Falstaff

2 Feb
Giuseppe Verdi
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Commedia lirica in tre atti

Libretto di Arrigo Boito

(Editore Casa Ricordi, Milano)

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione del Festival di Salisburgo

Durata spettacolo: 02 ore e 40 minuti incluso intervallo

Direttore Zubin Mehta
Regia Damiano Michieletto
Scene Paolo Fantin
Costumi Carla Teti
Luci Alessandro Carletti
Video Roland Horvath

CAST

Falstaff Ambrogio Maestri
Ford Massimo Cavalletti
Fenton Francesco Demuro
Dr. Cajus Carlo Bosi
Bardolfo Francesco Castoro
Pistola Gabriele Sagona
Mrs Alice Ford Carmen Giannattasio
Mrs Quickly Yvonne Naef
Nannetta Giulia Semenzato
Meg Page Annalisa Stroppa

15 Risposte to “Falstaff”

  1. Pippo febbraio 2, 2017 a 11:19 pm #

    Davvero ogni speranza muore quando, come stasera, tocca di sentir buare da una buona parte del loggione una regia così struggente ed efficace. Questo allestimento di «Falstaff» è un gioiello, che s’avvicina d’appresso ai miei migliori ricordi: Strehler in Scala e Wernicke ad Aix.
    Ma qui si fanno ovazioni per la miserabile «Aida» di Stein e si fischiano i Tcherniakov e i Guth. Allo stesso modo si bua Mariotti che con «I due Foscari» ha realizzato la migliore direzione verdiana dell’ultimo decennio scaligero, mentre ci si spella le mani per uno Chailly che distrugge «Madama Butterfly».
    Qualcuno salvi la Scala.

    • #vecchiostile febbraio 3, 2017 a 3:44 pm #

      quoto 100%

  2. Il Paggio febbraio 3, 2017 a 7:53 am #

    Davvero.
    Per motivo dei soliti quattro frustrati che necessitano di sfogarsi alla Scala (fuori luogo e senza alcun motivo plausibile), invece di farsi una corsa lungo il Naviglio, abbiamo dovuto sopportare – insieme, per fortuna, a diversi apprezzamenti calorosi – urla contro una regia citatissima in ogni particolare, mai volgare, è sostenuta da un’idea geniale.
    D’altra parte cosa si può rispondere a chi ti viene a dire: “Ridateci Zeffirelli”?

    • Il Paggio febbraio 3, 2017 a 7:55 am #

      Scusate. “Curatissima in ogni particolare, mai volgare e sostenuta da un’idea geniale.”
      Che, aggiungo, è quella di ambientare l’opera in Casa Verdi.

  3. lavocedelloggione febbraio 3, 2017 a 8:28 am #

    Sì, geniale, soprattutto nella seconda parte, ma mi aspettavo di vedere la Luisa fra le comparse, mannaggia!
    Quanto al consiglio di farsi una corsa sul Naviglio, condivido al 100%, anzi, mi offro come trainer per chi volesse cimentarsi, assicuro la scomparsa dei cattivi pensieri… Ma temo che per queste persone non sia vero neppure il detto che chi non ha testa ha gambe!
    Attilia

  4. Fresco febbraio 3, 2017 a 12:56 pm #

    E’ bello leggere di approvazioni al Falstaff del signor Michieletto, che – detto tra noi – non è il Falstaff di Giuseppe Verdi.

    E’ noto che il Maestro – intendo Verdi – si sia tenuto lontano dal Teatro alla Scala lungamente a seguto di pesanti dissensi sulla messa in scena della Giovanna D’Arco, rimproverando scenografie inadeguate approntate dall’impresario del tempo.
    Suggerisco al sig Michieletto per le prossime repliche di questo suo Falstaff, di fare rivoltare nella tomba il Maestro – sepolto proprio nella casa di riposo Verdi – giusto per certificare definitivamente la sua arbitrarietà della idea registica, che nulla ci azzecca con la scrittura e le indicazioni dell’autore.

    Dopo ambientazioni in cabine elettorali, con partecipazione straordinaria di viados (Un Ballo in Maschera), nelle consueta periferia degradata (Madama Butterfly), in un centro commerciale Ikea (La scala di seta), in una scuola sdirrupata (Flauto Magico) con stupri militari al RHO (Guglielmo Tell, sonoramente fischiato dal solitamente compassato pubblico londinese, anche questo forse un punto di onore per un regista – anzi drammaturgo – moderno), cosa aspettars ? Ambientazione in uno spogliatoio durante un campionato di calcio, nei bagni pubblici della stazione centrale, nell’età della pietra (la scelta del titolo d’opera non è mai un problema…)

    Non ci sono limiti per la fantasia di un vero creativo, neanche per l’assoluta arbitrarietà e mancanza di rispetto per l’autore – il tutto condito di grassa ingoranza musicale.

    Esistono opere teatrali ancora coperte da Fondazioni o dagl eredi degli autori, per questo nessuno, anche il nostro, si può permettere di fare scempi registici della “opera da tre soldi”.
    Più facile disprezzare con una antitetica scrittura teatrale le opere di chi non può più defendersi..

    • #vecchiostile febbraio 3, 2017 a 3:37 pm #

      Quindi Fresco può garantirci di aver avuto contatti con lo spirito di Verdi, il quale gli ha comunicato il suo disappunto?
      Fresco, ma non si vergogna a pensare anche solo per un momento di sapere cosa un genio di tutti tempi come Verdi ritiene o non ritiene delle sue opere?
      Verdi è un genio universale! Chi è lei per rinchiuderlo nelle sue povere e talebane categorie del piffero???

  5. Zio Yakusidé febbraio 3, 2017 a 2:00 pm #

    «La sorpresa è stata di ritrovare in scena l’atmosfera delle nostre sale — interviene Bissy Roman, un tempo insegnante di canto e regista d’opera —. Una sorpresa un po’ spiazzante. Per “Falstaff” mi aspettavo la taverna, il Tamigi, il bosco… Ai miei tempi era così. Ma il mondo è cambiato, e anche il teatro».

    così riporta l’intervistatore dopo la generale alla quale sono stati invitati gli ospiti della Casa Verdi.
    L’anziana regista di ospite dimostra maggior apertura mentale di chi mi ha preceduto, che tutto sussiegoso si erge a difensore di un Verdi a denominazione di origine controllata e garantita (e gli standard sono i suoi, ovviamente).

    Appunto, questo Falstaff è di Michieletto: io ho ascoltato anche un’orchestra, alcuni cantanti ed addirittura c’era anche un direttore, tutti trascurabili?nemmeno una parola? Forse non c’è “troppo peso” per scene e regia nel suo giudizio?

    Davvero io non ho percepito in quando ascoltato e visto ieri (in rigoroso ordine) alcunché di – arbitrarietà e mancanza di rispetto per l’autore -. Questi atteggiamenti “talebani” fanno paura, come tutti gli estremismi ed i soliti buatori muovono ormai solo compassione per il loro scontato rito.

    Elementi non del tutto positivi ne ho rilevati, ma davvero non mi appiono quelli citati e pressoché tutte le persone di “buon senso” incontrate al termine dell’opera concordano con il mio giudizio.
    un caro saluto

  6. #vecchiostile febbraio 3, 2017 a 3:43 pm #

    Sono uscito molto contento ieri sera, anzitutto per l’allestimento così espressivo dello spirito del FALSTAFF. Non tutto è strepitoso, ma molti momenti commuovono.
    Musicalmente Maestri bene anche se un po’ caricaturale. Perfetti Bosi e Demuro. Donne discutibili. Mehta perfettino e in sintonia con la crepuscolarità della regia.
    Pubblico milanese sempre più inqualificabile. Quoto Pippo: meriterebbero ogni sera Chailly e Stein. Ormai le capitali della lirica italiana sono altrove: Roma, Torino, Firenze, Venezia. Milano ha la sala perennemente mezza vuota, con alcuni loggionisti da trattamento sanitario obbligatorio, un sovrintendente stordito, un direttore principale/musicale penoso. Evitate, gente, evitate.

    • Stiffelio febbraio 3, 2017 a 4:44 pm #

      Scusate ma il merito di avere portato questo allestimento alla scala sarà di pereira si o no?

      • Pippo febbraio 3, 2017 a 10:02 pm #

        una rondine non fa mica primavera!!

  7. marco vizzardelli febbraio 3, 2017 a 5:40 pm #

    Per fortuna del pubblico, ogni direzione artistica della Scala, ad un certo punto, esprime almeno uno spettacolo che la connota. Ovvero “quello” per cui verrà ricordata, in particolare, nel tempo. Con Abbado-Grassi fu, con grande probabilità, Simon Boccanegra. Con Muti-Fontana, forse prima ancora di qualche “Verdi”, lo furono a mio parere i Dialoghi delle Carmelitane. Di Lissner-Barenboim penso “resti”, innanzi tutto, il Tristan und Isolde.
    Ritengo che – almeno finoad oggi – la gestione Pereira (nella quale, pur con l’ottima Giovanna D’Arco, non si è avuto ancora un esito di questo tipo negli allestimenti diretti da Chailly) abbia trovato il suo “spettacolo-firma” proprio ieri sera, nel Falstaff Mehta-Michieletto.
    Non interessa che si tratti di un’importazione da Salisburgo (anzi, in quanto tale, avvalora il progetto, in genere discusso ma in questo caso felicissimo, del sovrintendente-direttore artistico): basta guardarlo, per capire che questo allestimento è per Milano e di Milano, per la Scala e della Scala. Non averlo qui, non poterlo ammirare qui, sarebbe stato un autentico peccato: perché qui, in questa città e in questo teatro , è nella sua sede naturale.
    Ed è una meraviglia, e una meraviglia totale, che ci ricollega, spiritualmente, al leggendario Simone Abbado-Strehler: nel senso che si tratta di un progetto direzione musicale-regia in cui tutto è nato insieme, l’una e l’altra, a tal punto che riesce difficile immaginare l’impostazione registica di Michieletto senza la direzione di Zubin Mehta, e viceversa. Esattamente come accadeva in quel Simon Boccanegra. Si tratta di capolavori di lettura “totale” – musica e scena – rarissimi a trovarsi, tanto più appaganti per chi ah la fortuna di assistervi, meglio, di “viverli”.

    Il Falstaff di Damiano Michieletto è un capolavoro di poesia e di intelligenza del testo e della musica, è (come sempre: ed è ciò di cui non si avvede chi discute questo genio della regia d’opera, e non solo) tutto “nel testo” e “nella musica”. Michieletto porta all’ennesima potenza valori, situazioni – e ritmi d’azione “in musica” – totalmente insiti in Falstaff. Abbiamo appreso che, alla prima salisburghese, quando nella piazza del duomo di Salisburgo, sullo schermo, “passò” dal Festspielhaus, l’immagine della farfalla che vola via dalle mani dei due innamorati anziani, “copie” di Fenton e Nannetta, si levò, in piazza, un commosso applauso. Questo “è” Damiano Michieletto: comprensione del testo, del tema di un’opera portata al massimo dell’espressione. Con una lucidità di intelletto che si accoppia ad una nota di malinconica, tenera poesia, che già avevamo trovato nel suo favoloso, e non solo e non esclusivamente comico, allestimento del Viaggio a Reims rossiniano (che potremo rivedere a Roma).
    “E’ sogno o realtà?” e “Tutto nel mondo è burla… forse anche la morte”. Il Falstaff di Michieletto va guardaro e vissuto e goduto (con un malinconico, merviglioso struggimento dell’anima, partendo da questi due pensieri, una domanda e un’affermazione dubbia. Il “mondo” tenerissimo di Casa Verdi e quello dell’opera-Falstaff si intersecano, si avvicendano, si fondono, in due ore e mezza, poco più, di “viaggio”, musicale, teatrale e dell’anima, in sospeso fra sogno e realtà, e dal gioco delle epoche e delle età della vita, nel quale l’amore è, comunque e sempre e solo uno, a venti come ad ottanta o novant’anni.
    In questo “clima” ed in questa lettura, mille sarebbero i momenti e le immagini da citare: è vero o è una burla il Ford in carrozzella? E’ vera o finta la Quickly procace infermiera? (efficacissimi Cavalletti e Naef nei due ruoli). E’ vera o è un sogno quell'”acqua” luminosa che si rovescia (anziché rovesciarsi lui) su Sir John. E lui stesso, Falstaff, esiste o è solo il sogno di un tenero artista a riposo? E la morte stessa è realtà, o solo uno scherzo? (suprema l’idea e la realizzazione, in tal senso, dell’intera ultima scena “notturna”, con Casa Verdi che diventa “bosco” e il “funerale” del protagonista). Il “rimando” ininterrotto fra sogno e realtà ha, nello spettacolo di Michieletto, una realizzazione visiva stupefacente e un tocco di fatata poesia. No un Falstaff “comico” (anche quando si sorride, e si sorridee molto), ma un Falstaff della malinconia, del tempo che va… nel quale una certezza – tenerissima – c’è: l’amore non ha tempo e non ha età.
    Un magistrale Zubin Mehta è l’alter-ego musicale di tutto questo. Alla generale (molto vicina, temporalmente, forse anche troppo, alla prima) aveva giustamente tenuto “bassa” l’orchestra senza affaticare i cantanti. Alla prima la musica è stata un’epifania di suono: perfetto nelle sincronie con il palcoscenico, sbalzato nelle sortite strumentali che vivono “dentro” il dramma, un suono-teatro tutt’altro che vitalistico (non avrebb e avuto senso) in cui ogni nota è vita (e anche morte, e forse non è uno scherzo!). L’orchestra di Mehta non ha alcuna “comicità” di prima mano (come non l’ha Michieletto), è densa di un “vissuto” che solo un direttore approdato alla piena maturità di se stesso (in spiritualità, in sapienza musicale) poteva evocare e render manifesto, in “suono” in totale sintonia con uno “spettacolo del sogno e della memoria”.
    Vien da dire: non si darebbe il Falstaff di Michieletto senza quello di Mehta. E, nelle mani di Mehta, l’orchestra della Scala (con il coro, eccellente, di Casoni), è strepitoso “strumento musicale” (nei singoli e nell’espresione collettiva) di tutto un progetto. Quando suona Verdi in questo modo, è, probabilmente, unica al mondo: il mezzo e il linguaggio coincidono. Si dice “idiomatica”.
    Ed è il Falstaff delle tre M. Perché non si darebbero Michieletto e Mehta senza Maestri. Il gigantesco Ambrogio è tale di fisico, di espressione, di totale immedesimazione in Falstaff e in “questo” Falstaff, nel quale tutto – il fisico , la voce, le inflessioni – sono sogno e realtà, materia e spirito. Tutto il cast (i già nominati Demuro, Bosi, Castoro, Sagona, Stroppa, Semenzato), nel quale va sicuramente citata la miglior Alice della vita di Carmen Giannattasio, aderisce fino a farlo proprio ad un progetto scenico-musicale unitario che fa di questo Falstaff, ad avviso di chi scrive la gemma e lo spettacolo-simbolo di questa “stagione” (intesa come: questi anni di vita, gli anni-Pereira) del Teatro alla Scala. E, probabilmente, un capitolo di Storia.

    marco vizzardelli

    • Il Paggio febbraio 3, 2017 a 10:11 pm #

      Vizzardelli, hai steso Fresco, il poveretto privo di argomenti. Chapeau.
      L’anziana regista di cui giustamente parla Zio Yakusidé ha poi messo una pietra tombale su questi cacofonici, noiosi autoelettisi numi tutelari di Verdi e di tutti i grandi compositori. I quali sono certo che, se li conoscessero oggi, tirerebbero loro una sonora pesciada!
      Che noia mortale siete!

      • #vecchiostile febbraio 4, 2017 a 9:47 am #

        Quel che non sopporto, carissimo Paggio, è che invece di dire legittimamente: “La regia di Michieletto non mi è piaciuta”, essi argomentano così: “Questo non è il FALSTAFF di Verdi”.
        Mortalmente noiosi, e anche intellettualmente imbarazzanti.

      • Il Paggio febbraio 5, 2017 a 6:01 pm #

        Concordo.

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