Sächsische Staatskapelle Dresden

12 Set

11 Settembre 2017
Direttore Christian Thielemann


Pianoforte
Rudolf Buchbinder
programma
Ludwig van Beethoven
Concerto n. 1 in do magg. op 15
per pianoforte e orchestra
Anton Bruckner
Sinfonia n. 1 in do min.

3 Risposte to “Sächsische Staatskapelle Dresden”

  1. marco vizzardelli settembre 13, 2017 a 1:57 pm #

    “Sì, ma, no…” sono le tre paroline che riassumono i commenti più frequenti colti all’uscita dal concerto tenuto da Christian Thielemann e dalla Staatskapelle, con la partecipazione del pianista Rudolf Buchbinder.

    Il No, e un No categorico riguardava, quasi unanimemente, l’imbarazzante presenza e prova di Rudolf Buchbinder impegnato nel Concerto nr 1 di Beethoven per pianoforte ed orchestra. Scelta fra le più insisidiose per pianisti in stato, diciamo con un eufemismo, “avanzato” di condizione generale. A Milano si ricorda la forse (o sicuramente) ultima apparizione in città ed al Conservatorio di un monumento quale Svjatoslav Richter, ahimé monumento completamente diroccato in una tristissima esecuzione del Primo che, di tutti i cinque, è forse quello che meno ammette manualità e mente intorpidite. Buchbinder, da una parte, ne ha “fatto” il suo solito roccoccò strumentale con esito stucchevole, dall’altra ha accusato un tremendo quasi-stop proprio nel momento topico del primo movimento, la nota secca con scaletta discendente che dovrebbe (ma qui non è accaduto) rendere palpitante la ripresa. Lui vi si è praticamente fermato. L’esecuzione si è, sì, giovata, di cura dei dettagli da parte di Thielemann ( e di magnifiche sortite degli ottoni dell’orchestra) che ha dovuto però dirigere quasi costantemente girato verso il pianista, usando tutta la sua nota tecnica direttoriale per tentare di non perderlo per strada. Ne è uscito un Primo di cui avremmo fatto volentieri a meno. Poiché Buchbinder passa per un rigoroso, forse (se non si è trattato di una serata particolarmente “no”) sarebbe il momento di un sano autoesamino di coscienza…

    Il Sì, e un sì categorico, riguardava per l’appunto la tecnica direttoriale di Thielemann, lampante nell’esecuzione della Sinfonia nr 1 di Bruckner. E la trascendentale opulenza, esattezza, potenza e “peso culturale” dei suoni emessi dalla formidabile Staatskapelle. Che di per se stessa valeva e vale, sempre e comunque, la presenza in sala. La “personalità storica” di questa orchestra è suono che si tramanda di generazione in generazione di direttore in direttore.

    Il Ma, nella bocca mia e di molti altri (i fans di Thielemann non saranno d’accordo e hanno tutto il diritto di non esserlo), riguardava l’estetica costantemente sottesa al modo di far musica di questo direttore. Il “modo dei Padri” inteso come metodo vincolante, in suono e di fraseggi: Christian Thielemann lo ha del resto proclamato a chiare parole nelle interviste rilasciate ai quotidiani italiani la vigilia del concerto. Ora, sicuramente l’operazione poggia su una tecnica formidabile da parte di Thielemann. Ma non si dovrebbe far mente che siano esistiti un Klemperer, un Knappertsbush, anche un Van Kempen meno noto ma formidabile, ma anche un Jochum nelle sue direzioni migliori, molto più forti di lui in termini di “pensiero” sotteso all’esecuzione. Il Bruckner di Thielemann alla Scala era, sì, tecnicamente formidabile, monumentale, implacabile nella scansione dello Scherzo. Ma non vi si leggeva una poetica che non fosse la riproduzione di un modo antico. Veniva da chiedersi: perché devo ascoltare Thielemann, se metto su un disco di Klemperer è ascolto la stessa musica eseguita con ben altra forza culturale e di pensiero? E il tutto (ripeto, i fans non saranno d’accordo e ne hanno diritto, ma molti altri con cui abbiamo parlato, anche addetti ai lavori, lo erano) suonava irrimediabilmente gelido. Il cuore dell’ascoltatore ne usciva freddo, se non indifferente.

    Infine, stante la meraviglia del suono della Staatskapelle, sarebbe stato atto di cortesia ascoltarla (dopo un programma, tutto sommato, non esorbitante) in un bis. Un Preludio ai Maestri Cantori evocato da quel suono – anche questo lo abbiamo detto in molti – ci avrebbe riscaldato i cuori rimasti freddi, pur nella distaccata ammirazione.

    marco vizzardelli

  2. Zio Yakusidé settembre 14, 2017 a 2:08 pm #

    Di questo concerto mi è rimasto solo il meraviglioso suono dell’orchestra, vero godimento. Tutto il resto davvero insignificante: pianista tanto in cattiva forma (o ormai…) quanto dotato di pessimo gusto ed assenza di qualsiasi “scavo” sulla partitura: il bis bachiano davvero terribile.
    La precisione, la tecnica e tutto ciò che vogliamo attribuire (di buono) al direttore ha fatto il paio con il suo distacco; pur dirigendo tutto meno che un capolavoro, però immagino scelto da lui, pone il dubbio all’ascoltatore che dirigere alla maniera (non con i medesimi risultati) dei grandi maestri del passato sia mascheramento di altro.
    .
    Concordo sulla villana negazione di un bis dopo calorosi applausi.

  3. dusseldorfer settembre 19, 2017 a 10:19 am #

    Beh, poter ascoltare Thielemann dove solitamente si ascolta Chailly è comunque un grandissimo lusso.

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