RICCARDO CHAILLY

23 Feb

Dal 23 al 27 Febbraio 2018
Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Coro di Voci Bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala

 

 

 

 

 

 

 

Direttore Riccardo Chailly
Maestro del Coro e del Coro di Voci Bianche Bruno Casoni
Solista Gerhild Romberger
PROGRAMMA
Gustav Mahler Sinfonia n. 3 in re min.
per contralto, coro femminile, coro di voci bianche e orchestra
Il concerto del 27 febbraio sarà trasmesso in diretta radiofonica su RAI-Radio 3.

8 Risposte to “RICCARDO CHAILLY”

  1. javo febbraio 23, 2018 a 10:21 pm #

    Una cosa c’era stasera: la voce strepitosa della Romberger.
    Il resto mancava.
    Mancavano i corni, sezione decisiva della Terza. Quasi tutti gli interventi sporcati, fuori tempo, disassati. Francamente spaventoso.
    Mancava una interpretazione. Chailly tiene tutto quadrato, ma così Mahler non respira mai, e il pubblico nemmeno, per cui si arriva alla fine annoiati. Tra l’altro dirigere come Chailly provoca un altro non indifferente svantaggio: ogni errore dell’orchestra, e non sono stati pochi stasera, si evidenzia molto di più. Un poco più di furore e di passione ovvierebbero. Ma che lo dico a fare…
    Mancava un coro che avesse il senso stilistico per il brano. Sembravano le comari di Santuzza catapultate direttamente dal'”Inneggiamo” mascagnano.
    Mancava anche la concentrazione. Che senso ha fare quella pausa tra primo e secondo movimento, se invece del silenzio il pubblico chiacchiera e l’orchestra pure?
    Il pubblico risponde al termine con poco calore, probabilmente perché pochissimo ne ha ricevuto.

    Basta tornare alla Seconda di Mahler di ottobre e si capisce subito la differenza tra ciò che la Scala purtroppo è e ciò che potrebbe essere, se solo qualcuno prendesse le decisioni che ormai paiono improcrastinabili.

  2. marco vizzardelli febbraio 24, 2018 a 10:21 am #

    LA “TERZA” DI MAHLER DI UN MAGISTRALE, COMMOVENTE, AUTOBIOGRAFICO RICCARDO CHAILLY
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    No non sono d’accordo con Javo (a parte le condivisibili considerazioni sulla rumorosità purtroppo ben nota del maleducato pubblico del Turno A, nota vergogna locale, di cui peraltro Chailly non ha nessuna colpa: son così da sempre…). E, badate bene, sono io (quello che stravede per Daniele Gatti, tanto per parlar chiaro) che vi dico le cose che adesso leggerete. Non sono minimamente d’accordo sul “confronto” e sul pugilato da fans rispetto alla Seconda ascoltata mesi fa: era meravigliosa quella, lo è stata – secondo una visione interpretativa differente, e meno male che gli interpreti son diversi! – questa magistrale, autobiografica Terza dataci da Chailly.
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    Ho trovato Riccardo Chailly magistrale nell’offerta di una Terza identificata in tutta una tradizione interpretativa, che non è quella “viennese” ma, in piena rispondenza alla biografia ed alla storia del direttore, quella, altrettanto legittima, “olandese”, di un Mahler plastico, corrusco, tragico ma allo stesso tempo intimo, personalmente vissuto. Si sente tantissimo… Amsterdam, là dove Chailly ha vissuto e studiato e fatto musica per anni. Si sente quella linea di pensiero mahleriano: Mengelberg, Haitink stesso, anche il Solti “olandese”, il Concertgebouw. Quella cultura di suono mahleriano. Riccardo Chailly ha trovato il suono, “quel” suono. E io ho trovato Chailly commovente e personalmente sconvolgente nel darsi entrando in Mahler (un bisturi in profondità, nella concertazione), e in se stesso, come se raccontasse a noi tutto quello che questa musica e questo autore sono stati per la sua vita. L’aveva dichiarato nelle bellissime interviste di vigilia sui quotidiani, stavolta completamente prive di retorica scaligera e invece autobiografiche, sincere: raccontava cosa era stata per lui la Terza di Mahler e l’emozione di ritrovarla, ed è esattamente quel che ci ha narrato e svelato nel concerto. Di questa sinfonia (fortunata nelle sue apparizioni alla Scala: fra l’altro è il brano che diede vita al progetto-Filarmonica di Abbado) abbiamo avuto in anni recenti letture differenti e bellissime: gli ori e la crema dei celestiali bavaresi con Jansons, l’idiomaticità boema del formidabile Ivan Fischer con la sua Budapest. Altrove, nei suoi anni estremi, lo stesso Claudio Abbado ne aveva fatto una sorta di preghiera laica. Ma non l’avevo mai ascoltata così come Chailly ce l’ha data, donandoci tutto se stesso: un uomo e un musicista che si mette a nudo, nella musica, per il pubblico, donandoci un proprio diario di vita in Mahler. Mi ha impressionato e commosso.
    Ci tornerò per le altre due repliche (e, per favore, caro pubblico, sarei grato se, alla fine dell’adagio, su quella nota lasciata meravigliosamente in aria da Chailly e orchestra, si potesse avere una pausa di commosso silenzio, prima di urla e applausi! E’ questione di sensibiltà, oltre che di educazione!!!): già qui l’orchestra ha suonato con un trasporto e un’adesione commovente al suo direttore (qualche sbavatura “fisiologica” importa poco o nulla, anzi: sempre ricordare che il grande Bernstein rifuggiva, con ragione, da un Mahler troppo strumentalmente “esatto”: e il “pianissimo” di Monte de Fez è compagni corni, anche se non c’è stata sempre l’esattezza, era di grande intensità). La tinta degli archi nel finale era da brivido. Idem la cornetta del postiglione in foyer, con stupefacente riverbero da cattedrale, con il filo di suono dei violini a far riscontro. La pausa (prevista) dopo il primo movimento è stata indispensabile, e necessaria, per chi l’ha colta: impossibile non fermarsi, con il cuore in gola (il volto di Chailly era impressionante, mentre si asciugava, immobile accanto al podio con la mano sugli occhi): seguiva ad un “tempo fermo”, nero e scultoreo, nel quale la musica di Mahler aveva assunto la potenza tragica del Michelangelo che (secondo la leggenda) dice al suo Mosé “perché non parli?”. La plastica, implacabile, scansione trovata da Chailly nel suono scuro espresso dall’orchestra era stata di tale intensità da rendere “fisicamente” indispensabile la pausa. Per lui e per noi. Mai ascoltato il primo movimento eseguito in questa maniera: gli occhi di Mosé trasformati in tragedia del suono (c’è da chiedersi,in questo senso, cosa sarà la già annunciata Sesta, che Chailly ha in programma in futuro con l’orchestra della Scala).
    E ancora: la ritmica e il suono “acido” chiesto ai bambini (loro e il coro degli adulti hanno trovato ed espresso una forza tragica ed un peso che raramente si ascolta, in totale rispondenza alla linea interpretativa del direttore). Idem il timbro e l’espressione di tragica immobilità della brava Gerhild Romberger, pienamente rispondente alla lettura di Chailly. Per tutto questo e molto altro vi dico: voi tutti che ascoltate Mahler non solo come una musica che si ama ma come la musica della vostra vita, della vita di ciascuno di noi – qui, oggi, personalmente – non perdete, domani e martedì, questo diario mahleriano di Riccardo Chailly alla Scala.

    marco vizzardelli

    • javo febbraio 24, 2018 a 9:10 pm #

      Non ti seguo, Marco. Per me – pur riconoscendo l’impegno di tutti – rimane la peggiore Terza di Mahler ascoltata in Scala. Sia per prestazione orchestrale sia per prestazione direttoriale.

  3. Gio’ febbraio 24, 2018 a 10:38 am #

    mi trovo molto spiazzato dai commenti precedenti.
    io ho trovato un solo grande protagonista della serata: il metronomo. e ridurre Mahler al metronomo per me è un peccato mortale, tanto più quando la sezione degli ottoni non è all’altezza.
    nelle interviste Chailly ha citato Mitropoulos e Abbado; ma il suo riferimento è stato evidentemente Claus Peter Flor.

  4. marco vizzardelli febbraio 24, 2018 a 11:06 am #

    Caro Giò, spesso siamo stati d’accordo, stavolta no (men che meno sul “riferimento”, offensivo per Chailly – anche se mi risulta che i due si stimino – e non appropriato riguardo a questa Terza, che evita proprio tutti i “lazzi mahleriani” esibiti dal “riferimento” da te nominato e fra l’altro impegnato a La Verdi con la Quinta, che non penso di andare ad ascoltare).
    A presto.

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli febbraio 26, 2018 a 1:21 am #

    “sottotitoli” (per favore il correttore, se no tocca sempre trascrivere!!!!!)

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    Come promesso, son tornato questa sera, e al secondo ascolto l’impressione è ancora maggiore. Il suono, gli spessori, di questa Terza letta da Chailly – segnatamente quel primo movimento notevolmente rivoluzionario rispetto a molte comuni letture – ci rimandano una natura tragicamente nemica, avversa. “Ciò che mi dice la natura” -parafrasando i famosi sottotitoli apposti ai movimenti della Terza – è una tragedia che si compendia nella tragedia dell’uomo nella natura. Lo straordinario lied solistico (alla replica la Romberger è stata eccezionale!!) è vera tragedia del suono (quel glissando dei legni cui Chailly ha imposto perfino il piccolo scarto di nota mentre lo strumento scivola: magistrale!). Può esser semplicistico e non so se Chailly stesso ci abbia pensato, ma all’ascoltatore il pensiero viene: ovvero, ascoltata questa lettura con occhio rivolto al nostro presente, viene da pensare al dramma d’attualità di una natura che si ribella, in molte maniere, all’uomo…
    In ogni caso, quel che è chiaro è che Chailly, in questo suo Mahler, è volato – in senso spirituale, intellettuale, musicale e autobiografico – molto molto alto. Confermo che tornerò martedì per la terza volta, anche se è un notevole “scossone” per l’anima. Ma merita.

    marco vizzardelli

  6. Gabriele Baccalini febbraio 26, 2018 a 12:26 pm #

    Ascolterò domani sera la Terza diretta da Chailly. Qui volevo solo osservare che Mahler aveva prescritto un vero e proprio intervallo tra il primo movimento e il blocco dei seguenti. Ricordo che all’Auditorium Chailly rientrò per qualche minuto in camerino.
    Il fatto che poi molti direttori, compreso Claudio Abbado, facciano solo una breve pausa è accettabile, però in questo caso se il pubblico si rilassa chiacchierando non può fare scandalo.

    • lavocedelloggione febbraio 26, 2018 a 1:19 pm #

      Giusto, semmai fa scandalo che ieri (25/2) il pubblico alla fine non abbia lasciato neppure che Chailly abbassasse le braccia, davvero inopportuno; il finale è talmente sconvolgente che richiede un attimo di raccoglimento!
      Dato che ci sono dico la mia; mi è sembrata una interpretazione notevole, improntata al tragico, anche se non ho mai trovato il respiro struggente che le sapeva dare Abbado; la terza di Claudio era meno tragica ma più dolorosa.
      I primi due movimenti erano in effetti troppo “metronomici”, ho riconosciuto i difetti riscontrati da Javo e Giò, ma poi onestamente mi è sembrata un’interpretazione di grande levatura. Saluti a tutti Attilia
      P.S. Marco, dimmi quale dei tre interventi quasi identici che hai inserito vuoi che rimanga, gli altri due li cancello

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