L’HEURE ESPAGNOLE – L’ENFANT ET LES SORTILÈGES e presentazione stagione 2016-17

16 Mag
18 maggio: conferenza stampa per la presentazione della nuova stagione 2016-2017
MAESTRI AMORI CAPOLAVORI
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Dal 17 Maggio al 6 Giugno 2016
Maurice Ravel

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Produzione Glyndebourne Festival

Durata spettacolo: 2 ore e 05 minuti incluso intervallo

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Direttore Marc Minkowski
Regia e costumi Laurent Pelly
Scene Barbara de Limburg (L’enfant et les sortilèges)

Caroline Ginet e Florence Evrard rielaborate da Caroline Ginet (L’heure espagnole)

Luci Joël Adam

CAST L’ HEURE ESPAGNOLE

Concepcion Stéphanie D’Oustrac
Gonzalve Yann Beuron
Torquemada Jean-Paul Fouchécourt
Ramiro Jean-Luc Ballestra
Don Iñigo Gomez Vincent Le Texier

CAST  L’ENFANT ET LES SORTILÈGES

L’enfant Marianne Crebassa
Maman, La tasse chinoise, La libellule Delphine Haidan
La bergère, La chauve-souris Anna Devin
L’horologe comptoise/Le chat Jean-Luc Ballestra
La chatte, L’écureuil Stéphanie D’Oustrac
Le feu, La princesse, Le rossignol Armelle Khourdoian
Le fauteuil, Un arbre Jerôme Varnier
La théière, Le petit vieillard, La rainette Jean-Paul Fouchécourt
Une Pastourelle Fatma Said*
Un Pâtre Chiara Tirotta*
La Chouette Elissa Huber*

*Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala

L’OPERA IN POCHE RIGHE

Arriva alla Scala dal Festival di Glyndebourne l’allestimento fatato ed ironico delle due opere di Ravel concepito dal regista Laurent Pelly nel 2012. L’estrema, pensosa raffinatezza dell’Enfant et les Sortilèges, il cui libretto si deve a Colette, e l’arguzia sensuale de L’Heure trovano un interprete di naturale affinità in Marc Minkowski, apprezzato direttore del mozartiano Lucio Silla nel 2015. E dal cast di Lucio Silla ritorna anche il mezzosoprano Marianne Crebassa, già entrata nel cuore del pubblico milanese.

52 Risposte to “L’HEURE ESPAGNOLE – L’ENFANT ET LES SORTILÈGES e presentazione stagione 2016-17”

  1. lobo toni zato maggio 17, 2016 a 5:47 pm #

    OT

    cari amici, prepariamoci domani a venire a conoscenza di una stagione operistica degradante, con nomi sul podio – a parte poche eccezioni – da fare invidia a Saarbrücken…

  2. Fr Ate maggio 17, 2016 a 6:32 pm #

    Condivido il tuo giudizio, ormai siamo al sottoscala.
    Ma lo scandalo massimo è per me l’ennesima commissione di una nuova opera (basta!!!), per giunta a Sciarrino.

  3. il bel danubio blu maggio 18, 2016 a 6:51 am #

    Dico al volo la mia. 2 titoli a Nello Santi sono una vergogna, la presenza di Pidò squalifica il Teatro, il nuovo Falstaff (dopo quello di Gatti che gli è valso il primo Abbiati) è uno spreco di soldi, idem la nuova opera di Sciarrino, troppo Mehta in tutte le salse, Chailly come sempre evanescente nell’opera e iperpresente nei concerti, cast discutibilissimi, registi alla qualunque, nessun fil rouge drammaturgico, troppi titoli e troppe rappresentazioni (si preannuncia una serie di forni tragici).

    Ribadisco: tutti a casa e ripartire con una dirigenza tutta nuova.

    • il bel danubio blu maggio 18, 2016 a 11:09 am #

      …e il cast del 7 dicembre è roba da criminali!!!

  4. davide maggio 18, 2016 a 7:49 am #

    Per me il dato più evidente è la scarsa qualità dei direttori per l’opera.

    Prendiamo gli italiani: a parte Gatti (e ci mancherebbe solo che nemmeno lui ci fosse!) non c’è Mariotti, non c’è Luisi, non c’è Noseda, non c’è Luisotti, non c’è Minasi, non c’è Rustioni, non c’è Manacorda, non c’è Antonini, non c’è Ferro, non c’è Bignamini, non c’è Montanari, non c’è Benzi.

    Mancano anche graditi ospiti delle ultime stagioni: Gergiev, Harding, Salonen, Pappano, Jordan, Dudamel, Steffens, Wellber, Minkowski, Gardner, Ono.

    Non tornano gli ex padroni di casa Barenboim e Muti.

    Continuano a rimanere assenti i grandissimi di sempre e gli emergenti che furoreggiano nelle vere grandi capitali musicali: Rattle, Petrenko, Thielemann, Jacobs, Gardiner, Haitink, Dohnányi, Nelsons, Nézet-Seguin, Currentzis, Cambreling, Temirkanov, Petrou, Fischer, Heras-Casado, Hengelbrock, Bolton, Perez, Ettinger, Roth, Piollet, Weigle.

    Insomma, l’ennesima stagione Chailly/Pereira in cui sono più interessanti i concerti sinfonici delle opere. Il che la dice tutta del fallimento di questo tragico duo.

  5. lulù maggio 18, 2016 a 7:59 am #

    faccio mie tutte le critiche qui sopra, però mi permetto di dire che il punto è un altro……
    si sta snaturando la Scala!…… 15 opere e così tanti concerti e balletti sono troppi…… Milano ha già dimostrato di non farcela come numero di spettatori milanesi e turisti a tenere il ritmo di una apertura di sipario al giorno…… non c’è nemmeno più l’expo come scusa…… se a settembre 2015 non si son riempite le recite di un Falstaff Gatti/Carsen, come si può pensare che meno di un anno e mezzo dopo si riempiano per il Falstaff di Mehta/Michieletto????………. chi può essere interessato a una Boheme di Pidò o a un Nabucco e Traviata di Santi?????……… e poi Mehta dappertutto!!!!!
    Chailly con Butterfly e Gazza continua a vivacchiare su titoli che non incidono sulla qualità e disciplina di un’orchestra piuttosto declinante che suonando tutte le sere inevitabilmente non può garantire una concentrazione permanente………

    cosa andrò a vedere io:
    – Don Carlo per il cast e parzialmente per Chung
    – Maestri Cantori per il grandissimo Gatti, per un regista che stimo da sempre, per il protagonista (ho alcuni dubbi sul tenore, però)
    – Anna Bolena perché non la si fa mai
    – Margherita e Giovannino perché Albrecht mi piace e l’opera pure
    – Freischutz perché m’incuriosisce Chung e regia

    • Stiffelio maggio 18, 2016 a 1:14 pm #

      Un conto è valutare la stagione nel suo complesso un conto i singoli spettacoli. A mio avviso la stagione nel suo complesso è in linea con gli standard europei. A parte monaco che rimane una spanna sopra tutti. Per esempio vienna e Zurigo sono peggio. Alcuni titoli sono molto interessanti. Don Carlo che ha un cast validissimo freischutz gazza ladra.la Butterfly proposta in versione originale è molto interessante. Poi sul resto si può discutere. certo che qualcuno su questo blog rimpianga anche barenboim dopo averlo massacrato più volte mi pare quantomeno surreale . Dei direttori di cui si reclama la presenza:i vari weigle Manacorda ettinger camberling meglio lasciarli dove sono. Gli altri sono difficili da agganciare per qualunque teatro. Ed alcuni (Haitink von dohnay) non dirigono più opere da anni. Certo si punta sempre sugli stessi nomi (mehta gatti chung)ma nel complesso ripeto gli standard europei sono questi. Basta sfogliare le varie stagioni

      • il bel danubio blu maggio 18, 2016 a 1:26 pm #

        Non condivido. È proprio la stagione nel suo complesso a essere non competitiva, priva di una drammaturgia purchessia; è solo un ammasso di titoli uno dietro l’altro, con nomi vetusti e ricorrenti, senza alcuna apertura a direttori emergenti. Poi c’è qualche singolo spettacolo interessante: Don Carlo, Meistersinger, Gazza.

        Solo in Italia, Torino, Bologna e Venezia son molto più interessanti; in attesa di Roma, che è certamente il teatro d’opera meglio guidato della penisola.

  6. Trebbiatore maggio 18, 2016 a 1:51 pm #

    Chi spara a zero sulla stagione 2016/17 è sprovvisto di senso della realtà, disinformato e probabilmente anche un po’ in malafede. Con i tempi che corrono mettere insieme una stagione di queste dimensioni e di questo livello è una vera e propria impresa di cui dobbiamo essere tutti grati al Sovrintendente e al suo staff.
    Il Teatro alla Scala serve un bacino di popolazione di oltre 25 milioni di persone: i 10 milioni di abitanti della Lombardia, una parte di quelli delle regioni limitrofe e gli oltre 13 milioni che annualmente arrivano a Milano per lavoro o per turismo. Supponiamo il 5% di questi 25 milioni, ovvero 1.250.000 siano le persone che per età, capacità di reddito e istruzione possono essere potenziali spettatori della Scala. E’ ovvio che tutte queste persone non tutte uguali e avranno approcci diversi nella scelta degli spettacoli. Così ci sarà chi privilegia prima di tutto la scelta del titolo, magari scegliendo quelli più popolari, chi è interessato soprattutto ai cantanti, chi al direttore, al regista ecc. Oggi un grande teatro come la Scala deve innanzitutto saper mediare e proporre un mix di titoli / produzioni che accontenti tutti. Ieri sera ho assistito a quello straordinario spettacolo che è il dittico di Ravel. Se è stato straordinario per me, che l’ho amato e goduto, sicuramente non lo è stato per alcune centinaia di persone che ieri hanno lasciato la poltrona vuota. L’approccio di Pereira, su cui concordo pianamente è proprio questo: va bene Ravel, va bene Britten, ma ci vogliono anche le Boheme e i Rigoletto, allestiti e realizzati con grande professionalità ma senza voli registici o direttoriali in modo da soddisfare il cosiddetto “grande pubblico” che così non smetterà di frequentare il teatro e un domani, si spera, sarà pronto per Ravel, Britten, Janaceck etc.

    • simona maggio 18, 2016 a 2:26 pm #

      un brutto [dato male] NABUCCO non condurrà mai uno spettatore a un bel [dato bene] BILLY BUDD.

      • Trebbiatore maggio 18, 2016 a 2:31 pm #

        Il prossimo Nabucco è una produzione solida e affidabile e non dimentichiamo che per Verdi le masse scaligere (orchestra e coro) non hanno rivali al mondo

  7. alberto maggio 18, 2016 a 2:07 pm #

    Certo che se continuano a far pagare le poltrone di platea 300 euro diventa difficile avvicinare il “grande pubblico”……due miei amici siciliani avrebbero visto con immenso piacere La Fanciulla del West ma il costo esorbitante li ha annichiliti.

  8. Trebbiatore maggio 18, 2016 a 2:28 pm #

    Non c’è solo la platea, ci sono posti meno costosi, spettacoli meno costosi, le recite Scala Aperta etc. etc. Non nascondiamoci dietro queste ridicole generalizzazioni.

    • tornic maggio 18, 2016 a 4:01 pm #

      veramente ricordo che la prima della tosca nella stagione passata era andata semivuota. E stiamo parlando di tosca!
      I posti meno costosi (cioè quelli del loggione) essendo gli unici abbordabili scompaiono alla velocità della luce. Per quanto riguarda i posti di palco non di parapetto (per intenderci quelli che non costano come la platea) provi a sentire cosa dicono i poveri turisti che non sanno quale sola stanno acquistando: prezzi esorbitanti per visuale prossima a zero

  9. masvono maggio 18, 2016 a 3:18 pm #

    Una stagione di luci ed ombre. Ritengo preziose le presenze di Chung, irrinunciabile Gatti, valide le proposte di Chailly e di grande interesse Paavo Jarvi con Don Giovanni. Inadeguata, se non addirittura risibile, la riproposizione della Bohème di Zeffirelli con Evelino Pidò sul podio. La presenza di Nello Santi con due titoli è al massimo superflua: un direttore non diventa interessante perchè invecchia. Un direttore d’orchestra non è una bottiglia di Barolo e, nel caso, Santi è un vinello da tavola per sfumare le scaloppine.

    Detto questo Pereira a me sembra un gerontofilo, anche se si accompagna a una bella ragazza. Avere nella stagione Von Dohnàniy, Haitink, Pretre, Mehta, Santi, Campanella trasforma la Scala in un ospizio. Il ritorno di Muti avviene troppo presto: ha solo 75 anni. Doveva aspettarne almeno altri cinque.
    Saluti

    -MV

    • Stiffelio maggio 18, 2016 a 5:02 pm #

      Comunque noto con piacere che ci sono finalmente e dopo tantissimi anni molte recite pomeridiane. La Scala non è solo per i milanesi ma anche per chi come me deve fare 350 chilometri per venire. Ed avere spettacoli al pomeriggio della domenica è una cosa bellissima. Permette anche alle persone anziane di prendere un treno e venire a Teatro.
      Il prezzo del biglietto in platea e palchi è troppo elevato, anche se non è l’unica causa dei posti vuoti.
      Ricordo che per il bellissimo Wozzeck ,recita la Scala Aperta, quindi scontata del 50% , il Teatro era talmente vuoto che chi comprava un ingresso a 5 euro veniva fatto accomodare in platea….per non parlare del concerto di Mariss Jansons con l’Orchestra della Radio Bavarese.
      Forse il pubblico della Scala non è così colto come si vuole far credere.

      • tornic maggio 19, 2016 a 9:31 am #

        o forse una parte dell'(ex) pubblico della Scala è nauseato da questa gestione e ha deciso di non mettere più piede alla Scala anche quelle poche volte che si vede qualcosa di interessante. Si chiama rottura di un rapporto di fiducia. Più uno è colto più non sopporta di essere preso in giro. Non è che l'(ex) pubblico della Scala è talmente colto che si rifiuta di farsi prendere in giro in questo modo così plateale?

  10. marco vizzardelli maggio 19, 2016 a 2:30 am #

    ….SBLONG! (morto di nuovo).

    marco vizzardelli

  11. marco vizzardelli maggio 19, 2016 a 2:32 am #

    “Pruonscto, Scignuor Pereira (scusci mi balla la dentiera) scuono Franscesco Mmolinari Pradellims, ho 136 anni e scuono muorto, ma vuorrei tuornare amsch dirigeree alla Scchcala, vero che invuita anche me? Ho l’età giuscta mmmmsch”…….SBLONG! (morto di nuovo).

    marco vizzardelli

  12. lavocedelloggione maggio 19, 2016 a 7:22 am #

    Non c’è più rispetto per la vecchiaia, hi hi! Vi racconto questa, riportata da mia figlia che vive in Canada:
    Sulla homepage del Corriere c’è una bella foto della Regina Elisabetta, incoronata e intronata… La faccio vedere a Filippo e Giacomo (gemelli di 5 anni), perché ne hanno un’idea un po’ distorta dal film dei Minions.
    La scrutano e commentano “E’ vecchia, bleah”. Schifati se ne vanno.

    Buona giornata a tutti Attilia

  13. Concertante maggio 19, 2016 a 12:12 pm #

    Si, Vizzardelli, reputo la sua “idea” assolutamente fondamentale per l’onusta stagione del teatrun
    io mi associo e propongo una speranza della lirica, una certa Nellie che proviene da remote lande;
    non ho memoria…non ricordo mai se si chiama Nellie e gli hanno dedicato una Peach o si chiama Peach e gli hanno dedicato una Nellie
    devo mandare una mail a Georges Auguste

    si dice inscì per rid, e dalla lettura del programma (ieri esaurito…come i frequentatori) c’è di che seppellirli, partendo da un topone barocco (disgustoso)

  14. Gabriele Baccalini maggio 23, 2016 a 4:14 pm #

    Non so se l’ho già scritto sul blog, ma certamente ne ho parlato con diversi amici. Pereira sta plasmando la Scala sull’unico modello di teatro lirico che conosce: il teatro di repertorio, cioè per il 90% di routine.
    Sono stato pochi giorni fa a Zurigo e ho visto un Orlando di Haendel, di cui ho in casa da qualche anno il video diretto da William Christie, con cantanti diversi: infatti si trattava della “prima” di una “Wiederaufnahme”, cioè di una ripresa. Ottimo spettacolo, non discuto, ma il teatro era lungi dall’essere al completo. Non vigendo la stupidità che troviamo alla Scala, dove ieri per ben due volte in un giorno (dittico raveliano e concerto da camera) i loggionisti sono stati invitati a scendere in platea e nei palchi, io che ero in posizione un po’ infelice mi sono spostato da solo verso un palco più centrale, da cui avevo una visibilità perfetta in una sala che è la metà della Scala e quindi è ben più adatta all’opera barocca.
    Venerdì e ieri pomeriggio sono andato a rivedermi il meraviglioso dittico di Ravel: anche di questo ho a casa da qualche anno il video dello spettacolo di Pelly, che viene da Glyndebourne. Desolante il vuoto in teatro e addirittura sbalorditiva la fuga dopo la prima opera, divertentisima (non ho riso a crepapelle perché la conoscevo già, come risentire una ottima barzelletta): il capolavoro scenico di Pelly doveva ancora arrivare con l’Enfant e lo spettacolo durava in tutto due ore e cinque minuti!
    La Scala diverrà di questo passo un polo turistico post-Expo, con rare eccezioni di spettacoli di alta e omogenea qualità artistica (per il prossimo anno i Meistersinger diretti da Gatti, anche se osservo che con l’opera di Monaco anche lui avrebbe potuto fare un altro Wagner, come farà Petrenko nelle prossime settimane). Il problema è che un po’ a tutti gli spettacoli neanche i turisti a certi prezzi si precipitano in massa, non parliamo dei milanesi.
    Vediamo allora qualche osservazione più puntuale.Il gerontocomio è stato rinnovato e ampliato: statisticamente dobbiamo aspettarci due morti e un paio di forfait, certe leggi di natura non si cambiano.
    Che senso ha fare un nuovo Don Carlo in cinque atti (ottima idea in sé), riproponendo come Filippo il povero Furlanetto già compianto nella sua esibizione di un paio di anni fa?
    Che garanzie dà il cast della Butterfly inaugurale, per di più ripristinata nell’edizione caduta alla Scala e poi rivista da Puccini in persona? Supplemento di studio per cantanti che girano come trottole e studiano sempre di meno?
    Che senso ha proporre un altro Falstaff pur con l’insostituibile Ambrogio Maestri, dopo quello di Carsen dell’altranno?
    Chi se ne frega della riesumazione della Traviata della Cavani diretta da un Nello Santi,che piace solo a Paolo Isotta, che non scrive più neanche sul Corriere?
    E che dire della sessantennale Bohème di Zeffirelli, che doveva essere abbandonata dopo l’ultima ripresa agli Arcimboldi, cioè una quindicina di anni fa?
    Giusta mi pare la scelta di riproporre un capolavoro serio rossiniano come la Gazza ladra, dimenticata come opera forse per la troppa notorietà della Sinfonia. Buoni anche i quattro titoli di fine stagione (Don Giovanni, Hänsel und Gretel, Ratto in versione Strehler, Freischütz direto da Chung): ma le realizzazioni saranno all’altezza delle aspettative? Scegliere oggi Thomas Hampson per il ruolo di Don Giovanni significa optare per una lettura crepuscolare e malinconica del capolavoro mozartiano, che deve stare in equilibrio tra la giocosità del dramma e la tragicità del finale, pur inframmezzata da gag comicissime come quelle di Leporello nella scena della cena: se c’è un autore che non può essere stravolto a piacimento è Mozart e quindi va mantenuto il vitalismo sfrenato del protagonista.
    Per oggi mi pare che basti. Dei concerti perleremo un’altra volta. Saluti a tutti.

  15. MGL maggio 25, 2016 a 9:05 am #

    In attesa di andare domani a gustarmi L’HEURE ESPAGNOLE – L’ENFANT ET LES SORTILÈGES (le recensioni sono ad oggi in maggioranza positive, ho buone speranze) e scusandomi del mio fuori tema, vorrei segnalare a chi ama la Salomè una nuova realizzazione presentata questa settimana al Carlo Felice, disponibile free in streaming stasera mercoledì 25/05 alle 20.00 alla webpage del teatro (http://www.streamingcarlofelice.com).
    Vista questa domenica l’ho trovata ben eseguita (direzioni di Luisi), ben cantata (Salomè: Lise Lindstrom , Jochanaan:Mark Delavan) e finalmente ben fatta (regia per me notevole, coerente e rispettosa della composizione, della sig.ra Cucchi). Rimpiango che non sia stata programmata alla Scala.

  16. masvono maggio 25, 2016 a 10:13 am #

    E’ un vero peccato che il “Dittico” di Ravel sia più o meno deserto ad ogni replica. Peccato perchè si tratta di due capolavori che beneficiano di un allestimento magnifico nella sua poetica levità e di una direzione musicale, soprattutto nell’ “Heure Espagnole” per diversi aspetti rivelatoria. Minkovski riesce a non percorrere i sentieri strabattuti dell’astrazione sonora, della cartesiana radiografia in bianco e nero e della scomposizione dei colori puntillista (alla Boulez-Salonen, alla Maazel o alla Pretre, per intenderci) per rivelare quanto dell’inquieto mondo della “chanson parisienne” sia sotteso in quest’operina, anticipatoria delle svagatezze dadaiste di Poulenc. Senza rinunciare, beninteso, alla capillare concertazione che è uno dei tratti distintivi di questo grande direttore. Eccezionale anche la conduzione della seconda opera, “L’Enfant et les Sortilèges” che privilegia il cotè “naive” della tenerezza rispetto alla sublimazione dell’astrazione, artificio che si fa poesia di cui è stato a nostra memoria massimo interprete Salonen nelle recite parigine e londinesi dell’anno passato. La compagnia è equilibrata ed efficace , mentre l’allestimento di Pelly è poeticissimo nell’Enfant (con tutti i mobili e gli oggetti gigantizzati in quanto visti con gli occhi del bambino) e simpaticamente vaudevilliano nell’Heure Espagnole con la bottega dell’orologiaio trasformata in un bric-à-brac postmoderno.

    Speriamo di rivedere spesso alla Scala il dittico, e non solo una volta ogni quattro generazioni: L’Heure Espagnole non si dava dal 1975, direttore Pretre. Quarant’anni fa!!
    Saluti

    -MV

  17. alberto maggio 25, 2016 a 5:24 pm #

    Tutti entusiasti del dittico,bene,intendiamoci,nulla da eccepire,ben confezionato ,ben diretto e ben interpretato,però…….. all’ Heure Espagnole preferisco di gran lunga un Gianni Schicchi mentre per quanto concerne l’Enfant riporto i commenti prevalenti….”si,grazioso ma più adatto alla stagione dei balletti ed al repertorio per bambini”.
    Ottimo proporre un Ravel di classe ma poi non stupiamoci se la sala è mezza vuota: anni fa c’era La Piccola Scala,ideale per certe operazioni, ma non c’è più e quindi sarebbe forse opportuno, se esistono problemi di bilancio, rinunciare a certe proposte lodevoli dal punto di vista culturale ma antieconomiche,

    • masvono maggio 26, 2016 a 11:12 am #

      Ciao Alberto, dire che il “Dittico” di Ravel va bene per uno spettacolo rivolto ai bambini è il massimo dei complimenti possibili. È però inesatto, perché la stessa cosa si dovrebbe dire per capolavori come “Ma mère l’Oye”, “Cinderelle”, “Lo Schiaccianoci” ecc…

      Saluti

      -MV

    • MGL maggio 27, 2016 a 9:33 am #

      Caro Alberto, ho assistito alla rappresentazione del 26/05. Mi ha colpito in ogni aspetto – partitura, messa in scena e canto. Una pienezza artistica difficile da trovare, uno dei migliori spettacoli della stagione – secondo me.
      Poi ieri la sala era piena almeno all’ottanta per cento. Questa volta il “coraggio” (ammesso che di coraggio si tratti e non di semplice sensibilità) del nostro Teatro è stato premiante.

  18. Gabriele Baccalini maggio 26, 2016 a 10:54 am #

    Dissento radicalmente da Alberto.
    I due atti unici di Ravel sono nel novero dei più grandi capolavori della musica del ‘900 e vengono mandati in scena fin troppo raramente.
    Se poi a Glyndebourne fanno il pienone e alla Scala no, ciò è dovuto a una sorta di arretratezza culturale del pubblico scaligero, che si scanna per l’ennesima Cavalleria Rusticana e ignora abbondantemente non solo la musica contemporanea, ma anche il grande repertorio del Novecento storico europeo e non (Villa Lobos, Ives, Copland, Bernstein e quant’altro),
    Mi sono sentito rispondere mille volte, proponendo ad amici e conoscenti di andare ad assistere a un programma un po’ raro, “Non vengo perché non lo conosco”, quando la risposta giusta sarebbe esattamente l’opposto.
    La Scala non può esimersi dal proporre, oltre alle sue produzioni, il meglio di quanto si ascolta nelle altre sale di musica del mondo.
    Poi Alberto dovrebbe spiegarmi dove avrebbe messo l’orchestra di Ravel alla Piccola Scala, sempre che si ricordi come era fatta la sala andata sciaguratamente distrutta.

  19. Gabriele Baccalini maggio 26, 2016 a 12:31 pm #

    Max, mentre io scrivevo, tu postavi il tuo commento. Nulla quaestio in merito all’Enfant; per l’Heure Espagnole direi che è per bambini scafatissimi (ormai ce ne sono tanti), che sanno cosa sono le corna, gli amanti, i cornuti ecc. ecc.
    Ciao.

  20. lulù maggio 26, 2016 a 6:06 pm #

    OT

    Lo so che direte che son sempre polemica, ma non vi pare che lo sprezzo col quale “certa” critica sta trattando la Traviata romana derivi dall’invidia per un teatro sempre esaurito, che ha vinto l’Abbiati coi Bassarides, condotto dal miglior sovrintendente italiano vivente, eccetera?
    A Milano la sala sempre vuota (vedasi questo dittico raveliano) e la pochezza della dirigenza – la coppia di fatto Chailly e Pereira – hanno reso la Scala meno appetibile di Roma, Torino e Bologna.
    Se penso a direttore, regista e cast del prossimo 7 dicembre e lo confronto coll’inaugurazione dell’Opera di Roma in calendario dieci giorni prima non posso che confermare il declino milanese.
    Ci vorrà molto per ricostruire da queste macerie artistiche.

    • masvono maggio 26, 2016 a 6:51 pm #

      Ciao Lulù. LA critica non serve a niente e Grigiardi ancora a meno. Contano solo i forum e i blog. Quanto alla Scala senza dubbio Pereira (più che Chailly) ha offeso il pubblico più e più volte con la sua cialtroneria e questi sono i risultati. Ma un certo
      trend di disaffezione vi era già con Lissner. A presto

      -MV

  21. marco vizzardelli maggio 26, 2016 a 9:04 pm #

    “mentre per quanto concerne l’Enfant riporto i commenti prevalenti….’si,grazioso ma più adatto alla stagione dei balletti ed al repertorio per bambini’.

    Caro Alberto dovresti, alla prima occasione, mostrarmi in volto gli autori di questo commento. Dei cretini di tale portata vanno conosciuti, se non altro per evitarli! Milano nel 2016 è a questo punto di qualità d’ascolto? Complimenti vivissimi!!

    marco vizzardelli.

  22. marco vizzardelli maggio 26, 2016 a 9:19 pm #

    Ciò detto, visto che qualcuno è entrato nell’argomento de La Traviata di Roma, per gli appassionati milanese che non vi hanno assistito e magari prendono per buono l’articolo “grigiardo” sul Corriere (ma ancora, c’è chi li prende per buoni senza verificare?), io son stato alla Prima (non all’antreprima per Vip, si badi, che chiunque fosse stato armato di buon senso avrebbe evitato). E vi dico la mia.

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    Ero presente alla Prima de La Traviata allìOpera di Roma, e ho molte considerazioni da proporre, condivisibili o meno: sono le mie.
    In sintesi. A) Sono pienamente d’accordo con chi ha difeso la scelta, e l’operato, di Valentino. Fra l’altro, i suoi costumi erano spettacolosi. L’operazione è chiara e farei notare che (contrariamente a quanto sta accadendo altrove) la un tempo vituperata Opera di Roma si è trasformata, sotto l’attuale sovrintendenza in… un serie di “esauriti”. Sold out. (provate ad andare in questi giorni al pur bellissimo dittico Ravel della Scala: semideserto….). C’è questa Traviata, che è un’operazione di un tipo (ma chiarissima e… ultraremunerativa e mediatica: questo vuole essere) e ci sono stati altri spettacoli (abbiamo appena visto il magnifico Trittico a firma-Michieletto, ma non solo quello) che – presi in toto – testimoniano di una progettualità vivacissima. Da quel che si sta vedendo all’Opera di Roma, avercene, in Italia, di Carlo Fuortes, di Battistelli, di Vlad!!!
    B) Peraltro, se Sofia Coppola versione-regista d’opera è ciò che si visto in questa Traviata….è il nulla. Non mi interesssa se tradizionale o no: non si è visto nulla. Idee, zero. Brutte luci che hanno talora penalizzato la bellezza stessa dei costumi di Valentino. Un orrendo letto, mal sistemato scenicamente, all’ultimo atto. Cantanti praticamente bradi dal punto di vista scenico, lasciati a se stessi. C) Sulla resa musicale, trovo invece sia stata esercitata, là dove ho letto, una severità fuori luogo, che ha fatto – stante la nullità registica e di messa in scena – di tutta l’erba un fascio.
    Non è così, almeno a mio parere. Jader Bignamini è di una accuratezza rara nella ricerca di suoni e fraseggi, pur se La Traviata, probabilmente, non offre al suo temperamento le “occasioni” che avevamo ascoltato a Francoforte nella formidabile resa del giovanile Oberto. Ma, contrariamente a quanto scritto da certe “penne” ufficiali partecipi (più o meno) all’anteprima-vip (e su questo tornerò, poi), il direttore ha capillarmente lavorato nelle frasi, nella dizione, nella ricerca di tempi variabili in accordo a sentimenti e situazioni, con l’orchestra e con tutto il cast. Il “pizzicato” “sotto” la voce di Alfredo nei Bollenti Spiriti è esemplare. Un concertato atto secondo accurato quale quello “disegnato” da Bignamini raramente mi è accaduto di ascoltare. La seconda strofa di “Di provenza” attaccata, macché “soffiata” in struggente pianissimo (bravo qui, Frontali) è una poesia. Tutta la condotta dell’ultimo atto è magnifica (a partire dal preludio e segnatamente, in orchestra e con la Dotto, l’Addio del Passato). La vecchia tiritera su tempi lenti o veloci, riesumata dalla “penna” ufficiale sulla quale poi tornerò, è a mio avviso senza senso: i tempi sono, ripeto, adattati a sentimento e sensazioni. Certo questo dà vita ad un Verdi che è tutto il contrario di quello esguito da direttori-zumpapà o, per altro verso, da direttori-grand guignol (un nome: Barenboim quando esegue Verdi, e a questo punto avrete capìto l’identità della “penna” ufficiale di cui sopra…).
    Avevo già ascoltato (e apprezzato) a Venezia la Violetta di Francesca Dotto. Ho riscontrato un progresso, da allora, nel primo atto che è, oggettivamente, il meno “naturale” per la sua vocalità (ma sono molto belli, i “Gioir” così differenziati nella dinamica: brava). Da qui in poi, la pèrestazione è tutta in crescendo, e due momenti capitali ( “Alfredo, Alfredo” e l’Addio) colgono la Dotto in bellissima resa vocale e poetica. Sono invece d’accordo sul rilievo sulla brutta lettura “in parlato” della lettera, all’ultimo atto, o meglio, brutta è fino al “curatevi”, da lì trova il tono giusto, prima il timbro del parlato è querulo e la dizione-espressione sgradevole. Strano perchè, invece, tutta la dizione di lei stessa e dell’intero cast e del coro è stata assai curata da Bignamini e da Gabbiani: tant’ è vero che il coro medesimo (in un magnifico “crescendo” di Bignamini) è di una chiarezza ancora esemplare nel “si ridesta in ciel l’aurora” del primo atto.
    Antonio Poli ha un timbro fresco e assai simpatico, la stessa “acerbità” – che c’è – risulta credibile, nella realizzazione degli impeti di Alfredo. Frontali una sicurezza, con in più, qui, delicatezze e screziature di colori e dinamiche che non sempre avevamo ascoltato da lui (la seconda strofa del “Di Provenza” è, ripetiamo, una bellezza. Rimediato al volo, con grande mestiere, alla prima, un arrochimento improvviso in “Ma se alfin ti trovo ancor”). A posto il resto del cast.

    Su questa Traviata romana si sono esercitati alcuni dei peggiori vezzi di certa critica di stampa nazionale. In primo luogo la recensione applicata ad un’anteprima-vip anziché alla prima (vanno alle generali o alle anteprime e recensiscono quelle. O magari anche – succede, magari non in questo caso ma succede – vedono un pezzo di spettaolo poi vanno via) In secondo luogo l’ormai nota acidità di stomaco di “penne” ufficiali” operative sui “massimi quotidiani”, le stesse penne che ultimamente “videro” Georges Pretre improvvisamente diventato un bell’uomo ALTO, le stesse penne che confusero fra loro le ouverture di un Fidelio. Le stesse penne la cui acidità viene o va secondo i luoghi e i personaggi. Un tipo di penne musicali che molto bene non fanno alla musica, e che stanca leggere Ripeto, avercene, in Italia, di Fuortes e dei suoi direttori artistici! L’impressione è che i successi attuali del ritrovato teatro d’opera romano stiano un po’ sullo stomaco altrove. Acidità di stomaco.

    Alla prima, trovo che il pubblico abbia avuto, durante e alla fine, una reazione di cartesiana esattezza: applausi ad ogni sortita del direttore. Applausi senza alcuna ombra al cast. Ovazione affettuosa (e giustissima) a Velentino. Una bella, sana buata alla Coppola, cui si deve il “nulla” scenico e registico di questa Traviata romana. Visconti, cara Sofia Coppola, abitava altri cieli… l’opera è spesso, per i registi di cinema (e gli esempi, anche di “nomi” molto alti, fioccano) una “storia” molto, molto ardua…

    marco vizzardelli

  23. lobo toni zato maggio 26, 2016 a 9:53 pm #

    OT

    Importantissimo annuncio della Mahler Chambers Orchestra: Daniele Gatti ne è il nuovo Artistic Advisor.
    http://www.mahlerchamber.com/news/daniele-gatti-becomes-artistic-advisor

    Un mio commento: unendo l’essere chief-conductor della Royal Concertgebouw Orchestra a questo nuovo incarico mi sembra fuor di dubbio che Gatti sia di fatto il più prestigioso direttore d’orchestra italiano vivente. Complimenti!
    Manca solo che a Milano qualcuno se ne accorga…

  24. marco vizzardelli maggio 27, 2016 a 8:19 am #

    Esatto.

    marco vizzardelli

  25. Stiffelio maggio 27, 2016 a 3:09 pm #

    Cara Lulù . ti comunico che l’Opera di Roma è vuota tanto quanto la Scala, visto che ho trovato dei bellissimi biglietti per il Trittico una settimana prima…
    Quanto al cast della Butterfly, spiace non conosciate Maria Jose Siri, protagonista di un magnifico Attila a Bologna, e nemmeno Bryan Himel che è ha trionfato in questo ruolo nei maggiori teatri del mondo.
    Forse ho ragione io. Il pubblico della Scala, Vedi sala vuota con Jansons ecc. ecc. , non è poi così colto come vuole far credere.
    Quanto al Tristano di Roma, canteranno la Stemme Seiffert, Gerharer, Zeppenfeld e la Urmana? non mi risulta. Il direttore (peraltro rispetto all’orchestra di Roma W la Scala tutta la vita)non basta a nobilitare una produzione.

    • lulù maggio 28, 2016 a 9:07 am #

      Hai dei gusti molto bizzarri, carissimo Stiffelio.
      La Siri è un buon soprano (niente più) che affronterà per la prima volta Butterfly. Se questo debutto ti esalta, beato te. Io preferisco di gran lunga la stratosferica Rachel Nicholls che farà Isolde a Roma.
      Quanto a Hymel è un valido tenore di seconda categoria, mi sfugge il suo legame con il livello atteso per un 7 dicembre (e di Pinkerton forti ce ne sarebbero in giro non pochi). Andreas Schager è il miglior tenore wagneriano del momento, ma probabilmente non ti interessa il suo Tristan; secondo me ci perdi alla grandissima.

      Comunque non voglio convincerti; per me questo 7 dicembre ha un appeal pari a Platinette che balla la macarena e una allure pari a Balotelli che recita Leopardi.
      Gòditelo.

    • masvono maggio 28, 2016 a 9:16 am #

      Ciao Stiffelio, come ho già scritto il problema della Scala attualmente, anzi I problemi sono tre. In ordine di importanza eccoli:
      – Pereira, che ha “tirato”, per restare in ambito romano, tante di quelle “sòle” che il pubblico non si fida più. Quando dico “pubblico” intendo in primo luogo me stesso, abbonato da dieci o undici anni. Io non mi fido di Pereira. Non mi fido dei suoi annunci. Non mi fido dei suoi cast. E come me, immagino, tanti altri. Pereira è il PROBLEMA più importante.
      – I prezzi. (che è un “corollario” al primo problema, ovvero Pereira). Che sono assurdi. O meglio: non lo sarebbero se, come dici tu, ci fosse un Tristano diretto da Karajan con Beherens, Vickers ed i Berliner Philharmoniker ecc. Invece c’è la Traviata diretta da Nello Santi con il probabilissimo quasi certo pacco della Netrebko.
      – Chailly, che non è un problema in sè, perchè contrariamente a quello che pensavo ha diretto in modo straordinario sia il Verdi che il Puccini di quest’anno, ma lo diventa in quanto non pare garantire un lavoro con l’orchestra continuativo per sistemare, soprattutto nel repertorio sinfonico, la cronica inadeguatezza. Dobbiamo però, in merito a questa considerazione, rilevare che questa orchestra è stata sempre così e nè Abbado nè Muti sono mai riusciti a trasformarla in qualcosa di paragonabile, chessò, all’attuale Santa Cecilia.

      Saluti

      -MV

  26. alberto maggio 29, 2016 a 5:58 pm #

    Forse non mi sono spiegato bene,ovviamente i commenti relativi all’opera per bambini/balletto si riferivano unicamente a L’enfant et les sortilèges……..io,comunque, mi sono limitato a fare da cassa di risonanza delle impressioni di una parte del pubblico che,forse ,spiegano anche i parecchi vuoti registrati nelle diverse rappresentazioni.
    Vedete,per apprezzare certe opere occorre una specifica preparazione culturale, specialmente dal punto di vista musicale, che la maggior parte del pubblico non possiede e che,quindi,si limita a giudicare ciò che vede e ascolta secondo un proprio soggettivo metro di giudizio.Ora,poiché prevalentemente viene preferita la melodia e il “bel canto”,mi sembra naturale che certe opere non riscuotano un grande successo di pubblico……non parliamo poi
    di regia,scene,costumi,direzione,qualità dei cantanti dove spesso,anche tra di noi,nascono dispute furibonde.
    Ad esempio,mi capita sovente di osservare spettatori stranieri che , se non stanno assistendo
    ad una delle classiche “operone”,non esitano ad abbandonare la sala dopo il primo atto.
    Non stracciamoci le vesti quindi se dobbiamo registrare certi vuoti e certi commenti, ognuno ha una sua specifica sensibilità e preparazione culturale che ,nel campo artistico, può risultare determinante per la corretta comprensione delle varie espressioni che vi si manifestano…..quante volte ho sentito eccellenti professionisti magnificare grandi pittori dei secoli scorsi ed invece manifestare forti dubbi sull’effettivo valore dei vari Picasso, Kandiskij, Miró , ecc. Così va il mondo!

    • lobo toni zato maggio 29, 2016 a 7:13 pm #

      è vero, Alberto, quello che dici.
      proprio per questo – appunto – occorrerebbe una direzione artistica forte, che sapesse creare linee drammaturgiche grazie alle quali gli spettatori (anzitutto gli abbonati) possono ampliare le proprie vedute perché si fidano di chi glie le propone e perché i prezzi sono adeguati al mercato e alla popolarità dei titoli.

    • masvono maggio 29, 2016 a 8:40 pm #

      Ciao Alberto, non è così. Il Dittico di Ravel ha un enorme successo di pubblico. Quello che ci va, non necessariamente di “competenti” (e poi chi sono questi “competenti”? Prima di conoscerle anche io non sapevo quanto erano meravigliose queste opere, poi un giorno mi sono interessato, le ho acquistate e le ho ascoltate e riascoltate), esce soddisfatto. I miei vicini in galleria erano entusiasti, pur non conoscendole. Il problema è che la gente non ci va perchè, come di dice Gabriele Baccalini, non lo conosce ed ha “paura” di conoscerlo, di annoiarsi o che non ne valga la pena. Magari non conosce nemmeno Minkovski. D’altronde anche Jansons con la Bayerische è andato deserto, e portava la “Leningrado”. Per inciso, a Milano, la “Leningrado” alla “Verdi” diretta da Oue era strapiena. Perchè? La “Verdi” con Shostakovich e Oue riempie, la Scala con Jansons e Bayerische (stesso pezzo!), no. Perchè?

      Risposta: PREZZI E SFIDUCIA VERSO PEREIRA

      Saluti

      -MV

      • alberto maggio 29, 2016 a 10:39 pm #

        Masvono, a ben vedere hai più o meno confermato le mie impressioni…..tu stesso ti sei abbondantemente preparato ed i tuoi vicini sono rimasti soddisfatti perché dotati,probabilmente, di una sensibilità musicale adeguata per apprezzare il dittico: io stesso del resto non lo conoscevo ma,per principio, mi rifiuto di dare giudizi aprioristici e,quindi, assisto a qualsiasi opera nella migliore disposizione possibile riservandomi poi ,come tutti noi,di esprimere le mie personali considerazioni.
        La tua risposta finale mi trova comunque concorde : prezzi e sfiducia nella direzione scaligera.
        Buona notte!

    • lavocedelloggione maggio 30, 2016 a 1:03 pm #

      Sì, Vizzardelli e un gruppo di abbadiani itineranti che mi hanno inviato sms entusiasti in piena notte sabato dopo il concerto a Ferrara. Spero che almeno Vizza trovi il tempo di scrivere qualcosa. Attilia
      P.S. Però bisognerà che qualcuno dica a Gatti che non si può programmare un concerto così quando c’è una finale di Champions League (anche se si poteva sentirlo a Torino e a Brescia stasera)

    • masvono maggio 30, 2016 a 1:50 pm #

      Straordinaria Nona di Beethoven dove ho risentito un Gatti che per dinamismo, analisi, energia e accensione ricordava molto il suo stile anni ’90. Quello delle folgoranti “Eroiche” ai Pomeriggi o “Oedipus Rex” alla Rai. Come sempre sorprendente!

      -MV

  27. Samuel maggio 30, 2016 a 3:28 pm #

    Sentita ieri sera a Bergamo.
    Straordinaria e moderna interpretazione: sia la 9 (l’unico movimento che non mi ha convinto appieno è il secondo) ma anche l’ottava.
    Un primo movimento tellurico, sconvolgente e un terzo dove la rassegnazione e la dolcezza sgorgavano e sembrava toccarle con mano.
    Peccato per il Coro (bravi ma quel direttore e quell’orchestra meritavano altro) e i solisti troppo lontani che al Teatro Donizetti si sentivano poco.
    Speriamo che l’intero ciclo (che ho sentito tutto tra Torino, Pavia, Bergamo) venga eseguito presto di nuovo !

  28. Fr Ate giugno 1, 2016 a 5:34 pm #

    Faccio mia la domanda del Rodolfo pucciniano: “Dunque è proprio finita?”. Milano perde ogni speranza di averlo?

    http://www.corriere.it/spettacoli/16_maggio_31/daniele-gatti-suo-futuro-c-teatro-dell-opera-roma-f08211ea-274f-11e6-b6d8-61e1297457c9.shtml

  29. davide giugno 1, 2016 a 5:59 pm #

    eh, questa intervista è una bella botta alle tante speranze del loggione.

    d’altronde mi metto nei panni di Roma. hanno il miglior sovrintendente operante in Italia, stanno facendo un rilancio mai visto prima, vincono gli abbiati, con Benvenuto Cellini e La Traviata hanno avuto una attenzione mediatica enorme, presentano la stagione d’opera più interessante a livello nazionale…
    perché non dovrebbero puntare al direttore n° 1? e perché Gatti non dovrebbe accettare?

    • pippo_bo giugno 1, 2016 a 6:07 pm #

      Il tuo ragionamento, Davide, di per sé non fa una grinza.
      Però se a Milano – con la spinta e l’autorevolezza del nuovo sindaco – s’iniziasse già a programmare la successione del dopo-Chailly…
      Cioè, un sindaco sta in carica cinque anni, l’attuale dirigenza scade a inizio 2020. Ricordo che è stato giuridicamente appurato e attestato che con la fine del mandato del Sovrintendente tutte le di lui nomine decadono, qualsiasi fosse la data finale contrattuale dei suddetti incarichi.
      Un sindaco che dicesse a Gatti “ti garantisco che il prossimo sei tu e ti faccio venire alla Scala prima della scadenza del mio mandato” forse potrebbe scongiurare l’ipotesi che Roma si pigli il meglio per troppo tempo.
      Almeno lo spero.

  30. marco vizzardelli giugno 2, 2016 a 4:01 pm #

    La realtà complessiva è questa: uno va a Parigi e ascolta un Tristano di straordinaria profondità intellettuale e musicale. Poi si trasferisce a Ferrara (o a Bergamo) e ascolta un Beethoven di straordinaria freschezza intellettuale ed interpretativa, sorprendente (ottava oper un verso, Nona per un altro) e straricco di stimoli per la mente ed il cuore di chi ascolta. E poco tempo prima era stato lo stesso con Pelleas a Firenze. E ancora, e ancora, e ancora… E la firma di tutto questo è la stessa: Daniele Gatti.

    Milano, le occasioni perse…

    marco vizzardelli

    • alberto giugno 3, 2016 a 9:16 am #

      Il tutto ha qualcosa a che vedere con la politica in senso stretto? O è forse la solita smania esterofila a tutti i costi? O è solo miopia culturale?
      Qualcuno ha una risposta?
      Buona giornata

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