7 Gen

Dal 7 al 12 Gennaio 2018
Filarmonica della Scala
Direttore Manfred Honeck
Soprano Mandy Fredrich
Mezzosoprano Judit Kutasi
Tenore Tomislav Mužek

 

 

 

 

 

 

 

A causa di una indisposizione del M° Zubin Mehta, il terzo concerto della Stagione Sinfonica, dedicato al valzer viennese, sarà diretto dal M° Manfred Honeck.

Delle tre date previste, la prima dovrà essere anticipata di un giorno a causa di precedenti impegni del Maestro Honeck. Le date definitive sono quindi domenica 7 (turno A), giovedì 11 (turno B) e venerdì 12 gennaio (turno C). I possessori del biglietto per il giorno 8 gennaio e gli Abbonati del turno A potranno accedere alla sala con la loro tessera di abbonamento senza dover richiedere sostituzione.

9 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli gennaio 8, 2018 a 12:47 am #

    FUO-RI-CLAS-SE ASSOLUTOOOOOOOOOOO !!!!!!
    Ogni dubbio su come la Filarmonica avrebbe assimilato è stato spazzato via fin dalla prima sera. E’ stato uno tsunami di amore in musica, nella bellezza di Strauss e Lehar, nell’effusività amorosa del suono, nei fortissimo o pianissimo di un suono perennemente BELLO, nei “rubato” vertiginosi (basterebbero i tre rubato in due battute all’inizio dell’ouverture del Barone Zingaro!), e il “trio” centrale della Radetzki dettagliato come mai s’è udito, i ritmi, la poesia. Qui torno tre volte su tre. Una dichiarazione di amore di Honeck a Strauss a Lehar al pubblico alla MUSICA, offerta con una semplicità e classe di tratto da innamorare. Orchestra spettacolosa, in stato di trasfigurazione, i cantanti totalmente avvinti. E il suo gesto, totale, e il suo cuore.Le ali della libellula nella polka, il trio interno della Radetzki dettagliato come mai si è udìto, e mille altre cose.Grandissimo!
    marco vizzardelli
    —————————–
    p.s. Voi sapete che con la direzione della Scala non son tenero. Qui, a Pereira va solo un enorme grazie. La sua cultura e il suo intuito lo hanno guidato. Magnifico!

  2. marco vizzardelli gennaio 8, 2018 a 12:54 am #

    I tre rubato, dicasi tre, in un nanosecondo all’inizio dell’ouverture dello Zingaro Barone sono da fantascienza della direzione d’orchestra! Favoloso!!!!

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli gennaio 8, 2018 a 1:48 am #

    Quest’uomo “chiama”, ottiene e comunica, una “frase”, soprattutto un suono – calore. effuso – che emana amore. Che questo sia avvenuto così immediatamente, così di colpo, appena incontrati, con l’orchestra scaligera… è incantevole. Era accaduta la stessa cosa lo scorso anno a Santa Cecilia a Roma, c’ero, in un programma Mozart-Mahler.

    marco vizzardelli

  4. L.J. gennaio 13, 2018 a 1:49 pm #

    OT
    Robert Trevino a La Verdi

    Eccitante e clamorosa esecuzione della Settima di Shostakovich all’Auditorium di largo Mahler.
    Trevino ritorna a Milano e fa nuovamente centro, la Verdi sembra trasformarsi in una compagine di prima grandezza, l’interpretazione è veramente tornita. Culmine la marcetta pseudo-nazista del primo movimento, presentata in maniera pazzesca, superiore persino a Jansons alla Scala alcuni anni fa.
    Pubblico in visibilio.
    Non perdetevi la replica di domani pomeriggio, se potete.

  5. Gio’ gennaio 13, 2018 a 3:49 pm #

    per ora mi limito a confermare l’entusiasmo assoluto per questo concerto di Trevino. ne riparlerò più diffusamente dopo aver assistito domani anche alla seconda replica…

  6. marco vizzardelli gennaio 15, 2018 a 11:48 am #

    Lo stacco rapidissimo di tempo della marcia del primo movimento è stato da vertigine, con quel tamburo esattissimo e implcabile, da chiedersi come avrebbero fatto Trevino e la Verdi a mantenerlo nel pazzesco crescendo: detto, fatto, con questo giovane surdotato l’impossibile sembra diventare totalmente naturale. Trevino legge la Leningrado come una sola, potente arcata di musica,il fraseggio è pulitissimo, non c’è un cachinno “grottesco” perché il dolore – spasmodico – è tutto “nel suono”. La “cattiveria” espressiva, l’implacabilità ritmica di quella marcia (il volto stesso di Trevino metteva paura, durante) ne hanno fatto uno degli eventi assoluti di ascolto di questi anni, ma non solo: il lavoro in particolare sugli archi de La Verdi, e, sul piano espressivo il nichilismo, la rarefazione dell’adagio, un finale di spaventosa tragedia del suono, la profondità e intelligenza di lettura unita alla tecnica direttoriale trascendentale confermano che, a 34 anni, Robert Trevino, è, fin d’ora, un unicum nel panorama direttoriale: con in più la sensazione di una progettualità su se stesso, che potrebbe farci vivere, negli anni a venire, altri impensabili esiti. E’ esatta e di totale buon senso la scelta di prendersi una sua orchestra un po’ “defilata” (quella basca in un luogo comunque d’avangiardia quale Bilbao) come probabile strumento di sperimentazione su se stesso, sugli autori, sul suono (il suono – quella trasparenza assoluta!). Ne sentiremo delle belle, da Robert Trevino!
    Intanto, lo aspettiamo a maggio per la Sesta di Mahler. Ma penso dovremo cominciare ad andare noi da lui (ora Quinta di Bruckner a Stoccarda poi la stagione a Bilbao). Questo è, nella contemporaneità, un cammino direttoriale fra i più appassionanti, meritevole d’esser seguito da vicino.

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli gennaio 15, 2018 a 11:50 am #

    Lo stacco rapidissimo di tempo della marcia del primo movimento (mai udita così!) è stato da vertigine, con quel tamburo esatto e implacabile, da chiedersi come avrebbero fatto Trevino e la Verdi a mantenerlo nel pazzesco crescendo: detto, fatto, con questo giovane surdotato l’impossibile sembra diventare totalmente naturale. Trevino legge la Leningrado come una sola, potente arcata di musica,il fraseggio è pulitissimo, non c’è un cachinno “grottesco” perché il dolore – spasmodico – è tutto “nel suono”. La “cattiveria” espressiva, l’implacabilità ritmica di quella marcia (il volto stesso di Trevino metteva paura, durante) ne hanno fatto uno degli eventi assoluti di ascolto di questi anni, ma non solo: il lavoro in particolare sugli archi de La Verdi, e, sul piano espressivo il nichilismo, la rarefazione dell’adagio, un finale di spaventosa tragedia del suono, la profondità e intelligenza di lettura unita alla tecnica direttoriale trascendentale confermano che, a 34 anni, Robert Trevino, è, fin d’ora, un unicum nel panorama direttoriale: con in più la sensazione di una progettualità su se stesso, che potrebbe farci vivere, negli anni a venire, altri impensabili esiti. E’ esatta e di totale buon senso, perché significa volontà di studio ulteriore, la scelta di prendersi una sua orchestra un po’ “defilata” (quella basca in un luogo comunque d’avangiardia quale Bilbao) come probabile strumento di sperimentazione su se stesso, sugli autori, sul suono (il suono – quella trasparenza assoluta!). Ne sentiremo delle belle, da Robert Trevino!
    Intanto, lo aspettiamo a maggio per la Sesta di Mahler. Ma penso dovremo cominciare ad andare noi da lui (ora Quinta di Bruckner a Stoccarda poi la stagione a Bilbao). Questo è, nella contemporaneità, un cammino direttoriale fra i più appassionanti, meritevole d’esser seguito da vicino.

    marco vizzardelli

  8. Gio’ gennaio 17, 2018 a 10:32 am #

    I due concerti di Trevino sono stati la conferma infuocata di quanto è bella la storia dell’interpretazione musicale quando a farla sono direttori d’orchestra che hanno qualcosa da dire. Tali furono qualche mese fa la Seconda di Mahler diretta da Gatti alla Scala o il Lago dei Cigni concertante di Darrel Ang a Bologna. Tale è la Leningrado di Robert Trevino all’Auditorium.

    Non scontate sono apparse le scelte di tempi singole, ma poi, ricapitolandole al termine dell’ascolto, si è capito che erano studiate alla perfezione in un arco tesissimo, lungo ottanta minuti. Anche io ho trovato travolgente la famosa marcetta del primo movimento, proprio lì dove Jansons mi aveva deluso nel suo stare eccessivamenete seduto. La cifra iperbolica, ma mai chiassosa, in Trevino si coniuga con un controllo del suono maniacale. Tanta commozione e tanto trionfo finale.

    Una provocatoria domanda finale: quanti direttori stracelebrati e strapompati sarebbero in grado di una simile prestazione con un’orchestra come La Verdi?

  9. marco vizzardelli gennaio 31, 2018 a 3:33 pm #

    Manfred Honeck e la sua Pittsburgh Symphony Orchestra hanno vinto il Grammy per la miglior incisione sinfonica con il disco comprendente la Sinfonia nr 5 di Shostakovic e l’Adagio di Barber.

    marco vizzardelli

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