Andrea Chenier

7 Dic

Dal 10 Dicembre 2017 al 5 Gennaio 2018
Umberto Giordano
Nel cinquantenario della scomparsa di Victor de Sabata
Coro, Corpo di Ballo e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala
Durata spettacolo: 2 ore e 35 minuti incluso intervallo

 

 

 

 

 

 

 

Direttore Riccardo Chailly
Regia Mario Martone
Scene Margherita Palli
Costumi Ursula Patzak
Luci Pasquale Mari
Coreografa Daniela Schiavone
CAST

Andrea Chénier
Yusif Eyvazov
Maddalena di Coigny Anna Netrebko
Carlo Gérard Luca Salsi
La mulatta Bersi Annalisa Stroppa
La Contessa di Coigny Mariana Pentcheva
Madelon Judit Kutasi
Roucher Gabriele Sagona
Il romanziero, Pietro Fléville, pensionato del Re Costantino Finucci
Fouquier Tinville, accusatore pubblico Gianluca Breda
Il sanculotto Mathieu, detto “populus” Francesco Verna
Un “Incredibile” Carlo Bosi
L’Abate, poeta Manuel Pierattelli
Schmidt, carceriere a San Lazzaro Romano Dal Zovo
Il Maestro di Casa/Dumas, presidente del Tribunale di Salute Pubblica Riccardo Fassi

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60 Risposte to “Andrea Chenier”

  1. ERO SVEGLIA dicembre 8, 2017 a 1:19 pm #

    Scrivi su …. scrivi!!!!

  2. marco vizzardelli dicembre 10, 2017 a 10:37 pm #

    La settimana appena trascorsa, Venezia era un incanto di azzurro e ori e argenti, nell’atmosfera cristallina di fredde ma scintillanti giornate invernali. Ho ascoltato e visto Un Ballo in Maschera alla Fenice (il titolo d’opera che in assoluto mi porterei nell’aldilà), l’ultima replica che sintetizzo così: ennesima grande direzione di Chung in epocale e perdurante stato di grazia, con gioco di tempi (i meravigliosi rallentando negli interventi del tenore del duetto, e non solo lì, a fronte di straordinarie, ma sempre meditate accensioni!), di atmosfere (l’equilibrio tragedia-commedia perfettamente individuato), di dinamiche ( a mio ricordo, il miglior uso delle due orchestrine esterne nella scena finale del ballo, straordinaria quella d’archi posizionata in alto, sulla fiamma della Statua della Libertà: bravi regista e Chung per idea e realizzazione, la mazurchina che evoica libertà e morte nell’addio di Riccardo alla vita e all’amore di Riccardo). Il Riccardo di Francesco Meli è il magnifico prolungamento delle intenzioni interpretative del direttore: la sua arte di fraseggiatore è tutt’uno con Chung. Ancor più, forse, lo straordinario, direi storico Oscar della massima interprete attuale e non solo del ruolo: cancellate generazioni di cachinni e coccodè nella parte. Solido Stoyanov-Renato. Trionfone per tutti i nominati, Invece buatissima (e con buone ragioni, non mi sono unito per stima al resto) la disastrata e disastrosa Amelia della Krstin Lewis, che c’è rimasta male ma forse dovrebbe riflettere su un onorato ritiro dalle scene dopo una onorata carriera, se la condizione attuale è questa. Peccato perché scenicamente sostenuta nell’identità “negra” fra Amelia e Ulrica, una delle ottime intuizioni di una regia consapevole dell’opera, del testo, del dramma, solo un po’ troppo cauta.
    Il 7 dicembre all’ora di Andrea Chenier gustavo capesante poi seppie al nero con polenta innaffiate di Ribolla Gialla in una deliziosa trattoria in una trasversale di Riva degli Schiavoni. Il titolo e il direttore, ai miei occhi, erano privi di qualunque interesse: inaugurazione mignon con opera breve e italiana, i due “credo” artistici (?) – il terzo la tendenza pronunciata al gerontocomio, soprattutto in materia di direttori – dell’attuale gestione scaligera, con un Martone (se ho letto bene fra le righe) opportunamente “anestetizzato” ad arredatore d’epoca (peccato: la sua Cavalleria Rusticana era, alla Scala con Harding, un capolavoro degno di passare agli annali: ma tant’è, pare che l’anestesia registica sia parte della attuale estetica chailliana). Purtuttavia, annoiandomi le scelte, il titolo e il direttore, la decisione ovvia è stata assentarsi. Dopodiché, proprio stasera, rientrato a Milano, mi son trovato a cenare a due metri dalla tavolata Netrebko & marito. Sono bravi e sono simpaticissimi: meritano tutto il bene, e nessuna cattiveria! Sarò a Roma, naturalmente, perché scelta del titolo, del direttore, del regsita, nonché del cast stimolano il mio animo immensamente più che l’inaugurazione scaligera.
    Tuttavia, nella vita, ognuno è come è e fa le sue scelte. L’attuale Scala è così, altri sono differenti. Presto fatto: ho disdetto l’abbonamento alla Scala, non sono ancora andato a vedere/ascoltare Chenier, se lo farò è perché Anna & consorte, sì tutti e due, mi aggradano anche se tutto il resto mi è in uggia. Son stato a Venezia con gradimento andrò a Roma sperando di gradire. Si è come si è, e si sceglie. Andrea Chenier in se stesso mi interessa talmente poco (non è come… La Gazza Ladra) che il mio dissenso non val la pena: dovrei dissentire su Giordano, in primo luogo, ma… cosa faccio? Mi metto a “buare” un defunto? A volte, meglio una sana assenza…

    marco vizzardelli

  3. der rote Falke dicembre 11, 2017 a 11:38 am #

    Rispettosamente e sinceramente ritengo che questa produzione non sia all’altezza di un 7 dicembre, soprattutto per quanto riguarda la direzione musicale.

    • Gio’ dicembre 12, 2017 a 11:41 pm #

      quoto al 100%!

  4. Zio Yakusidé dicembre 12, 2017 a 3:00 pm #

    non è successo niente, davvero.
    RAI, giornalisti di regime, cantores a vario titolo o compenso hanno provato a gonfiare tutto, ma il nulla è nulla e basta presentarsi in sala per accertarsene.

    una brutta opera (al di là degli insopportabili sproloqui del sedicente grande scopritore, filologo, sommo direttore e intellettuale a tutto tondo, direi) che ora diviene anche illustre pedagogo e ci insegna quando e perché applaudire (o anche no), cantata da una divetta assurta tale ruolo (?) per assenza di rivali, un tenorino con timbro sgraziatissimo e davvero sgradevole all’ascolto che si muove come un beota, un regista innocuo o scientemente anestetizzato.

    Much Ado About Nothing, fra un paio di mesi non ci ricorderemo nulla di questo …”planetario evento”.

    • Gio’ dicembre 12, 2017 a 11:40 pm #

      quoto al 100%!

  5. elena dicembre 12, 2017 a 11:10 pm #

    Scrivo con un certo disagio, in quanto milanese incallita, dopo aver appena visto su Rai5 che ha inaugurato l’Opera di Roma.
    Quassù abbiamo pompato a dismisura uno spettacolo carino e niente più, malgrado Chailly abbia sproloquiato per settimane cercando di convincerci che sarebbe stato un evento.
    Laggiù hanno avuto una inaugurazione interessante, dinamica, dibattuta, che certamente rimarrà nella memoria perché fatta non da glamour e presunzione ma da passione a arte autentiche. Il tutto guidato dal più grande direttore vivente, che è, ironia della sorte, milanesissimo!
    Non sapete quanto mi costi dirlo, ma per il secondo anno di seguito Roma ha stravinto su Milano la partita dell’inaugurazione operistica.
    Dovremmo rifletterci seriamente: come pubblico, come politica, come società.

  6. Gio’ dicembre 12, 2017 a 11:40 pm #

    con Chailly la Scala è ormai nella retroguardia europea. scelte estetiche e musicali ci collocano come fanalino di coda dell’interesse mondiale. rimango ancora orchestra e coro a garantire la qualità. per il resto il nulla.

  7. Gloria dicembre 13, 2017 a 3:21 pm #

    A me lo spettacolo è piaciuto, e come a me, credo ai 2000 spettatori paganti presenti in teatro alla ‘seconda’. Nessuna claque e grande attenzione. Alla fine applausi scroscianti per tutti gli interpreti, alla ribalta anche singolarmente. Non sono affatto d’accordo sulla stroncatura allo Chénier: la direzione era di qualità e gli interpreti pure. La regia era classica e senza rischi, ma intelligente e mai stucchevole. L’ho trovato uno spettacolo molto godibile e apprezzato dai molti che non potendo partecipare in teatro, l’hanno visto in televisione. Il direttore Chailly, non è il massimo della simpatia umana e a volte delude, ma in questo caso, credo per onestà intellettuale, bisogna riconoscergli un buon lavoro personale svolto, anche in termini di coesione. Io la penso così…
    Gloria

    • Andy dicembre 13, 2017 a 4:28 pm #

      È assai inutile aspettarsi un “riconoscimento per onestà intellettuale” da parte di gente che lo detesta apertamente e incondizionatamente al punto dall’infilarsi in un topic per esporre la cronaca di un evento che nulla ha a che vedere con l’oggetto, giusto per ribadire che “lì io non intendo andare”. Poi mi si dice che non si tratta di questo, vabbè…

      • elena dicembre 13, 2017 a 4:40 pm #

        Andy, io sono una abbonata scaligera e continuerò a esserlo perché amo questo teatro. Però la prima onestà intellettuale dev’essere la nostra: la Scala è in un momento di declino grave, e non regge il confronti con teatri d’opera che ricevono molto meno denaro pubblico e hanno costi d’ingresso molto più bassi.
        Io non detesto Chailly come musicista, ma lo trovo una sciagura come direttore musicale.
        Occorre invertire il trend al più presto mettendo al suo posto qualcuno che abbia una visione e un carisma autentici.

      • Andy dicembre 13, 2017 a 4:43 pm #

        Poi ti sposti su un altro topic, dedicato al direttore “giusto”, e si arirva anche a voler far passare l’idea che “l’orchestra che non si alza affinché i tributi siano diretti a lui” sia cosa talmente rara da denotare una serata leggendaria, quando trattasi di tradizione che si vede fare più spesso di quanto non la si veda fare, sia che il pubblico sia in delirio sia che stia semplicemente applaudendo. Mah!

      • Gio’ dicembre 13, 2017 a 4:53 pm #

        vuoi che chiediamo agli orchestrali della Scala se preferiscono il direttore sbagliato (ma imposto) o quello giusto?
        l’orchestra non può più sopportare questo direttore musicale, è un segreto di pulcinella. infatti il maestro è sempre più nervoso, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi…

    • Andy dicembre 13, 2017 a 4:58 pm #

      Che il livello sia in allarmante discesa non ci piove. Che sia tutta colpa di Chailly mi permetto di dubitarne (chiariamo subito, non stravedo per lui). A chi lo ha preceduto non è andata molto meglio: accoglienza con fuochi d’artificio, ma da lì a “è un incompetente, è nocivo per il teatro, se ne deve andare” la strada è sempre breve. Milano è sempre stata difficile con i suoi direttori musicali, e probabilmente se ne paga anche dazio. Dubiterei della sanità mentale di Gatti -perchè è lapalissiano che sia “il prediletto” qui- se decidesse di lasciarsi irretire. Ma non lo farà mai, sta troppo bene dove sta.

  8. marco vizzardelli dicembre 13, 2017 a 5:02 pm #

    Non è questione di “onestà intellettuale”. Lo è eccome, anzi, nel senso che è intellettualmente onesto scegliere di andare là dove interessi. E’ intellettualmente onesto dire che questo Chenier non mi attira né mi interessa, a parte – come già scritto – la simpatia e bravura di entrambi i protagonisti (ascoltai la “scoperta” Eyvazov in casa di amici anni or sono, i mezzi e la peculiarità di una voce non “qualunque” si percepivano già allora). Sì, io lì non intendo andare (o se ci andrò, ci andrò per curiosità per la coppia protagonista). Secondo Andy, dovrei dire dire il contrario: cioé, sarebbe intellettualmente onesto dire che sono attratto da una direzione di cui, delle inaugurazioni di questi anni, ho molto amato la sola Giovanna D’Arco, e dall’impostazione – così come è stata annunciata – dello spettacolo? Che strano tipo di onestà..
    Sono stato, invece, assai attratto dall’apertura di stagione all’Opera di Roma. Ripeto: ognuno è come è e fa le sue scelte. Sono attratto da una proposta di quel tipo in tutto il suo complesso, non da quella scaligera di questo Sant’Ambrogio, fin dal titolo. Posso onestamente dire che non amo l’opera di Giordano, o devo disonestamente dire che l’amo? Un carissimo saluto.

    marco vizzardelli

    • Andy dicembre 13, 2017 a 5:08 pm #

      È ovvio che è “intellettualmente onesto” scegliere dove andare. Trovo tuttavia meno “intellettualmente onesto” venirlo ad esplicitare dove il tema è tutt’altro. Uno apre il topic dedicato allo Chenier per leggere dello Chenier, nel bene o nel male che sia, non per leggere “ho visto tutt’altro, sono andato a mangiare, tanto di quel Chenier non mi frega nulla”.
      È come esporre la cronaca di una cena da Taglienti in un topic dedicato a Cracco, giusto per ribadire per l’ennesima volta che Cracco non mi piace.

      • Stiffelio dicembre 13, 2017 a 6:45 pm #

        Se l’alternativa di qualità e il ciarpame che si è visto ieri sera da Roma allora evviva la Scala e chailly

  9. LucaB. dicembre 13, 2017 a 7:43 pm #

    Concordo con Stiffelio. E per quanto riguarda Roma (visto su Rai5), mi associo al giudizio di Fantozzi sulla Corazzata Kotiomkin.

    • Gio’ dicembre 13, 2017 a 8:33 pm #

      ah sì? c’era più recitazione in cinque minuti di Michieletto che in tutto il penoso, muffoso, squallido Andrea Chénier chaillyano.

  10. Gloria dicembre 14, 2017 a 9:15 am #

    Signor Gio’, visto che parla quasi solo di regia e di Michieletto dovrebbe dire ‘Chénier martoniano’. C’era in teatro alla Scala o all’Opera? Ha visto almeno uno dei due spettacoli dal vivo, o si limita a giudizi para-televisivi? Conosce il libretto di Andrea Chénier e ha mai visto dal vivo in vita sua? E lo stesso le chiedo per Damnation. Solo una mia curiosità.
    Gloria

    • Gio’ dicembre 14, 2017 a 11:20 am #

      buongiorno Gloria, grazie per le domande finalmente non polemiche.
      ho visto la Damnation il 9 a Roma in platea approfittando dei bassissimi prezzi per noi giovani under26.
      ho visto la pomeridiana di Chénier il giorno dopo alla Scala (grazie a un pullman autostradale notturno) in seconda galleria.
      sulle regie ti dico subito.
      ho trovato geniale il Martone della prima parte, orribile quello della seconda, dove l’allestimento si affloscia e diviene catatonico. di Martone ho visto almeno tre o quattro regie di opera, ed è la prima volta che lascia i solisti lì in proscenio a non far nulla fissando il direttore d’orchestra per minuti interi. mi pare evidente che questa sia una richiesta di Chailly. richiesta che peraltro non ha migliorato l’esito musicale lezioso e rumoroso.
      riguardo a Michieletto, non tutto mi è piaciuto. ma una cosa è certa: lì sì che c’è stato un lavoro di fino battuta per battuta, in evidente collaborazione col direttore d’orchestra. perfetto? no. discutibile? certamente. ma un fior di evento artistico, senza risparmio o retropensieri.
      insomma, concludo così: lo Chénier scaligero è stato un dispendio inutile e che non lascerà traccia, la Damnation una proposta forte che mi ha interrogato profondamente.
      mi chiedi secondo me da cosa dipende? dalla differenza artistica e musicale abissale tra Chailly e Gatti.
      il primo conduce l’orchestra correttamente, fa il suo, il resto vada come vada.
      il secondo concepisce lo spettacolo insieme al suo regista e ai suoi cantanti, si prende dei rischi, osa delle proposte contro il mainstream, fa riflettere, divide.
      per questo condivido l’opinione di Elena e di Vizzardelli: Chailly non ha visione artistica, non ha una prospettiva verso cui condurre un teatro d’opera, fa le sue due operai e all’anno e non incide. e siccome la Scala prende un sacco di soldi pubblici e di tasse (anche io le pago coi miei lavoretti precari da universitario italiano medio) io pretendo che esse confluiscano in un progetto musicale e artistico vero.
      tutto qui.
      gio’

      • Gloria dicembre 14, 2017 a 12:02 pm #

        Buongiorno Gio’. Condivido il giudizio su Roma: è evidentemente un lavoro d’equipe che trovo personalmente molto interessante. Apprezzo l’azzardo del Sovintendente Fuortes che, rischiando, ha proposto, per l’inaugurazione, uno spettacolo ‘forte’, provocatorio e di certo non convenzionale, a partire dalla scelta del titolo, che richiedeva per sua stessa natura di oratorio, un allestimento di rottura o niente. E’ una composizione che si basa su un libretto talmente visionario (termine che non mi piace ma non mi è venuto altro di più efficace!) che il regista (e gli ottimi collaboratori) capace ha spunti per realizzare letture personalissime. E così è stato, col plauso della critica e l’orrore di molti melomani. C’era secondo me una lotta impari tra il dominio indiscusso della regia e l’esecuzione musicale, ancorchè ottima. L’aria più bella (D’Amour l’ardente flamme) traballa vocalmente e lo sforzo attoriale enorme che viene chiesto ai cantanti non sempre ha esito positivo nell’essere funzionale alla musica.
        Scelta non convenzionale anche per la Scala. Il titolo era sconosciuto ai più, se non per qualche aria. Qui abbiamo un libretto dettagliatissimo oltre al fatto che si racconta un fatto storico quindi difficile ‘interpretare’ o trasporre. Scegliendo Martone, era chiaro il risultato più ‘classico’ a cui si sarebbe arrivati, perchè lo stile è noto. E’ di certo uno spettacolo affatto provocatorio, ma molto moderno e ben realizzato per idee e gusto scenico che si fonde perfettamente con l’ottima direzione musicale. Il tipo di recitazione richiesto ai cantanti, l’ho trovato molto funzionale alla musica. E alla Scala c’era un cast di cantanti tra i migliori al mondo per ogni ruolo, a cominciare dalla Netrebko e a finire con l’ultimo nome in cartellone. E’ uno spettacolo molto meno ‘pulp’ ma di grandissimo livello.
        Questo per dire dello Chénier.
        Riguardo al tipo di conduzione scaligero Chailly/(ci aggiungo) Pereira, concordo con voi. Non mi piace e la trovo vetusta e poco interessante, ma i numeri danno ragione a loro. Incassi record e conti in ordine. I suoi soldi di contribuente sono ben riposti. Quindi prenderemo molti treni per Roma, Napoli, Palermo, Venezia…
        Gloria

      • L.J. dicembre 14, 2017 a 4:05 pm #

        Caro Gio’, condivido la tua analisi, e sono contento che ci siano ancora giovani così appassionati al genere opera. C’è speranza per il futuro!

  11. Gabriele BAccalini dicembre 14, 2017 a 2:07 pm #

    Non vado allo Chénier, che ho visto in televisione, perché è un’opera che non mi fa né caldo né freddo (l’avevo già vista una tentina di anni fa diretta da uno Chailly sicuramente migliore di quello attuale e con Carreras, Cappuccilli e Tomova-Sintow).
    La Dannazione romana l’ho sentita alla radio e per fortuna si sentiva anche l’orchestra, cosa che dalla Scala è impossibile, prevalendo i radiomicrofoni dei cantanti.
    Non commento mai spettacoli o concerti, cui non assisto dal vivo.
    Qui mi limito a osservare che Chailly è stato voluto dalla maggioranza dell’orchestra, che forse alla prova dei fatti ha cambiato idea, ma dovrà tenerselo per un bel po’ a causa della mediocre cultura musicale dell’establishment scaligero e degli agganci che non gli mancano, visto che ha immeritatamente usurpato il posto che fu di Claudio Abbado a Lucerna.
    Anch’io preferisco di gran lunga Gatti, ma sinceramente non arriverei a definirlo “il più grande direttore vivente”: lo metto sì al top, ma insieme a Salonen, Thielemann, Jansons, Temirkanov, Ivan Fischer, Gergiev (quando ha voglia e dirige la musica che gli appartiene), Pappano per l’opera, Petrenko e l’intramontabile Haitink (so che qualcuno dissentirà su quest’ultimo). In “questa” Scala neanch’io mi sbraccerei a convincerlo ad avventurarsi. Non so se a Monaco abbiano già scelto il sostituto di Petrenko, altri grandi teatri europei avranno avvicendamenti e per lui, che è di casa in tutti i massimi luoghi dell’opera e della sinfonica, forse conviene per un po’ rimanere libero professionista.
    Non troppo, perché dopo i 60 prendere la guida stabile di un teatro può diventare oneroso e limitante da un punto di vista artistico (vedi i livelli di sciatteria cui è arrivato Barenboim con la pretesa di dirigere due grandi teatri, ciascuno con la sua appendice filarmonica per la musica sinfonica. Alla Scala arrivò in una situazione di emergenza e si dovette ringraziare Lissner per averlo portato, ma poi è rimasto troppo nel ruolo di “faso tuto mi”).

    P.S. Non trovo assolutamente fuori luogo dei “fuoripista” (scusate il gioco di parole), se c’è qualcosa di interessante da commentare, che avviene fuori dal polveroso Piermarini.

    • Andy dicembre 14, 2017 a 4:02 pm #

      Forse parlare di usurpazione a Lucerna è un po’ troppo. Certo non è un segreto che si volesse Nelsons, la conferenza stampa per una sua nomina era stata già bell’e fissata. Oggettivamente però Nelsons si trovava in una situazione per cui sarebbe stato impossibile far combaciare le cose: Tanglewood è intoccabile e non riprogrammabile, e Haefliger non avrebbe mai (giustamente) potuto piazzare i concerti della LFO in un momento diverso dall’avvio di festival.
      La nomina di Chailly, pur supportata da qualche valida argomentazione, stupì molti, me incluso. Direttore presente a Lucerna, ma non con costanza paragonabile a un Haitink (ovviamente non proponibile), a un Barenboim o a un Rattle. Ma dubito si sia trattata di forzatura da parte sua, non avevo l’impressione che a Lucerna avesse un potere pari ad altri suoi colleghi. Le mie impressioni del nuovo binomio per ora sono relativamente neutrali: mi ha impressionato il programma Strawinsky dello scorso anno, ho trovato più generico quello straussiano. Corretta ma non irresistibile l’Ottava di Mahler dell’esordio…se solo Abbado non avesse a suo tempo rinunciato!
      Ma sto divagando…

      • L.J. dicembre 14, 2017 a 4:04 pm #

        Andy, mi fai venire il magone.
        Ho due grandi rimpianti: Ottava di Mahler con Abbado a Lucerna o Milano, Concerto di Capodanno 1991 previsto con Bernstein che morì alcuni mesi prima. Brividi.

      • Andy dicembre 14, 2017 a 4:22 pm #

        Diciamo che il Requiem di Mozart sul quale ripiegò fu una pillola assai amara da digerire, specie perché mi “derubò” di un’integrale che ormai era ad un passo dalla completazione. 🙂 Fu tutt’altro che una serataccia, ma è un altro discorso.

    • ulisse dicembre 14, 2017 a 7:41 pm #

      Ciao, Gabriele. A Monaco sono in trattativa con Vladimir Jurowski.

      U

      • Gio’ dicembre 14, 2017 a 11:28 pm #

        beati loro. Jurowski ha una identità molto marcata nel sinfonico. se nell’opera è altrettanto, sarà una bella fase. non mi sembra esistano alternative valide, visto che Salonen ha un repertorio lirico molto mirato e selettivo, Currentzis non è adatto a un teatro di repertorio, Jansons è un sogno, Mariotti è ancora un po’ troppo giovane e non ha ancora affrontato Wagner e Strauss.

    • Gio’ dicembre 15, 2017 a 12:33 am #

      devo correggerti, Gabriele. Chailly non è stato voluto dalla maggioranza dell’orchestra. la maggioranza dell’orchestra, come riportò puntualmente Paola Zonca su Repubblica, votò per Fabio Luisi. poi Pereira nominò comunque Chailly.

  12. marco vizzardelli dicembre 15, 2017 a 11:15 am #

    “Scegliendo Martone era chiaro il risultato più “classico cui si sarebbe arrivato. Lo stile è noto.”.

    Scusa Gloria, ma qui almeno in parte dissento. Martone è il regista cui alla Scala si deve (ma con il “manico” di un musicista stimolante quale Daniel Harding) una straordinaria, arditissima Cavalleria Rusticana (e i pure ariditi Pagliacci)..A Parigi, con direttore Daniele Gatti, Martone mise in scena un Macbeth tutt’altro che “classico” (memorabile il “valzer di morte” di Macbeth e della Lady).

    A questo punto, viene il dubbio che la cosiddetta “classicità” non dipenda dal regista. E cito: nella Giovanna d’Arco (bellissima) inaugurale di due anni or sono, Chailly accettò (con corrtettivi) la regia dei belgi, con cui peraltro bisticciò furiosamente, come da anche esilaranti registrazioni passate agli atti. L’intraprendente Hermanis fu costretto, in Madame Butterfly, ad una assai brutta e prudentissima illustrazione da cartolina giapponese, forse la peggior messa in scena d’un regista di solito stimolante.Ligio agli ordini pure il Salvatores de La Gazza Ladra. Si direbbe che a qualunque regista, nelle opere dirette dall’attuale “stabile” della Scala venga richiesto di… non disturbare il manovratore e limitare al massimo il rischio, prendendo a target un pubblico ritenuto insensibile od ostile a qualsiasi ardimento. Il problema è che, così facendo, la direzione avalla anzi crea l’immagine di un teatro – struttura e pubblico – nel quale ogni sperimentazione è bandita in partenza. “Ah, ma alla Scala non si può” è diventata la frase-guida di questi anni. Il che è strano se si pensa che il giovane Chailly era figura artistica di tutt’altro genere, aperta al nuovo. Oggi sembra dominato da una prudenza estrema che, agli occhi di chi segue queta fase della Scala, rasenta un timor panico del contrasto: l’importante sembra essere non creare il minimo turbamento. Ma va a finire che non si crea alcun “pensiero” in chi assiste agli spettacoli della Scala. A questo proposito: il Maestro Chailly nomina spesso Claudio Abbado, dicendosene sinceramente affezionato: forse dovrebbe riflettere su quel che Abbado fu – dal punto di vista delle scelte artistiche/registiche – alla Scala e altrove, sulla creatività dei repporti di Abbado con i registi.

    marco vizzardelli

  13. marco vizzardelli dicembre 15, 2017 a 11:23 am #

    “Scegliendo Martone era chiaro il risultato più “classico cui si sarebbe arrivato. Lo stile è noto.”.

    Scusa Gloria, ma qui almeno in parte dissento. Martone è il regista cui alla Scala si deve (ma con il “manico” di un musicista stimolante quale Daniel Harding) una straordinaria, arditissima Cavalleria Rusticana (e i pure arditi Pagliacci)..A Parigi, con direttore Daniele Gatti, Martone mise in scena un Macbeth tutt’altro che “classico” (memorabile il “valzer di morte” di Macbeth e della Lady).

    A questo punto, viene il dubbio che la cosiddetta “classicità” non dipenda dal regista. E cito: nella Giovanna d’Arco (bellissima) inaugurale di due anni or sono, Chailly accettò (con correttivi) la regia dei belgi, con cui peraltro bisticciò furiosamente, come da anche esilaranti registrazioni passate agli atti. L’intraprendente Hermanis fu costretto, in Madame Butterfly, ad una assai brutta e prudentissima illustrazione da cartolina giapponese, forse la peggior messa in scena d’un regista di solito stimolante.Ligio agli ordini pure il Salvatores de La Gazza Ladra. Si direbbe che a qualunque regista, nelle opere dirette dall’attuale “stabile” della Scala venga richiesto di… non disturbare il manovratore e limitare al massimo il rischio, prendendo a target un pubblico ritenuto insensibile od ostile a qualsiasi ardimento. Il problema è che, così facendo, la direzione avalla anzi crea l’immagine di un teatro – struttura e pubblico – nel quale ogni sperimentazione è bandita in partenza. “Ah, ma alla Scala non si può” è diventata la frase-guida di questi anni. Il che è strano se si pensa che il giovane Chailly era figura artistica di tutt’altro genere, aperta al nuovo. Oggi sembra dominato da una prudenza estrema che, agli occhi di chi segue questa fase della Scala, rasenta un timor panico del contrasto: l’importante sembra essere non creare il minimo turbamento. Ma va a finire che non si crea alcun “pensiero” in chi assiste agli spettacoli della Scala. A questo proposito: il Maestro Chailly nomina spesso Claudio Abbado, dicendosene sinceramente affezionato: forse dovrebbe riflettere su quel che Abbado fu – dal punto di vista delle scelte artistiche/registiche – alla Scala e altrove, sulla creatività dei rapporti di Abbado con i registi.

    marco vizzardelli

  14. marco vizzardelli dicembre 15, 2017 a 12:40 pm #

    Quanto ho scritto sopra non è un giochino “a chi è buono e chi cattivo”. Ma, ripeto: ognuno fa le sue scelte. Chi qui scrive, è un ascoltatore-spettatore che apprezza dai teatri dalle loro direzioni artistiche-musicali, scelte di un certo tipo. Quelle che ai miei occhi latitano alquanto, attualmente, alla Scala. Con Barenboim-Lissner (piacessero o no altre scelte) si ebbe ancora una fase – come dire – “creativa”, di scelte artistiche stimolanti. Oggi, in questo senso, mi pare che siamo in una situazione di stallo. La scelta artistica di un quieto vivere. “Ah, ma alla Scala non si può” e “Non si può perchè, altrimenti, fischiano”. (E siamo arrivati al punto, per ora intravisto ma ampiamente “nell’aria”, che “alla Scala, specie a SantAmbrogio, sia meglio non dare opere troppo lunghe. Ma dai!) Vien da replicare: e perché non si può? Sono così temibili i fischi, le discussioni, anche gli eventuali dissensi? E’ così temibile far riflettere chi assiste ad uno spettacolo. Che teatro è, e che pubblico “forma” quel teatro che si autovede come un “museo dell’opera”, “museo della sacra e intoccabile rappresentazione dell’opera”? La Scala ha vissuto epoche in cui “si poteva”. Oggi ci raccontano che “non si può”. Mah.

    marco vizzardelli

  15. Gabriele Baccalini dicembre 15, 2017 a 2:02 pm #

    Con Vladimir Jurowski a Monaco fanno un affarone. La sua personalità nell’opera l’ha già ampiamente dimostrata dirigendo per anni il Festival di Glyndebourne e altre produzioni come un magnifico Onegin (alla Scala era scontento perché solo all’ultima recita aveva ottenuto quello che voleva dall’orchestra). Nel mio precedente intervento il suo nome non figurava tra i “top”, ma era una pura dimenticanza. Jansons, con i suoi anni e i suoi problemi cardiaci non era comunque proponibile: ha già dovuto lasciare il Concertgebouw e tenersi “solo” la Bayerischen Rundfunks, con la quale lo abbiamo sentito pochi giorni fa alla Scala.
    Quanto alla scelta di Chailly alla Scala, a me risulta che la storia sia leggermente più complicata. In orchestra c’era una propensione per Chailly con una minoranza favorevole a Gatti. Luisi fu una indicazione di compromesso per evitare una spaccatura, ma la spada di Brenno sul piatto di Chailly la mise l’establishment della Scala, senza che alcun Furio Camillo dell’orchestra obiettasse alcunché. Comunque, piaccia o non piaccia, secondo me “hic manebit optime”.

  16. marco vizzardelli dicembre 20, 2017 a 12:46 am #

    L’ho visto stasera (così Andy è contento e non dice che snobbo).
    Prima impressione a caldo: se tutto fosse come “La mamma morta” di Anna (non tutto il resto di lei) e “Nemico della Patria” di Salsi (tutto il resto di lui), sarebbe un’edizione storica.
    Purtroppo, Chailly e Eyvazov non consentono. Ed è evidente che Martone (che ha momenti di classe: vedi il fermo immagine sul coro nella scena del processo, purtroppo afflitto da un baccano infernale di Chailly!) ha fatto una regia “frenata”.
    Yussif è simpaticissimo, si straimpegna. Ma – impressionante in tal senso l’entrata iniziale – mi verrebbe da ribattezzarlo (deformazione professionale) Varenne. Per il nitrito. Lei è somma nell’aria, un tripudio di colori e dinamiche ed interpretazione, ma è costretta dalle altre dinamiche, quelle imposte dal podio, a cantare tutto il resto quasi tutto forte, pur bene. E non è stata vestita né acconciata benissimo. E forse il ruolo le sta così così, fermo restando che è una fuoriclasse. Eccezionali, quelli sì, tutti i ruoli minori.
    Stasera, tale la chiamata dal podio sull’ultimo fortissimo che l’intera batteria degli ottoni ha tirato, in quel punto, uno steccone colletivo pazzesco di cui gli strumentisti non sono colpevoli. Ma, l’udito, l’orecchio, Maestro? E le voci molto spesso coperte? E Anna che copre il marito?

    marco vizzardelli

  17. masvono dicembre 23, 2017 a 5:10 pm #

    Pur comprendendo e rispettando la scelta interpretativa e l’esecuzione di Chailly in merito all’Andrea Chénier, resto convinto che la sua operazione si fondi su un sostanziale fraintendimento. Ovvero quello per cui Giordano e in senso lato il “Verismo” musicale italiano siano un innesto della cultura musicale mitteleuropea. Nella realtà, e questo è il mio parere, se è vero che alcuni “imprestiti” derivino dal sinfonismo di “oltralpe”, la natura dell’opera è, e resta, sostanzialmente italiana ed è, nel caso di questo titolo in particolare, radicata sull’iperbole.

    Tutto nello Chénier è iperbolico: il dramma, la passione, l’amore, la vocalità, l’orchestrazione. L’andare alla ricerca di “altro”, cercando di scovarlo in qualche preziosismo della scrittura, nella rarefazione timbrica, provando a dimostrare che la partitura celi florilegi straussiani in realtà produce, all’atto dell’ascolto, una sensazione di vacuità. Dove dovrebbe esserci parossismo, sangue, passione, iperbole appunto, ascoltiamo tentativi di idillio, smussamenti di toni, arabeschi che rendono un cattivo servizio alla drammaturgia, già debole di suo, di quest’opera.

    Si evince, senza dubbio, un grande studio della partitura, che porta a cesellare in maniera raffinata il tessuto; ma dove è il sangue? Dove è la passione? E soprattutto quel senso di turbine paradossale dall’intensità al calor bianco (anzi, rosso, come il flusso vitale dell’uomo e della Rivoluzione) che, ad esempio, aveva fomidabilmente compreso James Levine? Semplicemente non ci sono. Chailly, oggigiorno, trovo sia un direttore scarsamente, se non per nulla, effusivo. Dipinge uno scenario, ma non lo vive interiormente, nè lo fa vivere a chi lo ascolta. La superficie sonora dell’orchestra brulica anche, talvolta, di azzeccate trasparenze, ma il cuore che le sostiene è di marmo e non se ne viene emozionalmente coinvolti.

    Certo, la scelta del cast, non aiuta, ma forse è stata in tal senso voluta. Ad esempio, perchè Eyvazov? Il suo timbro e la sua vocalità, semplicemente, possono solo indurre il direttore ad una scelta verso la miniaturizzazione dei toni, alla ricerca dell’intimismo, altrimenti, il tenore non si potrebbe udire: ma Chènier non è l’estatico cavaliere Lohengrin e niente della partitura di Giordano è assimilabile a quella di Wagner, Ed è ben curioso, a teatro, ascoltare la voce dell’Incredibile “passare” con maggiore facilità e peso sonoro rispetto a quella del protagonista (Bosi superlativo, complimenti!).
    Anche alla fuoriclasse Netrebko la parte di Maddalena va oltremodo stretta e, francamente, il suo rotondo timbro, luminoso e dai centri maturi ed ampi poco riflettono il carattere dapprima capriccioso e poi da giovane innamorata del personaggio. La sua grande aria del III atto è eccezionale per sfumature e fraseggio, ma resta come una gemma a se stante incastonata in una condotta ordinaria ed un po’ in “souplesse”. Luca Salsi è perfettamente in parte (direi l’unico dei tre protagonisti), ed è effettivamente il solo ad essere espressivamente insieme “italiano” e “verista”, nella sua linea di canto riccamente espressiva e appassionata.

    Tutte le parti di fianco esemplari, mentre la regia di Martone resta funzionale, essenziale, ma un po’ dimessa, quasi avesse come primo comandamento quello di non disturbare. Nulla a che vedere rispetto ad altre sue prove, in primis la già citata “Cavalleria” di qualche anno fa.

    Saluti

    -MV.

    • elena dicembre 24, 2017 a 2:54 pm #

      Marco, hai spiegato molto bene una cosa che sentivo anche io e non riuscivo a esprimere con nitore.
      Mi permetto di aggiungere, per fare un paragone tutto scaligero, che a Chailly manca tutto quello che aveva il grandissimo Votto nell’edizione con la Callas: cioè l’entusiastico superamento di quel finto pudore alla “lo eseguo ma in fondo non ci credo”.
      Che è esattamente il contrario dell’attuale fase di Daniele Gatti, che sembra invece consumarsi emotivamente quando ci propone le sue interpretazioni, dalle quali si esce scossi e diversi.
      La Scala dovrebbe ripartire proprio da lui, da questa cifra che in fondo è quella della sua storia: una missione artistica che coincide con la preminenza della verità drammatica su ogni altra considerazione estetica.

  18. alberto dicembre 24, 2017 a 4:03 pm #

    Devo dire che i vostri commenti sono piuttosto scontati……quando un direttore d’orchestra non piace, nello specifico Chailly, è chiaro che ogni volta i fucili sono puntati contro di lui pronti ad uccellarlo senza pietà con motivazioni che attengono proprio al particolare stato d’animo di chi lo giudica. Chailly non sarà un fenomeno però non mi pare sia nemmeno quella schiappa da voi dipinta: del resto per chiunque, nel campo artistico, possono essere costruite critiche di ogni tipo, anche ai cosiddetti “mostri sacri”, basta volerlo senza lasciarsi condizionare dalla “massa” che, nel caso della rappresentazione di questo Andrea Chénier, ha mostrato di gradire con entusiasmo opera, direttore, regia, cantanti. ( fosse sempre così. …!)

    • masvono dicembre 24, 2017 a 11:31 pm #

      Mai detto che sia “una schiappa”, ma come dici tu non è un fenomeno. Non è Chailly uno sconosciuto eh? A Milano lo abbiamo ascoltato per anni con la Verdi. Anche se sembra che sia stato scoperto oggi che è alla Scala è già noto, rinoto, stranoto, con un repertorio noto, rinoto, stranoto suonato proprio qui, non a migliaia di chilometri. Qui. Per anni. E, seppure non da fenomeno, meglio.
      Saluti

      -MV

  19. marco vizzardelli dicembre 27, 2017 a 10:30 pm #

    Mentre la polverosa, vegliarda Scala mandava in scena il Salotto di Nonna Felicita Giordano, a Parigi Stephane Lissner presentava, per tutto dicembre, un allestimento de La Boheme – Gustavo Dudamel, Klaus Guth, più la Joncheva – tale da accendere passioni, entusiasmi, discussioni, pro, contro, VITA DELL’OPERA OGGI!!!!
    Quanto mi manca la Scala di Lissner!! Quanto mi manca il sano rischio, la vita!

    marco vizzardelli

    • alberto dicembre 28, 2017 a 11:42 pm #

      Se il “sano rischio” è “Ti vedo,ti sento, mi perdo”, preferisco una sana normalità.

      • Giulia dicembre 29, 2017 a 11:43 am #

        La Boheme di Parigi? Vista pochi gg fa per caso. Ero a Paris.
        Una cagata pazzesca e spreco di soldi pubblici. Ma ci faccia il piacere vizzardelli. Lissner se ne stia dove e’.

  20. marco vizzardelli dicembre 29, 2017 a 11:46 am #

    No il sano rischio non è l’INVECCHIATO Sciarrino di quest’opera.
    Anche quella è, ormai, polvere di solaio

    marco vizzardelli

    • alberto dicembre 29, 2017 a 2:32 pm #

      Allora per “sano rischio” intendi forse Giovanna d’Arco, Die Soldaten, Co2, La Cena delle Beffe, Tamerlano, ecc.?….mah?!

  21. marco vizzardelli dicembre 29, 2017 a 4:59 pm #

    Giulia, che profondo argomentato giudizio!
    Ma non fa che portarmi ragione: che bello tutto quest’odio! E che noia la catalessi scaligera dei paurosi!

    marco vizzardelli

    P.s. Giovanna d’Arco, Die Soldaten (almeno per l’allestimento) e Tamerlano sono stati “momenti” che io stesso riconosco apprezzabili, dell’attuale Scala, e hanno avuto molto successo.

  22. marco vizzardelli dicembre 29, 2017 a 5:43 pm #

    MA PERCHE’, MAESTRO MUTI???

    Un grande direttore chiamato a dirigere per la quinta volta il Concerto di Capodanno da Vienna e intervistato da un giornale avrebbe, normalmente, colto l’occasione per esprimere la sua gioia, inviando magari, da signore, un augurio di ristabilimento all’indisposto collega Zubin Mehta che lo aveva preceduto l’anno scorso su quel podio. Invece, nell’intervista rilasciata a Valerio Cappelli sul Corriere della Sera di giovedì 29 dicembre, Riccardo Muti non ha perso l’occasione di fare il Muti “Io non farò come quei miei colleghi che si esibirono in gag e si misero in testa il berretto da capostazione, Karajan non scherzò mai durante il Concerto di Capodanno, ecc”. Il che assomma alcune villanate gratuite (allo stesso Mehta, peraltro autorevolissimo interprete delle musiche degli Strauss, e a… Carlos Kleiber, fra i massimi interpreti storici del Capodanno viennese, che una volta suonò la trombetta, al grande Boskovsky, a Pretre, a Maazel, tutti sorridenti e festosi durante il festoso concerto) ad una inesattezza: il sommo Karajan, pur fisicamente provato, seppe sorridere e, sì, scherzare sul podio del suo memorabile Concerto di Capodanno al Musikverein: i relativi filmati lo testimoniano. Poi, nell’intervista sul Corriere, ce n’è stato anche per il Concerto di Capodanno de La Fenice di Venezia (qui c’è in ballo un altro grande, Chung), naturalmente denigrato dal Nostro (sarebbe interessante ascoltarne le dichiarazioni qualora la Fenice invitasse lui, la prossima volta…)
    Speriamo che i valzer by Muti sappiano eguagliare, in viennesità di stile e bellezza, le storiche esecuzioni di tutti i Maestri nominati. Per il momento, alla vigilia del Concerto di Capodanno, è proprio lo stile, che sembra esser mancato a Muti. Ma è più forte di lui: alla sua bella età non riesce a gioire della sua carriera, e a guardare avanti, senza guardarsi attorno. Leggermente patologico. E molto triste.

    marco vizzardelli

    P.S. Infatti, puntuale, giunge sul “Gazzettino” di Venezia, la sorridente, signorile risposta di Fortunato Ortombina, sovrintendente de La Fenice:

    – Da IL Gazzettino

    Che dire? Signori si nasce. Ortombina lo è.
    m.viz

  23. marco vizzardelli dicembre 29, 2017 a 5:45 pm #

    Infatti, puntuale, giunge sul “Gazzettino” di Venezia, la sorridente, signorile risposta di Fortunato Ortombina, sovrintendente de La Fenice:

    – Da IL Gazzettino

    Che dire? Signori si nasce. Ortombina lo è.
    m.viz

  24. marco vizzardelli dicembre 29, 2017 a 5:49 pm #

    Scusate c’erano problemi tecnici di copiatura del testo. Eccolo.
    Sì Infatti, puntuale, giunge sul “Gazzettino” di Venezia, la sorridente, signorile risposta di Fortunato Ortombina, sovrintendente de La Fenice
    ————
    “La domanda più insidiosa, quella per intendersi che avrebbe acceso le polveri della polemica, il sovrintendente della Fenice, Fortunato Ortombina, l’ha parata come un abile portiere. A tirare il rigore ci aveva pensato il maestro Riccardo Muti che ha definito autarchico il Concerto di Capodanno allestito al Teatro La Fenice sottolineando neanche tanto velatamente il ruolo della Rai (che trasmetterà in diretta il 1. gennaio da Venezia).
    Muti dirigerà invece da Vienna lo storico Concerto di Capodanno con i Wiener Philarmoniker. Insomma, magari questioni di concorrenza…«Si poteva tornare all’antico? – si è chiesto il Maestro napoletano – Bisogna chiederlo alla Rai. Di certo Vienna è unica…». E alla battuta del direttore d’orchestra ha replicato con stile il sovrintendente veneziano: «Il maestro Muti è il benvenuto e quando vorrà potrà dirigere il Concerto di Capodanno qui da noi. Nessuna polemica. Lo aspettiamo»”
    ——————————————————————–
    Che dire? Signori si nasce. Ortombina lo è.
    m.viz

    • marco vizzardelli dicembre 29, 2017 a 6:17 pm #

      MA PERCHE’, MAESTRO MUTI???
      ——————————————–
      Un grande direttore chiamato a dirigere per la quinta volta il Concerto di Capodanno da Vienna e intervistato da un giornale avrebbe, normalmente, colto l’occasione per esprimere la sua gioia, inviando magari, da signore, un augurio di ristabilimento all’indisposto collega Zubin Mehta che lo aveva preceduto l’anno scorso su quel podio. Invece, nell’intervista rilasciata a Valerio Cappelli sul Corriere della Sera di giovedì 29 dicembre, Riccardo Muti non ha perso l’occasione di fare il Muti “Io non farò come quei miei colleghi che si esibirono in gag e si misero in testa il berretto da capostazione, Karajan non scherzò mai durante il Concerto di Capodanno, ecc”. Il che assomma alcune villanate gratuite (allo stesso Mehta, peraltro autorevolissimo interprete delle musiche degli Strauss, e a… Carlos Kleiber, fra i massimi interpreti storici del Capodanno viennese, che una volta suonò la trombetta, al grande Boskovsky, a Pretre, a Maazel, tutti sorridenti e festosi durante il festoso concerto) ad una inesattezza: il sommo Karajan, pur fisicamente provato, seppe sorridere e, sì, scherzare sul podio del suo memorabile Concerto di Capodanno al Musikverein: i relativi filmati lo testimoniano. Poi, nell’intervista sul Corriere, ce n’è stato anche per il Concerto di Capodanno de La Fenice di Venezia (qui c’è in ballo un altro grande, Chung), naturalmente denigrato dal Nostro (sarebbe interessante ascoltarne le dichiarazioni qualora la Fenice invitasse lui, la prossima volta…)
      Speriamo che i valzer by Muti sappiano eguagliare, in viennesità di stile e bellezza, le storiche esecuzioni di tutti i Maestri nominati. Per il momento, alla vigilia del Concerto di Capodanno, è proprio lo stile, che sembra esser mancato a Muti. Ma è più forte di lui: alla sua bella età non riesce a gioire della sua carriera, e a guardare avanti, senza guardarsi attorno. Leggermente patologico. E molto triste.
      marco vizzardelli
      ———————-
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      ————————-
      Puntuale, giunge sul “Gazzettino” di Venezia, la sorridente, signorile risposta di Fortunato Ortombina, sovrintendente de La Fenice.
      Da Il Gazzettino:
      “La domanda più insidiosa, quella per intendersi che avrebbe acceso le polveri della polemica, il sovrintendente della Fenice, Fortunato Ortombina, l’ha parata come un abile portiere. A tirare il rigore ci aveva pensato il maestro Riccardo Muti che ha definito autarchico il Concerto di Capodanno allestito al Teatro La Fenice sottolineando neanche tanto velatamente il ruolo della Rai (che trasmetterà in diretta il 1. gennaio da Venezia).
      Muti dirigerà invece da Vienna lo storico Concerto di Capodanno con i Wiener Philarmoniker. Insomma, magari questioni di concorrenza…«Si poteva tornare all’antico? – si è chiesto il Maestro napoletano – Bisogna chiederlo alla Rai. Di certo Vienna è unica…». E alla battuta del direttore d’orchestra ha replicato con stile il sovrintendente veneziano: «Il maestro Muti è il benvenuto e quando vorrà potrà dirigere il Concerto di Capodanno qui da noi. Nessuna polemica. Lo aspettiamo»”
      ——————————————————————–
      Che dire? Signori si nasce. Ortombina lo è.
      m.viz
      m.viz

  25. masvono dicembre 29, 2017 a 6:47 pm #

    “Sano rischio” vuol dire anche osare, far discutere. “Die Soldaten”, da me non apprezzato, comunque ha fatto conoscere un’opera da molti acclamata come capolavoro. Lissner ha portato dopo circa sessant’anni la Tetralogia di Wagner alla Scala, la Traviata di Chernakov della quale sono riusciti a parlarne male solo concentrandosi su un’azione domestica di Violetta nel secondo atto (orrore! Preparava da mangiare) non riuscendo a trovare altro, l’Elektra di Salonen/Chereau che non ha bisogno di ulteriori aggettivizzazioni, il ciclo Janacek, il Berlioz di Pappano, il Tristano di Chereau/Barenboim, il Lohengrin di Guth, Cavalleria e Pagliacci di Martone/Harding, la Sposa per lo Zar di Korsakov/Tcherniakov. Tutti spettacoli vivi , discutibili, non olografici. E senza dubbio dimentico qualcosa. Tra Lissner e Pereira vi è un abisso.
    Saluti

    -MV

  26. masvono dicembre 29, 2017 a 6:57 pm #

    Quanto alla “solita” intervista del CdS a Muti vi sono rappresentate le eterne sue due costanti:
    1) la comparazione di se stesso ad un altro, mai nominato (che può essere volta per volta il Mehta col cappellino da ferroviere, il direttore giovane che si sbraccia, Gatti che consente una regia come quella di Tcherniakov ecc.) sempre con il solito cliché dell’ “io sono serio, gli altri buffoni” e
    2) l’assunzione del fatto che qualunque musica lui diriga ha connotati di tragedia e profondità mai da nessun altro prima d’ora svelati unito ad assunti “tecnici” che, a suo dire, nessuno sa (“nessuno sa che un valzer di Strauss è in realtà una sequenza di valzer”) quando invece sono noti anche ai polli.
    Saluti

    -MV

    • alberto dicembre 30, 2017 a 4:03 pm #

      Naturalmente era chiarissimo cosa intendesse Vizzardelli per “sano rischio”………la gran parte del pubblico sembra però preferire una sana normalità, vale a dire una buona direzione, buoni cantanti ed una regia che rispetti il concetto spazio/tempo senza cervellotici stravolgimenti.
      Mi dicono che sono disponibili parecchie opere di autori contemporanei molto interessanti: bene, rappresentiamole, evitando così di pasticciare le vecchie con squallide regie minimaliste o assurde e ridicole trasposizioni storiche senza senso se non quello di compiacere registi e critici d’assalto.

  27. marco vizzardelli dicembre 31, 2017 a 10:38 am #

    Un museo, appunto.
    —————————-
    Va be’ Buon Anno a tutti.
    Anche al ciglioso Maestro Riccardo Muti, cui dedico questa Polka Schnell Auf Ferienresien,diretta dal grande Willi Boskovsky. Questo è il Concerto di Capodanno, questa è Vienna.
    Prosit, Maestro!

    ————————-
    marco vizzardelli

    • Giulia dicembre 31, 2017 a 11:57 am #

      Cosa aspettarsi dal Maestro Muti. Tanta spocchia. Il lupo perde il pelo ma non il vizio.

    • lavocedelloggione gennaio 1, 2018 a 12:01 am #

      AUGURI a tutti! Buon 2018! Attilia

  28. marco vizzardelli gennaio 1, 2018 a 11:43 am #

    E godiamoci quest’altra! Auguroni!!!!!!!!

  29. elena gennaio 1, 2018 a 6:54 pm #

    Questo il mio video di augurio per tutti.
    Con un insuperabile Karajan che – malgrado quel che afferma un pedante predicatore di padre molfettese e madre napoletana – sapeva eccome scherzare anche quando le sue condizioni di salute erano già gravi.

  30. alberto gennaio 8, 2018 a 5:11 pm #

    Ho letto commenti positivi sul Muti di capodanno……voi che ne dite?

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