Hänsel und Gretel

6 Set

Engelbert Humperdinck
Progetto Accademia

Pantomima in tre quadri
Libretto di Adelheid Wette
(Edizione C F Peters Musikverlag. Urtext edition;
rappr. per l’Italia Casa Musicale Sonzogno
di Piero Ostali)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Coro di Voci Bianche e Orchestra dell’Accademia Teatro alla Scala
Solisti dell’Accademia di Perfezionamento per Cantanti Lirici del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 2 ore e 10 minuti incluso intervallo

QUADRO PRIMO E SECONDO: 60 minuti / Intervallo: 25 minuti / QUADRO TERZO: 45 minuti
Direttore
Marc Albrecht
Regia
Sven-Eric Bechtolf
Scene
Julian Crouch
Costumi
Kevin Pollard
Luci
Marco Filibeck
Video Designer
Joshua Higgason

CAST
Hänsel
Anna Doris Capitelli (2, 6, 8, 21, 24 set.)
Dorothea Spilger (4, 16, 20 set.)
Gretel
Francesca Manzo (2, 6, 8, 21, 24 set.)
Sara Rossini (4, 16, 20 set.)

Peter
Gustavo Castillo (2, 6, 8, 21, 24 set.)
Paolo Ingrasciotta (4, 16, 20 set.)
Gertrud
Chiara Isotton (2, 6, 8, 21, 24 set.)
Ewa Tracz (4, 16, 20, set.)
Knusperhexe
Mareike Jankowski (2, 6, 8, 16, 21, 24 set.)
Oreste Cosimo (4, 20 set.)
Taumännchen
Céline Mellon
Sandmännchen
Enkeleda Kamani
Un’ora prima di ogni recita, per i possessori del biglietto, è prevista una
introduzione curata dal Professor Franco Pulcini presso il Ridotto dei Palchi
“Arturo Toscanini”.

L’OPERA IN POCHE RIGHE
L’Accademia Teatro alla Scala è una realtà unica al mondo: un’istituzione didattica con oltre 1.200 studenti, strettamente connessa con la vita artistica del Teatro, che permette a giovani provenienti di tutto il mondo di apprendere le arti e le professioni dello spettacolo e alla Scala di tramandare la sua tradizione. Negli ultimi anni la Scala ha investito sull’Accademia raddoppiando il numero degli allievi di canto e moltiplicando l’impegno dei Professori dell’Orchestra nell’insegnamento.
Ma soprattutto presenta ogni anno un’importante nuova produzione con orchestra e cantanti dell’Accademia guidati da un direttore e un regista di rango che lavorano con loro per un anno in una serie di workshop. Nel 2016 sono stati Adam Fischer e Peter Stein a costruire Die Zauberflöte con i giovani musicisti; nel 2017 il direttore Marc Albrecht e l’attore, regista e dal 2014 direttore della programmazione artistica del festival di Salisburgo Sven-Eric Bechtolf lavoreranno a una nuova produzione dell’incantevole Hänsel und Gretel di Humperdink.

5 Risposte to “Hänsel und Gretel”

  1. marco vizzardelli settembre 7, 2017 a 1:32 pm #

    Al limite della presa per i fondelli l’apparizione, al Dal Verme di Milano per MiTo, di Gianandrea Noseda alla guida dell’orchestra del Regio di Torino. Non per loro che sono disciplinati e cresciuti anche se il suono non è quello di un’orchestra sinfonica. Ma per lui, per l’atteggiamento, per le letture, buttate lì a tutta fretta e frenesia e suono stitico, privo di qualunque espressione, di Dvorak (La Colomba Selvatica), Smetana (La Moldava più asettica mai ascoltata, un fiumicello isterico in crisi idrica, qualocuno paghi a Noseda un viaggio a Praga, perché si faccia un’idea) poi la Pastorale di Beethoven (che ho piantato lì prima della fine) con lui sul podio su un seggiolino per recente intervento chirurgico, il che non impediva le occhiate epilettiche al cielo e l’agitazione frenetica. Inchini rapidissimi, fretta di andare a casa.

    Questo MiTo è un mistero da quando Milano si è inserita su Torino che faceva l’ottimo Settembre Musica. I concerti hanno quasi sempre un esito gelido e frettoloso, si ha l’impressione che tutto sia fatto in economia, se arrivano orchestre sono reduci da tournèe e forniscono i saldi di stagione dando il minimo. Una manifestazione sbagliata fin da quando Milano ci è entrata, che non riesce a darsi un’impronta di qualità. Milano avrebbe bisogno di una stagione sinfonica VERA, non di queste dilettantesche proposte.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli settembre 7, 2017 a 10:44 pm #

    E’ raro che accada: la mia reazione – e quella confessata dagli amici che erano con me – dopo l’ascolto, avvenuto al Kursaal di Merano, dello sconvolgente, rivoluzionario Requiem di Mozart nella lettura di Teodor Currentzis con i suoi complessi MusicAeterna, e di tutto il concerto da lui proposto, è stata quella di indossare le medesime tonache nere usate dai suoi meravigliosi musicisti, farsi crescere i capelli a caschetto per assomigliare al Pope Teodor , e partire alla volta di Perm, Siberia (il luogo ed il teatro che furono di Diaghilev, e ora sono “suoi”) per capire come una simile esperienza di “iniziazione” – a questo livello, la parola “ascolto” è riduttiva – abbia luogo.
    Di Currentzis si parla da tutta l’estate. I miei precedenti ascolti erano stati un Don Carlo alla Bastille di Parigi nel 2008 – già sconvolgente: l’Inquisizione ricreata in musica – e più recentemente un meraviglioso Sostakovic a Ferrara con la Mahler Chamber Orchestra. Sono a disposizione di tutti le incisioni strepitose della Trilogia Da Ponte-Mozart. Quest’estate, si è fatto portavoce il Festival di Salisburgo che lo ha chiamato per la Clemenza di Tito e per questo Requiem, ma che già preannuncia clamorosamente, per il 2018, il Tristano e Isotta a lui affidato, e dimostra così di cogliere la portata del personaggio e del musicista. Che, a leggerne le parole di per se stesse nelle interviste, lascerebbe il dubbio di un Rodomonte: non fosse che appena lo si vede e lo si ascolta e si ascolta e vede chi suona e canta con lui, si capisce – è lampante – la manifestazione di una personalità umana e musicale nella quale la trascendentale perizia tecnica si unisce ad una concezione dell’esperienza lettura- interpretazione-ascolto (dall’autore, all’interprete, al pubblico) tale da “buttare” letteralmente l’ascoltatore (l’ultimo anello della catena, ma importantissimo) in un’esperienza iniziatica di con-creazione dell’evento artistico-musicale. Del quale comunque lui, Teodor, è il demiurgo: lo fa svolgere come vuole lui. Accade, nel Kursaal meranese, quel che accade spesso altrove: sull’ultimo, gigantesco accordo del Requiem di Mozart, “suonato” da Currentzis e dai suoi come il Trionfo della Morte, un trionfo paradossalmente solare, quattro quinti della sala resta in un silenzio attonito. Ma c’è sempre lo scemetto, cinque o sei, che parte nell’applauso anticipato. Qualunque direttore si seccherebbe (figurarsi un Muti!). Currentzis, impassibile, resta silenzioso e immobile, con un gesto minimo del braccio chiede il ritorno del silenzio, lo ottiene per un tempo imprecisabile, poi, con gesto preciso e deciso, chiude la partitura. Ecco, è finito, perché ho deciso io, o forse ha deciso Mozart, che lo lasciò frammentario ed incompiuto. La sala capisce, e parte un’infinita standing ovation. Che aveva avuto origine molto prima, da tutta l’esecuzione lettura del Requiem, concepito davvero come un Trionfo della Morte – non quel cupo, o anche melanconico “noir” delle esecuzioni (tutte: da Abbado a Karajan a Bernstein a… forse il solo profetico Harnoncourt aveva tentato quest’altra via). No: è una celebrazione di Dio, sì, signore della Vita e della Morte, e lo è nella forma ideata dal più grande compositore di musica per il teatro di tutta la Storia. Un palpitante Dramma della Morte. E osservare i quattro cantanti solisti, sui quali Currentzis si piega, si volge, suggerisce, incalza, osservare i loro volti “invasati” dall’esperienza musicale ma di vita, e i gesti e il suono di orchestra e coro, dà l’idea del rapporto, sacerdotale, demiurgico, di sensualissima e totalizzante passione artistica, che il direttore greco-russo instaura, pretende e sostiene da chi fa musica con lui. Si capisce perché Perm, perché un teatro ed un luogo tutti suoi nel quale far vita ed arte. E verrebbe voglia di farne parte. Quel Kursaal di Merano, già struggente, colorata sala di celebrazione della “viennesità” storica sudtirolese, si trasforma – non solo per il buio, per le candele, manifestazioni visibili – ma per lo spirito del far musica e arte e vita di Teodor Currentzis – in un’antichissima, o senza tempo, basilica paleocristiana: tale la lettura musicale della prima parte del programma, da Purcell a Schnittke, dal barocco al ‘900 unificati in un evento iniziatico (e in questa prima parte le sonorità del coro schiantano l’anima). Dal tutto, si esce con la sensazione che tornare – domani, o dopo – alle normali pratiche d’ascolto (inchino del direttore, concerto, applauso, altro inchino ecc.) sia un rito stanco ed obsoleto. La musica, l’arte come Teodor Currentzis la evoca e la porge, sono altro. Si sta scrivendo una pagina diversa, nel rapporto creazione-interpretazione-fruizione. Ed è sensazionale – per le nostre anime – esserne parte.

    marco vizzardelli

  3. Zio Yakusidé settembre 8, 2017 a 12:48 pm #

    Davvero signor Vizzardelli, che strana “entità” il MITO: il concerto di apertura a MI-Scala Metzmacher-GMJ orchesterè stato pessimo, ove davvero tutto …non andava. Strampalato programma, orchestra in difficoltà, direttore terribile ma meriterebbe ben altri aggettivi.
    Il giorno dopo in San Marco – Il Diluvio di Falvetti – un’opera davvero interessante (anche se parlare di riscoperta, novità assoluta ed altro forse non era il caso) “suonata” e diretta in modo accettabile, con buone voci, insomma un concerto piacevole e ad entrata libera.
    Altrettando è successo ieri sera nel periferico teatro della Cooperativa in Niguarda dove uno “stralunato” Bostridge ha interpretato in modo magistrale il ciclo Die schöne Müllerin.
    Teatro tutto esaurito (davvero piccolo) e forse molti sono rimasti fuori; anche questo ad entrata libera. Bellissima serata.

    Che dire, difficile esprimere un netto giudizio su questo “coso”, che, concordo forse è nato male “stiracchiando” settembre Musica e ogni anno sembra solo confermare di essere poliforme….

    • dusseldorfer settembre 19, 2017 a 10:17 am #

      Peggio del concerto di apertura scommetto che sarà quello di chiusura: direttore e programma improponibili!

  4. proet settembre 12, 2017 a 7:07 pm #

    concordo con Vizzardelli sia su MiTo che su Currentzis.
    del primo non vale nemmeno la pena di parlare, specialmente quando il vecchio leone Restagno ha ceduto il timone al bolso Campogrande e ai suoi programmi per bambini scemi (cioè pubblico ignorante che tenta di accalappiare nonostante qualche concerto comunque interessante).
    del secondo invece vale la pena di continuare a parlare, aggiungo solo che pur non avendolo mai ascoltato in sala coi suoi complessi mi è bastata l’esperienza video sconvolgente della sua (e di Sellars) “Indian’s Queen” per convincermi della straordinarietà del personaggio e del suo lavoro a Perm.
    quanto ai coristi è probabile che abbiano eseguito qualcosa da quel lavoro, già allora lo facevano in modo perfetto, tutto a memoria e senza quasi direzione, in più recitando meravigliosamente senza darlo a vedere.
    altro che le nostre compagini alabardate, tutte potenza e stereotipi registici (le famose “reazioni”….)!
    e con un suono unico al mondo.

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