MANON LESCAUT

31 Mar

Dal 31 Marzo al 27 Aprile 2019
Giacomo Puccini
Durata spettacolo: 2 ore e 25 minuti incluso intervallo

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Nuova produzione Teatro alla Scala

 

 

 

 

 

 

 

 

La Prima del 31 marzo verrà trasmessa in diretta radiofonica su RAI-Radio3. La registrazione dell’opera verrà trasmessa l’11 aprile su Rai5.

Direttore Riccardo Chailly
Regia David Pountney
Scene Leslie Travers
Costumi Marie-Jeanne Lecca
Coreografia Denni Sayers
Luci Fabrice Kebour
CAST
Manon Maria José Siri
Lescaut Massimo Cavalletti
Des Grieux
Marcelo Álvarez (31 marz; 3, 6, 9, 16, 19, 27 aprile)

Roberto Aronica (13, 24 aprile)

Geronte Carlo Lepore
Edmondo / Il maestro di ballo / Lampionaio
Marco Ciaponi (31 marz; 3, 6, 9, 16, 19, 27 aprile)

Alessandro Scotto Di Luzio (13, 24 aprile)

L’Oste Emanuele Cordaro
Un Musico Alessandra Visentin
Sergente degli arcieri Daniele Antonangeli
Un Comandante di Marina Gianluca Breda
Musici Barbara Lavarian, Roberta Salvati (sop. primi)
Silvia Spruzzola (sop. secondo)
Julija Samsonova, Maria Miccoli (contralti)

L’OPERA IN POCHE RIGHE

La passione pucciniana di Riccardo Chailly ha accompagnato tutta la sua carriera toccando i maggiori teatri d’Europa. Alla Scala questo percorso è sfociato in un progetto organico di proposta dei titoli maggiori ripensati alla luce delle ricerche musicologiche più aggiornate. L’apertura di Expo ha coinciso con la prima scaligera di Turandot con il finale di Luciano Berio, cui sono seguite La fanciulla del West nell’orchestrazione originale precedente le modifiche apportate da Toscanini per il Metropolitan e, il 7 dicembre 2017, la prima versione di Madama Butterfly. Questa nuova produzione di Manon Lescaut, con la regia di David Pountney che ha recentemente firmato alla Scala Francesca da Rimini di Zandonai, ripropone la prima versione dell’opera, andata in scena a Torino nel 1893. Tra le numerose differenze rispetto alla versione corrente spicca il concertato del Finale primo, espunto prima dell’esordio scaligero nel 1894, in cui Puccini fa sfoggio di uno sbalorditivo virtuosismo orchestrale. Chailly, che ne diresse la prima moderna a Lipsia nel 2008, lo porta per la prima volta alla Scala con un cast che comprende Maria José Siri, Marcelo Álvarez e Massimo Cavalletti.

22 Risposte to “MANON LESCAUT”

  1. lavocedelloggione marzo 31, 2019 a 4:11 pm #

    Segnalo l’articolo di Carla Moreni apparso oggi sul domenicale del Sole 24 ore, che ho riportato nel post dedicato al concerto di Viotti di lunedì 25 marzo:
    https://lavocedelloggione.wordpress.com/2019/03/25/filarmonica-della-scala-21/#comments

  2. delusa marzo 31, 2019 a 5:01 pm #

    D’accordissimo con Carla Moreni. Il problema non è tanto il Pereira sovrintendente, quanto il Pereira direttore arristico e lo Chailly direttore musicale.
    Siamo sul baratro cacciateli fin che siete in tempo!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  3. Brunhilde marzo 31, 2019 a 9:40 pm #

    Ma è vero che è caduto giù il regista?
    L’è burlà giò?

  4. der rote falke marzo 31, 2019 a 10:21 pm #

    Serata orribile. Una pagina buia e triste per la Scala. Non aggiungo altro.

    Ps.: la classifica dei buu.
    1. team registico
    2. Marcelo Àlvarez
    3. Riccardo Chailly
    4. Maria José Siri

  5. lavocedelloggione aprile 1, 2019 a 7:06 am #

    Ero benissimo disposta, anche per aver trovato un bel posto di platea, ma è stata la peggior Manon della mia vita. Non mi dilungo ora, ma sono indispettita dal resoconto appena ascoltato al giornale radio 3, che ha parlato solo di trionfo, anche per la regia, tralasciando di raccontare del dissenso che è stato evidente, per fortuna, prima che la Scala si trasformi davvero e totalmente in un “Grand Hotel” come ha scritto la Moreni ieri sul Sole24 ore! Attilia (e guarda caso, radio3 non ha riservato lo stesso trattamento a Covanschina, che al contrario è stata musicalmente sconvolgente, un altro pianeta!)

  6. marco vizzardelli aprile 1, 2019 a 10:27 am #

    Il Cielo, giudice giusto, ha voluto che il regista Pountney, mentre al proscenio veniva sonoramente “buato” dall’intera sala dopo l’orrendo ultimo atto del suo allestimento, sia caduto dentro la buca del suggeritore, rimanendo con la sola testa fuori, fra le risate generali, anche sue (onore delle armi: l’ha presa con spirito). Un segno divino, per il disatsro di una regia dapprima svoltasi contro la musica, poi nell’atto conclusivo inguardabile in luci e situazioni.
    Da bene a molto bene, a mio avviso, Riccardo Chailly. Puccini è il suo guardino e si sente. Al netto di qualche “chaillinismo” (volume inizialmente troppo alto e l’immancabile pazzesca “cannonata” della grancassa nell’Intermezzo: si va be’, si dirà che è scritta, ma c’è modo e modo di governare il suono) a suo credito va in particolare un ultimo atto impeccabile nel sostegno perfetto dato al canto della protagonista. Chailly, nelle interviste, aveva fatto capire di tenersi discosto dalla regia. Vanno in direzioni opposte. Realistico il diretore, funistico-fantasioso il regista. Ma lomspettacolo fa pagare alla musica un prezzo alto. Per tutti i primi atti, finché i cantanti agiscono dentro il treno, i suoni di voci e stranamente anche orchestra arrivano come compressi, ed è un suono “orizzontale” completamente privo di profondità. Vero che le voci risultano priettate in avanti ma è come se tutto venisse dallo schermo di un vecchio cinema, non dalla profondità di un teatro. Riccardo Chailly avrebbe fatto bene a protestare questo allestimento.
    Tuttavia, poiché il problema persiste e poichè lo stesso team aveva ben allestito Francesca da Rimini, vi è ildubbio che il problema-regie, persistente nell’attuale Scala, si rifaccia ad una fondamentale paura e non fiducia nel ruolo dei registi, che finiscono per lavorare come “compressi” e male. C’è Livermore, ma è uno e ha un suo stile: la soluzione non è “scopiazzarlo” allestendo continui spettacoloni con ponteggi e scenografie gigantesche simili alle sue. C’è un problema-regie, alla Scala, e va risolto, ma risolto con coraggio, non con fifa e sfiducia.
    Fra gli errori di Pountney, a parte le cervellotiche, confusionarie bambine-doppio, molto grave aver preso Maria Jose Siri per Naomi Campbell. Non è così, e certe movenze risultano involontariamente umoristiche. Lei però canta fra bene e molto bene, ha una ammirevole tenuta alla distanza, le manca la personalità da Manon-primadonna. Ma, senz’altro, canta e canta tutto.
    Alvarez è ormai una sequenza ininterrotta di spinte e contro spinte, fiati e contro fiati, urla beluine e tentativi di modulazione. Dello trumento è rimasto in parte il timbro meraviglioso, pur inaridito, e resta una fondamentale “simpatia scenica”. Ma è tutto uno sforzo, una fatica che nell’ultimo atto si fa pesantemente sentire.
    Bravo, puntuale, bello anche in scena, e a mio avviso molto “a posto” Massimo Cavalletti-Lescaut, funzionali gli altri. Ok coro e orchestra.
    Ma: le repliche andrebbero eseguite in forma di concerto, senza allestimento.

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli aprile 1, 2019 a 10:35 am #

    E resta, nel qui pur appropriato Chailly, un limite attuale di fondo. E’ un far musica, al 98%, solo “di testa”. Grandi assenti il cuore e, per il pubblico, le emozioni. Non se ne provano.

    marco vizzardelli

  8. Gabriele Baccalini aprile 1, 2019 a 11:16 am #

    Dopolavoro ferroviario.
    (Senza offesa per i ferrovieri milanesi, che quello vero lo gestiscono molto meglio).

  9. marco vizzardelli aprile 1, 2019 a 11:28 am #

    Ritrascrivo, integrando, senza spezzare l’intervento

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    Il Cielo, giudice giusto, ha voluto che il regista Pountney, mentre al proscenio veniva sonoramente “buato” dall’intera sala dopo l’orrendo ultimo atto del suo allestimento, sia caduto dentro la buca del suggeritore, rimanendo con la sola testa fuori, fra le risate generali, anche sue (onore delle armi: l’ha presa con spirito). Un segno divino, per il disastro di una regia dapprima svoltasi contro la musica, poi nell’atto conclusivo inguardabile in luci e situazioni.
    Da bene a molto bene, a mio avviso, Riccardo Chailly. Puccini è il suo giardino e si sente. Al netto di qualche “chaillinismo” (volume inizialmente troppo alto e l’immancabile pazzesca “cannonata” della grancassa nell’Intermezzo: si va be’, si dirà che è scritta, ma c’è modo e modo di governare il suono) a suo credito va in particolare un ultimo atto impeccabile nel sostegno perfetto dato al canto della protagonista. Chailly, nelle interviste, aveva fatto capire di tenersi discosto dalla regia. Vanno in direzioni opposte. Realistico il diretore, fumistico-fantasioso il regista. Ma lo spettacolo fa pagare alla musica un prezzo alto. Per tutti i primi atti, finché i cantanti agiscono dentro il treno, i suoni di voci e stranamente anche orchestra arrivano come compressi, ed è un suono “orizzontale” completamente privo di profondità. Vero che le voci risultano priettate in avanti ma è come se tutto venisse dallo schermo di un vecchio cinema, non dalla profondità di un teatro. Riccardo Chailly avrebbe fatto bene a protestare questo allestimento. Resta un limite di fondo dell’attuale Chailly. E’ quasi tutto e solo un far musica “di testa”, grande assente: il cuore. Non è un limite da poco.
    Tuttavia, poiché il problema persiste e poichè lo stesso team aveva ben allestito Francesca da Rimini, vi è il dubbio che il problema-regie, persistente nell’attuale Scala, si rifaccia ad una fondamentale paura e non fiducia nel ruolo dei registi, che finiscono per lavorare come “compressi” e male. C’è Livermore, ma è uno e ha un suo stile: la soluzione non è “scopiazzarlo” allestendo continui spettacoloni con ponteggi e scenografie gigantesche simili alle sue. C’è un problema-regie, alla Scala, e va risolto, ma risolto con coraggio, non con fifa e sfiducia.
    Fra gli errori di Pountney, a parte le cervellotiche, confusionarie bambine-doppio, molto grave aver preso Maria Jose Siri per Naomi Campbell. Non è così, e certe movenze risultano involontariamente umoristiche. Lei però canta fra bene e molto bene, ha una ammirevole tenuta alla distanza, le manca la personalità da Manon-primadonna. Ma, senz’altro, canta e canta tutto.
    Alvarez è ormai una sequenza ininterrotta di spinte e contro spinte, fiati e contro fiati, urla beluine e tentativi di modulazione. Dello trumento è rimasto in parte il timbro meraviglioso, pur inaridito, e resta una fondamentale “simpatia scenica”. Ma è tutto uno sforzo, una fatica che nell’ultimo atto si fa pesantemente sentire.
    Bravo, puntuale, bello anche in scena, e a mio avviso molto “a posto” Massimo Cavalletti-Lescaut, funzionali gli altri. Ok coro e orchestra.
    Ma: le repliche andrebbero eseguite in forma di concerto, senza allestimento.

    marco vizzardelli

    P.s. Grande Baccalini! La definizione “dopolavoro ferroviario” riferita a questo allestimento è perfetta.

  10. marco vizzardelli aprile 1, 2019 a 11:40 am #

    Ritrascrivo, integrando
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    Il Cielo, giudice giusto, ha voluto che il regista Pountney, mentre al proscenio veniva sonoramente “buato” dall’intera sala dopo l’orrendo ultimo atto del suo allestimento, sia caduto dentro la buca del suggeritore, rimanendo con la sola testa fuori, fra le risate generali, anche sue (onore delle armi: l’ha presa con spirito). Un segno divino, per il disastro di una regia dapprima svoltasi contro la musica, poi nell’atto conclusivo inguardabile in luci e situazioni.
    Da bene a molto bene, a mio avviso, Riccardo Chailly. Puccini è il suo giardino e si sente. Al netto di qualche “chaillinismo” (volume inizialmente troppo alto e l’immancabile pazzesca “cannonata” della grancassa nell’Intermezzo: si va be’, si dirà che è scritta, ma c’è modo e modo di governare il suono) a suo credito va in particolare un ultimo atto impeccabile nel sostegno perfetto dato al canto della protagonista. Resta poi il fatto che l’attuale far musica di Chailly è quasi esclusivamente un “far di testa”: Grandi assenti il cuore e le emozioni, e non è un limite da poco. Chailly, nelle interviste, aveva fatto capire di tenersi discosto dalla regia. Vanno in direzioni opposte. Realistico il diretore, fumistico-fantasioso il regista. Ma lo spettacolo fa pagare alla musica un prezzo alto. Per tutti i primi atti, finché i cantanti agiscono dentro il treno, i suoni di voci e stranamente anche orchestra arrivano come compressi, ed è un suono “orizzontale” completamente privo di profondità. Vero che le voci risultano proiettate in avanti ma è come se tutto venisse dallo schermo di un vecchio cinema, non dalla profondità di un teatro. Riccardo Chailly avrebbe fatto bene a protestare questo allestimento.
    Tuttavia, poiché il problema persiste e poichè lo stesso team aveva ben allestito Francesca da Rimini, vi è il dubbio che il problema-regie, persistente nell’attuale Scala, si rifaccia ad una fondamentale paura e non fiducia nel ruolo dei registi, che finiscono per lavorare come “compressi” e male. C’è Livermore, ma è uno e ha un suo stile: la soluzione non è “scopiazzarlo” allestendo continui spettacoloni con ponteggi e scenografie gigantesche simili alle sue. C’è un problema-regie, alla Scala, e va risolto, ma risolto con coraggio, non con fifa e sfiducia. Per l’anno prossimo è annunciata una Salome Chailly-Michieletto. O.k. ma è meglio chiedersi da subito: Michieletto verrà lasciato libero di esprimersi o “compresso”? Ci sarà un rapporto di fiducia? Fossi il regista, metterei chiare le carte in tavola, fin da subito. Se no, meglio una rinuncia. .
    Fra gli errori di Pountney, a parte le cervellotiche, confusionarie bambine-doppio, molto grave aver preso Maria Jose Siri per Naomi Campbell. Non è così, e certe movenze risultano involontariamente umoristiche. Lei però canta fra bene e molto bene, ha una ammirevole tenuta alla distanza, le manca la personalità da Manon-primadonna. Ma, senz’altro, canta e canta tutto.
    Alvarez è ormai una sequenza ininterrotta di spinte e contro spinte, fiati e contro fiati, urla beluine e tentativi di modulazione. Dello strumento vocale è rimasto in parte il timbro meraviglioso, pur inaridito, e resta una fondamentale “simpatia scenica”. Ma è tutto uno sforzo, una fatica che nell’ultimo atto si fa pesantemente sentire.
    Bravo, puntuale, bello anche in scena, e a mio avviso molto “a posto” Massimo Cavalletti-Lescaut, funzionali gli altri. Ok coro e orchestra.
    Ma: le repliche andrebbero eseguite in forma di concerto, senza allestimento.

    marco vizzardelli

    P.s. Geniale Baccalini: “dopolavoro ferroviario” è definizione perfetta per questo allestimento

  11. marco vizzardelli aprile 1, 2019 a 1:17 pm #

    Questo allestimento è “uscito” in forma di un mezzo disastro. Così com è andava protestato. Ma il problema (poichè Pountney non risulta essere mai stato un cretino) è di fondo e di base. Ovvero: il rapporto fra l’attuale direttore stabile e i registi. Ribadisco: se Michieletto cverrà, sarà bene che metta subito le cose in chiaro. Sennò, poi, son sofferenze. E Chailly potrebbe ricordare che il Claudio Abbado da lui spesso nominato aveva, per l’appunto, una metodologia di lavoro: tale per cui, tutti i suoi esiti operistici migliori sono nati proprio dalla collaborazione dalla collaborazione fattiva con i registi fino a dar vita a spettacoli che erano un tutt’uno di musica e scena. Per Chailly i registi sembrano, mediamente, essere avversari da cui difendersi. Ciò non è “produttivo” non è fecondo.

    marco vizzardelli

    • Massimiliano Vono aprile 1, 2019 a 3:14 pm #

      Il “problema regie” non è nato a Milano con Chailly. Credo che sia ormai una malattia trentennale che coinvolge in prima linea un pubblico che è letteralmente, per larga parte, idoneo per essere cerificato da Mme Tussaud nel Museo del Teatro (non riesce a digerire una Violetta in una cucina dell’Ottocento invece che in un salone, figurarsi un Michieletto; è un pubblico da alimentare con i sondini gastrici) ed in secondo luogo i conservatorismi delle direzioni musicali fin dall’epoca di Muti, con una breve parentesi di aria aperta nella gestione Lissner/Barenboim, troppo breve. La sequenza di spettacoli nell’ultima stagione Lissner Troyens/Pappano/McVicar, Fidanzata dello Zar/Barenboim/Tcherniakov, Elektra/Salonen/Chereau, tutti di seguito, Pereira se li sogna, e con lui pure noi.
      Saluti

      -MV

  12. Zio Yakusidé aprile 10, 2019 a 3:14 pm #

    Purtroppo presente alla quarta rappresentazione ieri sera, 9 aprile, turno A.
    Ho diligentemente obbedito al maestro e non ho appludito (mai!), confortato nel mio comportamento (l’uomo è un animale sociale, dicono quelli intelligenti) da pressoché tutti. D’altra parte non c’era davvero niente che muovesse una minima, timida emozione e la noia ed il fastidio hanno ammorbato tutto.
    Il tenore, per cantar così poteva darsi malato…sarebbe stato meglio per le nostre orecchie. Una domanda a chi gestisce: dopo che anche il secondo ce lo siamo giocato, un terzo non era disponibile? o, come alcuni, credo a ragion veduta, hanno ipotizzato, ci siamo sciroppati il tenore per ragioni di “registrazioni video” ? (poi intanto post produzione anche io posso diventare Caruso…)
    Lei è davvero priva di qualsivoglia fascino e porta a casa diligentemente il compito, nulla più.
    Come se non bastasse, dalla buca è arrivato il peggio: difficilmente si ascolta tale piattume, tale assenza di colori, di espressione, di respiro. Solito orribile magma sonoro con volume dal mezzo forte in su (e mi dicono che rispetto alla prima è stato ridotto!), sezioni in ordine sparso e coro davvero spaventoso (irriconoscibile rispetto alle meraviglie ascoltate in Musorgskij).
    Davvero sotto lo standard minimo, con molta tristezza sono uscito ripensando al fatto che forse ho sbagliato, non era lo stesso teatro della meravigliosa Chovanščina o della buona Cenerentola….devo bere di meno anche se sono Yakusidé

  13. plutone aprile 12, 2019 a 8:22 am #

    presente alla recita del 9 scorso tutto molto orribile in particolare chailly.

  14. sacrista aprile 12, 2019 a 1:43 pm #

    Arriva il momento in cui è importante che un amico, un parente, un congiunto, al limite il tuo barista ti dica: “Senti, davvero, forse è meglio basta così”.

  15. federico burlone aprile 15, 2019 a 10:47 am #

    A parte le voci, non belle, Chailly si dimostra nuovamente un grandissimo interprete pucciniano, il maggior direttore vivente nell´opera italiana. God save Chailly per altri 5 , 10, 15 anni alla guida del teatro milanese.

  16. sacrista aprile 17, 2019 a 9:21 am #

    «Tutto nel mondo è burla. L’uom è nato burlone»

  17. marco vizzardelli aprile 17, 2019 a 9:58 am #

    Son tornato ieri sera e – ahimè – credo sia la prima volta, nella mia vita, che trovo una “produzione” peggiorata alle repliche rispetto alla “prima”. In particolare nei primi due atti.
    Intanto, finché mi ricordo: dalla direzione di Riccardo Chailly è completamente scomparsa la spaventosa cannonata di grancassa nel plenum dell’Intermezzo. No c’è più nulla, son rimasti due colpetti minimi bing bing dello strumentista. Ovvero: dal troppo al niente. Perrebbe che, dopo la prima, lo strumentista sia stato “cazziato”. Ma, poverino! Lui fa il suo, sta al direttore agire con quella cosettina che si chiama “senso del suono”. Troppo o niente non è senso del suono.
    Proprio questo, infatti, è il grande problema di questa direzione nei primi due atti, così come stanno andando alle repliche. Un suono pietroso, invasivo, durissimo e una scansione rigida. Il tutto, a grado di sensualità pari a zero. Ora, un secondo atto di Manon Lesacut privo di sensualità, è il nulla. La povera Siri canta “In quelle trine morbide” e quanto segue mentre sotto di lei c’è… la banchisa, il ghiaccio polare. Il famoso (brutto) concertato-atto I, di cui davvero si poteva fare a meno, e il finale-atto II sono brutale baccano prodotto da un braccio rigido e da una carente sensibilità per il suono. I cantanti, nei primi due atti, paiono bradi.
    Segnatamente Marcelo Alvarez, che ormai – e il cuore si stringe – vive un dramma: mani nel naso, mani nei capelli, mani nel naso, mani nei capelli. Poi, bicchiere d’acqua. Poi ancora, mani nel naso, mani nei capelli. Fa le mani nel naso e le mani nei capelli, si mette in posa “da tenore” e spara urla beluine, tutte “di forza”. Ieri sera, anche il timbro leggendario era andato. La brutta regia e la direzione fanno il resto. Di nuovo, la povera Siri canta il più gelido “Tu, tu, amore, tu” della Storia sopra la banchisa orchestrale, mentre la testa di Alvarez, con effetto involontaria, compare dal finestrino del vagone scopiazzato, con i tralicci, il treno tutto intero e quant’altro, da precedenti messe in scene di Livermore alla Scala, che il Pountney sembrerebbe essersi trovto lì ed aver usato. L’impressione è questa. Del resto, anche le scene della Kovantschina, pur musicalmente eccelsa, sembravano quelle di Attila crollate. Alla Scala dovrebbero rifletterci, mi sembra.
    Nel cast, Cavalletti porta puntualmente a casa il suo Lescaut anche spigliato scenicamente.
    Il canto della Siri è messo in costante crisi, nei primi due atti, dal granito-ghiaccio sonoro di Chailly.
    Meglio va il tutto nella seconda parte. A credito di Chailly va un ultimo atto più intenso. Niente di trascendentale ed anche qui, alla “prima”, tutto era migliore. Da freddino che era, si è congelato. E quel suono duro passa dall’orchestra perfino al coro che, nel terz’atto “spara” fortissimo. Manca, dal manico, il senso del suono.
    La regia e la messa in scena compiono il loro nulla nell’atto conclusivo: Manon e De Grieux uno da una parte una dall’altra. Alle sortite finali, il direttore viene come “protetto” dai cantanti: ed è un segnale. Si esce con il gelo nel cuore, e una domanda: questa sarebbe la Manon Lescaut, alla Scala, nel 2019? E con molte altre domande, che da qualche tempo ci stiamo ponendo.

    marco vizzardelli

  18. marco vizzardelli aprile 17, 2019 a 10:01 am #

    Son tornato ieri sera e – ahimè – credo sia la prima volta, nella mia vita, che trovo una “produzione” peggiorata alle repliche rispetto alla “prima”. In particolare nei primi due atti.
    Intanto, finché mi ricordo: dalla direzione di Riccardo Chailly è completamente scomparsa la spaventosa cannonata di grancassa nel plenum dell’Intermezzo. No c’è più nulla, son rimasti due colpetti minimi bing bing dello strumentista. Ovvero: dal troppo al niente. Parrebbe che, dopo la prima, lo strumentista sia stato “cazziato”. Ma, poverino! Lui fa il suo, sta al direttore agire con quella cosettina che si chiama “senso del suono”. Troppo o niente non è senso del suono.
    Proprio questo, infatti, è il grande problema di questa direzione nei primi due atti, così come stanno andando alle repliche. Un suono pietroso, invasivo, durissimo e una scansione rigida. Il tutto, a grado di sensualità pari a zero. Ora, un secondo atto di Manon Lesacut privo di sensualità, è il nulla. La povera Siri canta “In quelle trine morbide” e quanto segue mentre sotto di lei c’è… la banchisa, il ghiaccio polare. Il famoso (brutto) concertato-atto I, di cui davvero si poteva fare a meno, e il finale-atto II sono brutale baccano prodotto da un braccio rigido e da una carente sensibilità per il suono. I cantanti, nei primi due atti, paiono bradi.
    Segnatamente Marcelo Alvarez, che ormai – e il cuore si stringe – vive un dramma: mani nel naso, mani nei capelli, mani nel naso, mani nei capelli. Poi, bicchiere d’acqua. Poi ancora, mani nel naso, mani nei capelli. Fa le mani nel naso e le mani nei capelli, si mette in posa “da tenore” e spara urla beluine, tutte “di forza”. Ieri sera, anche il timbro leggendario era andato. La brutta regia e la direzione fanno il resto. Di nuovo, la povera Siri canta il più gelido “Tu, tu, amore, tu” della Storia sopra la banchisa orchestrale, mentre la testa di Alvarez, con effetto involontaria, compare dal finestrino del vagone scopiazzato, con i tralicci, il treno tutto intero e quant’altro, da precedenti messe in scene di Livermore alla Scala, che il Pountney sembrerebbe essersi trovto lì ed aver usato. L’impressione è questa. Del resto, anche le scene della Kovantschina, pur musicalmente eccelsa, sembravano quelle di Attila crollate. Alla Scala dovrebbero rifletterci, mi sembra.
    Nel cast, Cavalletti porta puntualmente a casa il suo Lescaut anche spigliato scenicamente.
    Il canto della Siri è messo in costante crisi, nei primi due atti, dal granito-ghiaccio sonoro di Chailly.
    Meglio va il tutto nella seconda parte. A credito di Chailly va un ultimo atto più intenso. Niente di trascendentale ed anche qui, alla “prima”, tutto era migliore. Da freddino che era, si è congelato. E quel suono duro passa dall’orchestra perfino al coro che, nel terz’atto “spara” fortissimo. Manca, dal manico, il senso del suono.
    La regia e la messa in scena compiono il loro nulla nell’atto conclusivo: Manon e De Grieux uno da una parte una dall’altra. Alle sortite finali, il direttore viene come “protetto” dai cantanti: ed è un segnale. Si esce con il gelo nel cuore, e una domanda: questa sarebbe la Manon Lescaut, alla Scala, nel 2019? E con molte altre domande, che da qualche tempo ci stiamo ponendo.

    marco vizzardelli

  19. Massimiliano Vono aprile 17, 2019 a 11:18 am #

    “Caro Arturo, Tu mi hai dato la più grande soddisfazione della mia vita. La “Manon” nella tua interpretazione è al di sopra di quanto io pensai a quei tempi lontani. Tu hai reso questa mia musica con una poesia, con una souplesse e una passionalità irraggiungibili (…omissis..). Tu hai sopratutto (sic) comprendere tutto il mio spirito giovane e appassionato di trent’anni fa”. (Lettera del 2 febbraio 1923 di Giacomo Puccini ad Arturo Toscanini in occasione delle recite del trentesimo anniversario di “Manon Lescaut”).

    Viene in mente questa lettera dopo aver ascoltato e visto Manon Lescaut alla Scala ieri sera, perchè, come in un negativo fotografico, tutti gli elementi che secondo Puccini facevano “grande” l’interpretazione di Toscanini, sono stati completamente elusi. Nessuna poesia, nessuna souplesse e, cosa gravissima non solo in quest’opera, ma in tutto Puccini, nessuna passionalità nella direzione di Riccardo Chailly. I primi due atti sono stati nella conduzione orchestrale rigida, pesante, priva di ogni colore che non fosse quello di una morchiosa lattigine cinerea probabilmente una delle nostre esperienze teatrali peggiori in trent’anni di frequentazione scaligera e, con sicurezza, la prova infima da noi ascoltata di Riccardo Chailly. Orchestra senza alcun brio ,vapore, ,gioco, ,seduzione, celia e ritmo per tutto il primo atto e, soprattutto fissata in una dinamica sempre collocata tra forte e mezzoforte. Il secondo atto era, se possibile, ancora peggiore, perchè gli accompagnamenti che dovrebbero suggerire “carezzevolità”, “voluttuosità”, “sensualità”, in particolare, naturalmente a “In quelle trine morbide”, ma anche in “Tu, tu amore tu” erano aridi, grigi, freddi tale da far pensare che a Chailly sfugga completamente la dimensione “eros” di Manon, con tutte le conseguenze del caso. Perchè in tutto questo mancava una qualsiasi idea di concertazione con i cantanti. Ognuno, infatti, è parso lasciato solo con se stesso e, dato che non si trattava di un “trio delle meraviglie” in scena, è facile comprendere come quest’atteggiamento si sia trasformato nell’atto della realizzazione. Alvarez, e lo diciamo con tristezza perchè è stato da sempre uno dei nostri tenori preferiti, con un timbro che fu meraviglioso, non faceva altro che spingere, ghermendo ogni sillaba di forza senza alcuna ricerca di sfumature. Siri è la versione moderna del “soprano-patata” dei tempi di Toscanini: ha un timbro uniforme e, da sola, non è in grado di rendere un etto delle possibilità della parte. La linea di canto ci sarebbe, ma priva di un’idea interpretativa canta come se le parole provenissero dai vecchi elenchi telefonici. Cavalletti tratteggia un Lescaut generico che forse vorrebbe burbero con l’effetto di appiattire il personaggio privandolo di simpatia, ribalderia e, per dirla con il Bardolfo di Falstaff, “furfanteria”.
    Questo per i primi due atti.
    Il Terzo e Quarto sono andati complessivamente meglio, anche perchè peggio non era possibile. Inquadrati in una generica dimensione “Thanatos”, da tragedia drammatica non hanno però portato maggiori sottigliezze nè nel canto, soprattutto di Alvarez e Cavalletti, nè in Chailly nel quale, tuttavia, abbiamo apprezzato l’equilibrio sonoro alla fine del Quarto Atto: ma anche qui, la concertazione? L’ “ancor ti sento” della Siri dovrebbe emanare un qualcosa, un brivido, uno sgomento, il riaffacciars subitaneo di una passione mai sopita che Eros spalanca anche in punto di morte. Invece niente:il solito elenco del telefono. Amen.
    Capitolo regia. Una volta le direzioni musicali davanti a cose così sconcertanti protestavano il regista oppure facevano togliere d’autorità elementi indecorosi. Ne citiamo alcuni. In primo luogo i doppi: cosa sono? Chi sono? Cosa rappresentano? Perchè? Non abbiamo trovato una risposta, Non l’abbiamo trovata nemmeno nelle lavagnette con scritto in gesso “5”, sempre “5” nell’appello nel terzo atto, e nemmeno nella ridicola partenza della nave con attaccata ancora la passerella (roba da oratorio malmesso, non da Scala).Altri momenti imbarazzanti: il facciotto di Alvarez/Des Grieux che spunta dal finestrino al “Tu, tu amore tu” fa ridere e non commuove, così come fa ridere, rovinando irrimediabilmente il clima di tragedia, l’intervento dei personaggi secondari nel Quarto Atto, in particolare il “biancovestito” che rovescia l’ampollina d’acqua sulla testa dell’assetato Alvarez. Chailly queste cose non avrebbe dovuto accettarle. Ci dicono che il regista precipitò nella buca del suggeritore: degna fine per chi nella vita non accetta suggerimenti.

    Saluti
    -MV

  20. marco vizzardelli aprile 17, 2019 a 11:27 am #

    Chiedo scusa ritrascrivo correggendo refusi e aggiungendo qualcosa, purtroppo non essendoci correttore vi son costretto
    —————————————————-
    Son tornato ieri sera e – ahimè – credo sia la prima volta, nella mia vita, che trovo una “produzione” peggiorata alle repliche rispetto alla “prima”. In particolare nei primi due atti.
    Intanto, finché mi ricordo: dalla direzione di Riccardo Chailly è completamente scomparsa la spaventosa cannonata di grancassa nel plenum dell’Intermezzo. No c’è più nulla, son rimasti due colpetti minimi bing bing dello strumentista. Ovvero: dal troppo al niente. Parrebbe che, dopo la prima, lo strumentista sia stato “cazziato”. Ma, poverino! Lui fa il suo, sta al direttore agire con quella cosettina che si chiama “senso del suono”. Troppo o niente non è senso del suono.
    Proprio questo, infatti, è il grande problema di questa direzione nei primi due atti, così come stanno andando alle repliche. Un suono pietroso, invasivo, durissimo e una scansione rigida. Il tutto, a grado di sensualità pari a zero. Ora, un secondo atto di Manon Lescaut privo di sensualità, è il nulla. La povera Siri canta “In quelle trine morbide” e quanto segue mentre sotto di lei c’è… la banchisa, il ghiaccio polare. Il famoso (brutto) concertato-atto I, di cui davvero si poteva fare a meno, e il finale-atto II sono brutale baccano prodotto da un braccio rigido e da una carente sensibilità per il suono. I cantanti, nei primi due atti, paiono bradi.
    Segnatamente Marcelo Alvarez, che ormai – e il cuore si stringe – vive un dramma: mani nel naso, mani nei capelli, mani nel naso, mani nei capelli. Poi, bicchiere d’acqua. Poi ancora, mani nel naso, mani nei capelli. Fa le mani nel naso e le mani nei capelli, si mette in posa “da tenore” e spara urla beluine, tutte “di forza”. Ieri sera, anche il timbro leggendario era andato. La brutta regia e la direzione fanno il resto. Di nuovo, la povera Siri canta il più gelido “Tu, tu, amore, tu” della Storia sopra la banchisa orchestrale, mentre la testa di Alvarez, con effetto involontariamente umoristico, compare dal finestrino del vagone scopiazzato, con i tralicci, il treno tutto intero e quant’altro, da precedenti messe in scene di Livermore alla Scala, che il Pountney sembrerebbe essersi trovato lì ed aver usato. L’impressione è questa. Del resto, anche le scene della Kovantschina, pur musicalmente eccelsa, sembravano quelle di Attila crollate. Alla Scala dovrebbero rifletterci, mi sembra.
    Nel cast, Cavalletti porta puntualmente a casa il suo Lescaut anche spigliato scenicamente.
    Il canto della Siri è messo in costante crisi, nei primi due atti, dal granito-ghiaccio sonoro di Chailly.
    Meglio va il tutto nella seconda parte. A credito di Chailly va un ultimo atto più intenso. Niente di trascendentale ed anche qui, alla “prima”, tutto era migliore. Da freddino che era, si è congelato. E quel suono duro passa dall’orchestra perfino al coro che, nel terz’atto “spara” fortissimo. Manca, dal manico il senso del suono.
    La regia e la messa in scena compiono il loro nulla nell’atto conclusivo: Manon e De Grieux uno da una parte una dall’altra. E le invadenti cervellotiche bambine-doppio, sempre più “criptiche” da un atto all’altro. Alle sortite finali, il direttore viene come “protetto” dai cantanti: ed è un segnale. Si esce con il gelo nel cuore, e una domanda: questa sarebbe la Manon Lescaut, alla Scala, nel 2019? E con molte altre domande, che da qualche tempo ci stiamo ponendo.

    marco vizzardelli

  21. Massimiliano Vono aprile 17, 2019 a 11:52 am #

    Dimenticavo nel “capitolo regia” la cosa più sconcertante di tutte: Manon e Des Grieux cantano per la totalità del Quarto Atto a sei/dieci metri di distanza. Non si toccano mai, non si sfiorano in un abisso di distanza tra corpi siderale, fredda come lo spazio cosmico in totale antitesi a ciò che parole e musica disegnano.
    Saluti

    -MV

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