Eschenbach non “fa” il direttore. “E” un fior di direttore, con un senso delle proporzioni del suono, dei colori, del fraseggio, dell’ascolto reciproco fra gli orchestrali, che…. magari il suo collega stabile alla Scala ce l’avesse! Anche Barenboim è tradizionale, fa tanto suono, ma nella sua costipata concertazione manca, quasi sempre, ciò che in quella del direttore Eschenbach c’è sempre, qualunque sia il grado dei decibel: aria, ossigeno, slancio, colore.
    Ecco, era un Brahms così. Con ancora altre doti: avete in mente il tema innodico famoso del finale della Prima? E’ raro ascoltarlo così nobile, ma stupisce ascoltarlo completamente variato nell’espressione ad ogni ritorno: lo enunciano gli archi ed è solenne, lo riprendono i legni ed Eschenbach gli cambia tempo e colore ed espressione: diventa giocoso. Quando torna, alla fine, è ancora diverso (queste cose, a parte stavolta da Eschenbach oggi le sento fare solo da Pretre, quando esegue Brahms). Una nota merita anche la stretta finale. Nessuno è mai riuscito e probabilmente nessuno riuscirà a dare il senso di “precipizio” che il cadenzato Giulini (che non era banalmente “lento”, ma aveva un incredibile senso del ritmo) riusciva ad esprimere (è documentato in tutte le sue incisioni della Prima). Eschenbach ha risolto con una – quasi altrettanto eccezionale – accelerazione “a centrifuga” di incredibile esattezza tecnica.
    Tutto quanto detto, è al servizio di una lettura che colloca, esattamente, Brahms, al culmine di quella concezione utopica-ideale, della Sinfonia, oltre la quale… Mahler farà meravigliosamente a pezzi il tutto. Il “clima” in cui si colloca la straordinaria lettura di Eschenbach è questo… ed è Brahms, all’ennesima potenza.

    Dopodiché, voglio sperare che la Filarmonica (che ascolto, quasi ininterrottamente dalla Terza di Mahler con Abbado in poi, cioé dall’inizio) abbia ben presente che questa Prima di Brahms, di questa sera, si colloca fra i momenti più alti nella vita dell’orchestra medesima. E in questo senso dovrebbe servire a rimettere a posto l’orologio, rispetto a ben peggiori prove: e, forse, a capire, perché chi ascolta regolarmente non è “tenero” come questa volta.
    Nell’occasione, davanti ad una prova di – finalmente! – ascolto reciproco e compattezza (resta qualche sforzo degli ottoni, ma stavolta hanno fatto cose anche splendide: il corale del finale in Brahms era magnifico per intensità) non sarebbe giusto per l’insieme citare solisti: ma va citato, per forza, quel che si è udito dal favoloso clarinetto di Fabrizio Meloni nell’”andante sostenuto” e nell’”un poco allegretto e grazioso”: una tal bellezza di canto e colore che ad un certo punto Eschenbach ha quasi smesso di dirigere, lo ha guardato in faccia e ha avuto un chiara espressione di giusto apprezzamento. Al proposito, il senso direttoriale del colore del legni, in particolare (anche in Mozart: splendido il fagotto, e in Brahms oboe e flauto) da parte del “nato-pianista” Eschenbach è sbalorditivo. Idem dicasi la compattezza degli archi, le viole, in particolare. Oltre al valore “tematico” e culturale della lettura della sinfonia in Do min. di Brahms, il punto è che – finalmente: in questa stagione, fra opera e Filarmonica, era successo solo con Daniel Harding – abbiamo “ascoltato un’orchestra che si ascolta reciprocamente”, un organismo di armonia fra le parti. Con Christoph Eschenbach, in concerto con la Filarmonica è accaduto (non con il pur professionale baccano di Albrecht nella Donna di Strauss, checchè lor signori ne pensino…). Era ora… speriamo si ripeta.

    marco vizzardelli

  3. Marco aprile 6, 2012 a 9:21 am #

    Ieri sera un magnifico concerto dell’Orchestra del Maggio diretta da Zubin Mehta. Il Preludio e l’Incantesimo del Venerdì Santo dal Parsifal, la Sinfonia dei Salmi di Stravinsky e la Quarta di Bruckner hanno trovato una definizione che sarebbe stato difficile immaginare più pertinente. Orchestra in forma smagliante, ispiratissimo il direttore; mai affrettato, lirico, analitico in maniera superlativa. Vorrei dire una cosina a Marco Vizzardelli per quanto riguarda la recensione precedente. Brahms secondo VIzzardelli rappresenta il culmine della concezione utopica-ideale della sinfonia, un culmine dopo il quale Mahler straccerà questa idea facendola a pezzi. Immagino che in una simile ricostruzione il posto di Bruckner sia quello, tutto sommato irrilevante, di un attardato baciapile contadino, bislacco e in fin dei conti inoffensivo. Ora, le cose secondo me non stanno proprio così. Dire questo significa ignorare quanto in Brahms la forma sinfonica si sia già disgregata, quanto in Brahms il tempo della musica abbia già perso la stupenda concisione e la logica che governavano gli sviluppi beethoveniani e si ponga invece in continuità con il carattere divagante della forma sinfonica schubertiana. Niccolò Castiglioni, intelligenza finissima di musicista e di critico, già molti anni fa parlava del carattere “ruminante” degli adagi brahmsiani. Brahms, invece di un eroico continuatore della grande forma classica, vissuta come un monumento al di fuori del tempo che occorre difendere con tutte le forze dalle insidie della modernità, è invece proprio un contemporaneo di Bruckner, anche se il suo modo di vivere e risolvere la crisi si pone apparentemente su una sponda opposta a quella del suo grande contemporaneo, del suo, per così dire, vicino di casa viennese. Le baruffe ideologiche di quel tempo, la feroce polemica antibruckneriana del brahmsiano Hanslick, l’altrettanto feroce polemica antibrahmsiana del wagneriano e bruckneriano Hugo Wolf, hanno oscurato questa parentela, che per noi adesso, dopo che tanta acqua è passata sotto i ponti, risulta evidente. Come evidenti risultano il girare a vuoto della musica di Bruckner, la sua angoscia per il mondo privo di valori che si trova a vivere, una privazione cui la sua ostinata fede cattolica non può porre rimedio, l’ansia per la fine di un mondo che si attuerà di lì a pochi anni; Bruckner muore nel 1896, il 1914 è alle porte, un anno che dà il via ad una sconvolgente crisi politica, storica, ideale che si concluderà definitivamente soltanto nel 1945. Basta ascoltare l’adagio della Nona Sinfonia per rendersi conto di quali presagi di distruzione fosse in grado di concepire quella testa dal profilo così singolare, a metà strada fra il contadino austriaco e l’imperatore romano. Le progressioni bruckneriane, lo splendore dei suoi culmini, non convincono nessuno, meno che mai il loro autore; sembrano quasi i sussulti della depressione. Hermann Broch, in un meraviglioso saggio degli anni Cinquanta, “Hofmannsthal e il suo tempo”, spiega perché Bruckner, pur essendo un genio assoluto, ha avuto bisogno di appoggiarsi a Wagner, lui che avrebbe potuto benissimo esprimersi compiutamente senza aver bisogno di appoggiarsi a nessuno. Wagner rappresentava compiutamente la totalità della sua epoca, che era l’epoca del non-stile, del vuoto di valori. Bruckner, contento della sua fede cattolica, dove il vuoto di valori non era previsto, per dare voce al mondo (cosa che è il compito di ogni artista, checché ne pensino gli Hanslick presenti in ogni epoca, con la loro idea, per me incomprensibile, che l’arte parli solo di se se stessa) di Wagner aveva bisogno per mettere in tensione il vuoto dell’imminente distruzione e l’assoluta pienezza di un mondo ordinato attraverso la fede. Broch: “Ci si può domandare a questo punto come mai un genio della statura di Bruckner, un musicista che poteva benissimo camminare con le proprie gambe, abbia avuto bisogno di un catalizzatore per riuscire a svilupparsi. La venerazione personale che egli, un po’ infantilmente, tributò al maestro di Bayreuth, non offre certo una spiegazione convincente, Con tutta la sua adorazione per Wagner un Bruckner non aveva assolutamente bisogno di appoggiarsi né a Wagner né a chiunque altro. Aveva però bisogno del mondo, della totalità del mondo e dell’epoca, che come artista egli era impegnato e tenuto a esprimere e di cui non riusciva, pur cercandola, ad impadronirsi direttamente sebbene con il proprio talento ne intuisse non solo le caratteristiche esterne, ma anche il vuoto interiore. Chiuso com’era nella sua solida fede cattolica, dove non vi è posto per vuoti di valori, il mondo, l’epoca e la sua specifica vacuità potevano venirgli incontro solo attraverso l’opera di Wagner; e nell’arte del maestro di Bayreuth, un’arte appunto del vuoto, egli poté trovare quel contenuto mondano che gli doveva servire come punto di partenza. Solo dopo questa assimilazione, egli fu in grado di innalzare il mondo ad una più alta raffigurazione e di superare nella propria opera il vuoto del proprio tempo, aggirando Wagner” (ed. Lerici, Milano 1965, p. 98). E del resto, a rendere poco credibile la versione di un Bruckner ingenuo reazionario, c’è la testimonianza del suo allievo più illustre, Gustav Mahler, la cui ammirazione per il maestro non venne mai meno. E le magnifiche parole di Broch non fanno che confermare ai miei occhi una cosa di cui sono sempre stato convinto: che le cose più profonde sulla musica e i musicisti non le hanno dette i musicologi, ma i poeti, i romanzieri e i filosofi, come tutte quelle persone che riescono a superare l’ambito della specializzazione e sono in grado di parlare a tutti, smentendo così il fatto che la divisione del lavoro sia semplicemente un innocente e benefico elemento di progresso.
    Marco Ninci

    • masvono aprile 6, 2012 a 11:15 am #

      A New York Mehta l’ho ascoltato due mesi fa in una Ottava di Bruckner molto liricizzata, quasi intimista. Un Bruckner lontano dall’effettismo fonico che qualche decennio fa avrebbe caratterizzato l’approccio del direttore soprattutto se alla guida di un’orchestra americana appartenente alle “top five”. Mehta è un direttore ancora in grado di rendere grandi servizi alla musica.

      Ciao

      -MV

    • angelof aprile 6, 2012 a 10:07 pm #

      ..che bello, ritrovarti e così in forma! grazie

  4. marco vizzardelli aprile 6, 2012 a 1:59 pm #

    Grazie a Marco per il resoconto del concerto di un grande, amatissimo direttore quale Mehta (a proposito, reputo quasi imperdibile il prossimo Cavaliere della Rosa, si potrebbe organizzare un weekend con deviazione a Pisa per una cena da Beni)

    Su Bruckner, Marco sapeva benissimo a COSA andava incontro e naturalmente gode come un matto a provocarmi:devo dunque dire che “attardato baciapile contadino” è frase che appenderò in camera sotto una gigantografia del faccione “devoto” del medesimo Bruckner. Non avrei saputo trovare definizione migliore. Sì, sì mi appendo davanti al letto un bel poster di nonno Anton con sotto la scritta “Ritratto di attardato baciapile contadino”, così tutte le mattine mi sveglio di buon umore guardandolo!
    (So che in questo momento legioni di direttori d’orchestra e musicologi mi darebbero dell’incompetente ma… è più forte di me: se la musica “colta” fosse solo Bruckner mi sarei dato da tempo a Fabri Fibra!)

    Grazie dell’idea, comunque.

    marco vizzardelli

  5. sgubonius aprile 26, 2012 a 2:37 am #

    Leggo di grande entusiasmo per l’esecuzione di Eschembach, non dubito delle sue qualità (la mano sull’orchestra si vede, soprattutto paragonando le precedenti uscite della filarmonica), ho qualche riserva però sulla scelta interpretativa in Brahms che forse “sovrainterpreta” un po’ le intenzioni dell’autore. Indubbiamente interessante comunque.

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