Don Pasquale

3 Apr

Dal 3 Aprile al 4 Maggio 2018
Gaetano Donizetti
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Nuova produzione Teatro alla Scala

 

 

 

 

 

 

La Prima rappresentazione del 3 aprile verrà trasmessa in diretta radiofonica su RAI-Radio 3.

La rappresentazione del 19 aprile verrà trasmessa in diretta televisiva su RAI 5 e in diretta cinematografica (circuito All’Opera).

Direttore Riccardo Chailly
Regia Davide Livermore
Scene Davide Livermore e Giò Forma
Costumi Gianluca Falaschi
Luci Nicolas Bovey
Video Video design D-wok
CAST
Don Pasquale

Ambrogio Maestri

Norina Rosa Feola
Ernesto René Barbera
Malatesta Mattia Olivieri
Un Notaro Andrea Portau

10 Risposte to “Don Pasquale”

  1. violamargherita aprile 3, 2018 a 10:14 pm #

    DON PASQUALE CON LE STAMPELLE

    Anni fa il problema era trovare quattro cantanti in grado di interpretar “Don Pasquale”. Oggi, la Scala risolve il problema con un quartetto bravo, non certo storico, ma adeguato e piacevole, che in altro contesto eccellerebbe.
    Al contrario, oggi come oggi vi sono una cinquantina di direttori in attività e una ventina di registi in attività ampiamente capaci di affrontare “Don Pasquale”.
    Non fa parte di questa ventina il simpatico Livermore, che riempie a più non posso la scena, invoca Fellini senza nemmeno avvicinarglisi di striscio, introduce come fattore scatenante l’irrisolto rapporto di Pasquale con la madre, fa fare tanto rumore alle troppe comparse e ai coristi. Risultato miserello.
    Non fa parte di quella cinquantina Riccardo Chailly. Domani i giornalisti di regime vi descriveranno fantasmagorie. Niente di tutto ciò è vero. Tantissimo rumore, volume inaccettabilmente elevato, clangori fuori luogo, ingabbiamento costante di cantanti, zero interpretazione (sostituita da un accelerando qui, uno sforzato là). Tutto dimenticabilissimo e inutilissimo. Nulla in questa serata giustifica l’averne affidata la concertazione a Chailly. Men che nulla continua a giustificare il suo essere Direttore musicale della Scala.
    Malgrado la nutrita presenza in sala – peraltro con molti vuoti invenduti – di «gabriella’s-boys», non si va oltre il cordiale successo.
    Contestazioni di una parte minoritaria del loggione al rientro di Chailly per il secondo tempo.
    Le stampelle con cui il regista si presenta ai saluti finali sono il simbolo dell’ennesima operazione artistica fallimentare, in questa triste era chaillyian-pereiriana già al tramonto prima di aver vissuto il suo meriggio.

  2. marco vizzardelli aprile 4, 2018 a 1:18 am #

    Nonostante i pur valorosi cantanti siano stati sovente coperti dall’orchestra per circa due atti su tre, Don Pasquale registra un bel successo, alla prima scaligera. A mio avviso, con la riserva sopra espressa che poi meglio preciserò, rientra nel novero e nell’identità degli spettacoli godibili e motivati.
    Intanto, alla Scala si sta rivelando valida, dal magnifico Tamerlano a questo Donizetti comunque pieno di idee, la scelta di un rapporto continuativo con il regista Davide Livermore. Che (leggetevi il bellissimo, breve suo scritto sul programma di sala, che è una nota di passione per la musica e per la vita, e tutto il contrario di una pedante nota di regia) ambienta l’opera nella Roma anni’50, vissuta integralmente, nel cinema, nei costumi, nelle storie di vita (fra le quali, per autobiografia di chi qui scrive, siamo andati in visibilio quando sulla scena è apparso il giornale delle corse dei cavalli aperto sulla pagina della schedina Totip, e anche ad Alexander Pereira sarà piaciuto tantissimo!). Il rischio di un’operazione così totalizzante è la farcitura dell’opera con una marea di indizi, controscene comiche o malinconiche (commedia e dolore sono i due “segni” di Don Pasquale, e Livermore lo sa bene), tali e tante da riempire di troppo altro una vicenda in fondo semplice e lineare. Ma Livermore corre il rischio e ne esce sostanzialmente vincitore perché è musicista, è stato cantante e sa far stare in scena i cantanti, è conoscitore e innamorato dell’opera, ha un’anima appassionata (è, fra l’altro, persona di grande simpatia e umanità) che accende di vita e di estro le sue messe in scena, è curioso della vita e dei suoi nessi, e ne fa sempre teatro. Può essere “tanto” (abbiamo notato una sua nota più stilizzata quando affronta l’opera “seria”, vedi il bellissimo Otello ammirato a Genova), ma è un “tanto” che avvince, appassiona e ha forza di idee e pulsazione vitale. Così avviene anche in questo Don Pasquale dalle mille reminescenze cinematografiche (sulla cultura cinematografica di Livermore, evidente, varrebbe fare riflessione a parte).
    Quel che si vede, avrebbe avuto bisogno di un riscontro musicale, dal podio, altrettanto pulsante di vita. Purtroppo, non avviene, o avviene “a momenti”, nell’ultimo atto, quando, finalmente, la direzione di Riccardo Chailly si scioglie in teatro e in un po’ di vita, dopo essersi presentata, fin lì, come un pur lodevole, per un verso, sicuramente caparbio “studio” su Donizetti e questo Donizetti e questo linguaggio, ma appunto “studio” estremo che non si traduce in vita musical-drammaturgica, laddove lo spettacolo ne è pregno. Riccardo Chailly ci squaderna il trattato delle sue conoscenze donizettiane. E, purtroppo – almeno alla prima rappresentazione, immaginiamo qualche correttivo alle repliche – incappa in un problema (che non gli è nuovo) di dinamiche tutte spostate sul fronte del forte-fortissimo, di un suono materico (ottoni in particolare), di un fraseggio implacabile e martellato e un po’ rigido, che hanno quale esito immediatamente riscontrabile la sostanziale copertura delle voci, segnatamente nel primo atto ma non solo. E, se hai una Norina e tutta di stile, ma non poderosa quale la pur brava Rosa Feola. Se hai un Don Pasquale “di carisma” (grande carisma!) ma di fatto costretto a venire a patti in cantarparlando (qualche tono trucibaldo di troppo, in parlato) con questa vocalità quale Ambrogio Maestri, e gli costruisci addosso una muraglia di suono pesante ed anche rigido nelle frasi, il problema si pone… e si ascolta. E poi, va benissimo non calcare la mano sul carattere farsesco e privilegiare la nota malinconica, ma sorriso e malinconia hanno da esser tali, con pulsazione di vita in musica, di teatro, perché questo è l’opera, non un trattato di conoscenza del linguaggio donizettiano professoralmente “messo lì”. Speriamo che Chailly si sciolga, nelle repliche. L’orchestra suona forte, ma bene. Il coro di Casoni è sempre una meraviglia (proprio nel coro “del nipotino” tutto prende, finalmente, il tono, le tinte, la leggerezza malinconica giusta, ma avviene tardi!).
    Maestri, nella grandiosità del personaggio e nel limite del canto troppo “parlato” cui si accennava, si fa comunque amare. Il suo finale, sull’altalena da calcinculo che non si chiude per la pancia e non sale per il peso mentre tutti gli altri volano, è un momento impagabile. E lo sono la simpatia, la schiettezza, il carisma dell’artista e della persona. Della Feola abbiam detto: veste e sveste benissimo i magnifici costumi, e altrettanto bene canta (pur se prudentemente si guarda dall’ascesa in sovracuto). Acrobazie e qualche irregolarità dal comunque notevole Ernesto di René Barbera. A posto il Malatesta di Olivieri. O.k. il notaio di Porta. E’ una bella compagnia, che anima bene uno spettacolo pieno di vita in scena, cui manca qualcosa di altro da pur apprezzabile “studio” da parte di chi, guidandolo dal podio, dovrebbe infondergli altrettanta anima e vita in musica.

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli aprile 4, 2018 a 2:29 am #

    P.s. Con Violamargherita sono spesso d’accordo su commenti musicali
    e predilezioni, questa volta trovo infelice l’annotazione sulle stampelle, frutto di un infortunio che può capitare a chiunque di noi. Fra l’altro, nelle uscite finali per gli applausi, proprio l’evidente “simpatia” del tratto con le quali il regista le trasportava
    avanti e indietro sul palco era solo simbolo di se stessa e dell’umanità del Livermore, che è, ripeto, persona amabilissima. I registi non hanno vita e accoglienza facilissima, in genere, dal pubblico scaligero. Davide Livermore si sta facendo amare, ha avuto successo e a mio avviso lo merita.
    Su questa direzione di Chailly ho espresso (e manifestato, non solo scritto)
    riserve, direi consimili, a quante espresse da Viola, ho colto anche io la presenza molto sonora di una evidente claque ma non sono in grado di individuarne “mandanti” e provenienza, non ritengo giovevole ad alcunché fare di ogni occasione uno scontro (i gabriella’s boys e quant’altro) “ad personam”, pur avendovi preso parte, in passato. Ferme restando stime, apprezzamenti e predilezioni di ciascuno di noi (ne ho già scritto, qui su La Voce, in occasione della Terza di Mahler by Chailly, da me apprezzata come vorrei sempre accadesse).

    marco vizzardelli

  4. Oreste aprile 4, 2018 a 7:29 am #

    sono molto più vicino al giudizio di Viola che a quello di Marco. sopportate per due ore di spettacolo questo fracasso è stato faticoso, a volte dovevo indovinare dal labiale chi cantava sul palcoscenico. non capisco a cosa serva alzare questo muro di suono costringendo tutti a forzare e a marcare costantemente. la mia umile diagnosi che Chailly non c’entra nulla con l’opera e con il teatro. ha un ideale in mente, molto studiato, lo impone in maniera pedissequa e rigida. gli consiglierei vivamente di limitarsi al sinfonico. secondo me sono state meritatissime le contestazioni quando è rientrato in buca… in questo clima di prigione e di ansia, mi sembra che la regia poco abbia potuto fare per risollevare la serata. a ogni modo splendido costumi e alcune scene suggestive.

  5. Luc aprile 4, 2018 a 8:13 am #

    ieri sera ero in platea causa influenza di una ricca parente… confermo che la direzione di chailly è brutta brutta, e se penso alle contestazioni che riservarono a muti nel 94 mi viene proprio da dire sic transit gloria mundi… feola e olivieri spigliati ma con una intonazione spesso inesatta… maestri è un dominatore, ma quando la parte è più tendente al basso che al baritono, di fatto parlotta, comunque avercene… non conoscevo il tesorino barbera e devo dire che mi è piaciuto molto, tra l’altro è stato ottimo protagonista del momento più alto della serata ovvero la serenata “com’è gentil”, che infatti è interna e non la dirige chailly ma il maestro musicale di palcoscenico!!!… sarei più indulgente della nostra matriarca violamargherita sulla regia di davide livermore, non tanto perché ci sia una lettura particolare, ma perché le scene di questa roma in b/n fanno spesso venire malinconia autentica… insomma, al contrario che in buca, in scena un po’ di commozione c’era… evidentissima la presenza di bravatori in sala, ma la serata non è mai decollata… vedo che qualcuno dei soliti cantastorie inizia a spacciare un presunto trionfo… per capire cosa è un trionfo vero – amici prezzolati – avreste dovuto assistere alla prima dell’orpheo di due mesi fa, quello sì che fu trionfo!

  6. marco vizzardelli aprile 4, 2018 a 10:03 am #

    Chiedo scusa per l’errore “con le quali” nel precedente intervento. Trascrivo corretto non essendoci correttore
    ——————————————-
    —————————————-
    P.s. Con Violamargherita sono spesso d’accordo su commenti musicali
    e predilezioni, questa volta trovo infelice l’annotazione sulle stampelle, frutto di un infortunio che può capitare a chiunque di noi. Fra l’altro, nelle uscite finali per gli applausi, proprio l’evidente “simpatia” del tratto con cui il regista le trasportava
    avanti e indietro sul palco era solo simbolo di se stessa e dell’umanità del Livermore, che è, ripeto, persona amabilissima. I registi non hanno vita e accoglienza facilissima, in genere, dal pubblico scaligero. Davide Livermore si sta facendo amare, ha avuto successo e a mio avviso lo merita.
    Su questa direzione di Chailly ho espresso (e manifestato, non solo scritto)
    riserve, direi consimili, a quante espresse da Viola, ho colto anche io la presenza molto sonora di una evidente claque ma non sono in grado di individuarne “mandanti” e provenienza, non ritengo giovevole ad alcunché fare di ogni occasione uno scontro (i gabriella’s boys e quant’altro) “ad personam”, pur avendovi preso parte, in passato. Ferme restando stime, apprezzamenti e predilezioni di ciascuno di noi (ne ho già scritto, qui su La Voce, in occasione della Terza di Mahler by Chailly, da me apprezzata come vorrei sempre accadesse).

    marco vizzardelli

  7. L.J. aprile 4, 2018 a 10:32 am #

    Molto deluso da ieri sera, soprattutto sotto il profilo musicale. Già Chailly dirige solo 2 opere all’anno su 15 in cartellone, il che – prima ancora che per questioni di merito – rende ridicola la sua nomina a direttore musicale. Se poi dirige due titoletti da quattro ore di muscia complessiva e li dirige così… ANCHE NO!!!

  8. marco vizzardelli aprile 15, 2018 a 7:58 am #

    L’ho riascoltato e rivisto ieri sera.
    Mi sembra che Chailly, rispetto alla “prima” cui avevo assistito abbia moderato ed equilibrato le dinamiche. Resta, a mio avviso, una certa tendenza alla scansione martellata, implacabile, con i cantanti molto “ingabbiati”, e resta la mia impressione di un approccio di studio e di testa, una trattato su Donizetti che non si scioglie in vita teatral-musicale, nonostante la scena ne fornisca stimoli.
    Per il resto nulla da aggiungere sulla buona compagnia di canto, se non ribadire l’eccellenza del coro nel “suo” momento di maggior presenza, il coro “del nipotino”, che mi sembra anche il momento più felice di questa lettura di Don Pasquale, nell’insieme una realizzazione musicale accurata ma che non mi tocca il cuore. E il bianco e nero del bello spettacolo e il bianco e nero dell’orchestra si corrispondono, ma mi sembra esserci più fantasia in scena che in buca.

    marco vizzardelli

  9. marco vizzardelli aprile 15, 2018 a 8:00 am #

    L’ho riascoltato e rivisto anche io stasera.
    Mi sembra che Chailly, rispetto alla “prima” cui avevo assistito abbia moderato ed equilibrato le dinamiche. Resta, a mio avviso, una certa tendenza alla scansione martellata, implacabile, con i cantanti molto “ingabbiati”, e resta la mia impressione di un approccio di studio e di testa, un trattato su Donizetti che non si scioglie in vita teatral-musicale, nonostante la scena ne fornisca stimoli.
    Per il resto nulla da aggiungere sulla buona compagnia di canto, se non ribadire l’eccellenza del coro nel “suo” momento di maggior presenza, il coro “del nipotino”, che mi sembra anche il momento più felice di questa lettura di Don Pasquale, nell’insieme una realizzazione musicale accurata ma che non mi tocca il cuore. E il bianco e nero del bello spettacolo e il bianco e nero dell’orchestra si corrispondono, ma mi sembra esserci più fantasia in scena che in buca.

    marco vizzardelli

  10. marco vizzardelli aprile 19, 2018 a 3:48 pm #

    Devo dire che ho da fare ammenda e cospargermi di cenere di fronte all’esperienza d’ambiente della grande Violamargherita, cui qui avevo obbiettato… qualcosa in rapporto a.. qualcosa.
    Tornando ad ascoltare Don Pasquale in replica e stando attenti all'”ambiente”, compresi certi interventi su forum alternativi a La Voce del Loggione, credo proprio che Violamargherita ci avesse sentito giusto. I Gabriella-boys ci sono e si sentono (in teatro e in parte della stampa e anche sui forum).
    Violamargherita ha anni di esperienza e, se dice, sa quel che dice…

    marco vizzardelli

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