Stagione Sinfonica – RICCARDO CHAILLY

28 Feb

Dal 28 Febbraio al 2 Marzo 2019
Filarmonica della Scala
Direttore Riccardo Chailly

 

 

PROGRAMMA
Gustav Mahler
Nicht zu schnell
dal Quartetto con pianoforte in la min.
(orchestrazione di Colin Matthews)

Prima esecuzione in Italia

Symphonisches Präludium

(ricostruzione di Albrecht Gürsching)

Prima esecuzione in Italia

Sinfonia n.5 in do diesis min.

37 Risposte to “Stagione Sinfonica – RICCARDO CHAILLY”

  1. giocherello marzo 1, 2019 a 3:12 pm #

    Si esce dal concerto chiedendosi: ma chi ha inflitto a questi poveri orchestrali la sciagura di avere un tale direttore musicale?
    È una tortura per chi suona ed è una tortura per chi ascolta.
    Non mi vedranno più finché a dirigere sarà questo tizio.

    • Laura Visintin marzo 4, 2019 a 9:50 am #

      Dal 1976 sono abbonata ai concerti del La Scala, ho studiato musica e suono ancora ma solo per me. SABATO ho ascoltato finalmente dopo i tempi di Abbado, Giulini e Muti un concerto che mi ha emozionata tanto da voler sapere attraverso questo mezzo che aborro che emozione aveva creato ad altri. Che delusione incontrare tanti sbruffoni che dando addosso a tutto credono di celebrare se stessi.

  2. der rote falke marzo 1, 2019 a 10:12 pm #

    Visto e udito stasera.
    Il punto più basso della storia della Filarmonica della Scala. Volevo buare, poi invece come molti altri ho preferito abbandonare la sala immediatamente dopo l’ultimo (anch’esso stonato) accordo.
    Sto seriamente pensando di chiedere il rimborso del mio biglietto di prima galleria.

  3. Laura Cogliati marzo 1, 2019 a 10:15 pm #

    sogno o son desta???
    com’è possibile eseguire la sinfonia di mahler con una prima tromba che sbaglia la metà delle note? con gli archi che emanano vetrosità continua? con ottoni che assordano? con corni che gracchiano? con percussioni non sincrone? con fiati stonati? si salva solo l’arpa!!! se l’intento dell’orchestra è boicottare il proprio direttore musicale – il che sarebbe anche perfettamente comprensibile – non può però oltraggiare così il pubblico pagante e appassionato.
    mi sa che dopo stasera la storia non finisce qui.

    • Gino marzo 2, 2019 a 10:06 am #

      Spero che lei non sia una di quelle che hanno applaudito alla fine del secondo tempo

      • der rote Falke marzo 2, 2019 a 10:31 am #

        Hai ragione, Gino, è sempre più frequente che alla Scala si applauda in mezzo a dei brani sinfonici. Ieri l’applauso dopo il secondo tempo (o prima parte che dir si voglia) ha avuto un effetto comico straniante. Per fortuna nulla tra scherzo e adagietto.

  4. violamargherita marzo 1, 2019 a 10:17 pm #

    Io credo che coloro che stasera hanno suonato e colui che stasera ha diretto debbano semplicemente vergognarsi. Uno a uno. E si vergogni anche chi sovrintende i destini artistici di questa sciagurata fondazione lirica. Ultimo avviso prima del naufragio.

  5. luca g. marzo 1, 2019 a 10:49 pm #

    Faccio fatica a non condividere i giudizi espressi prima del mio… con il mio vicino di posto ci siamo detti: “Non possono essere gli stessi che l’altroieri Hanno suonato Covancina!”
    Davvero penosi, mi duole dirlo.

  6. wando naro marzo 2, 2019 a 12:44 am #

    La Filarmonica e Chailly sono esattamente come l’Inter e Spalletti: sempre deludenti, variabilmente irritanti.

  7. marco vizzardelli marzo 2, 2019 a 1:43 am #

    Ma quando se ne va? E’ una pena

    marco vizzardelli

  8. Lino marzo 2, 2019 a 7:03 am #

    Avevo molte aspettative, perché il Mahler discografico di Chailly è tra i miei preferiti. Che delusione!
    La prima parte mi ha almeno interessato per questi due nuovi brani curiosi.
    Quando la tromba ha attaccato la Sinfonia ho iniziato a sudare freddo: è stato onestamente un supplizio, il peggior concerto della mia vita. Chiedo scusa ai milanesi, ma quando compro un biglietto per la Scala mi aspetto il meglio, soprattutto con una sinfonia così celebre e popolare. Sono proprioarrabbiato.

  9. Mario Bottini marzo 2, 2019 a 9:31 am #

    ho sempre ritenuto eccessive le vostre critiche a Chailly, ma dopo l’Attila e i due disastrosi concerti di Mahler mi iscrivo volentieri al partito di coloro che si augurano una subitanea fine del suo rapporto con la Scala.

  10. Giulia marzo 2, 2019 a 11:44 am #

    Vergognosi tutti. Anzi, uno. Il manico

  11. APPELLO AI PROFESSORI DELL'ORCHESTRA DEL TEATRO ALLA SCALA E DELLA FILARMONICA DELLA SCALA marzo 2, 2019 a 2:10 pm #

    APPELLO AI PROFESSORI DELL’ORCHESTRA DEL TEATRO ALLA SCALA E DELLA FILARMONICA DELLA SCALA

    Carissimi, il pubblico da sempre ha con voi un rapporto di affezione grande, vi deve molte belle serate della propria vita. Voi stessi fate parte di una storia enorme che vi precede, di questa storia profittate in termini di credito artistico e di questa storia portate ora la responsabilità nel presente. Tanti di voi sono per noi abbonati/spettatori facce amiche, quasi conoscenti o parenti.
    Se oggi vi scriviamo è perché temiamo che sia stato oltrepassato il limite di guardia, dove tutto questo può guastarsi.
    Non ascoltate la critica di regime, non dirà mai la verità sulle vostre prestazioni, perché deve supportare una costellazione di potere di cui essa stessa fa parte.
    Ascoltate noi che seguiamo quasi ogni sera la vita pulsante della nostra Scala.
    Reagite a una situazione che vi sta mortificando come insieme e – ancora più grave – come singoli, in quanto vi esponete a figuracce personali immeritate eppure gravissime, capaci di ledere la vostra reputazione musicale e artistica.
    Davvero non vogliamo più uscire dal Teatro dovendo invocare non si sa quali scuse per non dirci la verità vera: la vostra qualità è in pericolo, lavorate e marchettate sempre di più, ma mediamente suonate sempre peggio.
    Avete ancora in mano la possibilità di riscattare il vostro destino decidendo finalmente in maniera matura ed esplicita del vostro indirizzo artistico e del vostro futuro musicale.
    Vi invitiamo con passione a prendere la decisione che ormai ci aspettiamo come imminente per invertire questa rotta dolorosa. Non ci sono motivi – né monetari né politici né sindacali né artistici – che possano suggerirvi di subire ancora questa incresciosa situazione.
    Siete ancora nei favori del pubblico, non perdete – vi preghiamo – questo credito di pazienza e benevolenza che ancora avete. Tra poco sarà inevitabile ritenervi volontariamente corresponsabili di un degrado che comunque andrà affrontato e risolto.
    Un abbraccio.

    • lavocedelloggione marzo 3, 2019 a 6:46 pm #

      Ma chi dovrebbe raccogliere le risposte all’appello? Sarebbe stato bello che l’autore dell’appello si fosse presentato con nome e cognome; un nobile intento, come io interpreto questa iniziativa, avrebbe dovuto avere una firma! Io sono d’accordo con la maggior parte delle critiche, ma apprezzerei che ci si mettesse la faccia quando si fanno affermazioni molto nette e ancor più se si lanciano appelli. Questo blog accoglie tutte le opinioni (sempre se espresse nel rispetto della correttezza e dell’educazione) ma proprio per questo non si sente un’entità con un indirizzo di pensiero preciso, che come tale possa lanciare appelli perchè sarebbe come prendere un partito unico, non so se mi sono spiegata.
      E qui mi firmo come Attilia, responsabile del blog La voce del Loggione, ma non il suo portavoce ufficiale! Baci a tutti

  12. Giulia marzo 2, 2019 a 5:47 pm #

    Che si chiami Daniele Gatti al piu’presto. O chiunque altro.

  13. marco vizzardelli marzo 3, 2019 a 1:46 am #

    Stavolta non mi ha beccato. Ero, anzi sono ancora, a Londra. Salonen Philarmonia, Vladimir Jurovsky London Philarmonic. Altri direttori, altre orchestre, altri suoni.
    A dirlo, si passa per i cattivi. No: è la nuda e pura verità. Con questi, Chailly e la Filarmonica nulla hanno a che fare. Anzi_ sono loro che non hanno alcunché a che fare con Chailly e Filarmonica. Solo paragone italiano, Santa Cecilia con Pappano: quella, sì. sta in quella famiglia di superiore livello. Più, le apparizioni di Daniele Gatti, di suo di livello assoluto mondiale,
    I crittici italiani di quotidiano continuino a raccontarci le loro favolette.

    marco vizzardelli

    • claudio novelli, milano marzo 3, 2019 a 1:09 pm #

      E hanno persino il coraggio di chiedere alla città di Milano che costruisca un nuovo auditorium tutto per loro!
      Ma quale auditorium, vergognatevi!
      Col vostro direttore musicale potrete al massimo esibirvi in qualche teatro parrocchiale brianzolo.
      Buu! Buuuuuuuuuuuuuu!

  14. marco vizzardelli marzo 3, 2019 a 1:48 am #

    Mandarlo via. Al più presto.

    marco vizzardelli

  15. marco vizzardelli marzo 3, 2019 a 1:51 am #

    Per il bene della Scala e della Filarmonica, mandarlo via. Al più presto-

    marco vizzardelli

  16. marco vizzardelli marzo 3, 2019 a 7:12 pm #

    Ho letto ora, anche io l’appello, avevo scritto i miei ultimi interventi bypassandolo. I termini sono corretti, allora perché non firmarlo? In forma anonima perde forza e valore. Su, coraggio, svelarsi.

    marco vizzardelli

  17. marco vizzardelli marzo 3, 2019 a 7:59 pm #

    Poi, non posso entrare nel merito del concerto, visto che l’ho evitato accuratamente, andandomene a Londra, dove ho ascoltato uno strepitoso Esa-Pekka Salonen in un geniale, pazzesco programma di cui alla Scala si può chiedere conto a Marianne Crebassa visto che ne è stata parte meravigliosa nei Folk Songs di Berio e in Sheherazade di Ravel. Letture magistrali di direttore e mezzosoprano e della formidabile Philarmonia Orchestra, cui ha fatto seguo una esecuzione letteralmente trascendentale de I Pini di Roma, quale mai ho ascoltato a tal livello nella mia vita.
    Sul Mahler che non ho ascoltato: non mi è parsa idea molto provvida programmare la Quinta in piena coincidenza con l’impegno in una Kovantschina nella quale l’orchestra, sotto la guida di Gergiev, è stata semplicemente eccelsa. Ora checchè se ne dica, l’orchestra scaligera è e resta un’orchestra d’opera (eccezionale quando in mano ai direttori giusti) che si presta al sinfonico… con qualche evidente fatica se messa in pressing. E’ constatato da anni ed anni che fatica a reggere, almeno alla prima serata, quella che viene chiamata “stagione sinfonica”. Non c’entra la svista iniziale della tromba di cui mi hanno riferito (fra l’altro, diverse fonti mi riferiscono di una vicenda umana particolare), che non è grave e che nella Quinta è accaduta mille e mille volte da quando questa sinfonia esiste. C’entra che un direttore musicale dì esperienza dovrebbe ormai conoscere ed evitare situazioni critiche per l’orchestra che è e resta, principalmente, una orchestra d’opera. A fronte di una Kovantschina che era ed è stata l’evento di forse maggior prestigio dell’attuale stagione del Teatro alla Scala, sarebbe stato saggio un passo indietro di Chailly. La Quinta di Mahler si poteva “fare” in un altro momento.
    Detto questo, se faccio eccezione su una magnifica Giovanna d’Arco e un buon Attila (splendido per regia Livermore e cast vocale), non riesco a riconoscere, nel complesso, alcunché di eccezionale o realmente significativo nella direzione musicale di Riccardo Chailly, men che meno in una serie di concerti francamente non memorabili. Abbado, Muti, Barenboim hanno – ciascuno con il suo stile, che poteva risultare o meno gradito – un grande segno nella storia della Scala. Con Chailly questo non sta avvenendo, e la causa non è certo l’orchestra, non è il meraviglioso coro di Casoni.
    Ritengo Alexander Pereira un sovrintendente capace di grandi genialità, pur se vorrei molto più coraggio in materia di regie e chiamata (consapevole, cauta, ma da attuare) di direttori delle giovani generazioni (con Lissner, che apprezzai per l’apertura europea, qualcuno, come Dudamel nel Rigoletto, fu mandato allo sbaraglio, e non va bene): apprezzo, nella gestione-Pereira, le presenze regolari e meditate di Michele Mariotti e Lorenzo Viotti, due direttori su cui la Scala deve far conto, perché bisogna sempre guardare avanti. Ricordiamoci che Abbado e Muti divennero direttori musicali, alla Scala, nei loro “anni trenta”, adesso siamo diventati tutti fifoni, se non son vecchi e magari anche un po’ bolliti, non si osa. Qualche altro giovane vorrei vedere in loco, e faccio il nome italiano di Jader Bignamini e quello italo americano del formidabile Robert Trevino (lo ascolti, Pereira!).
    Ma ritengo una Scala di Pereira “con” l’attuale Riccardo Chailly un teatro con il freno a mano tirato. E non a causa del Sovrintendente-Direttore Artistico, al cui governo manca ancora un esito “di riferimento”, quale furono Tristano-Cherau-Barenboim, Elektra-Cherau Salonen (perché il sommo Esa Pekka non viene più alla Scala?) o Les Troyens Pappano-Mc Vicar. I Maestri Cantori eccelsi di Gatti hanno avuto regia “zurighese”… Non ritengo che ciò possa avvenire di nuovo (non nell’opera, men che meno nel “sinfonico”) regnante sul podio scaligero Riccardo Chailly. La mia personale, e firmata, interpretazione dell’appello di cui sopra, va in questo senso… come ho sintetizzato nei precedenti interventi. L’orchestra della Scala, opera e Filarmonica, merita un manico di diversa freschezza esecutiva-interpretativa.

    marco vizzardelli

    marco vizzardelli

  18. marco vizzardelli marzo 3, 2019 a 8:02 pm #

    Trascrivo correggendo una svista ortografica
    ————————————————————-
    Poi, non posso entrare nel merito del concerto, visto che l’ho evitato accuratamente, andandomene a Londra, dove ho ascoltato uno strepitoso Esa-Pekka Salonen in un geniale, pazzesco programma di cui alla Scala si può chiedere conto a Marianne Crebassa visto che ne è stata parte meravigliosa nei Folk Songs di Berio e in Sheherazade di Ravel. Letture magistrali di direttore e mezzosoprano e della formidabile Philarmonia Orchestra, cui ha fatto seguito una esecuzione letteralmente trascendentale de I Pini di Roma, quale mai ho ascoltato a tal livello nella mia vita.
    Sul Mahler che non ho ascoltato: non mi è parsa idea molto provvida programmare la Quinta in piena coincidenza con l’impegno in una Kovantschina nella quale l’orchestra, sotto la guida di Gergiev, è stata semplicemente eccelsa. Ora checchè se ne dica, l’orchestra scaligera è e resta un’orchestra d’opera (eccezionale quando in mano ai direttori giusti) che si presta al sinfonico… con qualche evidente fatica se messa in pressing. E’ constatato da anni ed anni che fatica a reggere, almeno alla prima serata, quella che viene chiamata “stagione sinfonica”. Non c’entra la svista iniziale della tromba di cui mi hanno riferito (fra l’altro, diverse fonti mi riferiscono di una vicenda umana particolare), che non è grave e che nella Quinta è accaduta mille e mille volte da quando questa sinfonia esiste. C’entra che un direttore musicale dì esperienza dovrebbe ormai conoscere ed evitare situazioni critiche per l’orchestra che è e resta, principalmente, una orchestra d’opera. A fronte di una Kovantschina che era ed è stata l’evento di forse maggior prestigio dell’attuale stagione del Teatro alla Scala, sarebbe stato saggio un passo indietro di Chailly. La Quinta di Mahler si poteva “fare” in un altro momento.
    Detto questo, se faccio eccezione su una magnifica Giovanna d’Arco e un buon Attila (splendido per regia Livermore e cast vocale), non riesco a riconoscere, nel complesso, alcunché di eccezionale o realmente significativo nella direzione musicale di Riccardo Chailly, men che meno in una serie di concerti francamente non memorabili. Abbado, Muti, Barenboim hanno – ciascuno con il suo stile, che poteva risultare o meno gradito – un grande segno nella storia della Scala. Con Chailly questo non sta avvenendo, e la causa non è certo l’orchestra, non è il meraviglioso coro di Casoni.
    Ritengo Alexander Pereira un sovrintendente capace di grandi genialità, pur se vorrei molto più coraggio in materia di regie e chiamata (consapevole, cauta, ma da attuare) di direttori delle giovani generazioni (con Lissner, che apprezzai per l’apertura europea, qualcuno, come Dudamel nel Rigoletto, fu mandato allo sbaraglio, e non va bene): apprezzo, nella gestione-Pereira, le presenze regolari e meditate di Michele Mariotti e Lorenzo Viotti, due direttori su cui la Scala deve far conto, perché bisogna sempre guardare avanti. Ricordiamoci che Abbado e Muti divennero direttori musicali, alla Scala, nei loro “anni trenta”, adesso siamo diventati tutti fifoni, se non son vecchi e magari anche un po’ bolliti, non si osa. Qualche altro giovane vorrei vedere in loco, e faccio il nome italiano di Jader Bignamini e quello italo americano del formidabile Robert Trevino (lo ascolti, Pereira!).
    Ma ritengo una Scala di Pereira “con” l’attuale Riccardo Chailly un teatro con il freno a mano tirato. E non a causa del Sovrintendente-Direttore Artistico, al cui governo manca ancora un esito “di riferimento”, quale furono Tristano-Cherau-Barenboim, Elektra-Cherau Salonen (perché il sommo Esa Pekka non viene più alla Scala?) o Les Troyens Pappano-Mc Vicar. I Maestri Cantori eccelsi di Gatti hanno avuto regia “zurighese”… Non ritengo che ciò possa avvenire di nuovo (non nell’opera, men che meno nel “sinfonico”) regnante sul podio scaligero Riccardo Chailly. La mia personale, e firmata, interpretazione dell’appello di cui sopra, va in questo senso… come ho sintetizzato nei precedenti interventi. L’orchestra della Scala, opera e Filarmonica, merita un “manico” di diversa freschezza esecutiva-interpretativa.

    marco vizzardelli

  19. Massimiliano Vono marzo 3, 2019 a 8:28 pm #

    Perché il sommo Esa-Pekka Salonen non viene più alla Scala?
    Questa domanda implica tutto.

    -MV

  20. marco vizzardelli marzo 3, 2019 a 10:37 pm #

    Dopodichè, io son solo un innamorato della musica. Vedo che questo forum viene investito di ruolo di un luogo di sede di grandi manovre… da lettere anonime. Io a queste cose non appartengo.
    Io vedo una sovrintendenza a tratti geniale, lo è sempre stata a Zurigo e altrove, ma qui è come “frenata”. E vedo una mediocre direzione musicale. Vedo e valuto tutto, qui e anche Lucerna. E qualche aspetto, anche a Lucerna, mi risulta, almeno, parecchio oscuro.
    Io ascolto musica. Quella grande, alla Scala, son tornato ad ascoltarla con Kovantschina. Sennò, vado ad ascoltare altrove. E, davvero, non c’è confronto.
    Non è un bellissimo momento di storia della Scala. Non lo è dell’Italia.
    Oggi salterà fuori sui giornali la vicenda Scala-Arabia. Mah. Alla Scala e in Italia, dall’interno e all’esterno, mi sa tanto di strumentalizzazione, nell’Italia di Salvini questo e altro. Purtroppo.

    marco vizzardelli

    • Andrea Solari marzo 24, 2019 a 3:21 pm #

      Lucerna ti riferisci alla sua nomina? O al recente prolungamento di contratto?
      È noto che si sarebbe voluto Nelsons, ma i suoi impegni non spostabili a Tanglewood con la Boston, e la logica ritrosia della sovrintendenza nel posizionare i concerti in momenti differenti dall’avvio di festival hanno portato a un punto morto. Non ho idea di quali altri terreni abbiano tentato di sondare, se lo hanno fatto. Senz’altro il nome di Chailly ha colto di sorpresa, non che si facesse vedere raramente ma senz’altro non era uno dei più presenti. Speravo in Jansons ma probabilmente non avrebbe voluto impegnarsi, Haitink ormai è anziano, tanto di cappello che diriga ancora, Dudamel Dio ce ne scampi. Nelsons non mi sarebbe per nulla dispiaciuto.

  21. Zio Yakusidé marzo 4, 2019 a 9:34 am #

    Dopo questo vero disastro mi aspetto nei prossimi giorni copiosa bava dai giornalacci milanesi e spocchiosetti giudizi dei criticini che parleranno della esterofilia dei milanesi e, sostanzialmente della loro ignoranza….
    arriveranno poi reazioni scomposte (e isteriche) da parte dello staff che si concluderà con qualche bella intervista prima di Lucerna, per esempio. Seguirà un certo trionfo.
    Aspettiamoci poi il raddoppio della clacque in teatro….
    povera scala e povera Musica, auguriamoci che tutto finisca in fretta!

  22. violamargherita marzo 4, 2019 a 11:41 am #

    Il re è nudo.
    Rivestitelo e accompagnatelo dignitosamente in esilio.

  23. Massimiliano Vono marzo 4, 2019 a 1:36 pm #

    Premetto che, come è noto, Chailly non è interprete che attualmente mi interessi. Lo trovo sostanzialmente stanco, marmorizzato in se stesso, freddo , grigio e monocromo. Il suo periodo migliore è passato e gran parte di ciò che si ascolta sinfonicamente da lui alla Scala è una replica , in peggio, di quello che ha fatto a Milano con la Verdi. Anche le sue cose riuscite , poche è quasi totalmente in ambito operistico, sono discutibili e non idiomatiche (esempio, l’Attila). In pratica non lo ascolto più e non vado a perdere tempo ai suoi concerti. Detto questo, però , mi piacerebbe leggere qualcosa di meglio argomentato rispetto a “che schifo”, “solo rumore”, “una vergogna” e soprattutto, come nel caso di un appello pubblico su un blog aperto e che ospita il contributo di chiunque voglia dire la sua, il buon gusto e L’onestà di firmarsi . Grazie e a presto.

    -MV

    • der rote falke marzo 4, 2019 a 2:14 pm #

      però, Massimiliano, per rispondere davvero al quesito che poni bisognerebbe giungere fino alla domanda fatidica: ha ancora senso oggi la Filarmonica della Scala come l’avevano pensata Abbado e i fondatori? io inizio a temere che la risposta sia un deciso no.

  24. marco vizzardelli marzo 4, 2019 a 5:03 pm #

    La questione posta da der rote falke è anche nella mia testa da tempo. Claudio Abbado fu fondatore di orchestre. Di grandissime orchestre. Ma ho sempre avuto, anno dopo anno, il dubbio che la Filarmonica, nata un po’ come una riproduzione in chiave milanese dei Wiener Philarmoniker, sia rimasta, nei fatti e nella storia, un’utopia di Claudio non veramente realizzatasi nel tempo. Parlando di orchestra non di direttori, Attila e Kovantschina di quest’anno, come molte altre esecuzioni dell’orchestra della Scala in veste operistica, la confermano – quando si esprime come sa – una delle massime “in buca”. Cioè, d’opera. Fatta salva la straordinaria compagine dell’Opera Bavarese (però fortissima anche nel sinfonico) non ne vedo molte altre migliori, posto che le prestazioni dei sunnominati Wiener “in buca” sono altalenanti e complessivamente non pari a quelle dei Wiener in repertorio sinfonico.
    Invece come orchestra sinfonica, checché la aduli una certa critica, anche in versione Filarmonica non son mai riusciti, per un verso o per l’altro, pur avendo un suono e un colore caratteristico, a far propri quell’aplomb, quell’autorità di esecuzione, quella forza di ascolto reciproco, quell’omogeneità di sezioni (un’orchestra si compone di archi, di legni, di percussioni… ma anche di ottoni), quell'”allure” complessiva che fa l’identità di ogni vera, grande orchestra sinfonica mondiale. Tutto ciò che, da più gestioni (Chung, Gatti) ed in particolare con quella attuale di Pappano , è invece patrimonio e “cifra” dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. E ciò che in certi concerti e con certi direttori riesce ad essere, nonostante le difficoltà gestionali del luogo, l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino (a Capodanno, sotto Salonen, prestazione da orchestra sinfonica internazionale di grande livello). D’altra parte è praticamente impossibile immaginare una loro vera stagione sinfonica (quei famosi 30-35 concerti in abbonamento) essendo primariamente una (grande, quando vuole e può) orchestra d’opera.
    Ciò detto, anche in versione sinfonica, sia il fondatore Abbado che il successore Muti che il medesimo Barenboim (che aveva un suono “suo” ed importante e seppe darlo all’orchestra) hanno comunque infuso alla Filarmonica un’identità che va scorgendosi sempre meno, ad ogni concerto nelle mani di Riccardo Chailly: il Mahler del’attuale gestione è andato in calando, da un’ottima Terza, alla Sesta all’attuale Quinta: ed è singolare, per un’orchestra che prese vita alla Scala proprio nel nome di Gustav Mahler. I lodevoli studi e proclami di “edizioni originali” e quant’altro non trovano, in sala davanti al pubblico, il riscontro di un esito esecutivo avvincente. Bello che abbia inserito i migliori strumentisti scaligeri (ce ne sono di enorme valore) nella Lucerne Festival… ma è qui, alla Scala, per conto proprio, che gli esiti non avvincono (e forse, qualche allarme levato dalla stampa spagnola in una recente tournèe andrebbe meditato, senza offendersi e con serenità).
    Quando questo rapporto iniziò, chi espresse perplessità fu preso per fazioso e “cattivo” o per fautore di altri direttori (tanto per parlar chiaro: a Daniele Gatti auguro di tutto cuore di continuare a far l’ospite alla Scala, molto meglio per la sua serenità venirci solo di tanto in tanto come tale). Le perplessità, nel tempo e nei fatti, un concerto dopo l’altro di Filarmonica-Chaily, sono andate incrementandosi. Ho evitato l’ascolto di questa Quinta mahleriana, cogliendo al volo l’occasione di formidabili concerti di Salonen e Jurovskij a Londra. .I racconti e le impressioni di coloro che erano alla Scala mi confermano che o.k, la scelta è stata giusta, ho fatto bene. Non lo dico con piacere: molti concerti delle tre passate gestioni sono entrati nella categoria degli “imperdibili”. Aggettivo scomparso dai concerti dell’attuale direttore stabile.

    marco vizzardelli

  25. marco vizzardelli marzo 4, 2019 a 5:11 pm #

    La questione posta da der rote falke è anche nella mia testa da tempo. Claudio Abbado fu fondatore di orchestre. Di grandissime orchestre. Ma ho sempre avuto, anno dopo anno, il dubbio che la Filarmonica, nata un po’ come una riproduzione in chiave milanese dei Wiener Philarmoniker, sia rimasta, nei fatti e nella storia, un’utopia di Claudio non veramente realizzatasi nel tempo. Parlando di orchestra non di direttori, Attila e Kovantschina di quest’anno, come molte altre esecuzioni dell’orchestra della Scala in veste operistica, la confermano – quando si esprime come sa – una delle massime “in buca”. Cioè, d’opera. Fatta salva la straordinaria compagine dell’Opera Bavarese (però fortissima anche nel sinfonico) non ne vedo molte altre migliori, posto che le prestazioni dei sunnominati Wiener “in buca” sono altalenanti e complessivamente non pari a quelle dei Wiener in repertorio sinfonico.
    Invece come orchestra sinfonica, checché la aduli una certa critica, anche in versione Filarmonica non son mai riusciti, per un verso o per l’altro, pur avendo un suono e un colore caratteristico, a far propri quell’aplomb, quell’autorità di esecuzione, quella forza di ascolto reciproco, quell’omogeneità di sezioni (un’orchestra si compone di archi, di legni, di percussioni… ma anche di ottoni), quell’”allure” complessiva che fa l’identità di ogni vera, grande orchestra sinfonica mondiale. Tutto ciò che, da più gestioni (Chung, Gatti) ed in particolare con quella attuale di Pappano , è invece patrimonio e “cifra” dell’Orchestra dell’Accademia di Santa Cecilia. E ciò che in certi concerti e con certi direttori riesce ad essere, nonostante le difficoltà gestionali del luogo, l’orchestra del Maggio Musicale Fiorentino (a Capodanno, sotto Salonen, prestazione da orchestra sinfonica internazionale di grande livello). D’altra parte è praticamente impossibile immaginare una loro vera stagione sinfonica (quei famosi 30-35 concerti in abbonamento) essendo primariamente una (grande, quando vuole e può) orchestra d’opera.
    Ciò detto, anche in versione sinfonica, sia il fondatore Abbado che il successore Muti che il medesimo Barenboim (che aveva un suono “suo” ed importante e seppe darlo all’orchestra) hanno comunque infuso alla Filarmonica un’identità che va scorgendosi sempre meno, ad ogni concerto nelle mani di Riccardo Chailly: il Mahler del’attuale gestione è andato in calando, da un’ottima Terza, alla Sesta all’attuale Quinta: ed è singolare, per un’orchestra che prese vita alla Scala proprio nel nome di Gustav Mahler. I lodevoli studi e proclami di “edizioni originali” e quant’altro non trovano, in sala davanti al pubblico, il riscontro di un esito esecutivo avvincente. Bello che abbia inserito i migliori strumentisti scaligeri (ce ne sono di enorme valore) nella Lucerne Festival… ma è qui, alla Scala, per conto proprio, che gli esiti non avvincono (e forse, qualche allarme levato dalla stampa spagnola in una recente tournèe andrebbe meditato, senza offendersi e con serenità).
    Quando questo rapporto iniziò, chi espresse perplessità fu preso per fazioso e “cattivo” o per fautore di altri direttori (tanto per parlar chiaro: a Daniele Gatti auguro di tutto cuore di continuare a far l’ospite alla Scala, molto meglio per la sua serenità venirci solo di tanto in tanto come tale). Le perplessità, nel tempo e nei fatti, un concerto dopo l’altro di Filarmonica-Chailly, sono andate incrementandosi. Ho evitato l’ascolto di questa Quinta mahleriana, cogliendo al volo l’occasione di formidabili concerti di Salonen e Jurovskij a Londra. .I racconti e le impressioni di coloro che erano alla Scala mi confermano che o.k, la scelta è stata giusta, ho fatto bene. Non lo dico con piacere: molti concerti delle tre passate gestioni sono entrati nella categoria degli “imperdibili”. Aggettivo scomparso dai concerti dell’attuale direttore stabile.

    marco vizzardelli

  26. Zio Yakusidé marzo 5, 2019 a 1:26 pm #

    a proposito dell’appello, non vorrei che questo blog diventasse un (ennesimo) luogo per haters; già esistono, anche nell’ambito operistico, siti con colori funerei e messaggi altrettanto lugubri.
    Vono, Vizzardelli e der rote falke hanno citato elementi incontrovertibili e peccati “originali” della vita sinfonica milanese. Ne elenco, sinteticamente e senza voler essere esaustivo alcuni: il non salvataggio della RAI, l’assenza di un auditorium (pubblico), l’occasione persa del Dal Verme, il non decollo (per infinite ragioni) della Verdi, il ruolo egemone della scala che forse frena progetti ma certamente drena buona parte delle risorse cittadine (e non solo) e tanto altro.
    Imputare all’attuale direttore (che “artisticamente” non amo per nulla e rifuggo da anni ormai) responsabilità non sue mi sembra davvero un po’ troppo e, detto fuori dai denti, puzza di gogna mediatica degna del peggior grillismo.

    Distinguiamo il giudizio artistico e, argomentando (citando Vono), esprimiamo i pareri più tranchant, nel rispetto dell’educazione, ovviamente, sull’operato del principale responsabile dell’esito artistico di tante produzioni.
    A mio parere diverso deve essere il giudizio sugli esiti “gestionali”: i responsabili sono molti, con responsabilità diversificate e davvero non è onesto imputarle in toto a Chailly.
    Le aree grige in scala sono innumerevoli e lo sono da ben prima dell’arrivo dell’attuale direttore (la stagione sinfonica/filarmonica che sia, la programmazione di contemporanea, una stagione di balletto non certo da gran teatro, ecc ecc).

  27. der rote falke marzo 5, 2019 a 1:40 pm #

    Provo a sintetizzare la mia posizione sul problema anzitutto operando una premessa.
    Occorre distinguere il lavoro di un direttore d’orchestra da quello di un direttore musicale in carica.
    La carriera di Chailly mostra una buona capacità media come direttore d’orchestra, in alcuni anni più ficcante (le prime registrazioni Decca, il periodo berlinese, certi cicli per La Verdi, “Les Contes d’Hoffmann” alla Scala) poi via via sempre più di routine, di noia, d’insignificanza artistica.
    Quello che la maggioranza del pubblico scaligero gli contesta oggi è però soprattutto altro: la sua inconsistenza come guida musicale complessiva del teatro. Qui siamo al nulla più spinto, e francamente – a parte certi toni sindacalesi – il senso dell’appello citato è abbastanza condivisibile: allontanare Chailly per togliere il tappo a una situazione ormai troppo degenerata.
    La mia proposta è la seguente: invece di allungare il mandato di Pereira perché scada insieme al direttore musicale da lui sciaguratamente nominato, accorciare il mandato di Chailly perché scada insieme al sovrintendente che sciaguratamente lo ha nominato.
    Mi sembra una ipotesi ragionevole e che tiene conto che occorre agire celermente. Poi dalla stagione 20/21 aria nuova, finalmente.

    • Odalisca marzo 5, 2019 a 7:01 pm #

      E gli arabi cosa dicono? No, perché è dirimente.

  28. marco vizzardelli marzo 20, 2019 a 10:25 pm #

    GIANANDREA NOSEDA IN CONCERTO
    ————–
    Alla fin della fiera, è piuttosto bravo e fa suonare le orchestre.
    Ma… una volta per tutte. Nessuno glielo dice: possibile non capisca, da solo o su suggerimento di amici, che quell’orrendo campionario di smorfie, con relativa colata di sudore, non gli giova e non serve, rendendolo, anzi, inguardabile al punto che si vorrebbe ascoltarlo bendati?
    L’ascolto “c’é”. Ma è, visivamente,repellente. E mette ansia: a guardarlo, sembra sia in corso una crisi epilettica.
    Potrebbe, gentilmente, pensarci su?

    marco vizzardelli

  29. marco vizzardelli marzo 27, 2019 a 3:03 pm #

    Fabio Luisi. Ennesima dimostrazione che trattasi di uomo di grande stile, oltreché fior d’artista.
    Avendo in programma, alla Filarmonica della Scala, l’Ottava sinfonia di Bruckner, la cambia in Settima in rispetto al collega Zubin Mehta che farà atteso ritorno alla Scala con l’Ottava poco tempo dopo.
    Questo fanno i Signori.
    I non signori, denigrano i colleghi in svariate maniere. E ce ne sono, di non signori. Sono qui, attorno a noi, spesso blandìti da molta critica ossequiente.
    A Firenze hanno sul podio due Signori, uno titolare l’altro onorario a vita.
    Quando sento sottovalutare Fabio Luisi, invito a contare fino a dieci prima di aprir bocca. Non solo è un assai bravo direttore, ma è un uomo. E non è che, nell’ambiente, siano proprio tutti così.

    marco vizzardelli

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