LA CENERENTOLA

10 Feb

Dal 10 Febbraio al 5 Aprile 2019
Gioachino Rossini
Durata spettacolo: 3 ore e 08 minuti incluso intervallo

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Produzione Teatro alla Scala

 

 

 

 

Direttore Ottavio Dantone
Regia, scene e costumi Jean-Pierre Ponnelle
Regia ripresa da Grischa Asagaroff
Luci Marco Filibeck
CAST
Angelina Marianne Crebassa
Don Ramiro Maxim Mironov
Don Magnifico Carlos Chausson
Dandini
Nicola Alaimo (10, 12, 16, 19, 23, 26 feb.; 23, 27 mar.)

Mattia Olivieri (30 mar.; 2, 5 apr.)

Alidoro
Erwin Schrott (10, 12, 16, 19, 23, 26 feb.; 23, 30 mar.)

Alessandro Spina (27 mar.; 2, 5 apr.)

Clorinda
Tsisana Giorgadze* (10, 12, 19, 23, 26 feb.)

Sara Rossini (16 feb.)

Tisbe Anna-Doris Capitelli*
Maestro al fortepiano Paolo Spadaro Munitto
*Allieve dell’Accademia Teatro alla Scala

L’OPERA IN POCHE RIGHE

Tra gli spettacoli simbolo della Rossini Renaissance promossa alla Scala da Claudio Abbado c’è senza dubbio La Cenerentola pensata da Jean-Pierre Ponnelle nel 1973. Ma il trittico buffo con cui Abbado e Ponnelle hanno mandato in soffitta il Rossini farsesco del passato ponendo le basi per una lettura contemporanea rimane anche oltre Rossini un modello di teatro fatto sulla musica, sposando ritmo e suggestioni della partitura. La Scala riprende La Cenerentola mentre si spengono i riflettori sul centocinquantenario del compositore (celebrato al Piermarini con una mostra a cura di Pier Luigi Pizzi) affidando la direzione a Ottavio Dantone e la parte di Angelina a Marianne Crebassa, al suo primo ruolo rossiniano al Piermarini. Con lei Maxim Mironov, continuatore di un’illustre tradizione di tenori rossiniani russi che risale a Nicola Ivanoff, e Carlos Chausson come Don Magnifico, mentre come Dandini si alternano Nicola Alaimo e Mattia Olivieri e come Alidoro Erwin Schrott

3 Risposte to “LA CENERENTOLA”

  1. marco vizzardelli febbraio 11, 2019 a 2:29 pm #

    Felice ritorno del capolavoro di Rossini (si: al mio cuore, ad ogni riascolto, il suo capolavoro, in assoluto), e prima di tutto: gloria e onore a Jean Pierre Ponnelle. Quarantotto anni dopo, la sua messa in scena e regia de La Cenerentola (ben ripresa da Grischa Asagaroff, a parte qualche rimediabile imprecisione nei movimenti del coro) è un miracolo di bellezza, fantasia, umorismo, aderenza totale alla musica. Allestimento insuperato nel tempo, da tramandare alle generazioni future a perenne memoria di un genio della rappresentazione operistica. Rivedere, ricordare e rivivere oggi è stato commovente.

    Subito dopo… sono caduto innamorato di Marianne Crebassa. Forse, nella storia di questo allestimento (e di Cenerentola, in generale), si sono avute interpreti di virtuosismo più pirotecnico. Ma la sua Angelina è unica o almeno particolare, fra tutte le massime, per l’intelligenza di realizzazione del personaggio, in mille colori e sfumature di voce, nell’eleganza e pertinenza della presenza scenica. Bella e bravissima. Basterebbe dire della diversa espressione e del mutato colore di voce con i quali la Crebassa ci offre il suo “Una volta c’era un re”, all’inizio poi dopo la festa. Mesta, ombrosa, malinconica la prima volta. Trasognata e come raggiante del sogno (vero) vissuto, poi. Due colori, due inflessioni. Non ricordo molte interpreti arrivare a tanto. C’è una “nota patetica” nella voce della Crebassa, che stringe il cuore nella prima parte, per poi farsi gioia e tenerezza alla risoluzione finale. “Nacqui all’affanno” viene intonato davvero come il ricordo di una storia di sofferenza, e il rondò è un vero scioglimento amoroso. Non esibizione virtuosistica ma canto d’amore raggiunto. Ogni inflessione, ogni frase, ogni parola si illumina di intelligenza. Una grande artista, che ascolterò a fine mese, in tutt’altro frangente, in concerto a Londra diretta da Esa Pekka Salonen nella Sheherazade raveliana e nei Folk Songs di Berio. E già questo dice tutto sugli orizzonti musicali di una interprete, oggi “necessaria”.

    Poi, onore al professionismo e alla cultura e alla raffinatezza con cui Ottavio Dantone ha trattato la materia. Potranno mancargli (e lo si sapeva, fin da Un Viaggio a Reims alla Scala) il sorriso e la “vertigine astratta”, quel senso di folle astrazione che pervadeva la lezione memorabile di Claudio Abbado. E, l’approccio “barocco” di Dantone, stilizzando tutto, lascia aperta una domanda: lo storico e fondamentale lavoro di filologia attuato all’epoca ha “ripulito” la materia da scorie di tradizione, non potrebbe, ora, essere il tempo di “ridar corpo” alla musica di Rossini? La risposta di Dantone, è diremmo, un no deciso e detto, musicalmente con grande coerenza, in questa Cenerentola scaligera (Riccardo Chailly, nella bella incisione con la Bartoli, percorse, con legittimità e con la sua freschezza di allora, una via differerente). A grande merito di Dantone, la sua stilizzazione (elegantissima nei dettagli orchestrali) è riuscita a rendere unitario un cast di voci non perfettamente tali, in natura: le belle prove offerte da Nicola Alaimo, spiritosissimo, Dandini autoironico, elegante e “musicale” fin nella fisicità (delizioso, quando seduto sulla sedia non riesce ad accavallar le gambe) e da Erwin Schrott-Alidoro (bravissimo! merito suo e di questa produzione la cura offerta a questo personaggio troppo spesso affidato a cantanti in disarmo) hanno visto le due voci “di corpo” del cast integrarsi a quelle più leggere della Crebassa e di Maxim Mironov, un principe raffinatio nell’immagine e nella musicalità, sia pur un po’ esile vocalmente (il sovracuto tende ad assottigliarsi, dopo esser stato impeccabilmente “preso”): certo è che Crebassa-Mironov formano una coppia bella ad ascoltarsi, ed anche a vedersi! Le parti concertate vedono queste voci di peso in natura diverso armonizzarsi quasi a perfezione, a conferma dell’ottimo lavoro del concertatore. In cui si integrano benissimo il Don Magnifico appropriato di Carlos Chausson e la misurata Tisbe di Anna Doris Capitelli (Accademia della Scala), mentre (ed è un peccato), gli sfugge un po’ di mano la Clorinda di Tsisana Giorgadze, a tratti eccessiva in un “canto parlato” e in qualche cachinno espressivo, esuberanti ma poco in linea con la lettura musicale. Dettaglio che potrebbe trovar sistemazione durante le repliche assieme a qualche problemino di sincronia generale e di presenza fin troppo esile ed evanescente del coro maschile della Scala (forse non semplicissimo, proprio da un punto di vista di “suono delle voci” passare dal peso loro richiesto in Attila, alla particolare, stilzzata leggerezza cercata qui da Dantone). Dettagli superabili in replica, appunto, in una rappresentazione già molto felice alla “prima”, che ha ricevuto lungo e convinto successo, per tutti, da parte di un teatro quasi completamente pieno. Un bel ritorno de La Cenerentola alla Scala.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli febbraio 12, 2019 a 4:16 pm #

    Mi scappa sempre un lapsus su un titolo, e tutte le volte ci ricasco. IL Viaggio a Reims, non Un Viaggio. Chiedo venia e mi correggo.

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli febbraio 13, 2019 a 5:50 pm #

    Dopodiché, come accennavo, una problematica, lasciata aperta (e l’ho scritto) da questa pur, a mio avviso, buona ripresa de La Cenerentola, è quella di un’interpretazione rossiniana (del Rossini buffo in particolare) che, pur sulla base della lodevole operazione-pulizia operata a suo tempo dai filologi, torni a dare alle opere del pesarese “corpo” e fraseggio musicali, senza farne (più o meno) uno schematico post-barocco. Ci riuscì Riccardo Chailly nella sua bella incisione de La Cenerentola che, senza smentire il lavoro di Abbado Zedda & Co. “andava oltre”(ma era il Chailly giovane, oggi non sembra esser lo stesso “braccio”: il tentativo, riproposto di recente ne La Gazza Ladra, non ha avuto pari esito). Ritengo che oggi, il direttore adatto a portare avanti le lancette del tempo dell’interpretazione rossiniana ci sia e sia italiano: Michele Mariotti. Credo che i nostri maggiori teatri dovrebbero prenderne atto, dopo quanto si è ascoltato in questi anni a Bologna e anche altrove. Mi sembra che Mariotti abbia la giusta fisionomia d’interprete per portare avanti la “lettura” rossiniana nel nostro tempo.

    marco vizzardelli

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