DER FREISCHÜTZ (IL FRANCO CACCIATORE)

11 Ott

Dal 10 Ottobre al 2 Novembre 2017
Carl Maria von Weber
Opera romantica in tre atti
Libretto di Friedrich Kind
(Edizione C F Peters Musikverlag.Urtext edition
a cura di J. Freyer; rappr. per l’Italia Casa Musicale
Sonzogno di Piero Ostali)

 

 

 

 

 

 

 

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala
Durata spettacolo: 2 ore e 40 minuti incluso intervallo
ATTO PRIMO E SECONDO: 85 minuti / Intervallo: 30 minuti / ATTO TERZO: 45 minuti
Direttore Myung-Whun Chung
Regia Matthias Hartmann
Scene Raimund Orfeo Voigt
Luci Marco Filibeck
Drammaturgo Michael Küster
Costumi Susanne Bisovsky e Josef Gerger
Collaboratore ai costumi Malte Lübben
CAST

Agathe
Julia Kleiter
Äennchen Eva Liebau
Max Michael König
Kaspar Günther Groissböck
Ottokar Michael Kraus
Kuno Frank van Hove
Ein Eremit Stephen Milling
Kilian Till Von Orlowsky
Der Freischütz di C.M.v. Weber sarà trasmesso in diretta radiofonica su RaiRadio3 il 13 ottobre.

L’OPERA IN POCHE RIGHE

Testo fondativo del Romanticismo operistico tedesco e capolavoro assoluto del teatromusicale, Der Freischütz di Carl Maria von Weber manca dalla Scala dal 1998, quando lo diresse Donald Runnicles, ma vale la pena di ricordare soprattutto l’edizione del 1955 con Carlo Maria Giulini sul podio. Oggi la trama fiabesca e sinistra di Weber è dipanata da Myung-Whun Chung, che di Giulini è stato l’allievo più illustre, insieme a un cast di qualità che include Julia Kleiter come Agathe e Günther Groissböck nella parte demoniaca di Kaspar, mentre Micheal König offre il suo squillo da Heldentenor al personaggio di Max. La nuova produzione è firmata da Matthias Hartmann, già direttore del Burgtheater di Vienna e attivo come regista d’opera a Vienna, Zurigo e Parigi.

Una Risposta to “DER FREISCHÜTZ (IL FRANCO CACCIATORE)”

  1. marco vizzardelli ottobre 11, 2017 a 9:04 pm #

    Due sono le ragioni per andare ad ascoltare (preciso: ascoltare, e basta) questo Franco Cacciatore, andato in scena alla Scala con un… franco successo e un trionfo personale per il direttore
    1) Il Franco Cacciatore, in se stesso. Sublime. Musica dell’anima.
    2) Myung Whun Chung sul podio.
    Siamo grati ad Alexander Pereira di aver riportato il titolo alla Scala. Gli siamo ulteriormente grati per averlo affidato a Chung.
    Non gli siamo grati per aver chiamato, per la parte scenica, l’ennesimo rimasuglio di solaio dei suoi anni di Zurigo. Lo spettacolo di Hartmann, tedesco ex-sovrintendente a Zurigo, è di una bruttezza disturbante. Viene voglia di ascoltare la meravigliosa musica ad occhi chiusi perché l’ascolto non sia deturpato dalle orrende luci, dalle brutte scene, dai costumi da parodia de Lo Schiaccianoci, dalla… demolizione scenica del personaggio di Annchen ridotta ad una frenesia di mossette epilettiche (mossette da regia di un secolo fa…) che vorrebbero far ridere e non ci riescono, anzi riducono il personaggio ad una insopportabile macchietta. La brava e malcapitata Eva Liebau dovrebbe ribellarsi all’inverosimile abito da Minni o Paperina di Walt Disney, con fioccone in testa, cui Hartmann e i tre costumisti l’hanno costretta, e a tutta la ininterrotta serie di saltelli e corsettine idiote cui viene sottoposta. Per non parlare del cinghialone “infernale”, degli invadenti mimi diabolici, comprensibili là dove hanno un ruolo, ma fuori luogo nel finale. Infine: un vero horror, fra le “cose” più orripilanti viste di recente su un palcoscenico, la chiesetta al neon, l’inginocchiatoio al neon, le montagne al neon, fastidiosissime per gli occhi e di raccapricciante bruttezza. Nulla la cura della recitazione, cantanti in giro a casaccio per il palcoscenico. A credito di Hartmann, solo una certa spettacolarità nella scena della “forgiatura”, con i suoi fuochi (anche perché, lì Chung scatena tutto il virtuosismo orchestrale di cui è capace). Avvinto dalla parte musicale il pubblico ha graziato gli artefici di quella scenica: siamo d’accordo, ma solo perché guastare con un “buuu” anche se rivolto altrove, la magistrale prova direttoriale fornita da Myung Whun Chung, sarebbe stato un delitto. Lui è stato il solo vero “regista musicale” dell’opera.
    Uno stato di grazia spirituale, perdurante ormai da anni e via via incrementato, consente al grande maestro coreano un approccio in profondità ai testi musicali. Una tecnica direttoriale da sempre trascendentale annulla in partenza ogni problema tecnico: qui, perfino i corni della Scala, inizialmente un po’ timidi si sono rinfrancati cammin facendo (magnifico l’accompagnamento alla celeberrima canzone corale dell’ultimo atto) e tutta la compagine scaligera, segnatamente gli archi scuri e i fantastici legni (cosa non sono gli ottavini nella canzone di Kaspar!) hanno reso come a questa orchestra accade, invariabilmente, ad ogni incontro con Chung, “loro” direttore per eccellenza e comunione di spiriti. Il coro di Casoni è stato meraviglioso, per espressività e forza. E Chung fa davvero regia in musica, a partire dal colore orchestrale notturno, la sua è un’orchestra azzurro-notte, blu e lunare e screziata di mille sfumature tali da rendere tutta la poesia dell’opera. E la sua è regia musicale nella mobilità dei tempi e dei fraseggi, nella ricchezza delle dinamiche, dal sussurro fino all’urlo grottesco nelle parti “diaboliche”, nel lirismo del canto di Agathe (brava e musicale, pur con qualche nota alta un po’ fissa, Julia Kleiter), nel camerismo di certe ballate, nella cartesiana eleganza del coro finale (che con Carlos Kleiber “volava”, con Chung si compone in suprema armonia di spirito, scelte diverse ma entrambe legittime) . E il coreano Chung sa cogliere con sapienza la dimensione di “opera nazionale tedesca” del Freischutz. Una direzione magistrale che si affianca a tutta la serie delle mirabili recenti apparizioni di questo direttore, in particolare sulla rotta Milano-Venezia. Pregustiamo Un Ballo in Maschera a La Fenice…
    Nel cast vocale, migliore in campo il robusto Kaspar di Gunther Groissbock, Michael Konig-Max ha una voce nasale non gradevole ma sa servirsene per rendere il carattere “rustico” e una certa ingenuità del personaggio. A posto gli altri, pur senza eccellenze. L’eccellenza, qui, è Myung Whun Chung: il trionfo, meritato, è suo. Si ha voglia di riascoltarlo (la prossima volta bendati, per avere un magnifico Freischutz in forma di concerto). Quindi, grazie Pereira per la proposta del titolo e del direttore, ma la prego, la scongiuro – di grazia – una volta per tutte: dimentichi i suoi vecchi amici registi di Zurigo (sta per arrivare Sciarrino su regia, udite udite!, di Jurgen Flimm… e siamo nel 2017! Auguri…). Hanno fatto guai in serie, qui alla Scala…

    marco vizzardelli

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