Concerti Stagione della Filarmonica della Scala

5 Feb

Direttore Myung-whun Chung
Violino Leonidas Kavakos

Johannes Brahms
Concerto per violino e orchestra in re magg. op. 77
Sinfonia n. 2 in re magg. op. 73

 

5 Risposte to “Concerti Stagione della Filarmonica della Scala”

  1. marco vizzardelli febbraio 6, 2018 a 1:05 am #

    La vita – anche quella parte della vita che è ascoltare musica – ti porta sempre evenienze sorprendenti. A me è accaduto che ho ascoltato solo la prima parte di questo concerto (più tre minuti di sinfonia), che mi ci sono pure arrabbiato sul momento. Ma che alla fine, forse, era giusto – per me – così. Perché ho ascoltato il Concerto per violino di Brahms nelle mani e nell’anima di Leonidas Kavakos.
    ———
    Una meravigliosa voce umana che – in intimità poetica – ti entra nell’anima. Questo è il violino di Leonidas Kavakos, questa la sua esecuzione (no, non è la parola, è un “incarnarsi in”) del concerto in re maggiore. Le due identità di Brahms, la costruzione -a volte ardua, tanto più bella quanto più ardua. E l’intimo: l’anima che si svela, pudìca, sottovoce, sussurando a te, amico che ascolti. Ecco il Brahms di Kavakos è così. Al grado zero di esibizione virtuosa (è strumentalmente strepitoso al punto di non aver alcun bisogno di “mostrarsi”). Al grado totale di poesia – pura, pudìca – in musica. Il concerto in re ne esce come una confessione, un dialogo di anime: Brahms (per mezzo di Kavakos) e te che ascolti e – in un silenzio rarefatto: eppure no, è musica! – entri nell’anima di lui. Ti si dà, tutto, ma con quella pudicizia dello spirito (i suoi scritti, i suoi rapporti, ce lo descrivono come un uomo in cui l’understatement copriva, come brace, il fuoco) che te lo fa amico.Ecco, credo di poter spiegare questa esecuzione, ma forse il violinismo stesso di Leonidd Kavakos – nel canto del suo mirabile Stradivari, cui dà vita e arte – così. A usar retorica, credo che chi c’era ha assistito ad una delle massime esecuzioni di sempre del concerto brahmsiano. Ma è meglio lasciar la retorica e dire,ancora, che è stato un colloquio di anime. La Filarmonica e Chung (con tratti decisi di fraseggio del direttore) hanno fatto corona: ma gli strumentisti stessi – di alcuni vedevo gli sguardi, commossi, al solista – hanno suonato come “avvinti” da Kavakos. E non poteva essere altrimenti.

    Della Seconda Sinfonia di Brahms ho capìto – dai tre minuti ascoltati – che è stata un ulteriore esempio dell’attuale (sono anni,ormai, ma sempre di più) stato di “spiritualità in musica” del Maestro Chung. E mi dicono sia stata tutta così. Ma per me, qui, è stata un’altra storia. La Scala, e forse il Cielo, hanno deciso che mi fosse destinato solo il concerto, e solo Kavakos.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli febbraio 6, 2018 a 1:35 am #

    Sono entrato nella prima galleria della Scala venti minuti del concerto. Evidente, fin da subito, la temperatura elevatissima dei locali ma, con l’affollamento, il luogo è diventato un inferno (non nascondo che una mia particolare patologia – artrite psoriasica: la sconsiglio a tutti, è una non-malattia, non si cura ma ti affligge la vita – peggiora la situazione). Anche ad esser completamente sani, era roba da mettersi in costume da bagno per resistere. Bastava andare nel foyer e rientrare in galleria per accorgersi, data la differenza di temperatura: a domanda, le maschere e gli ispettori ne sono perfettamente coscienti, è un problema reale e irrisolto, ma tant’è. Mi si dice che – come tante cose, nella nostra vita pubblica – il riscaldamento alla Scala è frutto di un “appalto esterno” (cancro della nostra vita pubblica medesima) ma tant’è. Mi si dice, ancora, che in platea vada un po’ meglio. Nei palchi, no certo. Come gli orchestrali e i direttori e solisti, sul palco, resistano, non si sa, anzi si vede, dalle “mises”: Chung e Kavakos erano in camicia leggera. Molte belle orchestrali piacevolmente (spero non passi per “molestia”, è l’esatto contrario) e abbondantemente scollate, braccia spalle torace schiena: e con piena ragione, salvo doversi fare una colata di sudore durante il concerto.
    Fatto sta che, mentre Leonidas Kavakos esalava un sublime Bach come bis del Brahms, con un tonfo secco un orchestrale sia svenuto sulla sedia. Bianco come un cencio (il volto era proprio sotto la mia postazione in galleria), le mani improvvisamente d’avorio. Kavakos, sconvolto, si è fermato, tutto si è interrotto, alcuni orchestrali hanno soccorso come potevano il collega che (per fortuna) è rinvenuto e si è ripreso tanto da poter lasciare il palco sulle sue gambe. Con la stessa umanità che immette nelle sue esecuzioni, Kavakos ha voluto uscire ulteriormente al proscenio per scusarsi d’aver interrotto e di non poter completare il bis, perché giustamente turbato (come tutti9 dall’accaduto.
    Ora, non vogliamo fare un troppo automatico rapporto causa-effetto: ma che la Scala voglia prender la palla al balzo per equlibrare la temperatura al suo interno, in presenza del pubblico (altra cosa è quando è vuota, non vale la verifica), pare doveroso.Capiamo pure che l’età media dei frequentatori suggerisca che siano tenuti al calduccio…ma, per favore, sia un “calduccio”: non la fucina di Vulcano. Ci auguriamo che i musicisti stessi e le loro rappresentanze se ne facciano portavoce: pur se le orchestrali in body e spalline aggiungono al piacere delle orecchie quello degli occhi, un maggiore, e anche più ecologico, equilibrio termico (alla Scala, ma potremmo citare altre situazioni: treni, ad esempio, o uffici) sarebbe il benvenuto.

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli febbraio 6, 2018 a 1:40 am #

    Ho dimenticato di aggiungere quel che s’intuisce: cioé che, causa la temperatura, ho abbandonato la Scala alla seconda parte, dopo tre minuti di Sinfonia nr 2…e che son certo d’essermi perso qualcos’altro di bello. Ma la salute fisica ha le sue esigenze…

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli febbraio 6, 2018 a 2:08 am #

    TRASCRIVO TUTTO INSIEME (NON POTENDO CORREGGERE), COSI’ SI LEGGE MEGLIO

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    La vita – anche quella parte della vita che è ascoltare musica – ti porta sempre evenienze sorprendenti. A me è accaduto che ho ascoltato solo la prima parte di questo concerto (più tre minuti di sinfonia), che mi ci sono pure arrabbiato sul momento. Ma che alla fine, forse, era giusto – per me – così. Perché ho ascoltato il Concerto per violino di Brahms nelle mani e nell’anima di Leonidas Kavakos.
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    Una meravigliosa voce umana che – in intimità poetica – ti entra nell’anima. Questo è il violino di Leonidas Kavakos, questa la sua esecuzione (no, non è la parola, è un “incarnarsi in”) del concerto in re maggiore. Le due identità di Brahms, la costruzione -a volte ardua, tanto più bella quanto più ardua. E l’intimo: l’anima che si svela, pudìca, sottovoce, sussurando a te, amico che ascolti. Ecco il Brahms di Kavakos è così. Al grado zero di esibizione virtuosa (è strumentalmente strepitoso al punto di non aver alcun bisogno di “mostrarsi”). Al grado totale di poesia – pura, pudìca – in musica. Il concerto in re ne esce come una confessione, un dialogo di anime: Brahms (per mezzo di Kavakos) e te che ascolti e – in un silenzio rarefatto: eppure no, è musica! – entri nell’anima di lui. Ti si dà, tutto, ma con quella pudicizia dello spirito (i suoi scritti, i suoi rapporti, ce lo descrivono come un uomo in cui l’understatement copriva, come brace, il fuoco) che te lo fa amico.Ecco, credo di poter spiegare questa esecuzione, ma forse il violinismo stesso di Leonidd Kavakos – nel canto del suo mirabile Stradivari, cui dà vita e arte – così. A usar retorica, credo che chi c’era ha assistito ad una delle massime esecuzioni di sempre del concerto brahmsiano. Ma è meglio lasciar la retorica e dire,ancora, che è stato un colloquio di anime. La Filarmonica e Chung (con tratti decisi di fraseggio del direttore) hanno fatto corona: ma gli strumentisti stessi – di alcuni vedevo gli sguardi, commossi, al solista – hanno suonato come “avvinti” da Kavakos. E non poteva essere altrimenti.
    Della Seconda Sinfonia di Brahms ho capìto – dai tre minuti ascoltati – che è stata un ulteriore esempio dell’attuale (sono anni,ormai, ma sempre di più) stato di “spiritualità in musica” del Maestro Chung. E mi dicono sia stata tutta così. Ma per me, qui, è stata un’altra storia. La Scala, e forse il Cielo, hanno deciso che mi fosse destinato solo il concerto, e solo Kavakos.

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    Sono entrato nella prima galleria della Scala venti minuti prima del concerto. Evidente, fin da subito, la temperatura elevatissima dei locali ma, con l’affollamento, il luogo è diventato un inferno (non nascondo che una mia particolare patologia – artrite psoriasica: la sconsiglio a tutti, è una non-malattia, non si cura ma ti affligge la vita – peggiora la situazione). Anche ad esser completamente sani, era roba da mettersi in costume da bagno per resistere. Bastava andare nel foyer e rientrare in galleria per accorgersi, data la differenza di temperatura: a domanda, le maschere e gli ispettori ne sono perfettamente coscienti, è un problema reale e irrisolto, ma tant’è. Mi si dice che – come tante cose, nella nostra vita pubblica – il riscaldamento alla Scala è frutto di un “appalto esterno” (cancro della nostra vita pubblica medesima) ma tant’è. Mi si dice, ancora, che in platea vada un po’ meglio. Nei palchi, no certo. Come gli orchestrali e i direttori e solisti, sul palco, resistano, non si sa, anzi si vede, dalle “mises”: Chung e Kavakos erano in camicia leggera. Molte belle orchestrali piacevolmente (spero non passi per “molestia”, è l’esatto contrario) e abbondantemente scollate, braccia spalle torace schiena: e con piena ragione, salvo doversi fare una colata di sudore durante il concerto.
    Fatto sta che, mentre Leonidas Kavakos esalava un sublime Bach come bis del Brahms, con un tonfo secco un orchestrale sia svenuto sulla sedia. Bianco come un cencio (il volto era proprio sotto la mia postazione in galleria), le mani improvvisamente d’avorio. Kavakos, sconvolto, si è fermato, tutto si è interrotto, alcuni orchestrali hanno soccorso come potevano il collega che (per fortuna) è rinvenuto e si è ripreso tanto da poter lasciare il palco sulle sue gambe. Con la stessa umanità che immette nelle sue esecuzioni, Kavakos ha voluto uscire ulteriormente al proscenio per scusarsi d’aver interrotto e di non poter completare il bis, perché giustamente turbato (come tutti) dall’accaduto.
    Ora, non vogliamo fare un troppo automatico rapporto causa-effetto: ma che la Scala voglia prender la palla al balzo per equilibrare la temperatura al suo interno, in presenza del pubblico (altra cosa è quando è vuota, non vale la verifica), pare doveroso.Capiamo pure che l’età media dei frequentatori suggerisca che siano tenuti al calduccio…ma, per favore, sia un “calduccio”: non la fucina di Vulcano. Ci auguriamo che i musicisti stessi e le loro rappresentanze se ne facciano portavoce: pur se le orchestrali in body e spalline aggiungono al piacere delle orecchie quello degli occhi, un maggiore, e anche più ecologico, equilibrio termico (alla Scala, ma potremmo citare altre situazioni: treni roventi, ad esempio, o uffici idem come sopra) sarebbe il benvenuto.
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    Ho dimenticato di aggiungere quel che s’intuisce: cioé che, causa la temperatura, ho abbandonato la Scala alla seconda parte, dopo tre minuti di Sinfonia nr
    2…e che son certo d’essermi perso qualcos’altro di bello. Ma la salute fisica ha le sue esigenze… oppure, a me, questa sera, era destinato il solo, meraviglioso, Leonidas Kavakos.

    marco vizzardelli

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli febbraio 16, 2018 a 5:16 pm #

    BIGNAMINI-BABAYAN A LA VERDI
    E’ sempre una gioia il ritorno di Jader Bignamini sul podio de La Verdi. Questa volta la soddisfazione di chi qui scrive si è riferita soprattutto alla lettura-esecuzione della (a mio avviso bellissima!) Terza sinfonia di Rachmaninov, poco eseguita rispetto alla seconda ma disvelante una straordinaria e anche ardita maestria timbrica, strumentale, ritmica, che ha trovato piena espressione nella direzione di Jader Bignamini e nella risposta dell’orchestra, che deve averci lavorato sodo. Una di quelle esecuzioni che fanno vedere cosa questa orchestra sarebbe diventata nelle mani di un giovane direttore, studioso, talentuoso ed entusiasta.
    La storia e l’attualità sono, purtroppo diverse. La Verdi, anche mal consigliata da un paio di (negative) eminenze grigie della critica, ha scelto diversamente. E, se la molto tecnica Zhang, pur priva di “voli”, aveva avuto il merito di tener ben inquadrata e sana la compagine, la caduta nelle discutibilissime (ma caldeggiate da quelle eminenze grigie) mani dell’attuale direttore stabile non vede, attualmente, l’orchestra Verdi nelle migliori condizioni della sua storia. E spiace doverlo dire, di una orchestra che si è sempre seguita con simpatia. Con l’accoppiata Flor-Fourniller non sembra possibile andar lontano, né fare quel salto di qualità che sarebbe nelle potenzialità del complesso. Anzi, quest’anno, una certa sciatteria esecutiva ha preso piede.
    Nella prima parte del convegno, Bignamini è orchestra hanno eseguito il Concerto nr 1 per pianoforte ed orchestra di Ciaikovsky, solista Sergei Babayan: celebrato nelle biografie diffuse dai media ma – a nostro ascolto – discutibile (fa parte di una certa generazione di iper-individualisti della tastiera, già in voga ma forse già sorpassata) nella trasformazione del concerto in uno tsunami sonoro (non privo di “aggiustamenti” sui tempi) più in monologo che in dialogo con un’orchestra in difficoltà nel seguito dell’erratico (pur talentuoso, indubbiamente) solista. Bignamini ha – giustamente – tentato una quadratura,e non poteva essere altrimenti, a rischio caos. Ma, almeno la prima sera, il tutto aveva un che di poco rifinito, riscontrabile anche nella iniziale Polacca dall’Oneghin. Il suono terso, luminoso, ricco nelle tinte e nelle sfumature, e la freschezza interpretativa di Bignamini sono venute fuori – eccome- in Rachmaninov. Ma, come altre volte è accaduto, ad ogni suo ritorno deve riproporzionare il suono e la compattezza di una compagine che, via lui, sono doti che si perdono per strada. Qui, l’impressione è che il gran lavoro sia stato svolto su Rachmaninov, con l’esito ottimo di cui abbiamo riferito: il resto è parso una gran fatica. Suono, proporzioni e compatteza erano stati trovati, giorni fa, nell’arrivo sul podio del formidabile Trevino: ovvio, è un talento pazzesco! Come talento fresco è Bignamini. Ma son doti perse per strada dall’Orchestra Verdi, nella sua quotidianità, affidata a mani direttoriali (nessuno si è mai chiesto come mai questo Flor, pompatissimo discograficamente fin da giovane ma quasi mai incaricato di qualcosa di veramente eccellente, provenisse, con sortita anche discutibile, da tale Orchestra della Malaysia?) che non la possono migliorare. Scelte che si pagano.

    marco vizzardelli

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