La Fanciulla del West

1 Mag
Dal 3 al 28 Maggio 2016
Giacomo Puccini

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 3 ore e 10 minuti inclusi intervalli

La fanciulla del west

La fanciulla del west

Direttore Riccardo Chailly
Regia Robert Carsen
Scene Robert Carsen e Luis Carvalho
Costumi Petra Reinhardt
Luci Robert Carsen e Peter Van Praet
Video Designer Ian William Galloway

Minnie Eva-Maria Westbroek
Jack Rance Claudio Sgura
Dick Johnson Roberto Aronica
Nick Carlo Bosi
Ashby Gabriele Sagona
Sonora Alessandro Luongo
Trin Marco Ciaponi
Sid Gianluca Breda
Bello Costantino Finucci
Harry Emanuele Giannino
Joe Krystian Adam
Happy Francesco Verna
Larkens Romano Dal Zovo
Billy Jackrabbit Alessandro Spina
Wowkle Alessandra Visentin
Jake Wallace Davide Fersini
José Castro Leonardo Galeazzi
Un Postiglione Francesco Castoro*

*Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala

 

 

Lo spettacolo sarà trasmesso il 3 maggio in diretta radiofonica su RAI Radio Tre, il 10 maggio in diretta cinematografica (informazioni sul sito www.all-opera.com) e il 12 maggio in differita televisiva su Rai5.

68 Risposte to “La Fanciulla del West”

  1. lulù maggio 2, 2016 a 12:29 pm #

    Forte perturbazione in arrivo. Allerta arancione.

  2. il bamba maggio 2, 2016 a 5:25 pm #

    Biglietti fimo a 300 euro per un cast composto da Haveman, Aronica e Sgura. Vergogna!

    • pranoterapirla maggio 2, 2016 a 5:35 pm #

      Concordo che sia proprio una vergogna, un cast che va bene al massimo per la più buia delle province.
      Però che ci sia ancora qualcuno che si fida dei cast annunciati da Chailly e Pereira mi sembra impossibile. Westbroek e Álvarez: alzi la mano chi ha creduto davvero che cantassero la prima di questa produzione…
      E non scordiamoci che anche il regista previsto era un altro; ma quel drago del Direttore Principale del teatro dopo averlo imposto a Lissner ha chiesto a Pereira di farselo levate dalle scatole (a proposito, con quali costi straordinarî?).
      Che squallore osservare un uomo che ha fatto di tutto per raggiungere (con le buone e con le cattive) un ruolo che poi non è minimamente in grado di ricoprire.
      Tra le prime cinque cose che il nuovo Sindaco deve fare per il bene di Milano c’è sicuramente cacciare Chailly.

  3. Colline maggio 3, 2016 a 3:42 pm #

    ma è saltata anche la diretta di radio3 di questa sera! c’entra secondo voi l’assenza della Westbroek? sposteranno la diretta forse al 13..

    • lulù maggio 3, 2016 a 4:30 pm #

      È saltata perché qualcuno ha paura che quel che può accadere stasera in teatro sia sentito anche fuori.

      • Stiffelio maggio 3, 2016 a 6:07 pm #

        La diretta è saltata perché il soprano non conosce l’edizione critica. Almeno così viene comunicato. Scusate ma se la westbroek sta male chailly cosa c’entra? Carsen a meglio di vick tutta la vita

  4. lavocedelloggione maggio 3, 2016 a 6:27 pm #

    Ma è inconcepibile! Un teatro come la Scala non ha preparato i sostituti per la versione senza i tagli di Toscanini etc etc tanto strombazzata nei giorni scorsi?
    E chi è venuto apposta stasera per sentire la “versione Chailly” e magari si è comprato una platea a 300 euro (oggi c’erano invenduti su internet più di 300 posti…), cosa dovrebbe fare? Denunciare il teatro? Io spero che ci siano i fischiatori; questa volta avrebbero ragione, li ho sempre contestati e detestati, ma stavolta ci vorrebbero proprio!
    Incredibile anche che Radio3 sia così prona e buona buona accetti questo cambio di programma; Ho mandato una serie di sms a radio3 e mi si risponde che tanto solo il 5-6 % del pubblico sarebbe in grado di distinguere le due versioni. Benissimo, allora perché strombazzarlo a destra e a manca in mille interviste? Vuol dire che si voleva comunque offrire a una minoranza più preparata una versione più filologica, se no perché farla ed esserne così fieri? E per quanto riguarda la radio, se si fosse davvero così sicuri che pochissimi se ne accorgono, allora perché non trasmetterla ugualmente stasera?
    Insomma, diciamolo, la cara vecchia Scala fa acqua da tutte le parti.
    Mi chiedo se hanno proposto al pubblico pagante la restituzione del biglietto. E poi da quale replica si potrà ascoltare questa benedetta versione anti-toscaniniana? Boh? Chi può dirlo?
    Vabbè, meno male che non mi sono messa in coda stasera, ora mi guardo la partita di Champions league! Saluti a tutti Attilia

  5. Franco Nava maggio 4, 2016 a 10:01 am #

    Serata dal valore artistico pressoché nullo, piena piuttosto di tante irritazioni.
    Vado a elencare le principali.

    1. Pereira. Col suo solito fare da giullare si presenta all’inizio della recita per ringraziare la Haveman di avere salvato la recita, e che grazie alla nostra “energia positiva” tutto andrà per il meglio (in realtà la signora non canta in basso e urla in alto, una vera calamità vocale). Peccato che non ci dica che, a causa di questa sostituzione, ascolteremo non come annunciato la versione originale di Puccini, ma un miscuglio raffazzonato all’ultimo minuto. Allora, a me personalmente non interessa il discorso di quale versione si fa. Ma dopo che per un mese lo sciagurato Direttore Principale ci ha fatto due maroni tanti su questa versione originale, “Puccini come nemmeno Puccini l’ha sentito” e palle consimili, questa è proprio una bancarotta totale!

    2. La regia di Carsen (molto buato). Vick è stato cacciato dallo sciagurato Direttore Principale (ribadisco la domanda fatta già da altri: quanto è costata tale sostituzione?); ebbene, non si poteva fare di meglio in otto mesi di preparazione? Che credibilità ha l’intera storia se invece che poveri ed esausti minatori in scena vediamo borghesi ben vestiti che si guardano al cinema “My Darling Clementine” con Henry Fonda e Linda Damell. Il secondo atto è poi demenziale: va bene l’idea dello schermo in biancoenero, ma se la scenografia prevede una sola uscita, è un po’ incredibile che Ramerrez si nasconda (la prima volta) da dove entrano Rance e gli inseguitori… Tralascio lo splatter del sangue che cala dalle pareti come se si trattasse di un film horror. Il terzo atto poi non sta in piedi, e il finale è addirittura demenziale. Ma come, lo sciagurato Diìrettore Principale annuncia urbi et orbi che questa musica non è kitsch, e il regista da lui scelto inventa la conclusione più kitsch che possa esistere? Penosi.

    3. I Gabriella’s boys piazzati al centro della seconda galleria. Ora, io capisco che un primo atto che si conclude con ventisette secondi di applausi flosci non sia gratificante per lo sciagurato Direttore Principale che crede di poter instaurare un lungo regno. Ma questo è quanto la sua direzione fracassona, lutulenta e calligrafica merita. Che a partire dal suo reingresso in buca per il secondo atto un gruppettino ben identificabile di persone inizi – nella freddezza generale – a urlare “bravo maestro!” come se fossimo di fronte a una direzione memorabile fa ridere. O forse fa piangere, visto che i bimbi e le bimbe adoranti sono stati ripresi al termine della recita con un: “Cretini, queste cose fatele allo stadio”.

    4. La dedica a Gavazzeni. Che il nome di Gavazzeni venga – ahilui! – coinvolto in una serata nella quale egli non avrebbe accettato alcuno dei tre protagonisti, dice dello scempio che in Scala si fa anche della memoria dei più grandi.

  6. L.J. maggio 4, 2016 a 10:07 am #

    esco molto DELUSO.
    direzione rumorosissima, Aronica bravo ma monocorde, Haveman inascoltabile, Sgura sempre coperto dall’orchestra – che ha fatto anche tanti errori ritmici.
    la regia semplicemente brutta (però mi son piaciute le luci).
    positivo solo il coro e Carlo Bosi, che fra l’altro è l’unica voce che “passa” sempre.
    soldi mal spesi, e non ho nemmeno ascoltato la versione originale tanto strombazzata.
    roba da chiedere il rimborso.

  7. pranoterapirla maggio 4, 2016 a 11:11 am #

    Una delle prime scaligere più imbarazzanti da quando ci ho messo piede la prima volta. Assurda la decisione di non presentare l’edizione annunciata, tra l’altro per assecondare la presenza di un soprano piuttosto mediocre. Regia raffazzonata, giustamente buatissima. I buu li avrebbe meritati soprattutto Chailly, responsabile globale di una prestazione che comprensibilmente la Scala ha avuto vergogna che andasse in diretta sulla radio. Si esce coi timpani distrutti da una massa sonora degna di miglior causa, la saturazione dei volumi finisce addirittura per essere caricaturale: porca miseria, Chailly, Minnie e Dick si danno un bacio, mica sta venendo giù il Walalla!

    Osservazione finale: Chailly continua a fornire giorno dopo giorno argomenti a chi come me ne auspica la rimozione dal vertice della Scala. Ribadisco che detta rimozione è una delle cose più urgenti che il nuovo Sindaco deve operare per il bene del teatro e della città tutta.

    • L.J. maggio 4, 2016 a 4:40 pm #

      sottoscrivo il tuo auspicio!

  8. Philoctetes maggio 4, 2016 a 12:52 pm #

    Non sono un esperto, come chi mi ha preceduto nei commenti, ma da semi-profano mi chiedo: visto che la Westbroek è ko almeno da mercoledì scorso (27 aprile), non si poteva fare in modo che la Haveman provasse quanto meno dalle prove ante-generali? Invece è stata chiamata un’altra soprano (Irene Cerboncini) che poi, però, non ha cantato alla prima…
    Ho assistito solo alle prove (ante-generale e generale): la regia non mi è dispiaciuta; buone anche le luci.
    Concordo sullo sconcerto per il “balletto” tra versione originale e toscaniniana: le tanto sbandierate 1000 differenze, quindi, non sono state eseguite?!? o solo alcune?…
    Bene ha fatto la signora Attilia, ad assistere al trionfo del Cholo, che non sarà Ramerrez, però…
    Chi era presente in sala per la prima mi tolga una curiosità: anche ieri sera il cavallo a inizio terzo atto si è imbizzarrito rischiando di piombare in buca? 🙂

    • pranoterapirla maggio 4, 2016 a 12:55 pm #

      Nessun cavallo vivo pervenuto. Solo cavalli noiosamente proiettati. Evviva Simeone!

      • Philoctetes maggio 4, 2016 a 12:58 pm #

        Beh, meglio così, forse, perché sabato sera francamente abbiamo rischiato parecchio…
        Magari il cavallo in scena era abituato alla “versione Toscanini” e le 1000 differenze lo hanno turbato 😉

    • l'autre chose maggio 4, 2016 a 1:05 pm #

      Forse è stato eliminato! ieri ero in sala e dei cavalli non ne ho visto, se non in un video proiettato che non c’entrava niente con la scena a cui faceva da fondale. Confermo però che durante il secondo atto, il suggeritore si sentiva altrettanto quanto le voci in scena e concordo su tutto lo squallore di cui hanno parlato i vari che mi hanno preceduto. Spettacolo per alcuni aspetti imbarazzante, compresa una sorta di claque dall’alto. Concordo che si potrebbe chiedere il rimborso, vista la precarietà generale

      • Fresco maggio 4, 2016 a 8:45 pm #

        Vorrei fare presente che un vero cavallo era in scena alla prima della Fanciulla al MET, con direzione Toscanini e con Caruso nella parte di Johnson. Non sapevo che Carsen aveva intenzione di fare una “citazione”. Mi viene da dire che non ci sono più neanche i cavalli di una volta – oltre che i cantanti ed i direttori artistici.

        Come detto sotto, probabilmente il maestro suggeritore ieri è stato un ignorato salvatore della rappresentazione, che viste le premesse poteva cadere molto in basso. Da parte mia, presente in seconda galleria, in contro-canto rispetto ai commenti che si possono leggere qui, devo dire di avere apprezzato la direzione di Chailly ed anche il modo attento con cui l’orchestra ha saputo esprimersi e “contrastare i destini avversi”. Sono a questo punto curioso di come potrà andare con la Westbroek, anche se qui in Italia non gode di stampa molto favorevole.

        Una cosa non ho capito, a cosa servivano quei 4 amplificatori – due per lato all’altezza della seconda e quarta fila di palchi. Per rendere i rumori di fondo cinematografici? Ne sa qualcosa qualcuno dei frequentatori del blog?

  9. pranoterapirla maggio 4, 2016 a 1:03 pm #

    Tra l’altro non saprei dirti quale delle mille differenze siano state eseguite ieri sera…
    Per esempio: c’è, è vero, l’ingresso dell’indiano già nel primo atto, ma non il dialogo tra quest’ultimo e Minnie, quando ella gli consiglia di sposarsi e l’orchestra anticipa il tema dell’inizio dell’atto secondo. Tutto così, alla carlona; o meglio alla riccardona.

  10. simona maggio 4, 2016 a 4:57 pm #

    cari amici, desidero non ripetere le cose che già avete ampiamente descritto: serata da dimenticare e chiara sensazione complessiva di presa per i fondelli (bravatori organizzati compresi).

    piuttosto aggiungo tre osservazioni:
    – un sincero encomio al maestro suggeritore, vero concertatore della serata e salvatore della recita: in questi ruoli la Scala è ancora il teatro numero uno;
    – un sentimento che nessuno di voi ha citato è la noia: io ne ho provata moltissima nella prima metà del primo atto e nella seconda metà del terzo;
    – sarebbe ora di finirla con l’uso delle telecamere che in diretta riprendono quel che sta avvenendo in palcoscenico e lo proiettano sui fondali scenografici: l’effetto è pacchiano e sgradevole

    purtroppo le prime recensioni ufficiali online confermano il trend: sudditanza assoluta a Chailly (lodi scriteriate e ossequiose) e scherno verso gli spettatori che “non capiscono”. tutto già visto per diciannove lunghissimi anni.

    • Stiffelio maggio 4, 2016 a 9:35 pm #

      Chung ha annullato le recite di don Carlo a Vienna per problemi ad una spalla . Quindi probabile defezione nel simone scaligero. Credo che almeno qui chailly non abbia colpe. ……

      • pranoterapirla maggio 4, 2016 a 10:07 pm #

        Chung ha annullato 4 recite, ma ne ha mantenute 3 (compresa quella in live-streaming). O no?

  11. Philoctetes maggio 4, 2016 a 11:17 pm #

    @Fresco
    Il cavallo era sì previsto. Anzi, nell’incontro introduttivo con i giovani (che dovrebbe andare in onda su Rai 5 prima della differita dell’opera) il maestro Chailly ha annunciato la presenza di cavalli (al plurale) sul palco. Poi, durante la immediatamente successiva prova ante-generale, nessun cavallo in scena. Durante la generale, invece, compare un cavallo all’inizio del terzo atto, ma vista la sua “agitazione” , viene richiamato dietro le quinte. Voi mi dite che alla prima non c’era alcun cavallo. Il mistero continua… Come direbbe un ben più illustre Riccardo: il mio regno per un cavallo!
    E comunque, cavallo o non cavallo, a me la regia è piaciuta, soprattutto il deserto del primo atto, la casa di minnie del secondo atto (con il gioco luci/ombre dei personaggi in scena), il finale che si ricollega all’inizio e sembra non dare fine all’opera (i minatori rientrano al cinema e…. ricomincia lo spettacolo!)

    Questione altoparlanti: generalmente sono presenti quando sono previste rappresentazioni che ne hanno bisogno (per es l’anno scorso con Co2). E poi, ormai, sono sempre più frequenti le volte in cui bisogna annunciare qualche forfait, per cui avranno deciso di lasciarle in pianta stabile 😉

  12. marco vizzardelli maggio 4, 2016 a 11:17 pm #

    Non sono assolutamente d’accordo con i commenti di cui sopra. Come già dissi in occasione di Giovanna d’Arco, un conto è avere preferenze di altro genere rispetto ad un direttore, altro conto è la sistematica distruzione che, si badi, non giova ad alcuna alternativa. E, fuor di metafora, lo dice uno che, qui, promosse petizione pubblica per Daniele Gatti direttore musicale e che, da allora, non ha certo cambiato idea. Ciò non mi impedisce di valutare volta per volta l’operato di qualunque direttore. Dell’ultimo Chailly ho amato Giovanna d’Arco, non ho apprezzato le apparizioni in concerto, né per scelta di programmi né per esecuzione. Ma trovo splendida la sua lettura di questa Fanciulla del West. E magnifico il lavoro di Carsen. E vengo al merito.
    ———————————————————
    Dal sogno del cinema per arrivare al cinema. Dal sogno d’amore per arrivare all’amore. Poeticissimo, romantico (ma intellettualmente logicissimo) spettacolo di Carsen e splendida lettura di Chailly, perfettamente coerente alla regia, a partire dal primo atto dove, il tempo lento, “circolare” impresso all’orchestra dal direttore trova perfetta coincidenza nel trascorrere delle luci del giorno e della sera sul meraviglioso deserto roccioso ideato da Carsen. Ricostruzione d’ambiente nel bar dell’Irma Hotel. Gioco di spazi e intimità nella suggestone optical della capanna bianco-nera di Minnie, che diventerà luogo dell’amore nel momento (fantastico) in cui la nevicata, sulla parete, si trasforma nelle ombre dei due amanti. Mondo chiuso, rifugio di un’ anima in realtà tutta proiettata sui suoi sogni. E realizzazione di sogno e ritorno a se stessa è la trasformazione dei due amanti e del loro mondo in cinema, il romantico cinema di John Ford, di cui essi entrano a far parte, mentre il piccolo mondo di cui Minnie è stata dea tornerà a pagare il biglietto d’ingresso per entrare al cinema e riviverne il sogno. Là dove li avevamo trovati all’inizio.
    . . . In queste tre frasi che Carsen stesso scrive sul programma di sala, c’è tutto il senso di questo struggente, eppur lucidissimo spettacolo.
    Che è meditazione sull’amore, sul cinema, sulla vita, e sul tempo. Fate caso quanti ticchettìì, come d’orologio, sono presenti , nascosti o ben visibili nel tessuto orchestrale. E meditazione sul tempo è tutta la lettura di Riccardo Chailly, di impressionante aderenza idiomatica a Puccini (qui forse la sua maggior prova puccininiana fra le tante), che, non per nulla, arriva al culmine in un vero colpo di genio: la scansione lenta – fra marcia funebre e visione “in lontananza” – impressa, in un suono brunito di straordinaria espressione, a “Ch’ella mi creda” (molto bravo Aronica, qui). Qualche esuberanza di volume pensiamo andrà a risolversi nelle repliche: e, posti i problemi nati dalla rinuncia della protagonista, consiglieremmo appunto, a chi vorrà assistere allo spettacolo, di dar tempo e repliche alla parte vocale di assestarsi nei proprii equilibri, fermo restando che le prove di Aronica e Sgura, Johnson e Rance, sono già encomiabili: e che – in recitazione e canto – l’incredibile prestazione del coro maschile della Scala varrebbe un premio e riconoscimento speciale alla straordinaria compagine diretta da Bruno Casoni, qui ad un livello espressivo e poetico pari alle richieste di regia e podio e, prima ancora, dell’ autore.
    Superata la contingenza delle sostituzioni e dei relativi affanni (tutto vero quanto notato da molti presenti sui problemi vissuti alla prima dal suggeritore, che dev’essersela vista brutta) questa Fanciulla scaligera “delle due C” (Carsen-Chailly) è un magnifico progetto poetico-musicale sulla forse più ardita (in orchestra e in canto) e geniale “lucida follia di poesia in musica” sortita da Puccini. Poesia da vivere con animo di poeti.

    marco vizzardelli

  13. marco vizzardelli maggio 4, 2016 a 11:33 pm #

    RICOPIO (CHIEDO SCUSA, AL SOLITO UN PROBLEMA TECNICO HA FATTO SALTARE TRE FRASI FRA VIRGOLETTE)

    ——————
    Non sono assolutamente d’accordo con i commenti di cui sopra. Come già dissi in occasione di Giovanna d’Arco, un conto è avere preferenze di altro genere rispetto ad un direttore, altro conto è la sistematica distruzione che, si badi, non giova ad alcuna alternativa. E, fuor di metafora, lo dice uno che, qui, promosse petizione pubblica per Daniele Gatti direttore musicale e che, da allora, non ha certo cambiato idea. Ciò non mi impedisce di valutare volta per volta l’operato di qualunque direttore. Dell’ultimo Chailly ho amato molto Giovanna d’Arco, non ho apprezzato le apparizioni in concerto, né per scelta di programmi né per esecuzione. Ma trovo splendida la sua lettura di questa Fanciulla del West. E magnifico il lavoro di Carsen (non è vero che è stato “molto buato”: ci sono stati sporadici buu seguiti da una selva di “bravo Carsen” prolungatisi oltre la fine degli applausi. E Chailly ha avuto un personalissimo e ben marcato trionfo). Ripeto: la distruzione “per partito preso” non mi trova né mi troverà mai d’accordo
    E vengo al merito dello spettacolo.
    ———————————————————
    Dal sogno del cinema per arrivare al cinema. Dal sogno d’amore per arrivare all’amore. Poeticissimo, romantico (ma intellettualmente logicissimo) spettacolo di Carsen e splendida lettura di Chailly, perfettamente coerente alla regia, a partire dal primo atto dove, il tempo lento, “circolare” impresso all’orchestra dal direttore trova perfetta coincidenza nel trascorrere delle luci del giorno e della sera sul meraviglioso deserto roccioso ideato da Carsen. Ricostruzione d’ambiente nel bar dell’Irma Hotel. Gioco di spazi e intimità nella suggestone optical della capanna bianco-nera di Minnie, che diventerà luogo dell’amore nel momento (fantastico) in cui la nevicata, sulla parete, si trasforma nelle ombre dei due amanti. Mondo chiuso, rifugio di un’ anima in realtà tutta proiettata sui suoi sogni. E realizzazione di sogno e ritorno a se stessa è la trasformazione dei due amanti e del loro mondo in cinema, il romantico cinema di John Ford, di cui essi entrano a far parte, mentre il piccolo mondo di cui Minnie è stata dea tornerà a pagare il biglietto d’ingresso per entrare al cinema e riviverne il sogno. Là dove li avevamo trovati all’inizio.
    “Minnie è una specie di ‘star’ dentro la sua stessa storia”. ” La vicenda della Fanciulla ha già in sé ilmito del cinema”. “L’amore, per quanto illogico e indefinibile, è una delle nostre poche ricchezze”. In queste tre frasi che Carsen stesso scrive sul programma di sala, c’è tutto il senso di questo struggente, eppur lucidissimo spettacolo.
    Che è meditazione sull’amore, sul cinema, sulla vita, e sul tempo. Fate caso quanti ticchettìì, come d’orologio, sono presenti , nascosti o ben visibili nel tessuto orchestrale. E meditazione sul tempo è tutta la lettura di Riccardo Chailly, di impressionante aderenza idiomatica a Puccini (qui forse la sua maggior prova puccininiana fra le tante), che, non per nulla, arriva al culmine in un vero colpo di genio: la scansione lenta – fra marcia funebre e visione “in lontananza” – impressa, in un suono brunito di straordinaria espressione, a “Ch’ella mi creda” (molto bravo Aronica, qui). Qualche esuberanza di volume pensiamo andrà a risolversi nelle repliche: e, posti i problemi nati dalla rinuncia della protagonista, consiglieremmo appunto, a chi vorrà assistere allo spettacolo, di dar tempo e repliche alla parte vocale di assestarsi nei proprii equilibri, fermo restando che le prove di Aronica e Sgura, Johnson e Rance, sono già encomiabili: e che – in recitazione e canto – l’incredibile prestazione del coro maschile della Scala varrebbe un premio e riconoscimento speciale alla straordinaria compagine diretta da Bruno Casoni, qui ad un livello espressivo e poetico pari alle richieste di regia e podio e, prima ancora, dell’ autore.
    Superata la contingenza delle sostituzioni e dei relativi affanni (tutto vero quanto notato da molti presenti sui problemi vissuti alla prima dal suggeritore, che dev’essersela vista brutta) questa Fanciulla scaligera “delle due C” (Carsen-Chailly) è un magnifico progetto poetico-musicale sulla forse più ardita (in orchestra e in canto) e geniale “lucida follia di poesia in musica” sortita da Puccini. Poesia da vivere con animo di poeti.

    marco vizzardelli

    • pranoterapirla maggio 5, 2016 a 5:27 am #

      Marco, non capisco come tu ti possa permettere di parlare di “partito preso”. Io ho sempre contestato la nomina di Chailly, ma non è che se compro il biglietto per la Fanciulla lo faccio per masochismo: spero in una bella serata di musica come tutti.
      Ribadisco che per me è stata una prima imbarazzante. Non condivido il tuo entusiasmo tranne che per il coro. Per il resto, a leggerti si direbbe che tu abbia visto e sentito tutt’altro rispetto alla realtà.
      E per carità di patria non ti dico cosa mi ha fatto venire in mente la tua formulazione di Fanciulla delle due C…….

    • Stiffelio maggio 5, 2016 a 5:29 am #

      Sono completamente d’accordo. Complimenti per la bella recensione. Leggendo veri blog nei giorni prima della recita c’era un clima da caccia alle streghe che davvero non giova a nessuno. Come quasi sempre per le prime scaligero. Vedi due foscari. Questo non giova a nessuno . Soprattutto agli interpreti . Certamente la gestione pereira ha i suoi demeriti, ma bisogna anche dargli tempo. Del resto nella tanto blasonata vienna le cose vanno molto peggio. Riguardo a chailly bene fa chailly a ricordare meriti e demeriti secondo il suo gusto personale. Come è giusto che sia.
      Ma addossargli anche la colpa delle malattie improvvise di cantanti e direttori mi pare davvero fuori luogo. Per ritornare alla grande vienna: in turandot hanno cambiato il tenore con esiti pare disastrosi. Mikko frank ha abbandonato tosca ,Chung don Carlo . Solo per citare alcuni esempi. A Monaco petrenko non dirige walkure. Simone Young la sostituta. Per non parlare dell ‘ultima gemma della divina netrebko con norma al Covent garden. Anche in quel caso non mi pare che nessuno abbia dato la colpa a sir pappano.

      • Stiffelio maggio 5, 2016 a 5:31 am #

        Scusate gli errori ma scrivo dal telefonino. Chailly ovviamente sta per vizzardelli. Scusate anche gli errori di ortografia

  14. marco vizzardelli maggio 5, 2016 a 7:22 am #

    Grazie, Stiffelio. Non ho che ribadire, non tanto il mio pensiero quanto l’esito di pubblico su Chailly: acclamato ad ogni ritorno sul podio dopo gli intervalli e fatto oggetto di una ovazione personale alla fine. E i due-tre buu a Carsen (solita zona ultimi piani a destra) sono stati coperti da una serie di “bravo Carsen” proseguiti anche ad applausi conclusi. Questo per quanto riguarda la cronaca della prima.
    Quanto allo spettacolo, posso solo ripetere che poche volte mi è accaduto di constatare un’adesione idiomatica al linguaggio pucciniano quale quella espressa, qui, da Riccardo Chailly (“Ch’ella mi creda” staccato così e inserito in tutto un progetto interpretativo: bastava guardare il gesto del direttore, chiaramente indicante una continua “circolarità temporale”, in perfetta consonanza con scene e luci e movimenti creati da Carsen). E di assistere ad operazioni registiche su Puccini dal grado di poesia scenica toccato, qui, da Carsen. E di ascoltare un coro d’espressione e poesia quale quella raggiunta, qui, da quello maschile diretto da Casoni. Poi che il cast fosse “normale” (ma più che validi i due “primattori”” maschili) , ok. Che una protagonista chiamata all’ultimo istante ad inserirsi in un progetto scenico-musicale forte e difficile abbia creato quei disagi (suggeritore) di cui si è riferito, ok. Sono convinto che i problemi si sistemeranno in corso di repliche. Ma rifiutare a priori, senza coglierla, la bellezza della direzione… perché Chailly non piace, è atteggiamento che non mi trova solidale: la preferenza per altre presenze che è anche mia, non mi impedisce di apprezzare – e in questo caso, molto – il lavoro di un direttore “non preferito” quando questo sia apprezzabile.

    marco vizzardelli

  15. lobo toni zato maggio 5, 2016 a 8:17 am #

    Eh, no, caro Marco, questo tono saccente da maestrino te lo tieni per te!
    Tu puoi preferire o non preferire chi vuoi, ma non osare venir qui a dire che chi non è d’accordo con te è prevenuto o in malafede.

    La cronaca non è quella che fai tu: nessuna “ovazione personale” per Chailly alla fine ma applausi composti su cui si inserivano i bravisti che già erano intervenuti lungo tutta la serata; Carsen non è stato buato dalla “solita zona” ma da ben più spettatori.

    Se poi entriamo nel merito – cosa che finora non avevo fatto per non ripetere cose già dette da altro -, la regia di Carsen è fatta colla mano sinistra, è sommamente anti-pucciniana nel non presentare i minatori come sofferenti e sfruttati ma come un gruppo di borghesucci divertiti e lazzaroni, nel non rispettare il gioco dei nascondimenti del secondo atto (addirittura Jack Rance in questo allestimento vede che Minnie cambia le carte ma non se ne accorge!!!), nel ridicolizzare la redenzione finale. Un Puccini espresso in modalità così retorica e plebea oggi non lo accetterebbero neanche in Oman.

    Il cast non è normale, è mediocre.
    La Haveman avrebbe intascato anche i carciofi, credo, se non si avesse avuto il giusto rispetto per un’artista che comunque ha accettato di entrare in campo in una situazione difficile. La voce è comunque sgraziata, l’interpretazione isterica.
    Aronica mi è piaciuto; con un vero concertatore sarebbe stato probabilmente meno monotono.
    Scura per metà tempo non si sente, per il resto è incolore e insapore. Presenza nulla.
    Le parti di fianco sono buonine, eccezionali Bosi e la Visentin.
    Coro da sogno.

    Quanto a Chailly, mi stupisce quel che dici, perché essa è caratterizzata soprattutto da volumi alti, da lentezze e leziosità continue, da un rapporto pressoché assente con le voci, da una tecnica di direzione che a furia di suddividere ogni battuta rende impossibile un qualsiasi flusso. Interpretazione? Non pervenuta, tanto Chailly è costantemente in ansia di tenere tutto insieme, e non sempre ci riesce. Lasciamo poi perdere gli effetti sonori dalle casse, assolutamente sgradevoli e antimusicali: quel banjo di carta vetrata che letteralmente copre il cantastorie, una macchina del vento che assomiglia al trapano del dentista, dei rintocchi di campana che ricordano certi martelli pneumatici usati nei cantieri della M4, il coro a bocca chiusa che sembra una caricatura dei sette nani di Walt Disney, eccetera.
    A Chailly concedo solo un momento di alta fattura: l’inizio del terzo atto sino all’arrivo di Minnie: lì si è volato alto.
    Per il resto non si può nemmeno tralasciare la questione dell’edizione, come giustamente si è adirata Attilia. Mica siamo stati noi a mettere l’accento ossessivamente sul fatto che avremmo ascoltato l’edizione originali. Sono mesi che Chailly va sui giornali a dirlo e a ripeterlo, così come ha fatto in tutti gli incontri delle ultime due settimane. Poi arrivi alla prima, e siccome non hanno pensato a una cover per la protagonista che sapesse quel centinaio di battute in più che nessuno esegue, si taglia bellamente la cosa. Eh, no, caro Chailly, questo è un fallimento del tuo progetto per insipienza, altro che “aggiustamenti” nel corso delle recite.
    Una figura imbarazzantissima per un Direttore Principale, che ne segna la totale inadeguatezza artistica.

    • l'autre chose maggio 5, 2016 a 8:32 am #

      Indipendentemente dai gusti, e il mio ritiene la regia di Carsen troppo superficiale e semplicistica, con tocchi granguignoleschi come la cascata di sangue dalla soffitta (è una goccia nel libretto!) o il cavallo che prima c’era poi è stato tolto, ma sarebbe stato un ulteriore effettone per coprire la mancanza di idee vere, vorrei aggiungere: che significa ‘Sono convinto che i problemi si sistemeranno in corso di repliche’? Noi spettatori della ‘prima’ abbiamo assistito a una prova…a spese nostre?

      • lulù maggio 5, 2016 a 8:36 am #

        ben detto!!!

      • lobo toni zato maggio 5, 2016 a 8:38 am #

        È quello che intendevo con “fallimento” chaillyiano. “Fallimento” molto costoso per gli acquirenti di biglietto.
        Tra le cose più vergognose capitate in Scala negli ultimi quarant’anni. Addirittura un Lissner avrebbe forse proceduto al rimborso dei biglietti, come fece con le recite del “Faust” di Gounod in cui il coro non metteva i costumi.

  16. marco vizzardelli maggio 6, 2016 a 8:17 am #

    All’ira funesta di chi non dialoga ma vuol solo distruggere è difficile replicare con la razionalità. Continuo a non condividere il “modo” e il metodo da crociata dei commenti qui sopra. Quindi di spettacolo e direzione (per me straordinari l’uno e l’altra: tali li ha definiti su La Stampa uno scrittore di musica attendibile e non certo “prono” quale Alberto Mattioli) non parlo più. Ognuno si tiene le sue (rispettabili) opinioni.
    Piuttosto provo una considerazione razionale di altro genere: in questa stagione lirica italiana, al Comunale di Bologna si è avuto un Attila di Verdi, diretto da Michele Mariotti musicalmente davvero storico, eppure quello spettacolo ha avuto ben maggiori problemi di indisposizioni di interpreti di quanti (uno: la protagonista) ne abbia avuti questa Fanciulla scaligera. Con la differenza che a Bologna era pronto, ed è intervenuto (perfino in corso di recita) quel che un gran teatro in un allestimento importante dovrebbe sempre avere: un secondo cast ottimo in grado di subentrare al primo. Ciò che alla Scala è venuto a mancare. Sono convintissimo che lo stesso Riccardo Chailly sarebbe d’accordo sulla presenza dei “secondi” pronti ad intervenire. Mi chiedo come, a fronte di un allestimento atteso ed importante quale questa Fanciulla del West, il teatro – e parliamo di Scala – non vi abbia pensato.
    Questa mi pare una considerazione sulla quale riflettere.

    marco vizzardelli

  17. marco vizzardelli maggio 6, 2016 a 9:07 am #

    E, alla fin fine, pongo una chiara domanda ai miei interlocutori (visto che poi il buffo è che proprio a me tocca difendere chi è attaccato, per una questione di “metodo”).

    Chi volete come direttore musicale del Teatro alla Scala?

    Io (con uso del mio nome e cognome: Marco Vizzardelli) l’ho detto, lo dico da anni, e ci ho messo faccia e petizione. Voglio DANIELE GATTI direttore musicale della Scala perché lo ritengo oggi il più adatto per valore, repertorio, profondità umana ed intellettuale e di lettura e qualità del lavoro con le orchestre.

    Abbiate, o abbiamo il coraggio di dirlo, in tutti i modi.

    Il discredito dell’alternativa è un metodo vecchio e rischia di non portare da alcuna parte.
    Pronunciarsi “contro” qualcuno è facilissimo. Ma non sarei onesto se avessi buato una direzione e una regia che ho gradito.
    Allora, rovesciamo la questione (e lo dico a chi qui scrive e non solo: in Scala, tanti, forse, tacciono ….): pronunciamoci “per” qualcuno, senza nasconderci.
    Io l’ho fatto, lo rifaccio, sono pronto a riaprire la petizione. Perché, anziché buare Chailly o Carsen, non cominciamo, in teatro a dire a voce alta “vogliamo Daniele Gatti direttore musicale”. Diciamolo al Teatro, alle autorità cittadine. Pronunciamoci “per”, e apertamente. Ve la sentite? Io sì, senza problemi.

    marco vizzardelli

  18. lobo toni zato maggio 6, 2016 a 3:32 pm #

    Per me Daniele Gatti doveva essere nominato in Scala il giorno dopo la prima del “Lohengrin” del 2007, per cui a furia di perder tempo siamo già nove anni in ritardo, e il ritardo continua ad accumularsi con grave perdita per la città di Milano.

    Io rirovescio l’argomento di Marco. La nomina del Direttore Musicale compete al Sovrintendente e al Cda, non a me. Essi verranno giudicati per le loro errate decisioni, che io giudico addirittura catastrofiche nello specifico. So anche che il Direttore Musicale decade da statuto insieme al Sovrintendente che l’ha nominato, per cui o questi lo dismette oppure ce lo teniamo fino a inizio 2020.

    Al contrario, come spettatore pagante ho eccome il diritto di dire la mia su una rappresentazione. Io, non da solo, ritengo questa rappresentazione sotto lo standard qualitativo che mi aspetto dal blasone e dai prezzi della Scala.
    Se volessi boicottare Chailly, avrei potuto buare l’altra sera, e magari alcuni mi avrebbero seguito. Ma io non sono contro, sono per. Per il Teatro alla Scala e per l’opera in generale. Dico di più: lo spettacolo non mi sarebbe piaciuto anche se ci fosse Daniele Gatti in carica come Direttore Musicale. Mi lamenterei comunque, perché non sparo su qualcuno per tirare la volata a qualcun altro.

    Ciò detto, sono d’accordissimo sul finale di Marco. Facciamoci sentire. La mia proposta è di attendere l’elezione del nuovo Sindaco e poi di agire in maniera incisiva. Credo, onestamente, che data la declinante situazione qualche spiraglio per essere ascoltati ci sia.
    Viva la Scala!

    • davide maggio 6, 2016 a 3:42 pm #

      quoto al 100%!!

      credo che ATTILIA e MARCO possano fungere da punti di riferimento per interloquire col nuovo Sindaco.

  19. lulù maggio 6, 2016 a 5:17 pm #

    E la rispettosissima attuale dirigenza scaligera oggi (tre giorni dopo la prima!!!) si degna di emettere questo penoso comunicato. Potenza della retroattività…

    Il Teatro alla Scala informa che a causa del protrarsi dell’indisposizione del soprano Eva-Maria Westbroek, Barbara Haveman interpreterà il ruolo di Minnie fino alla rappresentazione del 18 maggio. A partire dalla rappresentazione del 10 maggio, il M° Chailly dirigerà integralmente la versione originale della partitura di Giacomo Puccini secondo l’edizione critica pubblicata dall’editore Ricordi.
    6 maggio 2016

    • davide maggio 6, 2016 a 5:19 pm #

      minchia, quando si dice la TEMPESTIVITÀ’….

      • fresco maggio 6, 2016 a 9:15 pm #

        se è per questo sul sito facebook del teatro della scala (tassativamente con lettere minuscole) era riportata fino a ieri una locandina che dava Flick alla regia con Johnson interpretato da Alvarez – è stata cancellato solo oggi…
        Dilettanti allo sbaraglio, povero Teatro alla Scala…

  20. Massimo maggio 6, 2016 a 9:18 pm #

    Strepitosa direzione di Chailly, attenta, di grande respiro e con una ricercatezza timbrica davvero notevole, una ricercatezza per esempio assente nell’edizione scaligera di Maazel pur con un cast superiore. Le critiche lette in questo forum, che vorrebbe essere la voce del loggione ma che per fortuna non è, sono come sempre una strampalata, ingenua e acida sequenza di pre-giudizi.

    • Fr Ate maggio 6, 2016 a 9:29 pm #

      A quale serata ti riferisci?
      No, perché mi mancava quello che arrivava a dire che la direzione di Chailly è superiore a quella di Maazel, mi mancava proprio…

      • Massimo maggio 6, 2016 a 10:13 pm #

        Be’ adesso non ti manca più direi no? Take care man and be less pretentious!

  21. pranoterapirla maggio 6, 2016 a 10:50 pm #

    E così dal 10 maggio si può ascoltare la vera edizione critica.
    Sarei curioso d’andarci, ma non ci ricasco; ho troppo sofferto alla prima, soprattutto per colpa del direttore.

  22. lulù maggio 7, 2016 a 9:28 am #

    Prescindendo un attimo dall’argomento di attualità, io l’altra sera uscendo dalla prima onestamente mi sono detta: ma LA FANCIULLA DEL WEST è davvero un grande capolavoro? Lo chiedo perché io ho sempre pensato, e dopo quest’ascolto ne sono ancora più convinta, che Puccini abbia scritto quattro capolavori assoluti della storia della musica, quando di seguito ha composto MANON LESCAUT, LA BOHÈME, TOSCA e MADAMA BUTTERFLY, ma che poi il suo genio si sia offuscato, o forse non abbia trovato le altre e nuove vie che cercava.

  23. marco vizzardelli maggio 7, 2016 a 1:06 pm #

    a) Lulù, La Fanciulla è stupenda, di una genialità e ardimento orchestrale e tematico, quale forse neppure altri più celebrati titoli di Puccini raggiungono (ce n’è un altro, fra i “Puccini” meno evidenti: Suor Angelica, che ho appena ascoltato e visto a Roma nel magnifico allestimento di Michieletto su ottima direzione-Rustioni: stupefacente modernità di suoni ed espressioni). Poi, sul genio “offuscato” e le altre nuove vie, be’…. c’è una certa Turandot….
    b) sulla direzione di Chailly sono pienamente d’accordo con Massimo. E ripeto: non parlo delle questioni generali-Scala, sulle quali penso di essermi espresso chiaramente, ma di questa singola direzione che mi è parsa straordinaria
    c) sulle questioni organizzative, di “tempistica” e modalità comunicativa, ecc., invece concordo pienamente con gli “arrabbiati”: lo sono anch’io, e da tempo, sulla attuale gestione scaligera. Vorrei fosse chiaro: il fatto che abbia apprezzato una direzione e una regia non significa che non mi accorga delle paurose magagne dell’attuale “sistema Scala”..
    d) una Scala con Daniele Gatti stabile per alcuni anni (non devono esser mai troppi: se no i rapporti si logorano, Abbado e Muti docent), e Mariotti primo ospite, per costruire il futuro…direi che il mio sogno attuale si configura, più o meno, così. E’ irrealizzabile? E’ poco “italiano”, poco “scaligero”?

    marco vizzardelli

    • lulù maggio 7, 2016 a 2:25 pm #

      Il tuo punto D è il mio sogno dei sogni!!!

  24. marco vizzardelli maggio 7, 2016 a 1:19 pm #

    Ciò detto, tornerò, e più di una volta, a godermi Chailly e Carsen nelle repliche. Ritengo (al di là delle difficoltà organizzative e di assenza della protagonista) che si tratti di poesia musicale e scenica.

    marco vizzardelli

    • Stiffelio maggio 8, 2016 a 5:09 pm #

      Sullo spettacolo mi pronuncero ‘ quando andrò a vederlo. Ma sulle magagne o presunte tali (che poi riguardano) i molteplici avvicendamenti in cartellone siamo in linea con gli standard europei. Ne rielenco alcuni per i quali i colleghi europei non hanno certo fatto le barricate o accusato la direzione artistica di dilettantismo. Monaco walkure. Simone Young al posto di petrenko. Ballo in maschera petean al posto di kenliside. Vienna tosca lopez cobos all’ultimo momento al posto di mikko frank. Don Carlo armiliato al posto di Chung. Turandot eyvazov al posto di botha. Lohengrin graeme Jenkins al posto di jaap van zwenden. E potrei continuare.santa Cecilia Trevino al posto di Chung. Albrecht al posto di gatti nel secondo concerto del ciclo schumann E poi Londra la perla delle perle. La strombazzatissina norma con Anna netrebko che rinuncia . Al suo posto Sonia yontcheva.

      • lobo toni zato maggio 8, 2016 a 5:54 pm #

        Per favore, Stiffelio, non fa finta di non capire.

        Qui non si criticano Chailly e Pereira perché qualche artista si ammala; questo capita dovunque e continuerà a capitare perché l’essere umano è fatto così.

        Qui si criticano Chailly e Pereira per due motivi:
        1) Perché annunciano in cartellone nomi con cui l’accordo non c’è ancora (l’anno scorso è stato il trionfo del desaparecido).
        2) Perché strombazzano che per la prima volta ascolteremo “La fanciulla del West” in versione originale, ma poi non si peritano di avere in casa una cover che sappia le centosettanta battute in più, per cui se la Westbroek sta male l’intera meravigliosa operazione culturale va a zoccole.

        Ti è così difficile capirlo?

  25. lavocedelloggione maggio 9, 2016 a 5:39 pm #

    Ricevo da Paolo Besana e trascrivo qui:
    Cara Attilia,
    leggo sul blog un post di “Lulu” molto critico su un nostro comunicato del 6 maggio. “Lulu” si lamenta del fatto che abbiamo comunicato tardi. Noi però il 6 abbiamo comunicato i dati sul ritorno della Westbroek e sull’esecuzione integrale dell’Edizione Critica, che abbiamo avuto quel giorno; la sostituzione era stata annunciata con un comunicato il 2, non a caso ripreso da tutti i giornali – solo Repubblica lo aveva bucato. La malattia della Westbroek era stata dichiarata in modo assolutamente trasparente già nella conferenza stampa del 29.
    Da quando sono qui è un mio impegno quotidiano che la Scala comunichi sempre di più e in modo sempre più tempestivo, e posso fornire evidenza empirica (numero di comunicati, di post e di tweet, tempi della comunicazione) che le cose stanno effettivamente così.
    Invece il post era effettivamente sbagliato, lo avevo già fatto osservare ai miei collaboratori del web.

    Un caro saluto

    Paolo

    • lulù maggio 10, 2016 a 8:20 am #

      Lulù prende atto della cortese precisazione di Paolo Besana (il quale comunica e non dirige, e dunque è incolpevole), ma teme che il suddetto non abbia compreso l’obiettivo polemico dell’intervento.

      Lulù, infatti, non si è lamentata dell’intempestività della comunicazione dell’assenza della Westbroek e della di lei sostituzione da parte della Haveman.
      Lulù è arrabbiata col signor Pereira il quale quando si è presentato al proscenio prima della prima ha omesso di comunicare che gli spettatori avrebbero assistito a una versione tagliata-e-cucita e non a quella integrale e critica tanto annunciata. Questa è la grande scorrettezza, che si è ripetuta anche alla seconda recita.

      Saluti.

      • lobo toni zato maggio 10, 2016 a 12:28 pm #

        …Scorrettezza che in altre epoche non sarebbe stata immaginabile in un’istituzione che la prestigiosa storia del Teatro alla Scala. Segno che da quelle parti va cambiato molto e velocemente.

  26. Fr Ate maggio 10, 2016 a 12:31 pm #

    Vi ricordo che non ci vuole poi molto a cambiare le cose. Basta far saltare il Sovrintendente; e tutti coloro che costui ha nominato decadono per Statuto all’istante. Semplice, se il nuovo Sindaco vorrà farlo.

  27. il bel danubio blu maggio 11, 2016 a 1:02 pm #

    presente ieri sera devo dire che do ragione alle critiche negative apparse qui sopra.
    cantanti adeguati vocalmente, ma che interpretano poco, c’è un certo senso d’improvvisazione stilistica.
    manca cioè un vero lavoro di concertazione, ma Chailly non mi ha convinto nemmeno nel rapporto coll’orchestra: per tutta la sera si ha un senso di iper-controllo che tarpa molto le ali, sopratutto agli archi. le percussioni strabordano, e gli ottoni spatasciano. inoltre Chailly perde spesso il palcoscenico. clamoroso, a questo proposito, il finale terzo: uscendo di scena Dick e Minnie cantano ‘Addio mia California’ e vanno totalmente fuori tempo, il coro in compenso ritarda: l’effetto voluto da Puccini sugli ultimi accordi va a gambe all’aria, completamente. roba da teatrino brianzolo…
    la regia mi ha lasciato abbastanza indifferente, devo però rimarcare che il secondo atto è fiacchino con una scenografia orrenda, e sul finale condivido il parere negativo di che lo vede come il trionfo del kitsch.
    aggiungo una cosa: Puccini non lo si serve ripristinando cento e passa battute espunte dall’arroganza toscaniniana, ma interpretandolo bene. cosa che ieri sera proprio non è successa, a partire dall’uomo sul podio.

  28. davide maggio 13, 2016 a 9:54 am #

    Bello vedere che nella versione andata ieri sera in onda su Rai5 sono stati modificati e rimontati (male perché completamente fuori tempo) gli applausi a Haveman e Chailly. La fiera del trucchetto?

  29. lulù maggio 13, 2016 a 9:55 am #

    Anche io ho notato che alle uscite finali l’audio non coincideva col video.

  30. Concertante maggio 13, 2016 a 3:17 pm #

    Si, davvero la prona RAI si distingue da parecchio tempo per una “particolare” attenzione alle squisitezze scaligere: concellazioni delle dirette, “rimontaggi sonori” degli del peggior Istituto Luce (come ieri sui rai 5), speaker di radio tre che dopo le emissioni sonore della filamonica non sanno più quali iperbole utilizzare per magnificare quanto udito (sopportato?)

    Tutto mi ricorda l’era mutiana, quella però, se ben ricordo era più “cartacea”
    strategia comunicativa in …”evoluzione”? direi di sì, chi se la fila più la carta?

    • il bel danubio blu maggio 13, 2016 a 9:18 pm #

      Hai ragione. Imbarazzante.

  31. marco vizzardelli e n questa lettura maggio 14, 2016 a 2:01 am #

    Intanto, a Parigi…..
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    TRISTAN UND ISOLDE Dir. Daniele Gatti Orchestra National de France, Regia Pierre Audi, Theatre des Champs Elysees.
    —————————————————
    ——————————————————

    Amore è… due fronti che si toccano. Amore è… un suono. Pierre Audi, regista, e Daniele Gatti, direttore hanno realizzato, al Theatre des Champs Elysees di Parigi, un metafisico Tristan und Isolde, fatto di gesti, di sguardi e di luci. E di suono. Nel quale come di rado avviene, ciò che si vede corrisponde a ciò che si ascolta. L’esito complessivo è un Tristano di dal quale si esce con un senso di rara e “rarefatta” commozione. Un Tristano che “canta” e risuona, a lungo, nel silenzio e nel segreto dell’anima. Il più “intimo”, crediamo, fra i grandi realizzati in questi anni. Un Tristano “dello spirito”, là dove quello – pure stupendo – di Cherau e Barenboim, alla Scala, era stato un Tristano “della carne”. Entrambe realizzazioni compiute e coerenti. Tristano e Isotta “di” Cherau si rotolavano a terra, nell’amore. Tristano e Isotta “di” Audi non si toccano praticamente mai, dando vita – e poi morte – ad un amore fatto di sguardi, eppure carico di una tensione affettiva e spirituale lancinante. Quelle due fronti che si toccano e si appoggiano l’una all’altra esprimono una “metafisica dell’amore”, il gesto è rarefatto eppure intensissimo (lo doppiano, nel loro dialogo, la stessa Isolde e Brangania, mentre l’amicizia fra Tristan e Kurvenal ha un risvolto più “fisico”) Audi costruisce un Tristan di gesti, e di “oggetti dell’anima”. La nave del primo atto è un gioco di quinte, altissime, a pieno palcoscenico che “avvolgono”, nascondono o svelano i personaggi gli uni agli altri: l’inquietudine di Isolde, il suo dapprima “aggressivo” incontro con Tristan, il gesto decisivo di Brangania, tutto è come doppiato dalle quinte. In questo ambiente, lo svelamento di fine atto dell’amore fra i due avviene con un effetto di straniamento fra l’orchestra fremente di Gatti, luce e fremito, e la quasi immobilità degli amanti nel gioco delle quinte. Luce e fremito d’orchestra, sì, ma con una chiusa d’atto “sospesa” nello stupore del sortilegio d’amore. Nel secondo atto, il luogo della notte d’amore e dell’alba di morte rivelatrice di odii, è una foresta di candidi denti di balena (il mare non si vede mai ma è presente in tutto questo spettacolo come via all’amore e all’annientamento): e, nel passaggio dalla notte al giorno, Audi vi crea una straordinaria poesia di luci – e di cambi di luce, sul bianco dei “denti” – che da sola, più di mille gesti esprime l’estasi d’amore dei due, le inquietudini di Brangania, e l’atrocità del giorno che succede alla notte. Con un dato in più: la vecchiaia di Melot (l’ottimo Andrew Rees appare gobbo, orrido, cadente, stranamente simile – nell’iconografia – alla disneyana strega di Biancaneve, e forse non è un caso, perché, grazie a questa immagine, la sua, da gelosia per una donna, diviene Gelosia totale di un amore giovane, della gioventù stessa. L’odio è fisico rispetto all’amore, ma forse è vero l’opposto: l’immagine fisicamente forte dà vita, anche in questo caso, ad una “metafisica dell’odio”. Forse meno limpida e leggibile, scenicamente, la prima parte dell’ultimo atto, l’oggetto-casa-rifugio del ferito e dell’amico (giacchè lo spettacolo sarà portato a Roma, Audi potrebbe “rileggere” e precisare questa fase) che invece diventa immagine del memorabile finale – il “mild und leise” (capolavoro di sospensione sonora da parte di Gatti, e benissimo sostenuto dalla protagonsita) di una Isolde che – non c’è più neppure il gesto – è una silhouette grigio-scura in un quadro di luce, e ci lascia così – in orchestra l’arpeggio luminoso seguito da un denso, misterioso magma di archi. Isolde icona del mistero dell’amore (Tristano, prima di morire, aveva detto a Kurvenal “hai condiviso tutto: questa è la sola cosa che non puoi condividere”).
    Daniele Gatti ha creato il suono di questo Tristano: e (l’orchestra dell’Opera di Roma sarà chiamata, in novembre, a ricrearlo, secondo la propria natura) ne ha avuto strumento espressivamente ideale nell’Orchestra National de France. Che non ha la potenza e l’implacabile precisione di ottoni delle grandi compagini di suono, ma nel suo carattere “francese”, ci dà un Tristano di luce, di intimità. di struggimento dell’anima, di liquido suono dei legni (formidabili!), di luminose sciabolate degli archi (cosa non è, nell’ultimo atto quella che sottolinea la richiesta ansiosa di Tristano a Kurvenal, dell’arrivo della nave). Non si pensi, per quanto andiamo scrivendo, che si tratti di un suono esangue. Al contrario, il Tristano di Daniele Gatti (il primo atto è una folgore, annunciata fin dal preludio, importantissimo nella lettura che lo trasforma in un antefatto, dal quale cogliamo i personaggi in una storia già iniziata tempo prima…) è fremente, là dove deve esserlo. Ma. in perfetta corrispondenza con il progetto scenico (la fortuna di lavorare insieme in un luogo adatto e “intimo” quale il raccolto teatro di Avenue Montaigne: qui l’anno passato, con Martone, Gatti realizzò quel Macbeth in forma di studio del “sussurro”, del “non detto”), Gatti ha sentito dentro di sé, per Tristano, ed evocato ed ottenuto dall’orchestra, il suono “metafisico” di una “metafisica dell’amore”. Vorremmo potervi descrivere quel che, in questa lettura, diviene il preludio all’ultimo atto, “metafisica d’amore, dolore e annientamento”. Per il direttore milanese, questo primo Tristan è approdo (o meglio, tappa essenziale: ill termine “approdo” non è il più adatto per un direttore in continua “navigazione”) di un cammino umano ed artistico trascorso attraverso episodi “giusti” e fondamentali (Parsifal e Pelleas, prima di Tristano).
    Ma questo Tristan und Isolde è stato lavoro e laboratorio di gruppo. Rachel Nicholls (la dotatissima Isolde, fortunata scoperta dopo il forfait della prevista Magee), Torsten Kerl (il solidissimo Tristan), Steven Humes (il Marke dalla voce insolitamente chiara, perfetta nella “timbrica” scelta dal direttore), Brett Polegato (il Kurvenal idem come sopra) il citato Rees (Melot) trasmettono un senso di “unitarietà” che è il segnale di un progetto – di cui Daniele Gatti è il motore, Pierre Audi il poeta della scena – portato avanti da ciascuna delle componenti di questa straordinaria lettura “intima” (non “intimistica”) e metafisica della opera capitale di Richard Wagner.

    marco vizzardelli

  32. lulù maggio 14, 2016 a 7:38 am #

    Grazie per il tuo bel resoconto, Marco, e permettimi di invidiarti un bel po’.

  33. alberto maggio 15, 2016 a 10:50 pm #

    Arrivo buon ultimo a commentare la Fanciulla del West relativamente alla replica del 13/5. (ma La Cena delle Beffe non l’ha vista nessuno?)
    Devo dire che specialmente dal punto di vista musicale ho riscoperto, in questa nuova edizione, un Puccini straordinario per inventiva, ricchezza di temi, espressività e geniale interpretazione del “sogno americano” con accenti musicali che sono poi diventati la base di partenza per le colonne sonore di tanti film western e non solo……gli spazi, l’immensità mozzafiato dei panorami :un compositore unico ed irripetibile!
    Merito anche dell’ottima direzione di Chailly e della prestazione dei cantanti sia da un punto di vista vocale che interpretativo: mi è moto piaciuta la Haveman bravissima nel sottolineare le varie sfaccettature del personaggio Minnie……per quanto concerne il coro gli elogi ormai si sprecano.
    Regia e scene in alcuni punti discutibili ( la più volte citata “goccia di sangue” e la graziosa stanzetta!? ).
    Applausi convinti e meritati per tutti gli interpreti.

  34. lavocedelloggione maggio 18, 2016 a 8:55 am #

    Ho visto anch’io la fanciulla nella replica di venerdì scorso 13 maggio; sono piuttosto in sintonia con Alberto: bella direzione e concertazione, nervosa, tagliente e moderna (un po’ come la Turandot dello scorso anno), a volte un po’ soverchiante, ma comunque bella.
    Interpreti non eccezionali ma funzionali alle parti.
    La regia mi è piaciuta molto per l’idea di fare un omaggio al cinema western, e pure il finale, contestato da molti, mi è sembrata una bella idea; tutto sommato l’happy end originale non è proprio un finale irresistibile, quindi averlo un po’ stravolto facendo comparire Johnson come fosse Caruso e Minnie in abiti anni ’30 non era poi peggiorativa, anzi! Bruttissima invece la capanna e tutto il sangue alla Tarantino (che se avesse perso davvero tutti quei litri di sangue atti ad imbrattare l’intera parete, sarebbe morto di sicuro!)
    Comunque tornerò la prossima settimana per sentire la Westbroeck.
    Attilia

    • Trebbiatore maggio 18, 2016 a 12:23 pm #

      Eh già, peccato che la Westbroeck in Fanciulla non la sentiremo perché ha annullato anche le restanti recite…

  35. Zio Yakusidé maggio 19, 2016 a 9:25 am #

    Ciao Zio, sei andato ieri sera? si, niente…
    come niente? si, niente
    ieri sera la fanciulla ha lasciato (credo in molti ascoltatori, dati i freddi applausi) un senso molto forte di sciatta mediocrità
    per non fare eccessivi svolazzi, una fanciulla cantata male, diretta malissimo e con scene assolutamente banali
    Ieri sera la Haveman era alla quinta rapprensentazione, e tutte le considerazioni sulla sua sostituzione all’ultima ora ecc ecc non valgono più
    appare evidente la sua totale inadeguatezza nel ruolo, con una pessima emissione, acuti orribili e la brutta abitudine a cacciare stilli (brutti) ad ogni forte/fortissimo. I due protagonisti maschili fanno ciò che possono: si può apprezzare l’impegno, soprattutto di Sgura, ma davvero non di più.
    Non conosco tutti i retroscena della querelle (e davvero poco mi importa) ma, limite mio certamente, qual’è il valore aggiunto di Carsen? anche il suo famolo strano questa volta si è spento in due o tre trovate da recita dell’oratorio…

    Il peggio della serata arriva però dalla buca: bruttissimo suono (tanti aggiunti, mi sembra), bilanciamento coro orchestra non curato, un primo atto con molti momenti di noia: una interpretazione che non “decolla” mai,
    A costo di passare per il solito cantore dei tempi che furono ho davvero rimpianto il meraviglioso Sinopoli, perdita (termine davvero adeguato) che personalmente non ho ancora…”metabolizzato”

    Sono uscito immediatamente con il sapore in bocca che ormai sempre più provo alla scala, che peccato

    • il bel danubio blu maggio 20, 2016 a 9:42 pm #

      Con Chailly in cabina di comando sarà dura che cambi il rancido sapore in bocca.
      Speriamo nel nuovo sindaco, chiunque egli sia.

  36. masvono maggio 22, 2016 a 9:40 pm #

    Chailly in questa “Fanciulla” dimostra di essere il grande direttore che ci aveva meravigliati in apertura di stagione con “Giovanna d’Arco”. Sensibilità plastica di fraseggio unita ricerca ed ottenimento di trasparenze e delicatezza di sfumature (il finale I) che non inficiano il passo teatrale con un’insolita capacità di accensione drammatica nella scena della tormenta e partita a poker del II atto. La narrazione, dal passo realmente cinematografico, si sposa perfettamente con la regia di Carsen, lucidissima e a suo modo geniale, che “vede” e realizza l’opera di Puccini come prototipo del “western”. La “trasformazione” di Minnie da donna a diva, seppur cinematografica, si spiega con l’etimologia della parola stessa. Per i minatori la protagonista è letteralmente un punto di riferimento: nessuno può fare a meno di lei. Confidente, sorella, madre, amica, sposa idealizzata. La sua partenza finale è una sorta di trasfigurazione in un ruolo ancora più amplificato dove la distanza fisica con i “suoi” minatori aumenterà, ma essi continueranno ad adorarla davanti allo schermo.
    Mentre coro, Chailly e Carsen abitano cieli eccelsi, il cast oscilla in una mediocrità volta a volta più o meno accettabile, con le voci maschili sensibilmente più gradevoli rispetto a quella della protagonista, il cui temperamento, in ogni caso, la fa uscire un po’ a rotta di collo nei passi più scabrosi della tessitura.

    Dopo l’apertura di stagione e questo Puccini Chailly dimostra che, volendo, può e senza dubbio riesce operisticamente a condurre direzioni riuscitissime, cosa che nel sinfonico ancora alla Scala non riusciamo a ravvisare.

    Saluti

    -MV.

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