Filarmonica della Scala

16 Apr
16 aprile 2018
Milano, Teatro alla Scala
Direttore Teodor Currentzis
Musica Aeterna
Fortepiano Alexander Melnikov

Wolfang Amadeus Mozart

Le nozze di Figaro, ouverture  durata 4′

Ludwig van Beethoven

Concerto per pianoforte n.3 in do min.op.37
Sinfonia n.7  in la magg. op.92

 

Orchestra ospite della Stagione è Musica Aeterna, che debutta al Teatro alla Scala lunedì 16 aprile 2018 guidata dal suo Direttore Principale e fondatore Teodor Currentzis. Insieme alla sua orchestra, fondata nel 2004, Currentzis ha recentemente registrato le tre opere di Mozart su libretti di Da Ponte, restituendo un’interpretazione unica per le scelte stilistiche, orientate alla riscoperta dell’autentico linguaggio mozartiano, e per la dedizione degli artisti, che hanno vissuto isolati per quattro anni nella città russa di Perm in una comunità d’artista creata per il progetto. Il pianista russo Alexander Melnikov, altrettanto interessato a uno studio dell’esecuzione in prospettiva storica, debutta con il Terzo di Beethoven eseguito al fortepiano. Completano il programma l’Ouverture da Le nozze di Figaro e la Settima sinfonia di Beethoven.

33 Risposte to “Filarmonica della Scala”

  1. marco vizzardelli aprile 17, 2018 a 7:53 am #

    Straordinario l’mpatto dell’uragano Currentzis e dei suoi con il plantigrado, compassato pubblico della Filarmonica. Trionfone, discussioni a non finire, i babbioni e le Abelarde erano inizialmente sconvolti poi l’uragano li ha travolti!
    C’è bisogno di uragano, fra i mammouth Unicredit!

    marco vizzardelli

    • Livio Brambilla aprile 17, 2018 a 1:54 pm #

      Tutto vero.
      Ci fossero quotidianamente uragani così in questa rancida Scala di sciurette!
      Per punizione meriterebbero l’ascolto quotidiano forzato per venti volte di seguito (con cuffie al massimo del volume) del duetto “Vado, corro” dal Don Pasquale diretto orrendamente in questi giorni dal loro direttore musicale.

  2. Gabriele Baccalini aprile 17, 2018 a 10:21 am #

    Attilia, capisco che il copia\incolla è comodo, ma capita di copiare anche gli errori. Il Terzo di Beethoven è l’opus 37, anche se il sito della Filarmonica la pensa diversamente. Baci.
    Bacca

    • lavocedelloggione aprile 17, 2018 a 3:01 pm #

      Ho corretto, hai ragione! Nella fattispecie mi è sembrato così diverso che poteva anche non essere l’op 37!!!! (così faccio arrabbiare ancora di più il Vizzardelli!)

  3. Zio Yakusidé aprile 17, 2018 a 10:34 am #

    è demiurgo colui che dà il soffio vitale a una materia che preesiste a lui;
    e’ il primo pensiero sovvenuto all’uscita di questo bellissimo concerto.
    Quando i meravigliosi ragazzi che hanno preso posto sul palco producono suoni che cantano e questi suoni, passatemi il giuoco, sono incantevoli, ovvero chi li coglie non può distogliersi e ne viene afferrato e trattenuto, allora la musica può davvero dirsi – un
    corrispondente sonoro della vita emotiva (S. K. Langer).

  4. leopold aprile 17, 2018 a 10:47 am #

    Bel concerto per vedere Currentzis non di certo per ascoltare Beethoven e Mozart. Un bellissimo show. Un certo trasporto emotivo c’è e si sente ma sono molte le distonie: strumenti originali ma esecuzione assolutamente non filologica con tempi a dir poco soggettivi se non completamente re-inventati (specie nell’allegretto che di allegretto non ha più nulla). Due Beethoven completamente diversi come interpretazione senza capirne il perché visto che epoca storica e soggetto coincidono. Una bellissima superficie molto accattivante e sicuramente curata ma una totale assenza di profondità. Strana pure la trovata dei musicisti in piedi, molto rock come il direttore. Pubblico in realtà diviso con fischi e buu (come giustamente riporta l’articolo di oggi del Corriere della Sera).

  5. Zio Yakusidé aprile 17, 2018 a 11:38 am #

    paro paro dal Corriere:
    – la parte maggioritaria di platea e loggione che decreta un trionfo epocale; ma anche tante voci sciolte, che sommate fanno comunque opinione -.
    Leopold riporta correttamente per cortesia.

  6. Gabriele Baccalini aprile 17, 2018 a 12:40 pm #

    Dirò la mia.
    Il suono dell’orchestra è di una bellezza abbagliante e di uno strepitoso virtuosismo, che forse non diminuirebbe se suonassero la 7a seduti, ma questo è un problema loro.
    Sul taglio del concerto e sui due protagonisti il mio giudizio è più articolato.
    Melnichov, checché ne dica il Corriere, è un signor pianista, collaudato in tutte le più importanti sale da concerto. Ho trovato discutibile la scelta del fortepiano in un ambiente acusticamente refrattario come la Scala, tanto più in seguito alla sostituzione di Mozart con un Beethoven ormai della maturità. L’introduzione del Largo, vero cuore del Terzo, è riuscita con un suono magro e con una certa estenuazione nella scelta dei tempi.
    Lo stesso si può dire dell’Allegretto della Settima, che in effetti Allegretto non era, secondo una consolidata prassi da “marcia funebre”, che personalmente non condivido.
    Per il resto Currentzis, un po’ gigione nel bis delle Nozze, ha dimostrato una grande padronanza agogica e timbrica di fronte all’orchestra da lui fondata e plasmata, il che è un merito non da poco. L’unico suggerimento che gli darei è quello di tenere un po’ a freno il timpanista, che con i suoi colpi prevaricanti ha spesso trasformato “l’apoteosi della danza” in “apoteosi della “marcia”
    Comunque era un concerto da non perdere.

  7. lavocedelloggione aprile 17, 2018 a 12:54 pm #

    Bravo Bacca! Parola per parola concordo con la tua analisi! Attilia
    P.S. facci sapere anche cosa ne pensi della mia protesta per la storia della richiesta del documento solo ai loggionisti (vedi commento 3 nel post della Francesca da Rimini)

  8. leopold aprile 17, 2018 a 1:00 pm #

    Certo tante voci sciolte. Appunto tante, altrimenti il giornalista avrebbe scritto “poche voci sciolte”. Tante non sono poche

  9. Gabriele Baccalini aprile 17, 2018 a 1:40 pm #

    Tilla, non ti so dare una risposta esatta. A me hanno detto che i biglietti sono nominativi per tutti e che i documenti dovrebbero essere richiesti a tutti gli spettatori.
    Questo dopo il giro di vite in Biglietteria con il licenziamento per provata complicità con i bagarini di tre impiegati (un quarto è morto a 40 anni) e la sostituzione della responsabile.
    Che poi chiedano i documenti in platea è tutto da vedere. Patrizia ne sa sicuramente più di me.
    La mia discussione con le maschere e l’ispettore non è avvenuta in merito ai documenti, ma perché continua la pessina abitudine di far enrtrare persone dopo l’inizio della musica e far alzare le persone sedute con un trambusto inaccettabile. I ritardatari fatti sedere dalla maschera, in aperta violazione del regolamento di sala, sono poi spariti alla seconda parte del Don Pasquale.
    Gli ho detto in faccia che non sanno fare il loro mestiere, che la colpa non è delle maschere, ma dei loro capi che non glielo insegnano e che la Scala, altro che primo teatro del mondo, è diventata un Circo Barnum. L’ispettore ha soltanto belato che le maschere vengono cambiate ogni sei mesi (sottintendendo che non c’è il tempo di istruirle).

    • lavocedelloggione aprile 17, 2018 a 2:23 pm #

      Impossibile che i biglietti siano tutti nominali, o meglio lo sono in apparenza, ma visto che una persona con il proprio nome ne può comprare almeno due, su tutti gli altri posti che non siano i 140 di loggione, ci saranno almeno il 50% di individui seduti su un posto a nome di un’altra persona. E infatti nessuno controlla gli altri, tanto è vero che il teatro ha pensato bene di scrivere INGRESSI grosso come una cosa sul biglietto, così le mascherine se ne accorgono subito e non sbagliano obiettivo.
      Ad ogni modo il punto è che occorre ripensare alle cose quando ci si accorge che le misure adottate non sono più a misura della situazione e che non servono più ad ottenere il risultato voluto. Il risultato era quello di assicurare agli appassionati, che in passato erano sempre molto di più dell’offerta di posti, di accedere al teatro con questi famigerati posti ex in piedi venduti il giorno stesso, cosa per cui ho fatto le barricate, se ben ricordi. Nel momento in cui si vede che solo molto raramente la gente in coda supera i 140, si deve rivedere tutta la cosa a mio avviso. E’ inutile instaurare un sistema da Stasi che perciò stesso diventa odioso se lo scopo si raggiunge comunque, cioè l’accesso al teatro dei melomani e se per sovrappiù il problema del bagarinaggio resta, perché è evidente che si annida per il 90% sul resto dei biglietti!!! Nella fattispecie lunedì, prima della Francesca da Rimini, c’erano un mucchio di invenduti in tutti i settori, compresi i posti di loggione e io ho scelto un posto in prima fila di seconda galleria che ho visto libero in pianta, senza neppure accorgermi che era uno dei famigerati 140, me ne sono accorta dal prezzo un attimo dopo. Quindi lunedì nessuno avrebbe rubato il posto a un altro, che bisogno c’era di controllare i documenti? Nessuno! Attilia (Tilla)

  10. barbie aprile 17, 2018 a 1:48 pm #

    non presente al concerto in questione per assenza forzata da Milano.
    mi fanno ridere i pennivendoli e gli unicreditabbonati che elogiano le ciofeche chaillyane e si permettono di fare le pulci a un musicista vero sincero e dotato come Currentzis.
    il mondo scaligero va proprio alla rovescia…

    • Livio Brambilla aprile 17, 2018 a 1:50 pm #

      Brava Barbie, sottoscrivo. La Scala “scopre” Currentzis quando ormai sono dodici anni che è internazionalmente noto e apprezzato. Dirigenti e pubblico scaligeri arrivano sempre in ritardo, e in più con giudizi superciliosi da finti esperti. Che manica di cialtroni!

      • leopold aprile 17, 2018 a 2:34 pm #

        Fa davvero ridere chi dà dei superciliosi e conclude chiosando “manica di cialtroni”. Geniale. In realtà il miglior direttore alla Scala è sempre quello che non c’è. Un po’ come chi pensa chi il miglior giocatore sia quello che l’allenatore non ha fatto scendere in campo, o meglio, per una parte di spettatori-tifosi, il miglior direttore è quello lontano dal campo, meglio se molto lontano. Quando era Muti, il migliore era Abbado, quando Barenboim, Chailly, Chailly qualcun’altro. Così si sviluppa una sorta di innata coolness nel denigrare lo sfortunato di turno alla direzione stabile: fa molto più trendy. Ma è roba tipicamente italiana: lo si fa con la politica, con i governi, con tutto. Churchill stropiccerebbe il suo sigaro soddisfatto. Lo diceva da tempo. Oggi abbiamo pure il riferimento alle banche. Domani salterà fuori un altro luogo comune. Però ogni tanto sorridere è divertente, e seguire questi commenti, lo è ancora di più. Enjoy men!

  11. Gabriele Baccalini aprile 17, 2018 a 2:09 pm #

    Scopro adesso, dopo una più accurata consultazione del sito della Scala, che esistono due regolamenti diversi, uno nel testo denominato “Durante lo spettacolo”, che permette ai ritardatari di entrare nei palchi e nella seconda galleria (ma non di occupare i posti di galleria prima dell’intervallo). Il secondo invece, più correttamente denominato “Regolamento di sala” dice in modo tranchant che a spettacolo iniziato non si può entrare in sala.
    Ma che si mettano d’accordo tra di loro o che vaghen a ciapà di ratt, che fanno prima.

  12. lavocedelloggione aprile 17, 2018 a 3:24 pm #

    Riflettendo su quanto scritto da Leopold, anche a me sembra esagerato non certo l’entusiasmo incondizionato per una determinata esecuzione, solista, direttore, ensemble, orchestra che siano (anzi, bello essere entusiasti, vivaddio!), quanto l’esecrazione per chi non la pensa esattamente allo stesso modo e non si è esaltato del pari. Io ad esempio ho trovato originale e interesantissimo quasi tutto, anche se questo non contraddice per me l’opinione che ci sia anche del gigionesco, ma non il terzo concerto di Beethoven. La scelta del fortepiano e dell’organico ridotto (chissà poi perché per Beethoven e non per Mozart) ai miei orecchi ha sottratto troppo alla magnificenza del suono e della struttura dell’opera che ne viene sminuita, un po’ come chi, salutista, si fa una torta sostituendo alla farina bianca la farina integrale, il burro con lo yogurt magro, lo zucchero con un dolcificante e via dicendo. Certo c’è chi penserà che è buonissima, anche migliore della ricetta originale, ma io in questo caso scelgo l’originale (o almeno la versione consolidata dalla tradizione)! Se devo dire tutto di Currentzis mi ha più impressionato il Requiem di Mozart, diverso, anzi stravolto da quello che si ascolta di solito (tanto per dire penso alla versione di Karajan con i Wiener) ma davvero geniale, mi ha dato la scossa. Insomma è riuscito a rivoltarlo come si può rivoltare un vestito, ma il vestito è sempre quello, però rimesso a nuovo, pieno di una vitalità nuova e insospettata. Ecco, non ho trovato una forza rivoluzionaria di quel tipo nel concerto di ieri: sicuramente grande inventiva ed energia, ma non la svolta sulla strada di Damasco! Baci baci Attilia

    • Oronte aprile 17, 2018 a 6:49 pm #

      Riguardo al problema della richiesta di documenti confermo che vengono richiesto anche se acquisti una platea.
      Anche se il biglietto nominale è una prassi in voga anche all’ estero.
      Dica però la scala ‘se hanno licenziato quattro dipendenti come mai i soliti bagarini stazionano lo stesso fuori dalla scala con pacchi di biglietti.
      Da chi li prendono ?

      • lavocedelloggione aprile 17, 2018 a 7:03 pm #

        Il problema non è che vengano richiesti quando acquisti, che è quello che sta dicendo Oronte, se non ho capito male; il problema è che ti chiedano la carta di identità quando entri in sala, questo si configura legalmente come un sopruso, primo perché viene chiesto da personale che non è pubblico ufficiale, secondo perché l’obbligo anche di fronte a un pubblico ufficiale è di dichiarare la propria identità e non di mostrare il documento (in questo la cosa è molto anglosassone anche se siamo in Italia). Se il pubblico ufficiale poi ritiene che tu sia pericoloso per l’ordine pubblico, allora ti può invitare in questura per dirimere la questione. Figuriamoci quindi se possono chiederti i documenti delle maschere! All’acquisto tu accetti di esibire il documento come contratto per avere il biglietto, è ben diverso!
        Se invece Oronte voleva dire che gli è successo di venire richiesto di mostrare la propria carta di identità al momento di entrare in teatro, me ne stupisco in quanto dovrebbero esserci frotte di persone infuriate ogni sera costrette a lasciare il teatro, cosa che non ho mai visto accadere. E quando si acquistano due biglietti, cosa si fa allora? Si deve dichiarare chi è l’altro accompagnatore al momento della vendita? Ho comprato recentemente due biglietti del Fierrabras con il mio nome sopra ma nessuno mi ha chiesto chi verrà con me! Devo pensare che quel qualcuno possa essere cacciato dal teatro? No di sicuro! E allora?

  13. Oronte aprile 17, 2018 a 7:57 pm #

    Scusate. Non avevo capito che veniva richiesto all’ingresso in sala. Anche se devo dire che una volta a me è successo. Ma a Monaco di Baviera.
    A beyreuth invece succede abbastanza speso che i documenti vengano richiesti. Ma questa prassi è chiaramente indicata nel sito del teatro.
    Sul problema bagarini invec’è che mi dite?
    Ripeto a me sembra che siano sempre lì davanti alla biglietteria con bei pacchi di ticket.

    • lavocedelloggione aprile 17, 2018 a 8:29 pm #

      Nel regolamento di sala c’è scritto solo che lo spettatore deve essere munito di biglietto e che deve esibirlo se richiesto dal personale

  14. Zio Yakusidé aprile 18, 2018 a 9:57 am #

    Se il ragazzo (?) balla e gioca con i suoi è un pagliaccio, quando, sempre giocando riesegue l’ouverture a folle velocità è un gigione o addirittura un provocatore, se utilizza il fortepiano è un sacrilegio del teatrun (o forse il pubblico non sente più nulla?), se utilizza strumenti “antichi” non va bene e soprattutto non è coerente con l’interpretazione (perché il cliché del baroccaro?), eppoi quante cose brutte dice ai giornali (come se fosse il primo “artista” che azzarda giudizi surreali), eccetra eccetra….

    S. Freud ha scritto che – se in un giudizio nego qualcosa significa che preferirei rimuoverla, il giudizio infatti è il sostituto intellettuale della rimozione. Davvero è così: la rimozione della giovinezza, della gioia di provare emozioni e di vedere goire chi si impegna a “fare” una cosa meravigliosa e di porgerla al pubblico con semplicità e senza filtri, di permettere che esista anche un’altra idea della musica che non sia solo e sempre un rito laico nel quale necessariamente si deve essere compunti e rompersi anche un po’ i coglioni.
    Messa per Rossini almeno una volta al mese con il bolso e grigissimo direttore cacofonico e spaccatimpani: non meritano nulla di più.

  15. marco vizzardelli aprile 18, 2018 a 10:01 am #

    VERSIONE SPERO CORRETTA CON BACIONI AD ATTILIA E PREGHIERA DI DARCI IL CORRETTORE SE NO SI DEVE TRASCRIVERE.

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    Messaggio ai cigliosi di Milano e dintorni. Teodor Currentzis non è il ragazzetto punk ribelle e “provocatore” (ma di chi, di che cosa? Dell’accidia dei sunnominati) che certi commenti, sui forum, in sala alla Scala e su qualche giornale, prefigurerebbero. Egli, con i suoi musicsti di MusicAeterna, fa musica ad un livello, tecnico, spirituale e di approfondimento dei testi, del quale oggi non esiste lontano paragone sulla faccia della terra. Per tali doti, un Paese ed un governo, discutibili quanto si vuole ma storicamente attenti all’arte ed ai suoi massimi esponenti quali la Russia (ci piace chiamarla così, come entità storico-culturale) gli ha assegnato, a Perm, il teatro che fu di un certo Diaghilev, con facoltà di vita e di morte quanto a gestione artistica. Vi opera e vi vive, con i suoi musicisti, facendo musica come altrove non avviene. E si sente.
    Quello di lunedì alla Scala è stato per me il quinto ascolto dal vivo di Currentzis. Ai milanoti (sintesi di un pubblico e della sua identità) va ricordato che, già nei primi anni 2000, uno straordinario direttore artistico quale Gerard Mortier lo chiamò a Parigi per dirigere – udite udite! – Don Carlo di Verdi a la Bastille. Fu il mio primo ascolto di lui, e fu sconvolgente: era il Don Carlo “letto” dalla parte del Grande Inquisitore, ovvero, tutta l’espressione del suono e del dramma “grondava” Inquisizione, era come essere in una delle grandi cattedrali gesuitiche. Da levare il fiato. Sono seguiti, da parte mia, gli ascolti dal vivo di Sostakovic a Ferrara con la Mahler Chamber, del Requiem di Mozart a Merano e, con MusicAeterna, ancora di Sostakovic al Lingotto e ora di Mozart-Beethoven alla Scala. Nel frattempo ho ascoltato le basilari incisioni del Trittico Da Ponte Mozart, del Sacre di Stravinsky, della (sconvolgente!) Patetica di Ciaikovskij. E ho avuto accesso ai video-audio pure sconvolgenti delle sue esecuzioni, ancora giovanili, di Aida e Macbeth.
    E veniamo al concerto di lunedì. Già vedere entrare orchestra e direttore, e poi vederli suonare, fornisce la sensazione opposta rispetto a quella lasciata dall’ingresso in sala del pubblico della Filarmonica: sul palco, la freschezza, lo spirito, la danza, la profondità di chi vive nella musica. In sala, le dentiere, le stampelle, i cateteri, la bava di vecchio, la saccenza , l’abitudinarietà che genera terror panico di tutto ciò che esuli dal “consolidato”. Questo è il pubblico davanti al quale Currentzis e i suoi si sono esibiti. Cavandone sì un trionfo, in realtà, con travolgente bis dell’Ouverture delle Nozze di Figaro, ma condito di commenti saccenti delle locali puzzette sotto il naso, di nascondimento del successo da parte di certa stampa, dei distinguo saputelli, de “ il ragazzo (45 anni! In effetti un ragazzo, ai parametri scaligero-milanesi) è bravo ma fa troppa scena” , de “è un fenomeno pagliaccio da marketing” (lo hanno deciso loro, i milanoti onniscienti), de “non si usa il fortepiano alla Scala” (e perché? almeno i babbioni ansiosi di andare a casa a veder Vespa aguzzano gli apparecchi acustici) e quant’altro.
    Intanto, lui e loro hanno fatto musica come sanno. Cioè straordinariamente bene. Con il terzo concerto di Beethoven eseguito come una trina roccoccò (ma colma di inquietudini già romantiche) nel quale memorabile era l’inizio del movimento in un surreale pianissimo dal solista Melnikov, unico il rapporto simbiotico solista-orchestra, al limite del soffio (ma udibili, perché Currentzis sa di suono) i pianissimo orchestrali, folgoranti i guizzi reciproci, in botta e risposta, nel finale. Facendo fronte alla tremenda acustica da “cassone sordo” della Scala, “Tempio” della Lirica e della saccenza milanese, ma mediocre come luogo da concerti.
    Del Mozart, vale dire che procedeva esattamente dall’incisione nota dell’intera opera. E che, eseguito la prima volta poi bissato a velocità doppia, sconvolgeva per pertinenza mozartiana (non da cioccolatini di Salisburgo, ma da più grande drammaturgo in musica, con Verdi, di sempre) mantenuta a qualunque velocità d’esecuzione.
    La straordinaria Settima, infine, era davvero sinfonia delle danze, in una lettura che fondeva l’approccio da filologia (Abbado soleva dire che il suo straordinario Beethoven degli ultimi anni pagava pegno spirituale e culturale sia a Furtwangler che ad Harnoncourt) con una densità di suono, una scelta di scansioni, di tempi e di dinamiche tali da riportare, direttamente, alle meravigliose esecuzioni beethoveniane dell’ultimo Leonard Bernstein, che chiuse la carriera e diede addio alla vita con una Settima (Boston Symphony) molto simile a questa in tematiche e scelta dei tempi. Nella quale, con scelta esatta e”testuale”, mentre l’allegretto è tale ed è come un soffio di tragedia, il movimento veloce è il terzo (Presto, infatti), laddove il finale si configura come una “danza delle danze” di quasi tribali memorie (solo lo Stravinsky del Sacre, poi, “danzerà” così in musica), sospesa fra barocco e romanticismo, ed oltre… Così, da parte di Currentzis e dei suoi. Con una strepitosa articolazione delle frasi, con una profondità e compattezza di suono da sbalordire. Con una coscienza spirituale da vita vissuta “in musica”, dentro la musica. E – vivaddio! – con una gioia di fare di dare musica inversamente proporzionale alla spocchia cigliosa di certo pubblico. Gioia della quale tutta l’orchestra, ed in particolare quella straordinaria figura che è il primo violino biondo, vero prolungamento musical-spirituale del direttore, è immagine vivente. Nel trionfo collettivo (che, al di là dei cigliosi commenti da forum e del disonesto e fuorviante titolo apparso sul Corriere, è stato tale e immenso), l’abbraccio di Currentzis ai suoi era simbolo della gioa di essere “vita in musica”. Una gioia che il catalettico, abitudinario, anestetizzato pubblico dei cigliosi “giudici” (de che?) milanesi, pubblico e tanta stampa, ha perso per strada da tempo. Sostituita dalla spocchiosa convinzione di essere l’ombelico nel mondo, laddove di altro orifizio corporale, talora, si tratta. C’è gran bisogno, da queste parti, di vita, e di vita in musica. E di chi, come Currentzis e MusicAeterna, ne è espressione.

    marco vizzardelli

  16. lavocedelloggione aprile 18, 2018 a 11:07 am #

    Ho tolto le versioni precedenti di Vizza e lasciata solo la terza definitiva. Io il correttore non lo trovo ma studierò meglio la faccenda!
    Ad ogni modo ragazzi, calmate i bollenti spiriti, non fate i pasdaran dell’innovazione, come i “ciglioni” dinosauri fanno i pasdaran della conservazione (e come qualcuno fa il pasdaran della presunta “purezza” del vero loggionista invocando misure da Stasi quando non ce n’è bisogno)! Io un successo così per un concerto forse non l’avevo mai visto, quindi quale sarebbe il problema? Mi sembra che l’entusiasmo fosse alle stelle, salvo qualche voce sparsa non proprio convinta! Semmai dove concordo in toto è sul fuorviante titolo dell’articoletto di Girardi nel Corriere di ieri perché non corrispondeva assolutamente all’atmosfera della sala e al risultato trionfale del concerto! Baci baci Attilia

  17. Gabriele Baccalini aprile 18, 2018 a 2:18 pm #

    Vizza, l’Inquisizione era domenicana, non gesuitica.
    Quanto al resto, mi sembra che tu sia un po’ fondamentalista quando parli dei tuoi musicisti preferiti.
    Io, nell’ambito di un giudizio largamente positivo, mi sono permesso solo di fare modeste obiezioni marginali e ho smentito Girardi anche sulla qualità del pianista.
    Sarò un babbione anch’io?

  18. marco vizzardelli aprile 18, 2018 a 3:13 pm #

    Accolta l’obiezione domenicana del Grande Inquisitore Baccallini. Eh eh.

    marco vizzardelli

  19. marco vizzardelli aprile 18, 2018 a 3:14 pm #

    Ecco. Baccalini. Non so neanche scrivere.

    marco vizzardelli.

  20. marco vizzardelli maggio 5, 2018 a 8:25 am #

    TREVINO 6 MAHLER – La Verdi, 4-6 maggio 2018 all’Auditorium di Milano
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    Totale corrispondenza fra gesto ed esito, idea chiarissima di un Sesta vissuta come violenta tragedia del suono in lucidissima immersione nella musica. Coerenza di una scelta di dinamiche e timbri che scagliano Mahler in pieno Novecento facendone ciò per cui ci è caro, è la musica ed è il musicista del nostro tempo. Guardate la Verdi suonare con Trevino: non c’è bisogno di chiedersi “perché”. La risposta è lì, davanti agli occhi. Alla fine – evviva! – la pausa di silenzio sgomento. Poi, nel tripudio, una signora dietro a me: ho ascoltato tante volte la Sesta ma non ne ero mai sortita così sconvolta. Anch’io ne ho ascoltate tante. Dico che questa è una lettura che porta il discorso su Mahler, oggi, “oltre” quel che abbiamo di noto, di acquisito. Conosco un solo altro direttore che la esegue secondo questa linea: il grande Salonen, ma Trevino, nella sua spietata coerenza, è estremo. Quel silenzio è una necessità: si resta attoniti.

    marco vizzardelli

  21. marco vizzardelli maggio 11, 2018 a 9:11 am #

    CORRETE AD ASCOLTARE CONRAD TAO A LA VERDI
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    Il concerto in replica stasera e domenica pomeriggio all’Auditorium milanese per la stagione de La Verdi è bello per il programma, valido per le appropriate letture del direttore (già violista di rango) Maxim Rysanov, elegante e spigliato nella Sinfonietta di Prokofiev e nella Sinfonia da camera op 110 di Sostakovic. In particolaew efficace in quest’ultimo lavoro nel quale sa essere intenso nell’espressione e sa far suonare assai bene (non è violista a caso) gli archi de La Verdi. Ma cuore del programma è la folgorante apparizione del pianista-compositore ventiquattrenne cino americano (nato in Illinois) Conrad Tao nel concerto nr 3 di Prokofiev. Dico pianista-compositore: lo è e suona come tale. Ad una tecnica pazzesca fa riscontro una sbalorditiva linea testa-mani, pensiero-esecuzione. Ad un concerto spesso, anche ad altissimo livello esecutivo, risolto “ludicamente”, Tao dà una impostazione drammatica, scultorea, perfettamente costruita in fraseggi, tempi e colori…come se lo ricomponesse per noi, con una totale consapevolezza anche strutturale. Il tema con variazioni, movimento centrale, è strutturalmente reso in maniera sensazionale, ma tutta l’esecuzione lo è. Qui Rysanov è puntuale, ma tutta l’impostazione è data dal pianista. Che, accolto da un’ovazione, saluta simpaticamente il pubblico (“Hello!”) ed educatamente annuncia il bis. Uno “Scarlatti” nuovamente sbalorditivo per intelligenza,nel quale, cambiando tocco, Tao dà vita, al piano, ad un suono clavicembalistico su fraseggio invece già pre-romantico. Curatore di festival, ricercatissimo dalle grandi orchestre americane, se ne intuiva l’eccezionalità dalla biografie e da qualche commento di presentazione. Ma, dal vivo, siamo molto oltre qualunque attesa. L’impressione è che oggi abbiamo un pianista-compositore d’eccezione, domani, qualora decidesse, Tao potrebbe dirci altro di sé tentando la direzione d’orchestra: ad ascoltarlo, ne ha tutta la struttura mentale. Il termine “genio” non va sprecato o usato a sproposito. Nel caso di questo artista, appare appropriato. Non perdetelo!

    marco vizzardelli

    P.s. A Santa Cecilia se ne sono già accorti. In ottobre Conrad Tao, con la direzione di Antonio Pappano, eseguirà a Roma la Rapsodia in Blu di Gershwin. Ed è già fin d’ora una delle perle di quella fantastica stagione di concerti.

  22. marco vizzardelli maggio 11, 2018 a 10:22 am #

    CORRETE AD ASCOLTARE CONRAD TAO A LA VERDI
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    Il concerto in replica stasera e domenica pomeriggio all’Auditorium milanese per la stagione de La Verdi è bello per il programma, valido per le appropriate letture del direttore (già violista di rango) Maxim Rysanov, elegante e spigliato nella Sinfonietta di Prokofiev e nella Sinfonia da camera op 110 di Sostakovic. In particolaew efficace in quest’ultimo lavoro nel quale sa essere intenso nell’espressione e sa far suonare assai bene (non è violista a caso) gli archi de La Verdi. Ma cuore del programma è la folgorante apparizione del pianista-compositore ventiquattrenne cino americano (nato in Illinois) Conrad Tao nel concerto nr 3 di Prokofiev. Dico pianista-compositore: lo è e suona come tale. Ad una tecnica pazzesca fa riscontro una sbalorditiva linea testa-mani, pensiero-esecuzione. Ad un concerto spesso, anche ad altissimo livello esecutivo, risolto “ludicamente”, Tao dà una impostazione drammatica, scultorea, perfettamente costruita in fraseggi, tempi e colori…come se lo ricomponesse per noi, con una totale consapevolezza anche strutturale. Il tema con variazioni, movimento centrale, è strutturalmente reso in maniera sensazionale, ma tutta l’esecuzione lo è. Qui Rysanov è puntuale, ma tutta l’impostazione è data dal pianista. Che, accolto da un’ovazione, saluta simpaticamente il pubblico (“Hello!”) ed educatamente annuncia il bis. Uno “Scarlatti” nuovamente sbalorditivo per intelligenza,nel quale, cambiando tocco, Tao dà vita, al piano, ad un suono clavicembalistico su fraseggio invece già pre-romantico. Curatore di festival, ricercatissimo dalle grandi orchestre americane, se ne intuiva l’eccezionalità dalla biografie e da qualche commento di presentazione. Ma, dal vivo, siamo molto oltre qualunque attesa. L’impressione è che oggi abbiamo un pianista-compositore d’eccezione, domani, qualora decidesse, Tao potrebbe dirci altro di sé tentando la direzione d’orchestra: ad ascoltarlo, ne ha tutta la struttura mentale. Il termine “genio” non va sprecato o usato a sproposito. Nel caso di questo artista, appare appropriato. Non perdetelo!

    marco vizzardelli

    P.s. A Santa Cecilia se ne sono già accorti. IN FEBBRAIO 2019 Conrad Tao, con la direzione di Antonio Pappano, eseguirà a Roma la Rapsodia in Blu di Gershwin. Ed è già fin d’ora una delle perle di quella fantastica stagione di concerti.

    • pamo maggio 14, 2018 a 9:15 am #

      nonostante l’eccezionalità del concerto, ben motivata da Vizzardelli, la replica di domenica pomeriggio ha visto la più bassa partecipazione di pubblico che io abbia mai visto alla Verdi. Per fortuna i pochi presenti hanno ben saputo colmare il vuoto con più che calorosissime ovazioni per tutti

  23. marco vizzardelli maggio 15, 2018 a 4:57 am #

    Io ero stato alle prime due serate, giovedì e venerdì. Vuotarello la prima sera, un po’ più pieno la seconda. Da un lato, credo che il problema sia che la Verdi non ha abbastanza pubblico per riempire tre turni. Dall’altro, e l’ho scritto più volte, paga alcune scelte artistiche discutibili che hanno disaffezionato parte del pubblico. Va a finire che anche quando il programma e gli esecutori sono di alto livello (come nel caso di questo splendido concerto Rysanov-Tao) il pubblico non risponde quanto a presenze, anche se chi c’è si entusiasma, giustamente.
    Ho visto il calendario della loro nuova stagione. A parte cinque-sei eccellenze (i tre concerti Bignamini, il ciclo Brahms-Trevino, magnifico, e qualche altra presenza) è molto affidata ai due direttori stabili prescelti, Flor e Fourniller, che non mi pare attirino granché il pubblico…

    marco vizzardelli

    marco vizzardelli

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