DIE MEISTERSINGER VON NÜRNBERG

17 Mar
Dal 16 Marzo al 5 Aprile 2017
Richard Wagner

Opera in tre atti

Libretto di Richard Wagner

(Editore Schott Music GmbH & Co. KG; rappr. per l’Italia:

Sugarmusic S.p.A. – Edizioni Suvini Zerboni)

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione Opernhaus di Zurigo

Durata spettacolo: 05 ore e 30 minuti inclusi intervalli

Direttore Daniele Gatti
Regia Harry Kupfer
Scene Hans Schavernoch
Costumi Yan Tax
Lighting Designer Jürgen Hoffmann
Coreografia Derek Gimpel
Video Designer Thomas Reimer

CAST

Eva Jacquelyn Wagner
Magdalene Anna Lapkovskaja
Hans Sachs Michael Volle

Michael Kupfer-Radecky (5 apr.)

Sixtus Beckmesser Markus Werba
Stolzing Michael Schade
David Peter Sonn
Pogner Albert Dohmen
Kothner Detlef Roth
Hans Foltz Miklos Sebestyen
Der Nachtwächter Wilhelm Schwinghammer
Hans Schwarz Dennis Wilgenhof
Hermann Ortel James Platt
Konrad Nachtigal Davide Fersini
Balthazar Zorn Markus Petsch
Kunz Vogelgesang Iurie Ciobanu
Augustin Moser Stefan Heibach
Ulrich Eisslinger Neal Cooper
Die Lehrbuben Oreste Cosimo*
Aleksander Rewinski**
Jungyun Kim**
Geremy Schuetz*
Francesco Castoro*
Santiago Sanchez**
Omer Kobiljak***
Katrin Heles**
Alice Hoffmann**
Dorothea Spilger*
Franziska Weber**
Sofiya Almazova**
Mareike Jankowski*

*Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala

**Allievi del Mozarteum Salzburg

***Allievo Hochschule der Kuenste  Zuerich

9 Risposte to “DIE MEISTERSINGER VON NÜRNBERG”

  1. Pippo marzo 17, 2017 a 9:36 am #

    Serata pazzesca!
    Di gran lunga la migliore direzione operistica in Scala da decenni.
    Orchestra in condizioni miracolose.
    Non aggiungo parole, andate a sentire e vedere dal vivo.

    È tempo di regolare immediatamente la successione alla direzione musicale e assicurarsi in ogni maniera la presenza di Daniele Gatti per il dopo-Pereira/Chailly.

  2. L.J. marzo 17, 2017 a 5:44 pm #

    Premesso che l’orchestra non suonava così bene da anni, e che Gatti ha regalato una direzione francamente epocale, la serata segna tutte le contraddizioni della Scala attuale.

    Anzitutto il casting.
    Dal sito istituzionale della Scala evinco che oltre al sovrintendente e direttore artistico (240mila euro annui) vi è un responsabile delle compagnie di canto (100mila euro anni) e un primo maestro collaboratore (103mila euro annui).
    Insomma, 440mila euro complessivi per scritturare uno Stolzing assolutamente incapace di affrontare la parte, che omette complessivamente sei acuti e canta pressoché l’intero terzo atto da afono e un’ottava sotto. Ma già nel primo atto la sua voce non perveniva oltre la terza fila di platea. Complimenti. Con un centesimo di quella somma ve lo trovavo io.

    Poi la situazione tecnico-scenica.
    Pur capendo che in assenza del regista 86enne magari non tutto può esser perfetto. Non si contano le panne in palcoscenico. Fondali che si accendono e spengono nel secondo atto, con effetto nauseabondo sul pubblico per venti minuti, dando fastidio persino ai solisti. Luci che sballano e accecano a intermittenza parte della sala. Costanti rumori provenienti da corte e da strada. Anche qui abbiamo un direttore dell’allestimento scenico (170mila euro annui) che immagino non sia soddisfatto delle condizioni di lavoro. O no?

    E veniamo alla sala.
    Sulla carta 300 biglietti invenduti, a occhio si direbbe di più. Cifre ancora più spaventose si possono leggere sul sito della biglietteria per le rimanenti repliche. A cosa serve andare in scena tutte le sere (con una qualità media tutta da discutere) senza spettatori in sala tranne che per quelle due-tre opere italiane cash-cow? Un direttore dell’organizzazione della produzione (120mila euro annui) e un responsabile della comunicazione (80mila euro annui) sono d’accordo con questa corsa suicida a sbattere?

    Morale della favola: Gatti e la sua statura musicale e drammaturgica sono evidentemente un corpo alieno rispetto all’attuale situazione scaligera. Certo, Gatti è noto per avere un team di collaboratori di qualità invidiabile (e soprattutto invidiata…), per essere un iperperfezionista nella preparazione delle performance operistiche, cosa che a molti cantanti dà sui nervi. Ma di fatto – a parte i 7 dicembre – in Scala porta “sue” produzioni, cioè concepite da lui col regista e riproposte in vari luoghi (Meistersinger, Falstaff, Lulu). Il teatro ospita e basta.
    Io non lo capisco. Con tutti i posti funzionanti al mondo, perché venire a fare opera in questo posto senza linea artistica, in cui le masse sono stremate da una overproduzione dannosa? Perché la dirigenza possa fare suo un successo clamoroso come fosse farina del proprio sacco?

    Il Teatro alla Scala è da prendere e rimettere sui binari giusti. Troppi lavoratori (artistici e tecnici) costituiscono il meglio che l’italianità possa oggi esprimere. Persone appassionate, che per questo posto danno passione e generosità. Che sanno avere un orgoglio come nessun altro teatro d’opera al mondo.

    Amici, è un appello: ripartiamo da ieri sera, ripartiamo dall’unico artista in grado di portare a termine questa missione di qualità e identità. La Scala ce la può fare.

    • Giuditta Pasta. lago di Como marzo 18, 2017 a 10:39 pm #

      Frustrazione pura. Poveri esseri umani del 21esimo secolo.
      Potrei raccontarvi storie dai miei giorni, aihmè passati.
      Saluti da oltretomba. Giuditta Pasta

      • masvono marzo 19, 2017 a 8:49 pm #

        In ogni caso quello che ci potrebbe raccontare risalirebbe ancora a prima della “prima” dei Maestri Cantori. È troppo vecchia, sig.ra Pasta. Troppo morta. È più morta dei morti.
        Dirò un “Eterno riposo” per lei.

        -MV

      • der rote Falke marzo 20, 2017 a 11:25 am #

        “La corruzione comincia con un piatto di pasta.”
        I. Montanelli

  3. ruggero r. marzo 18, 2017 a 11:09 pm #

    Domani Schade non canta. Entra l’americano Erin Caves.

  4. ruggero r. marzo 19, 2017 a 11:21 pm #

    Assistito alla seconda recita…
    Non posso non accodarmi al grande entusiasmo per la prestazione del direttore e dell’orchestra…
    D’accordo con Pippo e con Lucky: di gran lunga la migliore performance direttoriale da lustri.
    L’orchestra risponde a Gatti come a un guanto, al minimo spostamento di bacchetta corrisponde una reazione attenta e giusta. Si sente un amore ma anche un gran divertimento. Direi una complicità. Speriamo sia l’antipasto di una nuova era di direzione musicale, e che essa inizi al più presto possibile.
    Grandissimo Volle. Sussurra e lo senti. Accenta e lo senti. Che voce! Che carisma! E bravissimo a recitare, soprattutto in coppia con Werba, l’altro elemento del cast che mi ha catturato al 100%.
    Ho apprezzato molto il David di Sonn, ingenuo quanto basta ma non boccone ridicolo. Altrettanto ho amato al Wagner, non avrà un volume potentissimo, ma qui siamo di fronte a una voce veramente alla pari con certe antenate tedesche mitiche come la Mathis o la Grümmer o la Schech.
    Bravi i maestri, in particolare Dohmen, davvero convincetnissimo.
    Apprendisti simpatici, carini, spigliati, musicalissimi, sicuri: bel segno per la Scala.
    Straordinario, direi quasi sprecato, il Guardiano Notturno.
    E veniamo alla nota problematica. Da quanto scrivono gli amici si direbbe che Schade sia stato un esperimento fallito. Qui Erin Caves dimostra di avere tutte le carte in regola vocali e di tenuta fisica per Stolzing. Ma essendo arrivato poche ore prima della recita, evidentemente è straemozionato (debutto alla Scala), titubante, cerca appoggio nell’orchestra, e Gatti gli prepara un cuscino sonoro memorabile, recita sempre fermo, si muove a tentoni per il palco non sapendo bene che fare. Io personalmente sono rimasto soddisfatto e comunque lo ringrazio per aver salvato la recita.
    Sala non molto piena…
    Ovazioni rumorose al termine di ogni atto e a ogni ingresso in buca di Gatti.
    Applausi convinti a tutti, un po’ di freddiezza per il nuovo arrivato. Il teatro è venuto letteralmente giù all’uscita di Volle e di Gatti con orale battiti di piedi. Giustamente.
    Chiunque può vada. Si divertirà per cinque ore, scoprirà un Wagner insospettabile, assisterà alla indimenticabile concertazione del miglior direttore italiano vivente.
    Ne vale la pena!!!…

  5. der rote Falke marzo 20, 2017 a 10:46 am #

    è proprio un altro mondo quello in cui ci immette Gatti con la sua direzione… di colpo ti senti trasportato agli anni d’oro della Scala… la sua orchestra torna a essere la numero uno al mondo per l’opera: duttile, reattiva, personale, esatta, calda… avrei voluto abbracciarli a uno a uno, in particolare la strepitosa Prandina che ha suonato, ma che dico suonato, inventato il suono e l’atmosfera del liuto di Beckmesser… e l’autorevolezza discreta ma decisiva di De Angelis come spalla?… anche dalle trombe e dai tamburi in scena, pur suonando ad altezza vertiginosa e ruotando su se stessi, Gatti ha ottenuto un’esattezza e una pulizia inaudite… io esco proprio orgoglioso, ma tanto tanto, come non mi capitava da troppo tempo…
    cantanti di altissimo livello, ma soprattutto squadra affiatata e condotta da Gatti su uno stile comune e condiviso, il che se non è semplice in Monteverdi figurarsi quanto non lo è in un Wagner di cinque ore di musica… anch’io ringrazio Caves per aver salvato, con onore, la recita…
    non amo le scenografie aperte, soprattutto per motivi acustici, ma questa è efficace, e porta impressa quella cifra tutta gattiana di spettacoli concepiti insieme al regista battuta per battuta, in una comunione d’intenti che richiama i tempi in cui gli Abbado e i Muti lavoravano con i Ronconi e gli Strehler…
    insomma, in questa triste epoca scaligera, forse artisticamente la più scipita e deprimente dalla riapertura del secondo dopoguerra, un raggio abbagliante di bellezza che fa sperare…
    quanto al futuro: sostengo la nomina di Gatti a direttore stabile dal LOHENGRIN del 2007, quindi per quanto mi riguarda Milano è già in colpevole ritardo di dieci anni…

  6. Luca marzo 27, 2017 a 6:58 am #

    Come sempre mi trovo spesso d’accordo con Mattioli.

    ***************
    Wagner sorride con Gatti alla Scala
    Magnifica direzione dei «Maestri cantori». Non vi verrà voglia di invadere la Polonia
    alberto mattioli
    MILANO
    Questa volta non vi verrà voglia di invadere la Polonia. Wagner, finalmente, sorride. Alleggerito, lirico, scattante, teatrale, poetico. Questi «Meistersinger von Nürnberg» della Scala sono a tutti gli effetti «I maestri cantori» di Daniele Gatti, che firma forse la sua direzione più bella, superando il già notevolissimo risultato di Salisburgo, nel ’13. Prova magnifica dal punto di vista tecnico, per cominciare. Basta ascoltare il primo Preludio per capirlo. In un’impostazione per nulla trionfalistica (insomma una vera introduzione all’opera più che una sua fragorosa celebrazione, come avviene spesso in teatro, e quasi sempre quando il brano viene proposto in concerto), Gatti fa emergere e percepire ogni dettaglio della strumentazione senza che l’effetto sia quello del preziosismo o dell’autocompiacimento, anzi mantenendo sempre salda la linea e incalzante la tensione. La Baruffa ovviamente è un gioiello; il Quintetto sono cinque minuti di puro orgasmo musicale, sospeso fra terra e cielo; il Preludio al terzo atto diventa un brano quasi da camera, e di un lirismo melanconico e straziante. 

    In effetti, secondo i migliori luoghi comuni del critichese, Gatti fa un Wagner «lirico», come se il Wagner lirico non fosse passato dall’eccezione alla regola almeno fin dai tempi del «Ring da camera» di Karajan, e ormai è trascorso quasi mezzo secolo. Certo, i momenti più lirici della partitura sono dovutamente sottolineati: per esempio, il monologo del lillà è così soffice e cantabile che sembra, del lillà, di sentire il profumo (una confusione dei sensi molto wagneriana: «Wie, hör’ ich das Licht?», che, odo la luce?, si chiede Tristan morente).  
    A me però pare che Gatti non si fermi qui. Mi sembra che l’alleggerimento dei volumi, la nitidezza del contrappunto, la cura del dettaglio strumentale, la generale «sgrassatura» delle sonorità, questa trasparenza e iridescenza orchestrali servano a rivendicare la teatralità dei «Meistersinger». Il declamato wagneriano tradizionalmente greve diventa qui un canto di conversazione quasi pucciniano; la flessibilità ritmica e l’ampiezza dinamica dell’orchestra servono a raccontare una storia, più che a lanciare dal pulpito ambigui messaggi sulla superiorità dell’arte tedesca. Come sempre, le contraddizioni, ideologiche, drammaturgiche e perfino estetiche di Wagner si ricompongono nella pura bellezza musicale. Si potrebbe andare a avanti a lungo, ma a riassumere questa direzione basta una parola: capolavoro. 
    Gatti ha poi la fortuna di disporre di un protagonista degno della sua bacchetta e in grado di recepire la sua impostazione. Michael Volle è più di un grande cantante: è un grande artista. E, come succede con tutti i grandi artisti, il canto per lui non è un fine, ma un mezzo. Della sua alluvionale parte non butta via una sillaba che sia una: per ognuna inventa un colore, un effetto, un’idea. È magnifico anche come attore (certe controscene sono fantastiche) e quindi gli si perdona qualche momento di stanchezza nel finale. Bravissimo anche Markus Werba: finalmente un Beckmesser giovane e davvero innamorato, vocalmente sano e fisicamente belloccio. La tragedia di un uomo ridicolo diventa quindi ancora più evidente, e forse meritevole di compassione. Albert Dohmen dà un rilievo insolito a Pogner ed è eccellente la coppia degli innamorati «umili», la Magdalena di Anna Lapkovskaja e il David di Peter Sonn.  
    I guai cominciano con quelli «nobili». Jacquelyn Wagner, Eva, è un buon soprano lirico, ma con un volume scarsino e acuti spesso striduli. In ogni caso, meglio lei di Erin Caves, Walther von Stolzing. Per la verità, in origine era stato scritturato Michael Schade, già di per sé un errore di casting (va bene un Walther lirico, ma si dovrebbe comunque poterlo sentire oltre le prime tre file di poltrone), che si è poi rivelato disastroso alla «prima». Al che Schade si è ammalato o è stato fatto ammalare ed è arrivato Caves, il cui pregio principale è di aver salvato le recite. Per il resto, una tipica voce di plastica, con un timbro insignificante, volume appena sufficiente, acuti faticosi e spesso stonati. Forse migliorerà nel corso delle repliche, anche perché far peggio appare difficile. 
    Disgrazie tenorili a parte, il livello di un grande teatro si vede anche dai comprimari. Alla Scala sono eccellenti tanto i Maestri (per dire: Kothner è Detlef Roth, che fu un magnifico Amfortas sempre con Gatti a Bayreuth) quanto gli apprendisti, mentre Wilhelm Schwinghammer come Guardiano notturno è davvero un lusso. Il Coro di Casoni è semplicemente meraviglioso, l’Orchestra in forma eccellente e con gli ottoni finalmente al livello del resto (un po’ meno, almeno ieri sera, la fanfara sul palco). Di certo, resta una tipica orchestra italiana imprevedibile. Nel novembre scorso massacrò la Settima di Bruckner con Barenboim, da qualche settimana sta suonando divinamente, vedi la Settima di Beethoven con Chailly, l’Eroica con Chung, la stessa «Traviata» con Santi e questo Wagner. Mistero. 
    Infine, lo spettacolo. Come noto, doveva essere una delle famigerate «importazioni» da Salisburgo, una magnifica regia di Stefan Herheim che, dopo il «Parsifal» di Bayreuth, continuava qui a raccontare con Wagner splendori e miserie della storia tedesca. Ma poi Herheim ha litigato con la sua scenografa, quindi non è più stato possibile adattare l’allestimento di Salisburgo al palcoscenico più ristretto della Scala, ed è stata quindi ripescata una produzione di Zurigo di un Grande Vecchio della regia d’opera come Harry Kupfer. Il primo impatto è bellissimo. Con la tipica ossessione tedesca per la Seconda guerra mondiale, lo scenografo Hans Schavernoch colloca tutta l’azione nella Chiesa di Santa Caterina distrutta dai bombardamenti e in ricostruzione postbellica fra impalcature e ponteggi, facendola ruotare su se stessa e moltiplicando scorci e prospettive. Anche i video sullo sfondo di Thomas Reimer, grandi cieli bigi o profili di città in edificazione, sono molto belli. La regia propriamente detta è scorrevole, funzionale, con qualche buona idea. Ma francamente da un venerato maestro come Kupfer ci si poteva aspettare qualcosa di più.

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