Filarmonica della Scala

6 Feb
Concerti
Stagione della Filarmonica della Scala
 
06 febbraio 2017
Milano, Teatro alla Scala
 Direttore Valery Gergiev
Pianoforte Alexander Malofeev
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Pëtr Il’ič Čajkovskij

Concerto per pianoforte e orchestra n.1 in si bem. min. op.2
Modest Musorgskij

Quadri da un’esposizione
Trascrizione per orchestra di Maurice Ravel 

35 Risposte to “Filarmonica della Scala”

  1. marco vizzardelli febbraio 7, 2017 a 2:44 pm #

    Valery Gergiev non è stato allievo di Antonino Votto, ma sa perfettamente – lui sì! – cosa sono i Quadri di un’Esposizione.
    Sa il cielo chi e cosa è passato, a livello sinfonico, in questi giorni a Milano. Ma la lettura di Gergiev dei Quadri è un colpo da k.o., non solo tecnico ma totale, inferto a tutto quanto si è ascoltato nel periodo. Cultura, musicalità e carisma. La musica come spirito e carne. “Atmosfere” indimenticabili, e amen se la tuba ha una sfortunata presa di fiato nel (peraltro fantastico, con Gergiev!) Bydlo. Proprio il Bydlo è uno dei momenti incredibili. Ma è tutto: il Vecchio Castello come non lo avevamo sentito da Delman in poi, immerso in una nebbia lontana… I pulcini, spettrali. L’affondo delle percussioni e la scansione in Baba Yaga. E il dosaggio di forze nella Grande Porta conclusiva. E ancora: la proporzione nella scelta dei tempi fra un quadro e il successivo, per cui ogni brano (quelle strepitose, frementi Tuileries!) si accende in virtù del rapporto dinamico con quello che lo precede. E, su tutto, la personalità di un direttore – discutibile fin che si vuole, quando iperattivo, o assente all’ultimo momento, ecc. – ma grande, anzi eccelso. Non sbagliò Karajan a premiarlo.
    Nella prima parte, Gergiev paterno e fin troppo prudente accompagnatore del bravo, serio (scuola Vecchia Europa e Russia, non bambolotti caricati a molla dagli occhi a mandorla) Alexander Malofeev che dopo un valido Primo di Ciaikovskij svela la sua serietà di intenti nei bellissimi Ravel e ancora Ciakovskij dei due bis.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli febbraio 7, 2017 a 2:50 pm #

    Correggo la più classica delle sviste (Attilia, riusciamo a mettere il correttore, senza dover trascrivere ogni volta? Please).

    ——————————————————————–

    Valery Gergiev non è stato allievo di Antonino Votto, ma sa perfettamente – lui sì! – cosa sono i Quadri da un’Esposizione.
    Sa il cielo chi e cosa è passato, a livello sinfonico, in questi giorni a Milano. Ma la lettura di Gergiev dei Quadri è un colpo da k.o., non solo tecnico ma totale, inferto a tutto quanto si è ascoltato nel periodo. Cultura, musicalità e carisma. La musica come spirito e carne. “Atmosfere” indimenticabili, e amen se la tuba ha una sfortunata presa di fiato nel (peraltro fantastico, con Gergiev!) Bydlo. Proprio il Bydlo è uno dei momenti incredibili. Ma è tutto: il Vecchio Castello come non lo avevamo sentito da Delman in poi, immerso in una nebbia lontana… I pulcini, spettrali. L’affondo delle percussioni e la scansione in Baba Yaga. E il dosaggio di forze nella Grande Porta conclusiva. E ancora: la proporzione nella scelta dei tempi fra un quadro e il successivo, per cui ogni brano (quelle strepitose, frementi Tuileries!) si accende in virtù del rapporto dinamico con quello che lo precede. E, su tutto, la personalità di un direttore – discutibile fin che si vuole, quando iperattivo, o assente all’ultimo momento, ecc. – ma grande, anzi eccelso. Non sbagliò Karajan a premiarlo.
    Nella prima parte, Gergiev paterno e fin troppo prudente accompagnatore del bravo, serio (scuola Vecchia Europa e Russia, non bambolotti caricati a molla dagli occhi a mandorla) Alexander Malofeev che dopo un valido Primo di Ciaikovskij svela la sua serietà di intenti nei bellissimi Ravel e ancora Ciakovskij dei due bis.

  3. Pippo febbraio 7, 2017 a 6:50 pm #

    ci volevano convincere che l’evento sinfonico d’inizio 2017 fosse l’ospitata della Chicago con Muti. tanto rumore (soprattutto di ottoni e percussioni) per nulla (il nulla interpretativo del maestro).
    poi ci volevano convincere che l’evento sinfonico d’inizio 2017 fosse la Filarmonica che con Chailly teneva a battesimo il nuovo pezzo di Boccadoro e ci presentava lo Šostakovič jazzistico-sovietico. ennesimo nuovo brano inutile; ennesima fracassonata dell’imbarazzante direttore principale/musicale (per mancanza di prove).
    poi ci volevano convincere che l’evento sinfonico d’inizio 2017 fosse la Nona di Mahler di Jansons. esecuzione pulitissima che più bianca non si può, con una coscienza della sofferenza mahleriana come può averla Heidi mentre le caprette le fanno ciao.
    poi ieri sera.
    e l’evento si materializza davvero. un direttore autenticamente grande e geniale ti scaraventa addosso dei Quadri anche fisicamente spaventosi. il pubblico si alza in piedi con ovazioni commosse, l’orchestra si rifiuta di alzarsi in piedi perché tutto l’applauso vada a Gergiev.
    concerto storico. punto.

    p.s. io adoro Antonino Votto, che ritengo sinceramente all’altezza di Gergiev; non vorrei lo si riducesse a essere stato maestro di un verboso egomane.

  4. marco vizzardelli febbraio 8, 2017 a 1:01 am #

    Ovviamente no, Pippo, non c’era alcuna intenzione contraria ad Antonino Votto. Non sono nato in tempo per ascoltare Votto dal vivo, ma ho “cose” sue egregie. Il tuo scritto è perfetto, rende perfettamente l’idea.

    marco vizzardelli

    • Pippo febbraio 8, 2017 a 2:26 am #

      lo immaginavo, è che ci tenevo proprio a puntualizzarlo. perché io registrazioni in studio di opere dirette da Votto come Bohème, Ballo, Sonnambula e Gioconda non ne ho mica sentite tante in vita mia. siamo ai vertici assoluti della discografia.

  5. l'Aquilotto febbraio 9, 2017 a 10:24 pm #

    OT

    ROMA, AUDITORIUM, SCHUMANN, GATTI

    Appena finito il magico concerto di Daniele Gatti a Santa Cecilia. Grande successo x tutti con ovazioni strameritate x il Maestro sempre più splendido. Pezzo che non conoscevo ma efficace, mi ha ricordato un po’ Mahler 8.
    Saluti da una Roma mega-ga(la)ttica.
    Stiamo aspettando il Maestro x il Faust di Berlioz con Michieletto a dicembre!!

  6. marco vizzardelli febbraio 9, 2017 a 11:15 pm #

    Lì ci sono sabato, intanto a Milano….

    STEFANO MONTANARI; INCANTEVOLE AI POMERIGGI
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    Incantevoli, semplicemente incantevoli, le due presenze di Stefano Montanari negli ultimi due concerti della (mirabile, per concezione) stagione dei Pomeriggi Musicali a Milano. Maurizio Salerno è, oggi, il miglior direttore artistico d’istituzione presente sulla piazza milanese, per cultura, equilibrio di scelte fra antico e nuovo, tradizione e contemporaneità, per il gusto chiarissimo con cui i programmi sono assemblati, e per la scelta di musicisti stimolanti. Fra i quali, in prima linea, Stefano Montanari.
    La settimana scorsa, Montanari ha impaginato e magistralmente interpretato, con l’orchestra dei Pomeriggi, un programma delizioso: il Concerto per Archi di Nino Rota, diretto con tutta la sapienza strumentale del grande violinista che Montanari è, sicchè pesi e arcate erano perfettamente individuate. Poi, il fantastico Concerto per pianoforte e tromba di Sciostakovic, impreziosito dalle prove di Davide Cabassi e Sergio Casesi ma soprattutto gratificato dalla leggerezza di suono dell’orchestra nelle mani di Montanari. E una straordinaria lettura della Militare di Haydn, con gli estri “soldateschi” percussivi resi croccanti ma mai pervasivi dallo splendido senso del suono e delle proporzioni di Montanari (plauso all’orchestra).
    E questo è stato il primo dei due concerti. Ma, vi diciamo: il secondo va in replica sabato pomeriggio al Dal Verme e non perdetevi, ma devvero non perdetevi l’esecuzione memorabile de Gli Uccelli di Ottorino Respighi: una trina, un pizzo, un sussurrare di natura trasposta in musica nelle “trascrizioni”, più o meno antiche dell’autore, rese con un gusto, un estro, un’eleganza, una plasticità di suono realmente fatate dalla sensibilità di Montanari (ancora, plauso all’orchestra). Precede il piacevolissimo pezzo per violino e orchestra di Stefano Martinotti, strumentista dell’orchestra, dedicato al medesimo Stefano Montanari, che lo presenta col suo impagabile garbo da uomo per il quale la musica non è mai snobismo, ma piacere di vita da comunicare.
    Segue una Quinta di Beethoven di slanci, di luce, di rara leggerezza (cosa non è il pizzicato che prelude al plenum finale: lì Montanari “abbassa” di colpo il suono, levando il fiato a chi ascolta) e di una “eversione” esecutiva tale da far perfettamente intendere cosa dovranno aver provato gli ascoltatori di una certa età dell’epoca di fronte alla rivoluzione sonore ed espressiva di questa musica. Grandissimo Stefano Montanari, uno che fa benissimo musica e fa alla musica del gran bene!

    marco vizzardelli

  7. Pippo febbraio 11, 2017 a 12:29 am #

    ——————————————————–

    A TUTTI ma proprio tutti I FORUMISTI

    delle due l’una

    se lo sapevate e non avete mai detto niente siete delle bruttissime persone

    se (come me) non lo sapevate, beh, dimenticatevi di tutto ciò che avete sentito fino ad ora

    e appuntatevi questo nome

    ROBERT TREVINO

    mi sono recato all’auditorium di Milano questa sera attirato da uno dei miei brani preferiti cioè la Quarta eseguita dalla Verdi.
    bene, inizia la prima parte con la Quinta si Schubert. rimango senza fiato e mi dico: mah, sarò strano io stasera.
    arriva il secondo tempo e la famigerata Quarta di Mahler. PAZZESCO!!! ne avrò sentite a decine in quasi 50 anni di ossessione personale mahleriana? sì.
    ecco, questo ROBERT TREVINO (mai saputo nemmeno che esistesse) ha offerto, con un’orchestra che pareva trasformata in un mix tra la Boston Symphony e i Berliner, semplicemente la direzione più SBALORDITIVA, PROFONDA, STRUGGENTE che io abbia mai sentito.
    non mi vergogno a dire che nel terzo movimento mi sono sorpreso a piangere. e che di questa sinfonia non avevo capito un cavolo prima d’ora.

    amici, andate domenica pomeriggio e rendetevi conto voi stessi.
    credetemi, piuttosto vi pago io il biglietto, ma questo è il PIU’ GRANDE DIRETTORE VIVENTE. ma il più grande proprio!! io una cosa così non l’ho mai mai mai mai mai mai provata.

    spero di dormire stanotte, perché sono ancora sconvolto.

    vi voglio bene.

    • sisma febbraio 12, 2017 a 8:28 pm #

      visto oggi, sottoscrivo: eccezionale!!!

  8. marco vizzardelli febbraio 11, 2017 a 10:24 am #

    ROBERT TREVINO, I DONI DI DIO

    ——————
    La Sacra Bibbia narra che Dio “creò l’uomo a sua immagine e somiglianza”. Per buona sorte di noi appassionati di musica, accade che appaiano, di tanto in tanto, immagini e somiglianze – nel senso di talenti artistici – più spiccate. Artisti nei quali il dono e l’immagine di Dio si manifesta in maniera particolare. Prove della sua esistenza
    Amici fidati mi avevano detto, giorni or sono, “va’ all’Auditorium per il concerto de La Verdi. Dirige un certo Robert Trevino. Vale la pena. Vorremmo sapere cosa ne pensi”.
    E venne Robert Trevino, texano classe 1983, fra l’altro allievo di James Levine. Attaccò la Quinta sinfonia di Schubert (quel sublime inizio), i violini disegnarono – su e giù – il loro arabesco (mai udito così impalpabile) e il tema parve uno sboccio di primavera. Ancor più quando alla ripresa venne riesposto con una dinamica soffusa. Tutta la sinfonia trascorse come un miracolo di equilibri, di chiarezza, di ascolto reciproco fra gli strumentisti guidati da un gesto elegante, sicurissimo. E, dietro l’espressività quasi mozartiana, balenava tutto un mondo di inquietudini. Esecuzione perfetta, magistrale, di un giovane direttore dotato di inusitata maturità ed equilibrio. “Ma – ci dissero ancora gli amici fidati – ascoltalo nella Quarta sinfonia di Mahler. C’è dell’altro”.
    E venne Mahler, e fu sconvolgente. Talora, ascoltando certe sinfonie di Sostakovic se ne parla come del “Mahler russo”. L’incredibile lettura della Quarta di Mahler dataci da Trevino sembra quasi preludere al mondo sonoro di Sostakovic. Dietro la “vita celestiale” balena un abisso, evocato in tinte acide, vertiginose mutazioni di tempi (addirittura all’interno di una singola frase) governate da una tecnica trascendentale, e da uno spirito alto e forte (riferiscono alcuni orchestrali che le prove siano state un’esperienza umana, oltre che tecnica, indimenticabile: e i volti degli strumentisti e la loro prova lo testimoniano!). La trasparenza ed il dettaglio del movimento iniziale lasciano stupefatti, e Trevino lo chiude in un letterale incanto di frasi e di suono. Il secondo movimento (con il suo violino “scordato”) è rapinoso, l’adagio un abisso, i lieder finali (soprano Twyla Robinson) tutt’altro che pacificati o pacificanti, sì che, dal silenzio finale si esce con uno strano turbamento dell’anima. “Vita celestiale”? Forse, ma una Quarta così eseguita ci dice come dolore ed estasi siano “momenti”, fra loro intersecati (non è mai tutto dolore, non è mai tutta estasi) nella vita degli uomini. Il memorabile Mahler di Robert Trevino “balena” dall’uno all’altro, lasciandoci un senso di vertigine: ci si specchia, in questo Mahler più che mai “musica del nostro, di questo, tempo”. Se ne esce sconvolti, e grati.
    Stupore e trionfo di pubblico (e di orchestra!), ieri sera a La Verdi. Si replica domani pomeriggio.

    marco vizzardelli

  9. marco vizzardelli febbraio 11, 2017 a 10:45 am #

    ROBERT TREVINO, I DONI DI DIO
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    La Sacra Bibbia narra che Dio “creò l’uomo a sua immagine e somiglianza”. Per buona sorte di noi appassionati di musica, accade che appaiano, di tanto in tanto, immagini e somiglianze – nel senso di talenti artistici – più spiccate. Artisti nei quali il dono di Dio e la sua immagine si manifestano in maniera particolare.
    Amici fidati mi avevano detto, giorni or sono, “va’ all’Auditorium per il concerto de La Verdi. Dirige un certo Robert Trevino. Vale la pena. Vorremmo sapere cosa ne pensi”.
    E venne Robert Trevino, texano classe 1983, fra l’altro allievo di James Levine. Attaccò la Quinta sinfonia di Schubert (quel sublime inizio), i violini disegnarono – su e giù – il loro arabesco (mai udito così impalpabile) e il tema parve uno sboccio di primavera. Ancor più quando alla ripresa venne riesposto con una dinamica soffusa. Tutta la sinfonia trascorse come un miracolo di equilibri, di chiarezza, di ascolto reciproco fra gli strumentisti guidati da un gesto elegante, sicurissimo. E, dietro l’espressività quasi mozartiana, balenava tutto un mondo di inquietudini. Esecuzione perfetta, magistrale, di un giovane direttore dotato di inusitata maturità ed equilibrio. “Ma – ci dissero ancora gli amici fidati – ascoltalo nella Quarta sinfonia di Mahler. C’è dell’altro”. E venne Mahler, e fu sconvolgente. Talora, ascoltando certe sinfonie di Sostakovic se ne parla come del “Mahler russo”. L’incredibile lettura della Quarta di Mahler dataci da Trevino sembra quasi preludere al mondo sonoro di Sostakovic. Dietro la “vita celestiale” balena un abisso, evocato in tinte acide, vertiginose mutazioni di tempi (addirittura all’interno di una singola frase) governate da una tecnica trascendentale, e da uno spirito alto e forte (riferiscono alcuni orchestrali che le prove siano state un’esperienza umana, oltre che tecnica, indimenticabile: e i volti degli strumentisti e la loro prova lo testimoniano!). La trasparenza ed il dettaglio del movimento iniziale lasciano stupefatti, e Trevino lo chiude in un letterale incanto di frasi e di suono. Il secondo movimento (con il suo violino “scordato”) è rapinoso, l’adagio un abisso, i lieder finali (soprano Twyla Robinson) tutt’altro che pacificati o pacificanti, sì che, dal silenzio finale si esce con uno strano turbamento dell’anima. “Vita celestiale”? Forse, ma una Quarta così eseguita ci dice come dolore ed estasi siano “momenti”, fra loro intersecati (non è mai tutto dolore, non è mai tutta estasi) nella vita degli uomini. Il memorabile Mahler di Robert Trevino “balena” dall’uno all’altra, lasciandoci un senso di vertigine: ci si specchia, in questo Mahler più che mai “musica del nostro, di questo, tempo”.
    Stupore e trionfo di pubblico (e di orchestra!), ieri sera a La Verdi. Si replica domani pomeriggio.

    marco vizzardelli

    • Pippo febbraio 11, 2017 a 12:35 pm #

      Marco, scusa, io appena finiti gli applausi son dovuto scappare via. è vero – come testimoniano alcuni su altri blog – che successivamente una parte di pubblico si è accalcata alla base del palcoscenico e che Trevino è uscito tranquillamente a sorridere e stringer mani ai presenti invitandoli sul palcoscenico e in camerino?

      • Massimiliano Vono febbraio 11, 2017 a 2:35 pm #

        Verissimo!

  10. Massimiliano Vono febbraio 11, 2017 a 3:24 pm #

    L’apparizione di Robert Trevino merita senza dubbio un commento, anche se posto “off topic” rispetto al classico “scalocentrismo” di questo blog attualmente non molto giustificato per il secondario interesse che gli spettacoli scaligeri rivestono: il pubblico-tipo della Scala è oggi formato solo da addetti-stampa e turisti e gli spettacoli sono per loro, non per noi.

    Robert Trevino è senza alcun dubbio una delle rarissime apparizioni musicali completamente formate all’età di trent’anni. Le performance di Schubert e di Mahler di ieri sera all’auditorium sono state rivelatorie di estro, musicalità e pensiero come raramente ci è stato dato di ascoltare. Non sarebbe costume appropriato citare altri nomi, quindi lasciamo a chi legge le opportune deduzioni. Ma direttori d’orchestra che oggigiorno veleggiano verso i sessanta attualmente e nel futuro prossimo venturo, giustamente, sul podio della Scala e che abbiamo ascoltato nei loro “trenta” agli esordi ci fecero un’impressione paragonabile, ma con un “quid” di pensiero in meno.

    In particolare Trevino ci è sembrato l’unico interprete delle decine ascoltati “live” (e che sono giustamente nel “gotha” dell’interpretazione mahleriana) ad avere collocato la Quarta in una posizione lontana dalla consueta stilizzazione cameristica astratta che, bene o male, con maggiori o minori irruzioni del grottesco privilegiano tutti. Egli ha creato una Quarta diabolica, luciferiana (non luciferina) in cui l’apparente cornice dell’innocenza è solo il velario del Male, che lo contiene a tratti, ma molto più spesso ne viene lacerata. Per arrivare a questo Trevino si avvale di una capacità concertativa analiticissima che, privilegiando e sovente innestando linee secondarie gravi a turbare l’apparente innocenza di un frammento di melodia, creano un effetto distonico, come se i tratti somatici di Babbo Natale si rivelino improvvisamente con uno “zoom sonoro” per quelli del “Grinch”. Due esempi per spiegare. Nel Primo Tempo c’è il famoso passo, ritmato dai sonagli da slitta, della tromba che annuncia il richiamo che diventerà nella Quinta l’incipit della Marcia Funebre iniziale. Qui Trevino quasi lo nasconde chiamando gli archi gravi in un tempo serratissimo, a creare subitaneamente un effetto di repentino oscuramento, come se dal bagliore del ghiaccio si passasse istantaneamente in una caverna oscura in un effetto modernissimamente da “time lapse” per la capacità repentina di cambiare atmosfera. Nel terzo tempo, alla fine, c’è il famoso episodio dello “squarcio del velo di Pan”, dove improvvisamente l’intera orchestra irrompe tra fragori di triangoli, piatti, timpani, tam-tam nella melodia principale dell’Adagio, a rivelare cosa in realtà essa sia. Quasi sempre qui l’interprete apre una scenografia da mondo ultroneo: eccessivo, inaspettato, luminoso, soggiogante. Qui l’effetto è identico, ma riportato nel negativo, quasi che Pan sia, in realtà, nient’altro che un’emanazione del Male .Così le trombe quasi soccombono davanti alla spietatezza dei parossistici timpani della formidabile Mologni. Non è uno squarcio di luce, ma dell’Inferno. Va da sè che il finale, preso ad un tempo piuttosto rapido (esiste un rullo di pianoforte di Mahler stesso che lo suonava così) di paradisiaco e di gioioso ha pochissimo, le note ribattute dei sonagli sono frustate, la cattiveria del bambino che vede un “paradiso di sangue” dove si macellano buoi ed agnelli ha più di un connotato che lo fa assomigliare ad un sabba e tutta la parte conclusiva, con quei rintocchi profondi dell’arpa e degli archi gravi, sono più una nichilista estinzione: la gioia è data dalla fine della sofferenza. Non diremo oltre a proposito del virtuosismo esecutivo dell’interprete, perchè lapalissianamente si pone ai massimi livelli dello scenario musicale attuale, e la risposta orchestrale, perfetta, addirittura superando se stessa, è lì a dimostrarlo.

    Trevino è stata una rivelazione, proprio perchè inaspettata, A posteriori scopriamo in realtà che è “lanciatissimo”, Ovunque diriga od abbia diretto viene istantaneamente richiamato ed ottiene immediate riscritture. Di solito gli succede perchè “sostituisce” qualcuno che si è ammalato. E’ successo al Bolshoi e a Santa Cecilia.

    Obbiettivamente crediamo che il futuro di Robert Trevino sarà, musicalmente parlando, ed a breve, ai livelli mondiali più alti e speriamo solo di riaverlo alla Verdi una volta all’anno, anche quando sarà “iperblasonato”.
    Alla Verdi, non tanto all’orchestra, ma alla sua direzione, consigliamo, sommessamente, di comprendere la differenza che passa tra Robert Trevino e colui il quale ha diretto i tre precedenti concerti, traendo le opportune conseguenze.
    Saluti

    -MV

    • sisma febbraio 12, 2017 a 8:28 pm #

      visto oggi, sottoscrivo: eccezionale!!!

  11. marco vizzardelli febbraio 11, 2017 a 3:52 pm #

    Letto e approvato Vono. preciso solo che colui il quale ha diretto i precedenti, catastrofici concerti de La Verdi ha nome Claus Peter Flor, una calamità piombata su La Verdi medesima.

    marco vizzardelli

  12. Philoctetes febbraio 11, 2017 a 9:26 pm #

    Anche io ero presente al concerto di ieri sera in auditorium.
    Non ho il background di ascolti che mi permetta giudizi troppo tecnici, ma sono uscito dall’auditorium con un misto di sconvolgimento, inquietudine, passione travolgente, al quale non sono così abituato dopo un concerto.
    E il merito è in primis – ovviamente – di Mahler, ma anche dell’orchestra e del direttore, che è riuscito a “far suonare” quegli stessi orchestrali che nella quinta (sempre di Mahler) di qualche mese fa non sembravano proprio gli stessi di ieri sera.

    • Stiffelio febbraio 12, 2017 a 8:24 am #

      Certo che i milanesi arrivano sempre tardi. Trevino aveva già trionfato a Roma lo scorso anno e non se ne era accorto nessuno…….

      • Pippo febbraio 12, 2017 a 11:46 am #

        hai perfettamente ragione.
        una volta la Scala scopriva i veri talenti, se li coccolava e li faceva evolvere. poi magari li perdeva (Karajan, Abbado), però questa è un’altra storia.

        oggi invece, la Scala è l’ultima ad accorgersi delle cose, e viene retta dal duo Pereira/Chailly che è il massimo della retroguardia.
        esempio: quando Stein era innovativo (inizio anni novanta) qui lo si ignorava; adesso fa tre produzioni all’anno che sono cagate pazzesche.
        non parliamo dei veri registi che oggi incantano le platee di tutto il mondo: Sellars, Marthaler, Koskie, Warlikowski, Mitchell, Ollé, Wieler, Py, Kusej, eccetera eccetera. totalmente ignorati.
        i cantanti arrivano a Milano quando sono ormai stelle cadenti.
        ma peggio mi sento coi direttori d’opera!!! giovani ignorati ma anche adulti mai pervenuti: Rattle, Petrenko, Trevino, Currentzis, Heras Casado, Bolton, Jacobs, Nelsons, Jansons, Thielemann, e via di questo passo.
        uno schifo.

      • l'Aquilotto febbraio 12, 2017 a 11:55 am #

        Ben detto Stiffe’… Noi romani arriviamo sempre prima e meglio.

        Pensa solo a Daniele Gatti. Son 10 anni che a Milano discutono se farlo o non farlo direttore musicale, noi con un’inaugurazione (Tristano) ce ne siamo portate a casa al volo altre tre (Berlioz Faust e due Verdi) e qualche concerto. Che polli, i milanesi! Anzi, pensando a Chailly preciso: che polli bolliti!!! Ha, ha, ha.

      • masvono febbraio 12, 2017 a 1:11 pm #

        Per sessant’anni siete andati avanti a colpi di Oliviero de Fabritiis, Molinari Pradelli e Angelo Questa ora potete tirare due boccate d’ossigeno..

        -MV

  13. sisma febbraio 12, 2017 a 8:27 pm #

    un grande grazie a Pippo per il suo suggerimento.
    un concerto deflagrante, una rivelazione: come se un restauratore scrostasse un dipinto stranoto e svelasse che al posto di una paffuta signora l’originale del pittore è uno scheletro.
    da oggi R o b e r t T r e v i n o ha un grande ammiratore in più (anche le cose che si trovano qua e là su YouTube sono grandiose).
    a occhio e croce tra qualche mese una grande orchestra o un grande teatro se lo prendono, ma speriamo che un posticino per Milano rimanga sempre.
    very good Robert, see you soon!

  14. lavocedelloggione febbraio 12, 2017 a 8:44 pm #

    C’ero anch’io, confermo tutto, una rivelazione, la musica scorreva come se fosse tutto facile, tutto chiaro, tutto a fuoco, senza fatica, come se l’interpretazione non richiedesse nessuno sforzo, nessun rovello, ma venisse fuori da sola, bellezza e verità rivelate insieme. Mi ha messo una gran pace nell’anima. Attilia

  15. Massimiliano Vono febbraio 12, 2017 a 8:44 pm #

    Una necessaria precisazione sul concerto di Robert Trevino. Mai come questa volta mi sono apparse chiarissime le parentele tra la Nona Sinfonia e la Quarta Sinfonia di Mahler. Lo stesso Mahler, componendo la Nona, scriveva a Bruno Walter “sto scrivendo una nuova sinfonia che assomiglia moltissimo alla mia Quarta”. Fino ad oggi non lo avevo mai compreso pienamente. Grazie a Trevino ora so.
    Saluti

    -MV

  16. ruggero r. febbraio 12, 2017 a 9:51 pm #

    Mi permetto di intervenire per la prima volta sul forum per dire tutta la commozione di questo concerto. Giustamente l’accento è su un Mahler maiusolissimo, ma non dimentichiamo anche la somma interpretazione di Schubert.
    Non mancherò di seguire Trevino tutte le volte che verrà in zona, e sto pensando d’investire un po’ di soldini per andare settimana prossima a Zurigo per sentirlo in questo programma: http://www.opernhaus.ch/vorstellung/detail/4-philharmonisches-konzert-2016-17-19-02-2017-18611/.
    Mai avrei pensato che il mio direttore di riferimento sarebbe stato un ispano-texano. Lunga vita a Robert Trevino, il sommo.

    • masvono febbraio 12, 2017 a 10:02 pm #

      Calabro-Ispano-Texano, per l’esattezza.

      -MV

  17. marco vizzardelli febbraio 13, 2017 a 11:42 am #

    Impressionante, ieri alla replica (ancora migliore rispetto alla già magnifica “prima”) la sensazione che la Verdi fosse immediatamente diventata la “sua” orchestra. In questi ultimi anni abbiamo ascoltato un’altra Quarta di Mahler di riferimento, quella dataci da Ivan Fischer con la sua meravigliosa Budapest Festival, ma consideriamo che Fischer agisce con un’orchestra da lui fondata, nata con lui, un prolungamento del suo braccio. Ecco, uno dei risvolti straordinari del concerto di Robert Trevino è stato che la Verdi pareva la “sua” orchestra da sempre, è immediatamente diventata tutt’uno con lui. Mi si dice che lo stesso è avvenuto ovunque abbia diretto.

    marco vizzardelli

  18. L.J. febbraio 14, 2017 a 10:42 am #

    SEMIRAMIDE A MONACO DI BAVIERA
    —————————————————-

    Tornato ora da una trasferta a Monaco, posso dire che ne è valsa veramente la pena.
    Assistendo domenica alla prima di “Semiramide” alla Staatsoper, ho anzitutto ritrovato tutte quelle caratteristiche che fanno di Michele Mariotti uno dei più grandi direttori d’opera viventi: senso dell’arcata complessiva del brano, sostegno non pigro ma creativo ai solisti, cura minuziosa del timbro orchestrale, equilibrio sono ro perfetto tra buca e palcoscenico, capacità di concezione unitaria con la drammaturgia proposta dal regista. Uno splendore, insomma! Per lui le ovazioni più calde della serata.
    In generale grande successo per tutti, tranne qualche buu alla regia, che effettivamente ha un orizzonte straniante, ma in cui la recitazione è veramente al centro di tutto. A me è piaciuta.
    Benissimo i solisti – non tutti li indicherei come esempio di canto rossiniano -, particolarmente Alex Esposito.

    p.s.: si può ascoltare il solo audio qui ancora per qualche giorno: https://www.br-klassik.de/programm/radio/ausstrahlung-941102.html

  19. stiffelio febbraio 14, 2017 a 9:19 pm #

    Concordo in pieno. E la sera prima meraviglioso Rosenkavalier con Petrenko e la Harteros e la sera prima elektra con Nina Stemme e la geniale regia di Wernike.
    in contemporanea, a chi non piaceva l’opera, integrale rachmaninov sinfonie e concerti con la coppia Trifonov Gergev. Monaco è su un altro pianeta….

    • Pippo febbraio 15, 2017 a 12:21 am #

      Quanto mi manca Herbert Wernicke! È un vuoto enorme.

  20. marco vizzardelli febbraio 16, 2017 a 5:12 pm #

    Arrivo, arrivo, Semiramide Mariotti! A molto presto

    —————————–

    Nel frattempo, il raggelante, grigio, ininfluente, burocratico Girardi se ne esce con una noiosissima paternale, un articolo peraltro manifestamenbte scritto da un sordo, a Trevino e alla Verdi, recitando la parte del “critico di professione” che deve mantenere il suo professorale aplomb e distribuire “consigli” (fra i quali una sua ricetta per l’orchestra Verdi che equivale a “come restare mediocri per una vita”, e penso che il malcelato scopo sia esattamente questo). Lui, quello che, qualche tempo fa, censendo un Fidelio confondeva un ouverture con l’altra. Quanto ci hanno stancato questi burocrati di establishment.

    marco vizzardelli

    • Pippo febbraio 16, 2017 a 9:00 pm #

      non perder tempo a leggerlo. è un poveretto ormai organico alla casta chaillyana. tutta gente arroccata al potere. cadrà nel nulla donde viene.

  21. stiffelio febbraio 17, 2017 a 5:00 pm #

    jader bignamini debutterà al Metropolitan in Madama Butterfly

  22. marco vizzardelli marzo 1, 2017 a 9:08 pm #

    SEMIRAMIDE-MARIOTTI-MONACO
    ————————————
    Domenica scorsa, la replica di Semiramide a Monaco di Baviera si è chiusa con una ventina di minuti di ovazioni da stadio per direttore e intero cast dopo che, al ritorno sul podio dopo l’intervallo, Michele Mariotti era stato accolto con un’esplosione di entusiasmo collettivo pari, qui, solo a quelle riservate di questi tempi a Kirill Petrenko.
    E’, a mio parere, la reazione adeguata ad un allestimento per il quale, nei particolari nei singoli e nel complesso, vale la rarissima definizione di storico fin da ora. Accade qui che un’opera “di culto” ma storicamente considerata “di cantanti” (e qui ci sono, un cast formidabile!) e poco frequentata da grandi direttori, si configuri come “opera totale” in un progetto musicale e scenico in cui tutto, ma davvero tutto, concorre all’esito eccelso. A partire da una direzione di inusitata mobilità di tempi ed espressioni, in grado di illuminare ogni frazione di musica e dramma, di esaltare il carattere di ogni personaggio in rapporto agli altri, ogni situazione musicale e teatrale. Ma non fermandosi al particolare fine a se stesso: anzi descrivendo l’opera, in pensiero, cuore e gesto direttoriale, come una arcata unica e unitaria di musica e teatro, nel quale i particolari e i singoli si fondono nel complesso. Intelligenza, cuore e gesto: in tutt’ e tre, Michele Mariotti è, di volta in volta, di opera in opera, sempre più maturo, sempre più autorevole, sempre più personale oltreché consono ai testi, svelati in profondità. Ho visto volti francamente stupiti, in sala: e lo stupore, oltreché una gioia dell’intelletto e dell’anima, è ciò che si prova davanti al “tutto” di questa Semiramide ed alla splendida direzione. Anche questa volta ho avuto la fortuna di trovarmi seduto in maniera tale da poter far scorrere continuamente l’occhio dal podio alla scena. La Semiramide di Monaco “parte” tutta dal gesto di Mariotti: come altre volte ho detto, considero quella sua mano sinistra (che gode – ed è rarissimo – di totale indipendenza dalla destra, me lo faceva notare un appassionato tedesco che, come me ed altri, sta seguendone l’attività) la più bella, “pittorica” e “musicale” fra tutti – ma davvero tutti – i direttori viventi. Il gesto complessivo, già bellissimo, è, per all’appunto, ancora cresciuto in “personalità”: ne esce, fin dagli accordi iniziali, una Sinfonia straordinaria negli accenti, nella misura del “crescendo”, nella forza strumentale e drammatica (dall’inizio alla fine, dalla sinfonia all’ultima nota dell’opera, l’orchestra del teatro bavarese si conferma lo strumento eccezionale e duttilissimo che abbiamo imparato a conoscere). Da lì in poi, ogni espressione, vocalizzo, stato d’animo, rapporto espresso dai magnifici cantanti e dal coro, si manifesta come proiezione in scena del dettato musicale proveniente dal podio. Un esito unitario e “totale” nel quale si integra il lavoro scenico di David Alden, il cui valore principale è proprio “di regia”: le ambiguità di Semiramide, il suo rapporto anche erotico con Assur, quello “nascosto” e poi tragicamente svelato con Arsace, l'”oggetto” Azema, amata da tanti e di tutti vittima, gli ardori e la poesia di Idreno, il “sentire” di ognuno in musica (nella meraviglia di Rossini) e il rapporto di tutti con tutti trovano nella consapevolezza registica e “gestuale” di Alden l’esatto riscontro a ciò che musicalmente parte dal podio. Lo spettacolo è forse un filo meno lucido e felice nel delineare, nei costumi e anche attraverso proiezioni di esito non tutto felicissimo (va bene l’assassinato Nino in abiti moderni, meno bene, forse, certo uso di fuochi e luci) un incrocio visuale di epoche e costumi (dal babilonese al turbante agli abiti contemporanei) non sempre non tutto chiarificatore e perfettamente leggibile. Ma, ripetiamo, sul piano della “regia” (cantanti-attori di un dramma in musica) Alden è maestro e totalmente unificato al progetto musicale.
    Questa Semiramide di Monaco “coglie” Joyce Di Donato al momento giusto in funzione di ciò che è questo allestimento. Forse la già leggendaria morbidezza e unitarietà del canto hanno passato di qualcosa l’apice, ma è il momento in cui l’espressività e la “credibilità” dell’interprete sono al top. La Semiramide di Di Donato leva letteralmente il fiato per la “verità”, canto-gesti-volto, di un personaggio svelato in ogni frammento di psicologia: al canto, trascendentale nell’espressività conferita alla vocalità rossiniana, fanno riscontro il passo regale ma “apprensivo”, l’inquietudine ambigua dello sguardo che accompagna nel primo atto la falsità di ciò che la bocca esprime, l’erotismo di inizio secondo atto nel duetto con Assur (cosa non è la donna Joyce su e giù da quel letto!), lo smascheramento della madre assassina da parte di Arsace, il (memorabile) gesto di morte conclusiva in piedi a mano alzata, trovano in Joyce Di Donato un’artista eccelsa al massimo della sua capacità espressiva. Il suo ultimo duetto con Arsace-Barcellona “avviene” in un teatro nel quale non vola una mosca e nel quale l’emozione si palpa nell’aria. E Daniela Barcellona è l’esatto contraltare alla prova della protagonista: un poco schiarità nel timbro, totalmente identificata nel personaggio e nel linguaggio rossiniano, la Barcellona ci dà qui, forse, il top di carriera dei suoi celebri pertsonaggi “en travesti”. La carica gestuale ed anche erotica di Alex Esposito, Assur, è quella di colui che, ormai, è uno dei massimi cantanti-attori della odierna scena lirica. E Lawrence Brownlee-Idreno ha una mirabile grado di esattezza e sicurezza vocale, nonché scenica (fra l’altro, vestito benissimo!). Tutti, Simone Alberghini, Elsa Benoit, Galeano Salas, Igor Tsarkov, concorrono all’esito di questa “Semiramide-totale” che è, ad avviso di qui scrive, non solo, finora, lo spettacolo dell’anno, ma probabilmente “degli anni”. Con questo, più tutto ciò che qui sta dando e facendo Petrenko, con quell’orchestra e con molto altro ancora, al momento Monaco è davvero capitale contemporanea del teatro d’opera.
    Semiramide sarà ripresa a luglio, sperabilmente con ugual grado di studio, lavoro e resa collettiva: qui noi l’abbiamo colta nel pieno del primo ciclo di repliche, dunque al top del grado di preparazione. Ed è stato uno di quei momenti di vita in musica che segnano l’esistenza dell’appassionato e dell’ascoltatore, oltreché, riteniamo, quella degli stessi interpreti, orgogliosi d’aver costruito l’esito quanto noi lo siamo d’aver “partecipato”, grati a loro e, in primis, a Rossini.

    marco vizzardelli

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