MADAMA BUTTERFLY

4 Dic
7 Dicembre 2016
Giacomo Puccini

Versione originale Milano 1904

madamabutterflyscala2016-3

Tragedia giapponese in due atti
Libretto di Giuseppe Giacosa e Luigi Illica
(Ricostruzione della 1ª versione 1904 di Julian Smith;
Casa Ricordi, Milano)

 

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 03 ore e 05 minuti incluso intervallo

Direttore Riccardo Chailly
Regia Alvis Hermanis
Scene Alvis Hermanis e Leila Fteita
Costumi Kristine Jurjāne
Luci Gleb Filshtinsky
Video Ineta Sipunova
Coreografia Alla Sigalova
Drammaturgo Olivier Lexa

CAST

Madama Butterfly

(Cio-Cio-San)

Maria José Siri
Suzuki Annalisa Stroppa
Kate Pinkerton Nicole Brandolino
F.B. Pinkerton Bryan Hymel
Sharpless Carlos Álvarez
Goro Carlo Bosi
Il principe Yamadori Costantino Finucci
Lo zio bonzo Abramo Rosalen
Yakusidé Leonardo Galeazzi
Commissario imperiale Gabriele Sagona
L’Ufficiale del registro Romano Dal Zovo

L’OPERA IN POCHE RIGHE
Madama Butterfly nacque alla Scala nel febbraio 1904, e fu contestatissima: vittima certo di un agguato organizzato dai nemici del compositore e del suo editore, ma forse anche della sorpresa del pubblico di fronte a un’opera cruda e innovativa, che guardava da pari a pari agli sviluppi più recenti del teatro musicale europeo. Puccini corse ai ripari tagliando, aggiustando, e tre mesi dopo l’opera conquistò al Grande di Brescia il successo che l’avrebbe poi accompagnata sempre e in tutto il mondo. Dopo Turandot e La fanciulla del West Riccardo Chailly prosegue nel percorso di rilettura critica delle opere pucciniane proponendo per il suo secondo 7 dicembre da Direttore Principale la prima versione scaligera: un atto di riparazione verso Puccini ma soprattutto l’occasione di riscoprire, accanto alle varianti successive, una Butterfly ancora più audace nel disegno drammaturgico. La regia è di Alvis Hermanis, già apprezzato alla Scala per le nuove produzioni de Die Soldaten di Zimmermann e I due Foscari di Verdi, e il cast ruota intorno alla Cio-Cio San di Maria José Siri, soprano emergente sui maggiori palcoscenici internazionali.

36 Risposte to “MADAMA BUTTERFLY”

  1. alberto dicembre 17, 2016 a 11:59 pm #

    Ma non l’ha vista ancora nessuno?

  2. Suny dicembre 18, 2016 a 7:46 am #

    Non penso, è che proprio non vale la pena scriverne.

  3. marco vizzardelli dicembre 19, 2016 a 4:37 am #

    Bisogna dar atto a Riccardo Chailly di aver correttamente presentato la versione di Butterfly in scena alla Scala “non intendo imporla ma farla ascoltare almeno una volta”. Perfettamente legittimo. Tuttavia la reazione, conseguente, di chi qui scrive, è “grazie, ma, per favore, Maestro, mai più!!”. L’ascolto serve infatti a motivare e comprendere il (motivato e comprensibile) rifiuto del pubblico alla prima rappresentazione e le modifiche e tagli successivamente apportati da Puccini che certo stupido non era.
    Inguaiato era, particolarmente, l’atto iniziale: è terribile quel logorroico ur-matrimonio con tanto di sortite di parenti cretini e – orripilante! – urlo del bambino Pielino il Bilicchino, che stlilla come un’aquila e meriterebbe che la mammina lo prendesse a calci nel sedelìno! Fra tanti cachinni, va completamente a farsi benedire la sintesi incantata del brevissimo matrimonio come usualmente lo si ascolta. Poi – faccio solo qualche esempio: è proprio brutto il finale tronco dell’ur-coro a bocca chiusa. E’ una farcitura inutile, e toglie mistero e sintesi, la spiegazione della Signora Pinkerton 2 alla sfortunata Signora Pinkerton 1-alias Cio Cio San sulla tempistica del suo matrimonio, e lo è l’auto-orazione funebre di Butterfly al figlio che non capirà un beato cavolo della criptico, fluviale e contorto discorso di mammà, mentre tutta la sintetica commozione della scena va, idem come sopra, a farsi benedire. E alla fine non se ne può più che mammina si sgozzi, visto il tempo che ci impiega! Tutto questo a detrimento della teatralità, del dramma, che si ammacqua e si diluisce senza che un solo secondo della “musica in più” che si ascolta brilli di chissà quale qualità. Ragion per cui, grazie Maestro Chailly per avercela fatta conoscere, ma una volta basta e avanza.
    Non grazie, invece, per una direzione tanto capziosa quanto tediosa, nella perenne tinta latte-macchiato (due ore e mezza di latte macchiato), bianco-marroncina senza altre tinte evocata dal Maestro a fronte di un’orchestra incolpevole, anzi precisa e preparata. Fatto sta che, da un lato, la paletta cromatica è bi-colore e basta, dall’altro (preso atto che, per una volta i volumi sono complessivamente contenuti) la scansione è di una monotonia esasperante, al rubato si sostituisce un gommoso tiramolla dei fraseggi e in questa direzione non c’è – neanche per un microsecondo – teatro in musica, sostituito dall’apostolica e inane dimostrazione di una tesi prefabbricata. Siamo ben al di sotto del vibrante esito colto dal direttore nella verdiana Giovanna d’Arco. E, per restare a Puccini, molto, molto sotto – al di là dei pasticci filologici di allora – dall’efficace direzione di Fanciulla del West. Resta, sì, la nota adesione di massima di Chailly al linguaggio di Puccini. Ma l’esito, musicale e drammaturgico, è inerte.
    E c’è il problema-regia: Alvis Hermanis ha dichiarato qualcosa, fra le righe, tipo “alla Scala non si può…”. E non va bene che non si possa. Perché quando un regista (autore, altrove, di un Trovatore discutibile ma stimolante e dei Soldaten ottimi importati in versione un po’ annacquata alla Scala) deve avere come primo compito quello di non dar scandalo alle sciurette e al pubblico (platea, palchi o loggione che dir si voglia) meno “accogliente”, ne escono messe in scene – come I Due Foscari, come questa Butterfly – a grado zero (o giù di lì) di stimoli per l’intelletto. Poi, a dirla tutta, anche laddove “crea”, questo spettacolo deraglia: vedasi l’inutile pantomima in trasparenza appiccicata al coro a bocca chiusa; vedasi, ed è madornale, l’improvvisa folla di geishe (ma perché, ma per cosa?) che organizza e accompagna la morte di Butterfly, distruggendo sul palcoscenico il momento di solitudine suprema della protagonista e raffreddando (ma a questo pensa anche la direzione) il dramma. Non si versa una lacrima (salvo per i ruffianissimi riccioli biondi del bel bambino) in questa Butterfly. Del resto, basta far tappa, prima o dopo lo spettacolo, davanti alle (ahi!) vetrine giapponesi-kitsch by Hermanis de La Rinascente-Piazza Duomo, per ritrovare, pari pari, la temperie della messa in scena scaligera. Vogliamo dirla tutta? Alla luce dei Due Foscari, delle recenti regie mozartiane e ora di questa Butterfly, forse c’è qualcosa da registrare nelle “idee sulla regia d’opera” dell’attuale dirigenza scaligera (sovrintendente-direttore artistico e direttore musicale, sarebbe bene ci riflettessero entrambi).
    Il cast: migliore in campo la Suzuki della bravissima Annalisa Stroppa. Maria Jose Siri è la brava cantante che sappiamo ma il ruolo appare più “acchiappato” che totalmente suo: qualche nota bruttina e ballante nel fuoriscena iniziale, il primo atto è portato a casa in qualche maniera, poi canto e interpretazione crescono con intelligenza e una certa intensità (ma la Siri-Odabella di Bologna era ben altro!). Carlos Alvarez è più scialbo di altre splendide volte e ruoli, ma il suo Sharpless fa anche i conti con la costante tendenza del podio a coprirne la voce: metà parte è sommersa dall’orchestra anche a dinamiche non estreme, è un fatto di pesantezza di suono nella “mano” direttoriale. Gli altri più o meno o.k.
    Ah, c’è Pinkerton: normalmente un teatro di nome Scala avrebbe protestato una voce dalle vocali insopportabilmente aperte nella quale ogni vocabolo comprendente la lettera “a” dà vita, nelle orecchie di chi ascolta, ad un effetto-anatra: qua-qua-quaaaaa. Ricordavamo più gradevole il giovane Brian
    Hymel rispetto alla versione adulta, piuttosto sguaiata, andata in scena in questa Butterfly dalla pompa mediatica non corrispondente, a parere di chi qui scrive, all’esito complessivo.

  4. marco vizzardelli dicembre 19, 2016 a 4:38 am #

    Bisogna dar atto a Riccardo Chailly di aver correttamente presentato la versione di Butterfly in scena alla Scala “non intendo imporla ma farla ascoltare almeno una volta”. Perfettamente legittimo. Tuttavia la reazione, conseguente, di chi qui scrive, è “grazie, ma, per favore, Maestro, mai più!!”. L’ascolto serve infatti a motivare e comprendere il (motivato e comprensibile) rifiuto del pubblico alla prima rappresentazione e le modifiche e tagli successivamente apportati da Puccini che certo stupido non era.
    Inguaiato era, particolarmente, l’atto iniziale: è terribile quel logorroico ur-matrimonio con tanto di sortite di parenti cretini e – orripilante! – urlo del bambino Pielino il Bilicchino, che stlilla come un’aquila e meriterebbe che la mammina lo prendesse a calci nel sedelìno! Fra tanti cachinni, va completamente a farsi benedire la sintesi incantata del brevissimo matrimonio come usualmente lo si ascolta. Poi – faccio solo qualche esempio: è proprio brutto il finale tronco dell’ur-coro a bocca chiusa. E’ una farcitura inutile, e toglie mistero e sintesi, la spiegazione della Signora Pinkerton 2 alla sfortunata Signora Pinkerton 1-alias Cio Cio San sulla tempistica del suo matrimonio, e lo è l’auto-orazione funebre di Butterfly al figlio che non capirà un beato cavolo della criptico, fluviale e contorto discorso di mammà, mentre tutta la sintetica commozione della scena va, idem come sopra, a farsi benedire. E alla fine non se ne può più che mammina si sgozzi, visto il tempo che ci impiega! Tutto questo a detrimento della teatralità, del dramma, che si ammacqua e si diluisce senza che un solo secondo della “musica in più” che si ascolta brilli di chissà quale qualità. Ragion per cui, grazie Maestro Chailly per avercela fatta conoscere, ma una volta basta e avanza.
    Non grazie, invece, per una direzione tanto capziosa quanto tediosa, nella perenne tinta latte-macchiato (due ore e mezza di latte macchiato), bianco-marroncina senza altre tinte evocata dal Maestro a fronte di un’orchestra incolpevole, anzi precisa e preparata. Fatto sta che, da un lato, la paletta cromatica è bi-colore e basta, dall’altro (preso atto che, per una volta i volumi sono complessivamente contenuti) la scansione è di una monotonia esasperante, al rubato si sostituisce un gommoso tiramolla dei fraseggi e in questa direzione non c’è – neanche per un microsecondo – teatro in musica, sostituito dall’apostolica e inane dimostrazione di una tesi prefabbricata. Siamo ben al di sotto del vibrante esito colto dal direttore nella verdiana Giovanna d’Arco. E, per restare a Puccini, molto, molto sotto – al di là dei pasticci filologici di allora – dall’efficace direzione di Fanciulla del West. Resta, sì, la nota adesione di massima di Chailly al linguaggio di Puccini. Ma l’esito, musicale e drammaturgico, è inerte.
    E c’è il problema-regia: Alvis Hermanis ha dichiarato qualcosa, fra le righe, tipo “alla Scala non si può…”. E non va bene che non si possa. Perché quando un regista (autore, altrove, di un Trovatore discutibile ma stimolante e dei Soldaten ottimi importati in versione un po’ annacquata alla Scala) deve avere come primo compito quello di non dar scandalo alle sciurette e al pubblico (platea, palchi o loggione che dir si voglia) meno “accogliente”, ne escono messe in scene – come I Due Foscari, come questa Butterfly – a grado zero (o giù di lì) di stimoli per l’intelletto. Poi, a dirla tutta, anche laddove “crea”, questo spettacolo deraglia: vedasi l’inutile pantomima in trasparenza appiccicata al coro a bocca chiusa; vedasi, ed è madornale, l’improvvisa folla di geishe (ma perché, ma per cosa?) che organizza e accompagna la morte di Butterfly, distruggendo sul palcoscenico il momento di solitudine suprema della protagonista e raffreddando (ma a questo pensa anche la direzione) il dramma. Non si versa una lacrima (salvo per i ruffianissimi riccioli biondi del bel bambino) in questa Butterfly. Del resto, basta far tappa, prima o dopo lo spettacolo, davanti alle (ahi!) vetrine giapponesi-kitsch by Hermanis de La Rinascente-Piazza Duomo, per ritrovare, pari pari, la temperie della messa in scena scaligera. Vogliamo dirla tutta? Alla luce dei Due Foscari, delle recenti regie mozartiane e ora di questa Butterfly, forse c’è qualcosa da registrare nelle “idee sulla regia d’opera” dell’attuale dirigenza scaligera (sovrintendente-direttore artistico e direttore musicale, sarebbe bene ci riflettessero entrambi).
    Il cast: migliore in campo la Suzuki della bravissima Annalisa Stroppa. Maria Jose Siri è la brava cantante che sappiamo ma il ruolo appare più “acchiappato” che totalmente suo: qualche nota bruttina e ballante nel fuoriscena iniziale, il primo atto è portato a casa in qualche maniera, poi canto e interpretazione crescono con intelligenza e una certa intensità (ma la Siri-Odabella di Bologna era ben altro!). Carlos Alvarez è più scialbo di altre splendide volte e ruoli, ma il suo Sharpless fa anche i conti con la costante tendenza del podio a coprirne la voce: metà parte è sommersa dall’orchestra anche a dinamiche non estreme, è un fatto di pesantezza di suono nella “mano” direttoriale. Gli altri più o meno o.k.
    Ah, c’è Pinkerton: normalmente un teatro di nome Scala avrebbe protestato una voce dalle vocali insopportabilmente aperte nella quale ogni vocabolo comprendente la lettera “a” dà vita, nelle orecchie di chi ascolta, ad un effetto-anatra: qua-qua-quaaaaa. Ricordavamo più gradevole il giovane Brian
    Hymel rispetto alla versione adulta, piuttosto sguaiata, andata in scena in questa Butterfly dalla pompa mediatica non corrispondente, a parere di chi qui scrive, all’esito complessivo.

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli dicembre 19, 2016 a 4:50 am #

    Non trascrivo una terza volta (la prima non avevo firmato) ma segnalo che è rimasto almeno un errore: un “della” che in realtà è un “del” (discorso criptico della mamma al bambino, ecc.).

    Ciao
    marco vizzardelli

  6. Massimiliano Vono dicembre 19, 2016 a 12:14 pm #

    Come sempre (o quasi) succede quando c’è di mezzo il trinomio Chailly-Pereira-Scala, la montagna ha partorito non il topolino, ma una triste falena grigiastra. Il direttore musicale della Scala sembra incapace di salire sul podio senza infarcire la sua attività di magniloquenza e sovraesposizione mediatica su autoreferenziali “novità di lettura” che gli addetti ai lavori, al posto di stimmatizzare, accettano come “oro colato”, riempiendo pagine su pagine su giornaloni, giornaletti, blog e Facebook. Era successo con l’Aida (ricordate il “simbolismo del tre”, massone; che nell’idea di Chailly doveva rivelare chissà che e che viceversa non fece altro che essere coperto dalla morchia generale di quella produzione, orchestrale e no). Oppure ancora la Turandot del finale-Berio di cui già parlammo a suo tempo spacciata come “autentica volontà pucciniana”, mentre invece la tradisce fino all’ultima goccia. Prosegue il ciclo questa produzione di Madama Butterfly, che nelle intenzioni della Scala (Pereira-Chailly) dovrebbe riproporre la novità incredibile della prima versione 1904 tale e quale fu fischiata dal pubblico e che, invece, si rivela un’operazione di puro, semplice e pessimo marketing dato che la “ur”Butterfly gli addetti ai lavori la conoscono da almeno trentacinque anni, gli appassionati più o meno dallo stesso periodo e tutti, ripeto, TUTTI, sono concordi nell’ammettere che senza dubbio è peggiore, e non di poco, da quella a tutti nota. Francamente non capiamo queste operazioni di “retroguardia” di Chailly, come se dovesse in qualche modo sempre volersi differenziare in qualcosa già all’origine della lettura. Per cosa? Per evitare confronti? Per buggerare il prossimo nella speranza che non si avveda che la novità è invece da decenni stantia? Non lo sappiamo. Però quando tutti i più valenti studiosi pucciniani (uno su tutti, Michele Girardi, ma anche D’Amico e Bernardoni) dopo analisi su analisi spiegano chiaramente che la ur-Butterfly è meglio lasciarla perdere un motivo ci sarà. Ma forse, semplicemente, Chailly crede di essere più intelligente non solo dei suddetti musicologi, ma anche di Puccini stesso, che prima di arrivare alla partitura definitiva (quella di Parigi) la riprese in mano almeno altre quattro volte.

    Non è il caso, qui, di spiegare i motivi per cui la ur-Butterfly cede il passo alle versioni successive. Solo a titolo esemplificativo tre momenti. L’entrata di Butterfly nella versione originaria che si ascolta ora alla Scala, non ha nulla dello slancio melodico che Puccini le conferirà in seguito. La melodia della protagonista si accascia in maniera dolciastra invece di tendere all’acuto perdendo completamente l’effetto che raggiungerà nelle versioni successive. E’ un momento “topico” dell’opera, e la melodia che connatura Butterfly viene riutilizzata più volte, quindi questa inadeguatezza pervade gran parte della scrittura riferita alla protagonista. Secondo momento: il matrimonio. Come già espresso da Vizzardelli qui sopra tutte le chiacchiere, le canzoncine (derivate da materiale musicale originario del Giappone) i coretti, l’intera parte di Yakusidè sono musicalmente dimenticabili e rallentano l’azione. Terzo, e fondamentale: la morte di Butterfly. Anche qui la melodia di “o a me sceso dal trono” non ha nulla dello slancio tragico che acquisterà in seguito, mantenendo invece una linea orizzontale rinunciataria e priva di mordente. Come si vede non si tratta di episodi veniali, ma di “punti culminanti” della partitura: togliete a Butterfly l’ingresso e la sua melodia, la morte e la stringatezza ed il risultato non può che essere un’opera appannata fin dalle fondamenta. E questo Chailly lo dovrebbe sapere molto bene.

    Ora veniamo alla realizzazione partendo proprio dalla direzione d’orchestra. Il colore perennemente lattiginoso, come il cielo di Milano quando è grigio e la luce si diffonde nella nebbia, l’assenza di teatro e di mordente, l’uniformità del fraseggio e della tinta cospargono a piene mani di noia il racconto. Non occorre andare troppo lontani nella memoria per trovare a Milano una Butterfly teatrale, seppur in forma di concerto: quella alla “Verdi” dell’anno scorso diretta da Bignamini è un valido esempio. Questa procede come un meccanismo ben oliato ma inane dall’inizio alla fine, senza un briciolo di commozione: nelle vene scorre la sabbia ed al posto del cuore c’è un mattone d’argilla. La protagonista Siri canta bene, anche se, non so quanto dipendente dall’anaffettività di Chailly e dall’inesistente ritmo teatrale, il suo fraseggio è piuttosto monocorda. Il tenore Hymel nella sua rozzezza di emissione e timbro sostanzialmente inascoltabile. Eccellenti invece le parti di Annalisa Stroppa come Suzuki e di Carlo Bosi come Goro.

    La messa in scena (regia è una parola inappropriata) è quella delle figurine “Liebig” del 1920/1930. Bozzettistica a dire tanto, strapaesana per dirla tutta. Quindici minuti di duetto d’amore in cui non succede nulla: si vede il bozzetto della baia di Nagasaki in un’ora serotina imprecisata tale da non aver nemmeno il sorgere di stelle e della notte. Il Coro a Bocca Chiusa mimato da “geishe farfalle” chiuse nelle pareti dello shosi. Il rito del suicidio di Butterfly affiancata da dieci persone quando invece dovrebbe essere sola. L’obi scambiato con un Kimono. Insomma, una pena visiva che non trova riscatto nell’ascolto musicale.

    Saluti

    -MV

  7. Gabriele Baccalini dicembre 19, 2016 a 4:00 pm #

    Anche il mio è un pollice verso nei confronti della operazione “Ur-Butterfly” sentita ieri sera in teatro dopo la visione TV del 7 dicembre.
    Dirò in breve in cosa mi discosto, in parte, dai pareri espressi sopra da Vizzardelli e Vono.
    Va sottolineato con forza che l’operazione mediatica coinvolge non solo Chailly ed Hernanis, ma anche Casa Ricordi, Pereira, il solito giornalone milanese e l’ignoranza, che mi sembra alberghi in misura rilevante in tutti i vertici della Scala.
    Se, come temo, la riesumazione di una orrenda Ur-Arianna a Nasso a Salisburgo risale al periodo Pereira, vuol dire che ci troviamo di fronte a un autentico beccamorti. Anche allora Hoffmansthal e Strauss la rinnegarono, rifacendo interamente il volgare Prologo della versione originaria.
    Poi dovevano procurarsi una regìa degna di quaesto nome, come fece Claudio Abbado, che chiamò Ljubimov per presentare la vesrsione originale del Boris, peraltro in quel caso di gran lunga migliore di quella riorchestrata da Rimskij-Korsakov.
    Sulla compagnia di canto condivido sostanzialmente i giudizi espressi, salvo osservare che che la Siri, dopo un inciampo iniziale, è cresciuta notevolmente nell’ora e mezza del secondo atto, nel quale è sempre in scene a quasi sempre canta. Il / avevo avuto l’impressione di un soprano leggero inadeguato alla parte, ieri sera il giudizio si è in buona parte modificato.
    Ultima cosa, la direzione di Chailly. A me non è sembrata piatta e incolore come si è affermato. La sua efficacia nell’interpretazione di Puccini è nota (inaugurò bene anche il mitico allestimento di Keita Asari): il suo errore è stato di prendersi la corresponsabilità di una operazione sbagliata, che ha reso noiose parti essenziali del vero capolavoro pucciniano.
    Applausi entusiastici, come alle bruttissime Nozze di Figaro, da parte del pubblico sopravvissuto alla ormai costante abitudine di assistere al primo atto, farsi i selfie per far sapere al colto e all’inclita che si era alla Scala e poi filare via a mettere le gambe sotto la tavola. Stavolta non avevano tutti i torti, erano più stupidi quelli che hanno trafficato tutto il tempo con i loro smartphone.

  8. Gabriele Baccalini dicembre 19, 2016 a 4:20 pm #

    Nel terz’ultimo capoverso lo slash va sostituito con 7 (dicembre). Grazie

  9. Suny dicembre 20, 2016 a 9:27 am #

    Naturalmente su nessuno dei giornali di regime si troverà la notizia che Chailly viene frequentemente buato al rientro in buca dopo l’intervallo.

    • PappaTaci dicembre 20, 2016 a 1:59 pm #

      Del resto la signora Gabriella non può riuscire a blindare il loggione scaligero ogni sera. Anche i potenti hanno i loro limiti.

  10. alberto dicembre 21, 2016 a 10:06 am #

    Mah……,siamo alle solite, come quasi sempre accade ci ritroviamo a discutere in modo dotto ed approfondito rappresentazioni che in altri tempi sarebbero state sonoramente stroncate come appunto successe alla prima assoluta di Butterfly: del resto se lo stesso Puccini decise di apportarvi delle sostanziali modifiche un valido motivo ci sarà pur stato e già lo si sapeva senza che Chailly e soci decidessero di riproporla. È come se un ristoratore, di un piatto squisito, ci volesse fare assaggiare, gratuitamente!, la versione senza sale/condimenti……. no, grazie!!!
    Purtroppo ci si abitua a tutto e quindi si discute comunque di lavori che, come dice giustamente Suny, “non varrebbe la pena scriverne”.
    Anche per i cantanti vale lo stesso discorso: ormai li si giudica in base al livello standard attuale che, salvo rarissime eccezioni, è medio/basso…….. qualcuno, almeno, si salva con una buona interpretazione ma, ragazzi , se facciamo il confronto con un passato non così poi tanto remoto vien da piangere!

  11. alberto dicembre 21, 2016 a 10:12 am #

    Dimenticavo, un caro augurio a tutti di pace e serenità ( Scala permettendo) per le prossime festività.

  12. Francesco dicembre 22, 2016 a 8:40 am #

    Il grosso problema della Scala è a monte: sta nella decisione, assolutamente legittima, di approfondire un repertorio musicale operistico di serie B (se non serie C). Puccini e molto del repertorio italiano (ma anche straniero se penso a Massenet) di quegli anni è musica del tutto sopravvalutata. Il tentativo di ‘riscoprire’ questo repertorio per valorizzarlo è a mio avviso un modo per abbassare l’asticella qualitativa del repertorio scaligero.
    Le opere di Puccini sono fra le più rappresentate e amate nel mondo: ma questo non vuole dire a mio avviso che abbiano un valore musicale alla pari di altri grandissimi autori (anche italiani). Sicuramente lo share televisivo aumenta, si vendono biglietti e dischi: tutte cose molte importanti.
    Ho 32 anni ma credo che per avvicinare i giovani alla Scala si potrebbe cercare di farli venire in teatro anche con altro genere di musica
    Sicuramente è un mio limite non capire certa musica; non credo snobismo intellettuale perchè certe opere bistrattate del giovane Verdi con orridi libretti, ad esempio, ritengo siano meravigliose.
    L’idea però che l’anno prossimo la stagione sia inaugurata da Andrea Chenier di Giordano (con lo spreco Netrebko) mi nausea.
    ‘La cena delle beffe’ con Kleiber sul podio, la Callas e Kaufmann sul palco e la regia di Strelher sarebbe comunque una porcata.
    Che certe opere debbano essere rappresentate è certamente un dovere per un teatro come la Scala: ma che tale repertorio ne diventi l’ossatura programmatica del direttore musicale è una grande delusione. Quando la Scala inaugurava con Lohengrin, Pelleas, Falstaff, Don Giovanni, Lucia, Tristano, Fidelio, Gluck, Rossini erano altri mondi.
    Il provincialismo della Scala come punto di riferimento del repertorio italiano mi deprime.
    Un grande direttore musicale della Scala non può limitarsi a dirigere solo Puccini, Giordano qualche Verdi minore e Rossini.
    Vorrei sentire Chailly in Wagner, nel Boris, in Mozart, nei russi, fare Parsifal ogni settimana santa,,,,,,,,….e poi il giudizio (magari impietoso, magari no!) sarebbe completo: è come se Rattle ai Berliner dirigesse solo concerti con repertorio sassone…………quest’anno dirige Tosca a Berlino in forma di concerto. due anni fa ha diretto Cavalleria Rusticana. L’anno passato Tristan un Isolde
    Fare il tutto esaurito di giovani con Fidelio, Wagner, Rossini, Vivaldi, Strauss, i russi comporterebbe un maggiore sforzo da parte dell’utenza ma aiuterebbe una maggiore crescita: il nutrimento dell’anima e del cervello la puoi fare con cibi di serie A e cibi di serie B e C (questi ultimi molte volte più succulenti e più facilmente digeribili…ma nel lungo periodo dannosi alla salute………..).

  13. Gabriele BAccalini dicembre 22, 2016 a 12:17 pm #

    Francesco, ci andrei piano a definire Puccini e Massenet musicisti di serie B.
    Quanto al resto, sono abbastanza d’accordo, salvo che non desidero proprio sentire Chailly dirigere Mozart o Musorgskij.
    Wagner lo diresse bene da giovane a Bologna, adesso forse è meglio che lo lasci stare.
    Certo che inaugurare con Andrea Chénier…, e poi sempre lui? Come Muti?
    Le inaugurazioni di Petrenko. Thielemann, Jurowsky, Ivan, sottolineo Ivan, Fischer ce le dobbiamo sognare ricordando quelle di Kleiber e Boehm?
    Ci siamo illusi che Pereira rappresentasse una svolta alla Scala e la svolta mi pare ci sia, ma in peggio.

  14. Francesco dicembre 22, 2016 a 2:15 pm #

    Grazie Gabriele.
    Lo so, sarò un eretico.
    Ma per me Puccini è come un buon hamburger di Mac Donald…….possiamo anche trovare una ricetta con carne biologica e condirlo con i migliori ingredienti…ma tale rimarrà…buonissimo al momento…..ma nefasto nel lungo periodo
    Alla lunga Puccini ammorba lo spirito e le menti…………..

    • masvono dicembre 22, 2016 a 3:49 pm #

      Il “Verismo” italiano merita l’inaugurazione. Certamente la “Cena delle Beffe” è un’opera dimenticabile. Bisogna anche, nel momento in cui si programma un titolo, saperlo affidare alle mani giuste. La “Cena delle Beffe” sarebbe potuta essere più interessante se sul podio avessimo avuto un “creatore di teatro” sanguigno, visionario e anche paradossale. Senza scomodare mostri sacri come Levine in Italia abbiamo Bignamini che ha diretto uno splendido Giordano alla Verdi. Per fare questo occorre un direttore artistico che conosca musica, interpreti e loro attitudini. Non un uomo di relazione che all’occorrenza chiama gli agenti. Chailly allo stato attuale sarà ben difficile che riesca a dare mordente e teatralità qualunque sia l’autore che affronta. Saluti.

      -MV

      • PappaTaci dicembre 22, 2016 a 10:29 pm #

        Infatti la nomina di Chailly quale direttore musicale è un errore epocale. Intorno a cui si sviluppano, poi, altre piccole o grandi costellazioni di errori (repertorio provinciale, allestimenti turistici, numero di recite strabordante…).

  15. Ninci dicembre 23, 2016 a 8:18 am #

    Per favore, Francesco, queste cose non si dicono neppure per scherzo. Oltretutto, sono arretrate di almeno cinquanta anni rispetto all’evoluzione della musicologia.
    Marco Ninci

  16. simona dicembre 23, 2016 a 10:48 am #

    Immenso Dohnanyi ieri sera con la Nona di Beethoven (cosa non è diventata la gestualità delle dita della mano sinistra!). Gli avessero messo a disposizione un quartetto vocale degno (solo Volle veramente bravo, gli altri, soprattutto Tilling, fastidiosi all’ascolto), sarebbe stata un’esecuzione storica.
    Commozione in sala.
    Presente Alfred Brendel che alla fine del concerto commentava: “Quest’uomo dirige in questo mondo ma non è di questo mondo”. Non avrei saputo esprimerlo meglio.

    • PappaTaci dicembre 23, 2016 a 6:56 pm #

      Sottoscrivo. Uno degli ultimi grandissimi.

    • Sandra dicembre 30, 2016 a 6:49 pm #

      Condivido la tua preoccupazione.
      Già quest’anno il Tristano di Roma ha avuto molta più eco mediatica (internazionale soprattutto) della Butterfly milanese. Del resto Gatti debuttava il titolo in Italia, Chailly l’aveva già diretto nella medesima sala con un allestimento decisamente migliore. Lo stesso avverrà con la Damnation romana del 2017: debutto assoluto per Gatti in questo titolo (e dopo il dvd/cd della sua Fantastique non me lo perderei per nulla al mondo). Chailly al 7 dicembre 2017 ridirigerà Chénier, dopo averlo proposto in Scala negli anni ottanta con Carreras e Cappuccilli, mentre stavolta avremo nientepopodimenoche il signor Netrebko!
      Insomma, si scontrano due visioni dell’opera antitetiche. L’una, quella di Fuortes / Gatti, che unisce l’evento a un percorso di novità drammaturgica. L’altra, quella di Pereira / Chailly, che ripete se stessa alla noia andando a cercar glamour lì dove manca messaggio musicale.
      C’è da sperare che nel 2020 il secondo duo venga sostituito dal primo.

      (ps: maestro gatti, se mi legge, uno dei due titoli verdiani romani vorrei fosse il Rigoletto.)

  17. romano felice dicembre 30, 2016 a 6:53 pm #

    gran colpo…. finalmente la mia città diventa capitale anche nell’opera…. basta invidiare altri teatri italiani…. semo ER MEJO!!
    sorbitevele voi le chaillyate soporifere….. questo azzurro sofà là collochiam………

  18. proet dicembre 31, 2016 a 1:12 pm #

    consola vedere che qualche giovane, sia pur con parole che io trovo fin troppo misurate, collochi Puccini nel giusto posto che si merita.
    che poi già dargli del McDonald è attribuirgli un marchio di originalità, io direi piuttosto un Burger King! 😀

    • alberto gennaio 2, 2017 a 10:24 pm #

      Beh, se ci mettiamo a discutere Puccini allora possiamo chiudere baracca e burattini…….per carità, ognuno è libero di esprimere le proprie opinioni ma paragonare Puccini a un Burger King mi sembra francamente un po’ blasfemo!

    • lobo toni zato gennaio 11, 2017 a 6:14 pm #

      Puccini è un genio.
      quando mi indicherete un compositore coevo in grado di impaginare un cambio armonico come quello tra “pungenti amarezze” e “ch’io da vero poeta”, ne riparliamo, valà.

      • proet gennaio 11, 2017 a 9:35 pm #

        boh, non ho la partitura sotto mano ma così a orecchio non vedo cosa ci sia di così particolare in questo “cambio armonico”, è un banalissimo passaggio da un accordo minore al suo relativo maggiore passando dalla dominante e sotto-dominante di quest’ultimo, una cadenza plagale dal sapore modale, direi che è qualcosa che si faceva già da qualche secolo prima di Puccini…

        comunque se lei ha la partitura attendo la sua analisi armonica, sperando di sbagliarmi, grazie!

  19. romano felice gennaio 3, 2017 a 2:55 am #

    io adoro Puccini……..
    allo stesso tempo ammetto che è il compositore peggio eseguito della storia……
    una Butterfly che con Karajan ti si rivela un capolavoro di tutti i tempi, spesso se diretta da altri (come quella di cui parliamo qui) pare una boiata…….
    non so spiegarmelo…….

  20. marco vizzardelli gennaio 4, 2017 a 9:45 pm #

    Attilia è in viaggio, ma stasera è successo ciò per cui da ora le nostre vite di ascoltatori non sono più le stesse. E va bene che Georges Pretre sia ricordato e amato per sempre qui, sotto Puccini e sotto Butterfly.

    marco vizzardelli

    • marco vizzardelli gennaio 4, 2017 a 9:50 pm #

      Quell’ultimo Bolero… quanto a Bolero, ricordando le tante volte, e soprattutto l’ultima alla Scala, si è tentati di chiedere a tutte le istituzioni musicali e a tutti i direttori di non eseguirlo più (anche se è un peccato!). Perché è praticamente impossibile immaginare Bolero senza Pretre. Ma ciò potrebbe valere anche per alcune opere – Werther, forse, su tutte – o per la musica di Offenbach. O per la prima danza ungherese di Brahms. O per i Pini di Roma, incredibili!O … per un’infinità di cose. Non si finirebbe più di ricordare.
      Perché c’è un punto, ed un problema. La maggioranza dei direttori si esprime, in musica, in prosa. Talora altissima prosa. Ma Pretre si esprimeva, in musica, in poesia. Vertiginosa Poesia (non è un caso che quasi tutte le sue “cose” migliori, siano quelle “live”, anche su disco: la “sua”musica era vita, momento, istante, vertigine vissuta di Poesia). E, mentre si ringrazia lui e Dio, per averci fatto provare quella vertigine d’amore in musica, ci si chiede; allora, da adesso, noi come facciamo senza Georges Pretre, senza la sua Poesia?

      marco vizzardelli

  21. simona gennaio 9, 2017 a 11:56 am #

    Certo che il mondo, a volte, è proprio strano.
    Il 6 gennaio Chailly ha comunicato di rinunciare ai concerti coi Berliner Philharmoniker del 12, 14 e 15 per motivi di salute.
    Ma l’8 gennaio (ieri) era regolarmente sul podio della Butterfly alla Scala, che non è proprio una partitura breve.
    Io credo che con la salute non si dovrebbe scherzare, men che meno usarla come alibi. Oppure qualcosa mi sfugge?

    • masvono gennaio 9, 2017 a 4:29 pm #

      Ci possono essere impegni derivanti da “ragioni di salute” che vanno al di là dello stato cogente (esami, ambulatorio, periodi di “distressing” ecc.). Saluti

      -MV

  22. Luca gennaio 9, 2017 a 5:06 pm #

    Dal 1.1.2017 Riccardo Chailly avrebbe dovuto assumere la carica di direttore musicale del Teatro alla Scala; carica che non è stata confermata nel dagli organi ufficiali del teatro nè dalla stampa. Chailly rimane direttore principale……………ancora per poco ?
    Chi sarà nominato nuovo direttore musicale del teatro…………….?

    • romano felice gennaio 9, 2017 a 11:03 pm #

      Sono domande vere o sai qualcosa che non sappiamo?

    • lobo toni zato gennaio 11, 2017 a 6:15 pm #

      la speranza è l’ultima a morire, ma indubbiamente l’opacità scaligera inizia a essere comunque sgradevole.

  23. gabri_fan gennaio 11, 2017 a 6:19 pm #

    Il sito della Scala continua imperterrito a indicarlo come Direttore Principale. Purtroppo temo si tratti solamente della consueta sciatteria di chi dovrebbe aggiornarlo. L’uscita di Chailly dalla Scala avverrà comunque – purtroppo – sempre troppo tardi rispetto al bene del Teatro. Mala tempora currunt.

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