ELEKTRA

5 Nov

Dal 4 al 29 Novembre 2018
Richard Strauss
Durata spettacolo: 1 ora e 45 minuti

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione Teatro alla Scala in coproduzione con Festival d’Aix en Provence; Metropolitan Opera, New York; Finnish National Opera, Helsinki; Staatsoper Unter den Linden, Berlin; Gran Teatre del Liceu, Barcelona

 

 

 

 

 

 

Direttore Christoph von Dohnányi
Regia Patrice Chéreau
Regia ripresa da Peter McClintock
Scene Richard Peduzzi
Costumi Caroline De Vivaise
Luci Dominique Bruguière
riprese da Marco Filibeck

CAST
Klytaemnestra Waltraud Meier
Elektra Ricarda Merbeth
Chysothemis Regine Hangler
Aegisth Roberto Saccà
Orest Michael Volle
Der Pfleger des Orest Frank van Hove
Die erste Magd Bonita Hyman
Die zweite Magd/Die Schleppträgerin Judit Kutasi
Die dritte Magd Violetta Radomirska
Die vierte Magd Anna Samuil
Die fünfte Magd Roberta Alexander
Die Aufseherin/Die Vertraute Renate Behle
Ein junger Diener Michael Laurenz
Ein alter Diener Ernesto Panariello

L’OPERA IN POCHE RIGHE

Nel 2013 Patrice Chéreau firmava la sua ultima regia: Elektra di Strauss, una coproduzione tra la Scala e alcuni dei più importanti teatri internazionali. Uno dei maggiori registi del secondo Novecento concludeva una parabola artistica che proprio a Milano, con Strehler al Piccolo Teatro, aveva mosso i primi passi e che negli ultimi anni aveva portato alla Scala spettacoli indimenticabili come Tristan und Isolde e Da una casa di morti. Quell’ultima Elektra tesa, essenziale nelle scene rigorose di Richard Peduzzi, torna in scena con una veste musicale adeguata: il grande Christoph von Dohnányi dirige di nuovo un’opera alla Scala, dove mancava dal Moses und Aron del 1977, mentre nelle parti principali appaiono Ricarda Merbeth, Waltraud Meier e Michael Volle.

nov0405

4 Risposte to “ELEKTRA”

  1. marco vizzardelli novembre 14, 2018 a 2:46 pm #

    KURTAG

    Allora: sarà un capolavoro e me lo auguro. Ma il battage pubblicitario è al limite del grottesco. Abbiamo sui manifesti-Scala una dichiarazione firmata dal devòto Enrico Girardi in cui siamo informati che si tratta di un capolavoro che cambierà la Storia della Musica. Ancora PRIMA che vada in scena. E’ un po’ troppo. Solito metodo-Scala ma qui stiamo andando oltre. Tutto l’establishment musicale convocato, ma può darsi ci saranno solo loro: Pollini che saluta Chailly che saluta la Moreni che saluta il critico del Corriere che saluta il critico de La Repubblica che saluta il critico di Libero che saluta il critico de Il Giornale che saluta il critico de Il Giorno che saluta il critico de La Stampa che saluta il critico di CD Classic che saluta il Direttore del Conservatorio che saluta il Direttore di Milano Musica che saluta Sgarbi cui frega un beato cavolo che saluta mia nonna, mia zia e mia sorella. L’andazzo preventivo, purtroppo, è questo. Di per se stesso, suggerirebbe una BUATA STORICA, non tanto all’opera (finché non è ascoltata, non PRIMA), ma al sistèma. Possibile che la Scala non cresca mai, lasciando che le cose vadano come vadano, secondo merito non secondo battage del consenso.
    Ciò precede i mirabili funambolismi “critici” con i quali un titolo totalmente insignificante, e di ripiego (dovevano essere Vespri Siciliani) quale Attila verrà gabellato dai baciapile come degno di aprire la stagione 18-19. In omaggio ai bisogni del direttore musicale. Non ho parole, anzi ne ho eccome, da tempo.

    marco vizzardelli

  2. bimba dagli occhi pieni di malia novembre 15, 2018 a 11:09 am #

    quoto al 100% quel che dice Marco.

    aggiungo che con tutto il repertorio che Pereira/Chailly ignorano nella loro programmazione, presentare una prima assoluta è demenziale artisticamente ed economicamente irresponsabile.

  3. marco vizzardelli novembre 15, 2018 a 12:38 pm #

    Elektra Salonen-Cherau, Tristan und Isolde Barenboim-Cherau, Les Troyens Pappano-Mc Vicar furono tre capisaldi che qualificarono la visione del grande sovrintendente Staphane Lissner (sì, grande, è ora di riconoscerlo, retrospettivamente, alla luce dell’attualità) di un Teatro Alla Scala proiettato in Europa e nel mondo. In realtà a quesdti tre titoli andrebbe aggiunta La Traviata Gatti-Tcherniakov, misconosciuta per volontà dì establishment ma straordinaria per novità di concezione, buttata via dall’attuale dirigenza a favore del conciliante bric-a-brac dell’ormai trito allestimento di Liliana Cavani.
    E’ la Scala di adesso. Infatti, quella che, nella volontà di Lissner, pienamente attuata da Salonen con Cherau, era “l’Elektra del nostro tempo” è diventata, nella ripresa affidata a Markus Stenz (l’anziano titolare del podio “è stato ammalato” dopo la prima), una delle tante buone Elektre ascoltabili in qualunque teatro tedesco di provincia. Con il suo bel lirismo nella oarte del riconoscimento di Oreste, con il suo bel baccanone conclusivo, che tuttavia non decolla. E’ una Elektra da cui si esce freddi, si raggela perfino il merviglioso spettacolo di Cherau nonostante gli encomiabili sfrozi scenici dei protagonisti.
    La Merbeth urla molto la sua parte e ha una perenne oscillazione nella voce, dall’inizio alla fine: monocromatica, nell’intento di acchiappare il ruolo. Alla fine ingenera una forte sensazione di monotonia espressiva. A Waltraud Meier resta l’autorità scenica, ma il ruolo di Clitennestra mette a nudo (da mezzosoprano che ha cantato da soprano, avvenne lo stesso all’ultima Verrett in Carmen alla Scala) ciò che nella voce non c’è più, i centri, ridotti ad un parlato (non tanto gli acuti, che permangono): rimane l’icona di se stessa. Volle è o.k., gli altri e altre più o meno.
    Orchestra così così ieri sera (mercoledì): ottoni a volte laceranti, e, stranamente, anche archi un po’ fibrosi. Niente di grave, ma nell’occasione non splende.
    Se da un Elektra non si esce stravolti, sconvolti, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E’ questo il caso. Il fenomenale dialogo di tensioni Salonen-Cherau non c’è più. Apparteneva ad un’altra Scala.

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli novembre 15, 2018 a 12:39 pm #

    Elektra Salonen-Cherau, Tristan und Isolde Barenboim-Cherau, Les Troyens Pappano-Mc Vicar furono tre capisaldi che qualificarono la visione del grande sovrintendente Stephane Lissner (sì, grande, è ora di riconoscerlo, retrospettivamente, alla luce dell’attualità) di un Teatro Alla Scala proiettato in Europa e nel mondo. In realtà a quesdti tre titoli andrebbe aggiunta La Traviata Gatti-Tcherniakov, misconosciuta per volontà dì establishment ma straordinaria per novità di concezione, buttata via dall’attuale dirigenza a favore del conciliante bric-a-brac dell’ormai trito allestimento di Liliana Cavani.
    E’ la Scala di adesso. Infatti, quella che, nella volontà di Lissner, pienamente attuata da Salonen con Cherau, era “l’Elektra del nostro tempo” è diventata, nella ripresa affidata a Markus Stenz (l’anziano titolare del podio “è stato ammalato” dopo la prima), una delle tante buone Elektre ascoltabili in qualunque teatro tedesco di provincia. Con il suo bel lirismo nella oarte del riconoscimento di Oreste, con il suo bel baccanone conclusivo, che tuttavia non decolla. E’ una Elektra da cui si esce freddi, si raggela perfino il merviglioso spettacolo di Cherau nonostante gli encomiabili sfrozi scenici dei protagonisti.
    La Merbeth urla molto la sua parte e ha una perenne oscillazione nella voce, dall’inizio alla fine: monocromatica, nell’intento di acchiappare il ruolo. Alla fine ingenera una forte sensazione di monotonia espressiva. A Waltraud Meier resta l’autorità scenica, ma il ruolo di Clitennestra mette a nudo (da mezzosoprano che ha cantato da soprano, avvenne lo stesso all’ultima Verrett in Carmen alla Scala) ciò che nella voce non c’è più, i centri, ridotti ad un parlato (non tanto gli acuti, che permangono): rimane l’icona di se stessa. Volle è o.k., gli altri e altre più o meno.
    Orchestra così così ieri sera (mercoledì): ottoni a volte laceranti, e, stranamente, anche archi un po’ fibrosi. Niente di grave, ma nell’occasione non splende.
    Se da un Elektra non si esce stravolti, sconvolti, vuol dire che qualcosa non ha funzionato. E’ questo il caso. Il fenomenale dialogo di tensioni Salonen-Cherau non c’è più. Apparteneva ad un’altra Scala.

    marco vizzardelli

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