ATTILA

5 Dic

7 Dicembre 2018
Attila  –  Giuseppe Verdi
Durata spettacolo: 2 ore e 20 minuti incluso intervallo

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala

Nuova produzione Teatro alla Scala

PRIMA PARTE 73 minuti / Intervallo 35 minuti / SECONDA PARTE 47 minuti

Direttore Riccardo Chailly
Regia Davide Livermore
Scene Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Antonio Castro
Video D-wok

CAST
Attila Ildar Abdrazakov
Odabella Saioa Hernández
Ezio George Petean
Foresto Fabio Sartori
Uldino Francesco Pittari
Leone Gianluca Buratto

Trasmissione in diretta televisiva in Italia in esclusiva su RAI 1 e su RAI 1 HD, in Francia e altri Paesi di lingua francese e in Germania e altri Paesi di lingua tedesca su Arte, in Repubblica Ceca su Ceska Televiza, in Ungheria su MTVA, in Svizzera su RSI e in differita televisiva in Portogallo su RTP, in Giappone su NHK e in Corea del Sud su Il Media; in diretta e in differita radiofonica in Italia su RAI-Radio3 e in altri Paesi Europei sulle emittenti del Circuito Euroradio; in diretta e in differita cinematografica in Italia e all’estero nelle sale che aderiscono al circuito “All’Opera”.

L’OPERA IN POCHE RIGHE

Il 7 dicembre torna verdiano con Attila, nona opera del compositore andata in scena al Teatro La Fenice nel 1846. Il Direttore Musicale Riccardo Chailly approfondisce la lettura delle opere del giovane Verdi dopo aver inaugurato la Stagione 2015/2016 con Giovanna d’Arco, che vide la luce nel 1845, e prosegue con il regista Davide Livermore una collaborazione che alla Scala ha già avuto un esito felice con Don Pasquale di Donizetti. Con Livermore tornano gli scenografi dello Studio Giò Forma, garanzia di equilibrio tra eleganza visuale e innovazione tecnologica, e il costumista Gianluca Falaschi. Opera complessa in cui Verdi sperimenta nuovi percorsi tra ambientazione storica, impatto spettacolare, squarci psicologici e incertezze morali, Attila chiede ai cantanti slancio e sicurezza ma anche capacità di trovare accenti e sfumature. Protagonista è Ildar Abdrazakov, basso di riferimento dei nostri anni, mentre la difficile parte di Odabella è affidata a Saioa Hernández, che debutta alla Scala dopo una rapida ascesa tra le più interessanti voci emergenti. Foresto ha lo squillo sicuro di Fabio Sartori, mentre nella parte di Ezio torna George Petean.

31 Risposte to “ATTILA”

  1. il cottarello dicembre 5, 2018 a 11:46 pm #

    Tra gli onorari per consulenti e collaboratori consultabile sul sito teatroallascala.org risulta che tale Mazzoleni Giulio (capo-comunicazione di Mika) percepisca € 18.750 tra il 10/04/2018 e il 31/12/2018 per il seguente incarico: “Consulente comunicazione M° Chailly”.

    Suggerisco alla solerte stampa italiana un paio di domande.

    1. Perché mai il Teatro alla Scala deve pagare coi suoi soldi una persona che aiuta Chailly nella sua comunicazione (quando vi è già un ufficio stampa il cui responsabile percepisce € 80.000)? Perché non lo paga direttamente il maestro? Vi sono casi analoghi in Italia e/o all’estero?

    2. Perché sul sito non si trova traccia di quanto percepisce Chailly in quanto direttore musicale? Non s’intende, evidentemente, l’emolumento artistico per la singola serata/produzione diretta (che è giustamente frutto di contrattazione privata), ma proprio per il ruolo. Oppure Chailly non percepisce alcun fisso? E se così è, perché un ruolo dirigenziale previsto dallo statuto viene svolto a titolo gratuito?

  2. pamo dicembre 6, 2018 a 9:54 am #

    articolo di oggi del corriere a firma del notissimo volto di Milena Gabanelli in cui si scrive: “Si legge nella relazione della Corte dei Conti: «La Scala è riuscita ad affermare una sua preminenza a livello internazionale, un prestigio che si riflette sull’intera offerta teatrale del Paese. Anche per questo la Scala può fare affidamento su un afflusso di contributi privati e sponsorizzazioni, difficile da immaginare per gli altri Teatri»”
    L’attuale gestione Scala è considerata un modello virtuoso di gestione economica e prestigio internazionale.

  3. der rote Falke dicembre 6, 2018 a 12:27 pm #

    “L’«Attila» di Verdi è un’opera scadente”
    Massimo Mila

    quoto al 100%

    • Oronte dicembre 6, 2018 a 1:19 pm #

      Fai a meno di andarla a vedere se non ti piace

      • der rote Falke dicembre 6, 2018 a 3:42 pm #

        Avrei fatto volentieri anche a meno di finanziarla con le mie tasse.

  4. lavocedelloggione dicembre 6, 2018 a 2:25 pm #

    Ehi ragazzi, raffreddate gli animi, anche se il personaggio è focoso!
    Visto che molti mi chiamano Attila e che sono milanista sfegatata, non riesco a fare a meno di riportarvi questo tweet:

    https://mobile.twitter.com/ComunqueMilan/status/1070640794644684801

    Buon Sant’Ambrogio e buona prima a chi domani sarà in sala!!! Attilia (con la i)

    • Oronte dicembre 6, 2018 a 2:32 pm #

      Anche se sono interista e domani sarà una giornata piena….
      Ti do ragione in toto.
      Buona prima e godetevi Attila che è un ‘opera stupenda.
      Fate il possibile però per andare a vedere Otello a Monaco.
      È lo spettacolo dell’ anno

      • lavocedelloggione dicembre 6, 2018 a 3:29 pm #

        Ah beato te, lo so già che è imperdibile l’Otello di Monaco, dal mio amico Guy Cherqui! Io ho rinunciato anche se un’amica tedesca mi aveva offerto un biglietto per il 21 dicembre…Pazienza! Attilia

      • lavocedelloggione dicembre 6, 2018 a 3:33 pm #

        Ah, scusate, preciso che i due sono Ray Wilkins e Mark Hatley (a destra), detto appunto Attila

  5. der rote Falke dicembre 7, 2018 a 2:37 pm #

    https://www.tgcom24.mediaset.it/spettacolo/il-maestro-daniele-gatti-annulla-una-serie-di-impegni-per-accertamenti-clinici_3179285-201802a.shtml

    In bocca al lupo, caro maestro Gatti, la aspettiamo per festeggiarla a maggio in Scala in occasione del concerto sinfonico con la Filarmonica della Scala!

  6. proet dicembre 7, 2018 a 7:10 pm #

    Scadente? Mila è stato magnanimo! Sarà forse l’ascolto da smartphone che esalta le voci a scapito dell’orchestra ma raramente ho trovato una musica così brutta, eseguita male, cantata peggio (in particolare nei ruoli principali, meglio i comprimari, decisamente più eleganti e quanto meno evitano i vibrati di un tono, un tono e mezzo….), la regia è datata e piena di stereotipi, nonostante il dispiegamento di dispositivi tecnologici, nell’intervallo vengono intervistati in qualità di esperti di canto e melodia (giustamente, da un certo punto di vista) Elio e Amedeo Minghi….
    Che orrore! Se non altro una perfetta rappresentazione dell’Italia contemporanea!

  7. der rote Falke dicembre 7, 2018 a 9:43 pm #

    Che delusione questo Attila visto in sala!
    Il preludio prometteva benissimo, invece è stato l’unico momento vibrante della direzione dì Chailly, da lì in avanti noioso smorto devitalizzato. Pessimo l’accompagnamento per tempi che spesso mettono in difficoltà i solisti. I forti orchestrali sono sempre saturi. Ai cantanti non viene suggerito niente di niente. I cori sono spesso scollati. In sintesi: malissimo. Un confronto col Mariotti bolognese dell’anno scorso non si pone neppure per scherzo.
    La regia è molto ammiccante cerca di piacere a tutti, al colto e all’ignorante, all’intellettuale e al sentimentale, all’appassionato e al neofita. Certe scene riescono anche bene (in particolare la prima parte è in complesso soddisfacente), ma manca una interpretazione vera e propria, malgrado il riuscito utilizzo delle tecnologie.
    La Hernández l’ho trovata sgraziata dalla prima all’ultima nota, punto.
    Abdrazakov in grande spolvero, l’unico stasera che possa giustificare la scelta del titolo.
    Petean non mi ha comunicato nessun tipo di emozione pur cantando piuttosto bene.
    Sartori patatonissimo, ma l’aria sostitutiva è stata eseguita molto bene.
    Serata sprecata, nel complesso. Del resto, quando in un teatro l’ovazione piú calorosa e roboante la riceve uno che nel l’esecuzione non è implicato, c’è poco da aggiungere.

  8. marco vizzardelli dicembre 8, 2018 a 12:03 am #

    Ero presente, in platea, alla riuscitissima e già compiuta prova generale e ho visto e ascoltato in tv la prima, e l’una e l’altra visione ascolto, messe insieme. mi convincono su un dato di fatto. L’Attila inaugurale della stagione 2018-19 del Teatro alla Scala ha un trionfatore. Si chiama Davide Livermore. E’ il primo regista d’opera che, da anni a questa parte sia riuscito ad entrare, diritto diritto, nel cuore del particolare (avrei una serie di altri aggettivi, ma amen) pubblico milanese, e sta avvenendo da diversi spettacoli, cioé non solo adesso. Per certi versi, e attenzione è un elogio, una regia di Livermore è come, tornati ragazzi, leggere un libro di Salgari. Ti trasporta in un mirabile, intelligente, astuto (nel miglior senso del termine. Disse Gesù: siate astuti…), appassionato, colto, divertente, moderno ma antico. Due inaugurazioni di questi giorni citano anni di guerra e fascismo (ma alla Scala, c’è ben altro): purtroppo, il Rigoletto di Daniele Abbado a Roma è triste, nero e punitivo come la faccia di Maurizio Martina e i litigi del Pd, nonostante la strepitosa direzione di Daniele Gatti, l’Attila di Davide Livermore è invece, un romanzo tripudiante di colori e narrazione e scenografia antico-sovrapposta a moderna, di teatro tradizionale e di tecnologia d’avanguardia, accompagnato ma non pareggiato dallla puntuale, studiosa, curatissima, direzione musicale di Riccardo Chailly, che è lodevole per studio ma ancorata ad una paletta di colori, resi peraltro benissimo dall’ottima orchestra in buica scaligera, limitata al bianco e al nero su dinamiche proiettate sul forte, su fraseggio martellato e monotono, su cabalette pervicacemente non staccate che trasformano Attila in un pre-Simon Boccanegra, che non è. Direzione ipercurata, iperstudiata ma, al solito, tutta di “testa”. L’anima si cercherebbe invano. Si ascolta, ripetiamo, un’orchestra qui di suo impeccabile, così come un grande coro preparato da Casoni. E un buonissimo cast. Ma, dalla buca, la disciplinata musica resta indietro rispetto al tripudio di immagini, ricordi, flash-back (il padre di Odabella assassinato in video, che ritorna in palco e porta simboli religiosi, è strepitoso), cinematografia (Visconti, Cavani), colori (dal bianco e nero da film, a Raffaello che prende vita nell’apparizione del Papa (e quanto definitivamente incongruo Paolo Isotta che ha scritto boiate senza sapere…), nel cavallo nero di Attila e nel cavallo bianco del Papa, perfetti segnali scenici e segni di passione del regista, che ci consegna, dall’inizio al termine, fino al perfetto bagno di sangue del cattivo-buono Attila, uno spettacolo fascinoso e appassionante.
    Il cast: Abradzakov-Attila è già storia ed è attualità nella bellezza del canto e nell’autorevolezza d’immagine e recitazione. Sartori-Foresto è una certezza di professionalità. Odabella-Hernandez un (finalmente!) atto di coraggio premiato della Scala, scommessa vinta su una voce (timbro particolare, d’un genere che ci affascina) e un temperamento, fuori da schemi e da consuetudini. Petean porta a casa Ezio (ma Simone Piazzola, a Bologna con la travolgente direzione di Michele Mariotti, era un’altra cosa…) anche se Chailly gli rende pesante anziché volatile la cabaletta, costringendolo a forzare.
    Inaugurazione di gran tono (e bravo e patriottico il pubblico della prima, ma: se al posto del Presidente Mattarella giustamente ovazionato si fossero presentati, in coppia, Salvini e Di Maio, come avrebbero reagito platea, palchi e gallerie? Ci meditino, Toto e Tata). Riccardo Chailly non ci sembra aver pareggiato il suo top-inaugurale (Giovanna d’Arco) ma si sente che ce l’ha messa tutta. E Davide Livermore ha dato all’esito una marcia in più.

    marco vizzardelli

  9. marco vizzardelli dicembre 8, 2018 a 12:05 am #

    P.s. Una volta tanto, grazie in particolare alla numero uno Milly Carlucci, la Rai Tv ha reso un buon servizio alla Prima scaligera, evitando interviste a bagonghi e facendo parlare persone motivate.

    marco vizzardelli

  10. marco vizzardelli dicembre 8, 2018 a 12:23 am #

    (Al solito trascrivo, per l’impossibilità di correggere)

    Ero presente, in platea, alla riuscitissima e già compiuta prova generale e ho visto e ascoltato in tv la prima, e l’una e l’altra visione ascolto (spettacolo anche telegenico!), messe insieme. mi convincono su un dato di fatto. L’Attila inaugurale della stagione 2018-19 del Teatro alla Scala ha un trionfatore. Si chiama Davide Livermore. E’ il primo regista d’opera che, da anni a questa parte sia riuscito ad entrare, diritto diritto, nel cuore del particolare (avrei una serie di altri aggettivi, ma amen) pubblico milanese, e sta avvenendo da diversi spettacoli, cioé non solo adesso. Per certi versi, e attenzione è un elogio, una regia di Livermore è come, tornati ragazzi, leggere un libro di Salgari. Ti trasporta in un mirabile, intelligente, astuto (nel miglior senso del termine. Disse Gesù: siate astuti…), appassionato, colto, divertente, moderno ma antico immaginario teatrale. Due inaugurazioni di questi giorni citano anni di guerra e fascismo (ma alla Scala, c’è ben altro): purtroppo, il Rigoletto di Daniele Abbado a Roma è triste, nero e punitivo come la faccia di Maurizio Martina e i litigi del Pd, nonostante la strepitosa direzione di Daniele Gatti, l’Attila di Davide Livermore è, invece, un romanzo tripudiante di colori e narrazione e scenografia antico-sovrapposta a moderna, di teatro tradizionale e di tecnologia d’avanguardia, accompagnato ma non pareggiato dallla puntuale, studiosa, curatissima, direzione musicale di Riccardo Chailly, che è lodevole per studio ma ancorata ad una paletta di colori, resi peraltro benissimo dall’ottima orchestra in buica scaligera, limitata al bianco e al nero su dinamiche proiettate sul forte, su fraseggio martellato e monotono, su cabalette pervicacemente non staccate che trasformano Attila in un pre-Simon Boccanegra, che non è. Direzione ipercurata, iperstudiata ma, al solito, tutta di “testa”. L’anima si cercherebbe invano. Si ascolta, ripetiamo, un’orchestra qui di suo impeccabile, così come un grande coro preparato da Casoni. E un buonissimo cast. Ma, dalla buca, la disciplinata musica resta indietro rispetto al tripudio di immagini, ricordi, flash-back (il padre di Odabella assassinato in video, che ritorna in palco e porta simboli religiosi, è strepitoso), cinematografia (Visconti, Cavani), colori (dal bianco e nero da film, a Raffaello che prende vita nell’apparizione del Papa (e quanto definitivamente incongruo Paolo Isotta che ha scritto boiate senza sapere…), nel cavallo nero di Attila e nel cavallo bianco del Pontefice Leone, perfetti segnali scenici e segni di passione del regista, che ci consegna, dall’inizio al termine, fino all’ineluttabile bagno di sangue del cattivo-buono Attila, uno spettacolo fascinoso e appassionante.
    Il cast: Abradzakov-Attila è già storia ed è attualità nella bellezza del canto e nell’autorevolezza d’immagine e recitazione. Sartori-Foresto è una certezza di professionalità. Odabella-Hernandez un (finalmente!) atto di coraggio premiato della Scala, scommessa vinta su una voce (timbro particolare, d’un genere che ci affascina) e un temperamento, fuori da schemi e da consuetudini. Petean porta a casa Ezio (ma Simone Piazzola, a Bologna con la travolgente direzione di Michele Mariotti, era un’altra cosa…) anche se Chailly gli rende pesante anziché volatile la cabaletta, costringendolo a forzare.
    Inaugurazione di gran tono (e bravo e patriottico il pubblico della prima, ma: se al posto del Presidente Mattarella giustamente ovazionato si fossero presentati, in coppia, Salvini e Di Maio, come avrebbero reagito platea, palchi e gallerie? Ci meditino, Toto e Tata). Riccardo Chailly non ci sembra aver pareggiato il suo top-inaugurale (Giovanna d’Arco) ma si sente che ce l’ha messa tutta. E Davide Livermore ha dato all’esito una marcia in più.

    marco vizzardelli

  11. der rote Falke dicembre 13, 2018 a 11:24 pm #

    io dico solo:

    prime quattro inaugurazioni di Muti: Nabucco, Don Giovanni, Guglielmo Tell, I vespri siciliani
    prime quattro inaugurazioni di Chailly: Giovanna D’Arco, Madama Butterfly, Andrea Chénier, Attila

    scusate, c’è un abisso.

    • Luisa Casternati dicembre 14, 2018 a 6:12 pm #

      Sono d’accordo, certamente , ma mi impressiona ancor più la quantità di biglietti invenduti per le repliche di questa opera inaugurale. Si può disquisire quanto si vuole su Attila, si può fare tutta la propaganda mediatica, ma poi la gente non ci va comunque.

  12. marco vizzardelli dicembre 17, 2018 a 2:49 pm #

    Riassunto (mio) delle tre inaugurazioni verdiane in tre grandi teatri italiani.
    ——————————————————————————————————
    a) bravi tutti e tre i teatri. In Macbeth, in Attila, in Rigoletto, si è comunque fatto ottimo servizio a Verdi, con tre proposte di alto livello. Ancor più bravi saranno i nostri teatri se, in futuro, per le loro inaugurazioni, torneranno ad accorgersi che esistono Wagner, o Strauss, o Debussy, o altri autori e opere non necessariamente brevi, o non necessariamente italiane, o non necessariamente Verdi. Anche se tutti lo amiamo fin nel profondo del cuore.
    b) singolarmente:
    – La Fenice ci ha dato l’esito più folgorante e compiuto. Il Macbeth Chung-Michieletto, genio più genio più genio (autore, direttore, regista) è stato una folgore, nel porsi come un esito totale (podio e scena) che cambia parametri di ascolto e fruizione di un titolo noto. Lode anche a Luca Salsi-Macbeth per intensità e aderenza al progetto musicale-scenico
    – Lo stesso è accaduto all’Opera di Roma, ma solo per quanto riguarda la direzione di Daniele Gatti e l’adesione di cast (Frontali e Oropesa su tutti) ad un Rigoletto ripensato dalla parte di Verdi, sommo drammaturgo. Comunque impensabile tornare, dopo, a vecchie cattive abitudini. Purtroppo, lo spettacolo di Daniele Abbado, pur lodevolmente “nella musica”, è rimasto indietro rispetto al coraggio radicale dell’impostazione musicale.
    – La Scala ci ha dato un sontuoso, geniale, avvincente, allestimento scenico di Attila. Un ottimo lavoro di Davide Livermore (ma Tamerlano resta il suo top a Milano), anche astuto nel venire incontro, pur rimanendo se stesso, ai “timori” di una dirigenza che “vuol piacere” ad un pubblico dall’ardua ricettività. Livermore è autore di spettacoli (Otello di Verdi) che forse alla Scala non “passerebbero” tanto facilmente. La Scala attuale è un luogo che… impone dei limiti: chi li supera (es. il formidabile Tcherniakov di una bistrattata e non capìta, dai milanesi, Traviata) viene punito dall’establishment, ed è un peccato e, appunto, un limite. Ma l’Attila di Livermore resta negli occhi, e andrebbe portato in tourneè. Abbiamo avuto un cast eccellente, capeggiato dal memorabile Abradzakov-Attila, con la scoperta milanese (chi l’aveva ascoltata in Gioconda già sapeva) dell’affascinante vocalità di Sajoa Hernandez-Odabella. E un podio, Riccardo Chailly, curatissimo ma molto “di testa”, forse un po’ fermo allo studio e alla lettera, coerente ma un po’ punitivo nella spianatura (cabalette) di tutto ciò che rende fascinosamente “iniziale” il Verdi giovane. E, rispetto a Chung e Gatti, meno “definitivo” e dirompente nella resa interpretativa. Ciò che, restando ad anni recenti, nel titolo-Attila, aveva invece caratterizzato, due stagioni or sono a Bologna (pur con allestimento discutibile) l’impressionante lettura e direzione di Michele Mariotti. Quella, sì, dirompente e definitiva.

    marco vizzardelli

    P.s. Manca, ahimè, all’elenco, un mio riscontro su Otello in scena in questi giorni a Monaco di Baviera, chi lo ha ascoltato è stato sconvolto dalla direzione di Kirill Petrenko

  13. marco vizzardelli dicembre 17, 2018 a 3:03 pm #

    VERSIONE CORRETTA
    ———————————–

    Riassunto (mio) delle tre inaugurazioni verdiane in tre grandi teatri italiani.

    a) bravi tutti e tre i teatri. In Macbeth, in Attila, in Rigoletto, si è comunque fatto ottimo servizio a Verdi, con tre proposte di alto livello. Ancor più bravi saranno i nostri teatri se, in futuro, per le loro inaugurazioni, torneranno ad accorgersi che esistono Wagner, o Strauss, o Debussy, o altri autori e opere non necessariamente brevi, o non necessariamente italiane, o non necessariamente Verdi. Anche se tutti lo amiamo fin nel profondo del cuore.
    b) singolarmente:
    – La Fenice ci ha dato l’esito più folgorante e compiuto. Il Macbeth Chung-Michieletto, genio più genio più genio (autore, direttore, regista) è stato una folgore, nel porsi come un esito totale (podio e scena) che cambia parametri di ascolto e fruizione di un titolo noto. Lode anche a Luca Salsi-Macbeth per intensità e aderenza al progetto musicale-scenico
    – Lo stesso è accaduto all’Opera di Roma, ma solo per quanto riguarda la direzione di Daniele Gatti e l’adesione di cast (Frontali e Oropesa su tutti) ad un Rigoletto ripensato dalla parte di Verdi, sommo drammaturgo. Comunque impensabile tornare, dopo, a vecchie cattive abitudini. Purtroppo, lo spettacolo di Daniele Abbado, pur lodevolmente “nella musica”, è rimasto indietro rispetto al coraggio radicale dell’impostazione musicale.
    – La Scala ci ha dato un sontuoso, geniale, avvincente, allestimento scenico di Attila. Un ottimo lavoro di Davide Livermore (ma Tamerlano resta il suo top a Milano), anche astuto nel venire incontro, pur rimanendo se stesso, ai “timori” di una dirigenza che “vuol piacere” ad un pubblico dall’ardua ricettività. Livermore è autore di spettacoli (Otello di Verdi) che forse alla Scala non “passerebbero” tanto facilmente. La Scala attuale è un luogo che… impone dei limiti: chi li supera (es. il formidabile Tcherniakov di una intelligentissima, ma bistrattata e non capìta dai milanesi, Traviata) viene punito dall’establishment, ed è un peccato e, appunto, un limite. Ma l’Attila di Livermore resta negli occhi, e andrebbe portato in tourneè. Abbiamo avuto un cast eccellente, capeggiato dal memorabile Abradzakov-Attila, con la scoperta milanese (chi l’aveva ascoltata in Gioconda già sapeva) dell’affascinante vocalità di Sajoa Hernandez-Odabella. E un podio, Riccardo Chailly, curatissimo ma molto “di testa”, forse un po’ fermo allo studio e alla lettera, coerente ma un po’ punitivo nella spianatura (cabalette) di tutto ciò che rende fascinosamente “iniziale” il Verdi giovane. E, rispetto a Chung e Gatti, meno “definitivo” e dirompente nella resa interpretativa. Ciò che, restando ad anni recenti, nel titolo-Attila, aveva invece caratterizzato, due stagioni or sono a Bologna (pur con allestimento discutibile) l’impressionante lettura e direzione di Michele Mariotti. Quella, sì, dirompente e definitiva.

    marco vizzardelli

  14. marco vizzardelli gennaio 3, 2019 a 10:12 am #

    SALONEN 30, 31 dicembre. GATTI 1 gennaio. CAPODANNO A FIRENZE
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    Passa agli annali di coloro che, da esecutori o da ascoltatori, l’hanno vissuta, la tre giorni trascorsa a Firenze a cavallo dell’Anno Vecchio e del Nuovo.
    Si deve esser grati due volte al Maggio Fiorentino: per aver chiamato Esa Pekka Salonen al locale Teatro a dirigere l’orchestra del maggio in un programma favoloso, il 30 ed il 31 dicembre. E per l’ospitalità offerta alla Scuola di Fiesole per il tradizionale Concerto del Primo dell’Anno, tenuto dalla Orchestra Giovanile Italiana preparata (in 4 giorni intensi d’incontro e prove) e diretta da Daniele Gatti.
    E a Salonen ha da esser grata l’orchestra del Maggio. Daphnis et Chloe di Ravel, Pollux dello stesso Salonen e il Sacre du Printemps di stravinsky sono state le tre tappe, percorse in entrambi gli ultimi giorni del 2018, nei quali davanti ad un pubblico in letterale estasi, Salonen ha “fatto propria” l’orchestra, insufflandole quel “rapporto con il suono” che fa dell'”enome” Maestro finlandese un unicum nel panorama direttoriale mondiale. “Rapporto con il suono”, così come lo si è ascoltato da Salonen in tutto il programma eseguito – e come lo si ascolta da… tutta la carriera del sempre-giovane musicista finnico, eternamente adolescenziale nello scatto fisico della figura, che ha, ad avviso di chi scrive, un solo precedente storico: non tanto il pur ammirevole senso della struttura ereditato dal pur grande Boulez (un aspetto che Salonen, a sessant’anni – che paion 35!- ha ormai trasceso in felice libertà di tempi e dinamiche) ma la capacità di farsi uomo-suono che è stata di Herbert Von Karajan, e di nessun altro – se non oggi, proprio Salonen, allo stesso livello di osmosi , emanazione del suono stesso.
    Detto, questo, si immagini cosa è sortita l’esecuzione del meraviglioso balletto integrale Daphnis et Chloé. In tutta serenità, e con il suo gesto bellissimo a vedersi, Salonen si è concesso, pur ad un livello esecutivo già formidabile, la prima serata, il giorno 30 alle 20, per sistemare due o tre dettagli in orchestra (es.nella parte iniziale c’è un passaggio in salita all’acuto del corno, ripetuta due volte, che Ravel ha oggettivamente scritto ai limiti fisici dello strumento, non è più la nota di un corno, ma il sovracuto d’un soprano leggero: il 31 l’esecuzione del passaggio era perfetta). Ma il rito del suono c’era già tutto dalla prima volta, fatto proprio in maniera esaltante (per loro stessi, e per chi ha ascoltato) dall’orchestra e dal coro: dall’inverosimile pianissimo iniziale alle liquescenze del Lever du Jour fino al selvaggio “finale a singulto” (coro pazzesco, qui!) della conclusiva Danse Gènèrale.
    La prima esecuzione italiana di Pollux, nella “ritualità” tematica concepita dall’autore-direttore, si è perfettamente inserito nel programma: composto (lo spiegava lo stesso Salonen in una spiritosissima ed intelligente nota lasciata sul programma) “sul ritmo di un mantra che ho ascoltato qualche mese fa durante il pranzo in un ristorante nell’11° arrondissement di Parigi” eseguito da una banda post-grunge, e trascritto su un tovagliolo di carta(!), il lavoro, testimoniando il talento del Salonen-compositore (lui “è” un compositore che dirige) avrà, pare, un seguito logico in un Castor tanto estroverso quanto il”fratello” in musica è misterioso e rituale.
    Il Sacre di Stravinsky è, fin dagli anni giovanili trascorsi a Los Angeles, il capolavoro (di suo, e nella lettura) identificativo di Salonen. Mai – e qui davvero siamo all’assoluto – è esistito interprete in grado di riprodurne, oggi per noi, l’urto di novità che lasciò basiti gli ascoltatori alla famosa prima esecuzione. E’ una questione di ritmi, sì, ma ancora una volta, di suono: inaudita profondità di suono. Con la sua Philarmonia, Salonen l’ha eseguito, per anni, su tempi travolgenti. Ora va oltre: scava nel suono fino a farlo provenire “dal cuore della terra”: ed è un suono che lascia attoniti. Vale citare, in tutta semplicità, la frase uscita identica da diversi ascoltatori. Avevamo alle nostre spalle alcuni studenti di Fiesole e in altra parte della sala gruppi di concoscenti venuti da Milano, e poi ascoltatori locali: “Mai sentito il Sacre così” era la frase di tutti. Sì, mai – e per davvero – il capolavoro ha trovato identificazione interpretativa portata a tal punto. Va da sé che le due serate segnano, crediamo, per l’Orchestra (e il coro) del Maggio Fiorentino un momento da passare agli annali dell’istituzione e dei suoi complessi: una soddisfazione incomparabile, siamo certi, mostrarsi al pubblico in tale splendore. A nostra memoria, mai abbiamo ascoltato da un’orchestra italiana i suoni ed “il suono” sortito in questi giorni nell’evocazione di Salonen perfettamente fatta propria dai complessi fiorentini. Bravi, strabravi. E sarebbe bene che il messaggio passasse là dove l’esistenza quotidiana di questi meravigliosi complessi è resa storicamente difficile da governanti miopi, di qualunque colore… Biosognerebbe rendersi conto di che patrimonio siano, le nostre orchestre, i nostri cori.
    E patrimonio è la giovinezza meravigliosa dei ragazzi di Fiesole, l’Orchestra Giovanile Italiana con la quale Daniele Gatti ha instaurato, e mandato “in concerto”, un rapporto di commovente scambio reciproco, la loro freschezza e il magistero di lui unitisi nella magnifica esecuzione del breve (era come un “brindisi italiano”) ma intensissimo programma eseguito,sempre all’Opera fiorentina, la mattina di Capodanno: Italiana di Mendelssohn (un antico amore di Gatti, che vi scova sempre nuove inquietudini romantiche assieme alla classica bellezza), una sbalorditiva, da parte dei ragazzi, esecuzione delle Fontane di Roma – acqua e mito che parevano plasticamente realizzarsi, lì, sul momento (invece frutto di lavoro e di prove). E la sinfonia dai Vespri Siciliani che accende il desiderio di ascoltare il Maestro milanese nell’intera opera. Apriva il cuore guardare i ragazzi, sotto il gesto del direttore, mentre li si ascoltava. Andrebbero citati tutti – tutti quegli occhi, quella passione fisicamente evidente. Ma, se di occhi e passione parliamo, è impossibile non nominare l’incredibile “spalla”, Michele Pierattelli crediamo il nome (sembra, per dare idea, l’alter ego italiano del primo violino biondo dei russi di Currentzis) da brivido nella fisicità dell’espressione ( e nel suono limipidissimo sortito in particolare in Respighi) e nelle lacrime conclusive di commozione, reazione alle pacche ricevute da colleghi e direttore: simbolo d’un programma allestito ed eseguito in comunione di spirito, davanti ad una platea di nuovo affollatissima e festante. Fuori, la Firenze di Capodanno è stata, per i tre giorni, uno splendore di sole, azzurro e di tinte riflesse nell’Arno. Dentro, il teatro scintillava di tutti i colori della grande musica. Chi c’era e ha vissuto può confermare, e non dimenticherà.

    marco vizzardelli

    • der rote Falke gennaio 3, 2019 a 6:03 pm #

      condivido totalmente il giudizio di Marco. ero in sala il 31 sera e l’1 mattina.
      Firenze capitale mondiale del capodanno 2019, decisamente!

  15. Massimiliano Vono gennaio 9, 2019 a 9:43 pm #

    Ero indeciso se scrivere lungamente di questi Attila oppure brevemente. Opto per la seconda opzione, non perché l’interpretazione non meriti un discorso articolato, ma esclusivamente per motivi di tempo. Parto, naturalmente, da Chailly che confeziona un Attila eseguito in maniera esemplare, con equilibri Orchestra/palcoscenico perfetti. Tuttavia il peso sonoro, l’ampiezza retorica della frase musicale, l’assenza del “fuoco” intimamente connaturato a Verdi e la smaccata propensione ad un’oratoria altisonante e pomposa a nocumento del ritmo e dell’effusività a mio parere snaturano l’opera, per il semplice e banale fatto che Attila non è Simon Boccanegra e nemmeno Don Carlos. Il Papà non è il Grande Inquisitore ed il protagonista non è Filippo II. Che Chailly voglia suggerirci una futura parentela dei personaggi è qualcosa che afferisce più una sua speculazione che la realtà delle cose e interessa molto relativamente. L’operazione pare ambiziosa e anche vana, seppur realizzata con acribia, indubbia scienza e massima riuscita artistica. Per me l’Attila idiomatico resta quello reperibile su YouTube di Modena con la direzione di Will Humburg: fuoco, pathos, impeto verdiano hic et nunc AD 1846.
    Nella recita di ieri sera tutti i cantanti sono stati eccezionali chiudendo in souplesse le recite, mentre lo spettacolo si conferma il capolavoro intuito dalle riprese televisive, prima autentica “grande regia di Sant’Ambrogio” dell’era Pereira/Chailly.
    Saluti

    -MV

  16. marco vizzardelli gennaio 10, 2019 a 9:33 am #

    Eccolo qui. Questo grandissimo, e misconosciuto, direttore verdiano, eseguiva (con un’orchestra non pari a quella della Scala) Attila come un’opera del primo Verdi, senza fare volgare zumpappà, ma, anzi, accentando, dando fuoco là dove occorre, staccando le cabalette e fraseggiando. Non, spianando la musica e appesantendo suono e frase fino a postdatare Attila o brucknerizzare Verdi: questo, a mio avviso, il limite di Chailly

    marco vizzardelli

  17. marco vizzardelli gennaio 12, 2019 a 4:34 am #

    LA TRAVIATA (in attesa del relativo spazio)
    ———————————————————–
    Quasi ingiudicabile a questo stadio di non preparazione. Forse alla quarta replica si ascolterà qualcosa. Ma non so se torno, dopo aver abbandonato il campo prima della fine.

    Al momento, Chung pigola con l’orchestra non in sincrono con il palco per tutto il primo atto. Quanto hanno provato? Rebeca frigna parecchio poi arriva in percepibile panico a finale atto “il mio pensier, il mio pensier umamma che faccio col sovracuto: lo piglio non lo piglio lo piglio non lo piglio” e all’ultimo istante… resta giù. Quanto ha provato? In seguito Nucci le parla (letteralmente) nel duetto, poi “Amami Alfredo” esce più o meno con l’intensità della lista della spesa, con l’orchestra che allarga ma di nuovo perde sincronia. Bene sempre Meli, sembra agire, bene, in un mondo a parte. Allestimento Cavani invecchia di dieci anni ad ogni ripresa. Fine, per ora.

    E’ Chung che è stato molto preso a Venezia nel periodo o è l’orchestra che (ne La Traviata?) necessitava di prove?
    Ai posteri il responso… ma non è così interessante, dopo tutto. Chissenefrega, sostanzialmente. I turisti applaudono.

    marco vizzardelli

  18. marco vizzardelli gennaio 12, 2019 a 4:41 am #

    ERRATA KORRIGE
    —————————-

    Rebeka. Con la K.
    Ma sostanzialmente, kissenefrega.

    marco vizzardelli

  19. marco vizzardelli gennaio 12, 2019 a 5:56 am #

    Avevamo lasciato Chung, a Venezia, nell’esaltante esperienza di un nuovo Macbeth di esito straordinario, nell’allestimento e nella direzione. Ritrovarlo qui, usato come un routinier nella ripresa, con cast alquanto “misto”, di un polveroso allestimento de La Traviata rimesso su un po’ in fretta e furia, è uno spreco, per lui e per il teatro, se si pensa al rapporto pluriennale e fecondo che lo lega alla Scala. A Milano, il grande Chung merita un Sant’Ambrogio tutto suo. Non riprese così così di vecchi allestimenti non nati con lui.

    marco vizzardelli

  20. Luisa Casternati gennaio 12, 2019 a 7:32 am #

    Direi la peggiore esecuzione di Traviata in Italia degli ultimi venti anni. Chung che non riesce a tenere insieme manco l’orchestra, figurarsi buca e palcoscenico. Coro in versione disarmo. Solisti ognuno a modo suo: Rebeka ansiogena, Meli superficiale, Nucci vociferante. L’allestimento è sempre più brutto. Unico punto splendente: il Gastone di Riccardo Della Sciucca, talmente bravo che sembrava provenire dal pianeta Urano.

  21. der rote Falke gennaio 12, 2019 a 12:19 pm #

    DANIELE GATTI A SANTA CECILIA: WAGNER E MAHLER

    Quando il massimo direttore italiano vivente incontra la massima orchestra sinfonica italiana l’aspettativa è giocoforza molto alta.
    Ma l’esito di giovedì sera supera di gran lunga il concetto di concerto e si pone nella categoria dell’evento.
    Un Idillio wagneriano iniziato in maniera quasi esitante, come per non disturbare un bambino che sta giacendo dormiente nella culla, e che via via monta con un entusiasmo diresti allo stesso tempo intenso e discreto. C’è molto di più che la descrizione di un amore coniugale (stile “Intermezzo” di Richard Strauss); c’è l’inveramento di un rapporto amoroso che non può fare a meno del contrasto per sviluppare il proprio erotismo (esattamente come in quel capolavoro assoluto che è “Trouble in Tahiti” di Leonard Bernstein). Una prova incandescente! Occhio, poi, alla prova cronometro: alla vista e all’udito la lettura di Gatti è scorrevolissima, se però si guarda l’orologio ci si accorge che è una versione che dura alcuni minuti in più della media delle registrazioni discografiche più note. Ennesimo miracolo di chi sa sospendere drammaturgicamente il tempo reale introducendoci in un tempo esecutivo altro.
    Quanto alla Quarta – detto subito che la soprano ha una voce apparentemente inadeguata per esprimere ciò che Gatti ha in mente, e che quindi il quarto movimento lascia una strana impressione – mai e dico mai la cattiveria che Mahler vi dipinge è uscita in modo tanto intenso. Gatti ricerca per tutto il primo tempo l’antipatia di certi particolari; ti verrebbe da alzarti e dirgli: “Maestro, ma perché vuole disturbarci sottolineando cose che gli altri direttori mettano tra parentesi? Co lasci gustare la nostra consueta marmellatina dolce e saporosa!”. E invece ha ragione Gatti, perché se c’è una partitura finta essa è proprio la Quarta di Mahler. Ce ne si accorge ancor di più nel secondo movimento eseguito dall’orchestra con una bravura eccelsa, primo fra tutti il primo violino demoniaco di Carlo Parazzoli che firma una prestazione francamente pazzesca. Il terzo movimento commuove nel suo essere un continuum sempre mutevole, diresti, celentianamente, una carezza in un pugno.
    Un solo appunto di tipo organizzativo. È tale il livello esecutivo e la tensione che ne deriva nell’ascoltatore che avrei preferito che tra i due brani vi fosse il consueto intervallo, per distanziare due letture magnifiche e soggioganti.
    Successo clamoroso già dopo Wagner, ovazioni grate e sincere dopo Mahler.
    Si esce dalla sala profondamente interrogati.
    Daniele Gatti ogni volta più geniale, Orchestra di Santa Cecilia sempre più a livelli mondiali.

  22. marco vizzardelli gennaio 13, 2019 a 11:00 pm #

    Io a Santa Cecilia sono andato sabato.
    Un mio ottimo conoscente, su altro forum, ha usato “mare di densità” per identificare l’ascolto di questa Quarta di Mahler: è un termine bello e giusto, cui però va aggiunta la magistrale leggerezza di suono (Santa Cecilia orchestra qui al di sopra di ogni aggettivo) e la trasparenza di concertazione nella quale i quattro movimenti diventano quattro per quattro o molti di più, perché tutto si muove, nel continuo inseguirsi ed ascoltarsi e allontanarsi e ritrovarsi a vicenda delle sezioni d’orchestra, che è il segreto dell’orchestrazione mahleriana. Una grande orchestra che suona come un quartetto, un complesso da camera. Come in un quadro di Klimt (la pazzesca apparizione finale del soprano, issata a picco sull’orchestra, è questo!) nel quale un frammento di immagine ne nasconde sempre un altro. Son stati mesi fortunati, per l’ascolto della Quarta di Mahler, in Italia (da Ivan Fischer a Currentzis). Qui siamo, appunto andati “oltre”. Ho parlato, dopo, con diversi orchestrali, dal primo violino Parazzoli (quel secondo movimento!) ad altri. Loro, e lo stesso Dall’Ongaro e diversi altri erano – come ne son sortito io – sconvolti. Mahler “fatto così” sconvolge. Si apre un mondo e un’epoca, che è allo stesso tempo la sua (la conoscenza e appropriazione del suono, della luce, e del mondo viennese da parte di Gatti sbalordisce) e la nostra (Gatti butta tutto se stesso e tutti noi in questa musica, lasciandoci sgomenti). Non sono fisicamente in grado di dirvi cosa è stata, sabato, con Daniele Gatti e Santa Cecilia, la “chiusa” del primo movimento della Quarta. Lì, c’era tutto.

    marco vizzardelli

  23. MARIA TERESA CASTELLI gennaio 20, 2019 a 11:51 am #

    Ero presente anch’io sabato 12 Gennaio a Santa Cecilia. Concerto davvero superlativo! Un’esecuzione essenziale, limpida, perfetta e, allo stesso tempo, carica di tensione e bellezza. Mahler “fatto così” davvero sconvolge. Bravissima l’orchestra e magistrale la direzione del Maestro Gatti. Ennesima conferma che è il NUMERO UNO. Ho avuto la fortuna di replicare mercoledì sera a Reggio Emilia. MCO/ Seconda e Quarta di Schumann/ Daniele Gatti. Altro bellissimo concerto, una di quelle serate che rimangono scolpite nella mente. Come “Rigoletto” a Dicembre al Teatro dell’Opera.

    MARIA TERESA CASTELLI

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