Filarmonica della Scala

18 Apr
18  aprile  2016
Milano, Teatro alla Scala
Direttore Myung-Whun Chung

Wolfgang Amadeus Mozart

Sinfonia n°40 in sol min. K 550

Gustav Mahler

Sinfonia n°5 in do diesis min.

3 Risposte to “Filarmonica della Scala”

  1. lavocedelloggione aprile 18, 2016 a 9:21 pm #

    A me la quinta di Mahler non ha soddisfatto per niente, mi è sembrata una gran confusione, ma ho visto Vizza entusiasta!
    Io invece mi sono divertita con l’episodio avvenuto a Vienna, Tosca con Kaufmann e Georghiou; vi lascio il link, davvero esilarante:
    http://www.lastampa.it/2016/04/18/spettacoli/a-vienna-lopera-inizia-senza-il-soprano-risate-commenti-e-imbarazzo-in-sala-OrgtJc1n0lHSzhGgZJ5tRK/pagina.html

  2. marco vizzardelli aprile 22, 2016 a 6:48 am #

    Subito un’immagine musicale: entra nei “memorabilia” della nostra vita il glissando prodotto da Chung e archi della Filarmonica della Scala al cuore dell’Adagietto della “Quinta” di Mahler, lunedì scorso alla Scala.
    ———————————
    L’anno passato, abbiamo avuto da Myung-Whun Chung un Simon Boccanegra veneziano folgorante (non sono sicuro, per via di regia e cast, che l’esito si ripeterà così compiutamente alla Scala, ma amen). Il mese scorso, ho assistito, sempre a Venezia alla Fenice, alla sua sconvolgente direzione di Madame Butterfly (l’ultima replica). Facendo tesoro di un duttilissimo cast giovane e creando e traendo dall’orchestra del teatro veneziano un suono di incredibili colori e trasparenze, Chung ci ha dato una Butterfly vissuta come un vertiginoso “precipizio nella morte”: non la faccio lunga ma, a partire dal gong d’arrivo dello zio Bonzo, per proseguire fino ad un coro a bocca chiusa di indescrivibile rarefazione sonora che, con Chung, è il momentio a partire dal quale cui ci si immette nell’abisso del dolore di Cio Cio San, la Butterfly di Chung (che l’aveva diretta benissimo ma in maniera meno radicale, qualche anno fa alla Scala) è, appunto, un inabissamento di tutto e tutti nella tragedia della protagonista. Tutta l’ultima parte si svolge in una sorta di “silenzio” (non è solo un fatto di uso sapientissimo di pause e tempi, ma proprio di colori) a fronte del quale si approda alla fine non tanto (com’è tradizione) commossi quanto annientati, sconvolti e sfiniti di morte, quasi, attraverso la maestria intellettuale, tecnica ed evocativa di Chung, tutti fossimo coinvolti nell’annientamento della protagonista. Un amico milanese all’uscita dal teatro ci ha, appunto, fornito un commento appropriatissimo: .
    Tematiche, in qualche modo – e con tutte le differenze del caso – ritrovate nell’altrettanto originale e sconvolgente lettura fornita alla Scala, da Chung, della Quinta sinfonia di Mahler (associata all Sol minore di Mozart, concerto di cui la recensione di Opera Click ha dato felicissimo conto). E’ raro ascoltarne una resa di tale… malessere mortale. Da un momento topico del movimento inizla in poi, anche qui si precipita in un abisso: è il felpatissimo rintocco del timpano che dà il via allo sviluppo. Chung, che è anche tecnicamente un “mostro” lo chiede ed ottiene dall’ottimo Filarmonico della Scala al limite dell’udibile, e da qui “si” e “ci” inabissa in un suono di morte, accentuato allargando i tempi e chiedendo densità. Tutta la parte conclusiva della marcia è agghiacciante e il resto prosegue di conseguenza: la “tempestosità” del secondo movimento, ma soprattutto lo strabismo dello scherzo (qui il nuovo, giovane corno scaligero, Jorge Monte de Fez, ha commesso qualche veniale errore “di esuberanza” ma si è segnalato per straordinaria potenza, espressività e bellezza di suono: è elemento preziosissimo!), per arrivare alla più stupefacente lettura dell’Adagietto di tutta la nostra “carriera” di ascoltatori dal vivo. Chiuso lo scherzo, Chung sembra come spensierarsi, non dare alcun segnale: dal nulla , e da un silenzio impressionante parte un quasi impercettibile filo di suono che sale, sale… ed è l’Adagietto, da lì in poi per nulla svenevole od estenuato o estetizzante (dimenticare Morte a Venezia) ma scuro, angoscioso, denso di morte, scandito dai “rintocchi” (ognuno una fitta al cuore) dell’arpa della bravissima Olga Mazzia… fino a quel prodigio: il glissando degli archi, un soffio che si fa linea, ondeggia, si tende lunghissimo, si inarca e ricade, svanendo. Mai udito “così”, e da qui l’adagietto è stasi di morte che va a finire nel nero totale degli archi che lo concludono. Qui Chung fa una pausa lunghissima, dalla quale riparte un’altra sottilissima “linea d’archi” dalla quale prende il via il gioco del finale. Gioco? Mah. Ricordo che Claudio Abbado, finissimo interprete della Quinta, e con lui diversi altri, tendono a dare al finale della Quinta una funzione sostanzialmente “liberatoria”. Ma il gioco “di” Chung – tecnicamente sbalorditivo nell’incrociarsi dei temi e delle voci – resta acre, ironico, “mortuario” perfino nella chiusa, più rabbiosa che esultante. Si esce prosciugati – ed inquieti – da una lettura di insolita “profondità dell’anima”. Tutto l’ultimo Chung di questi anni di grandissima maturità umana ed artistica è uno scavo, una discesa, un approdo all’essenzialità del dato musicale (la sua scabra 40 di Mozart ne è esempio ulteriore), al cuore della musica – e dell’uomo, creatura che vive, soffre – gioisce anche, ma a tratti, per frammenti – per approdare ad un destino di estinzione che (forse) sarà nuova vita. Forse. E’ “terribile”, non certo consolatorio, Mahler riletto da Chung. Anche se la grandezza e la profondità della lettura (e, vivaddio, la partecipazione e l’entusiasmo evidente con i quali stavolta, e a lui, la Filarmonica della Scala “si dà”) scatenano l’ovazione del pubblico, alla Scala.

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli aprile 22, 2016 a 7:02 am #

    Ritrascrivo (era saltato un passo per un problema tecnico)
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    Subito un’immagine musicale: entra nei “memorabilia” della nostra vita il glissando prodotto da Chung e archi della Filarmonica della Scala al cuore dell’Adagietto della “Quinta” di Mahler, lunedì scorso alla Scala.
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    L’anno passato, abbiamo avuto da Myung-Whun Chung un Simon Boccanegra veneziano folgorante (non sono sicuro, per via di regia e cast, che l’esito si ripeterà così compiutamente alla Scala, ma amen). Il mese scorso, ho assistito, sempre a Venezia alla Fenice, alla sua sconvolgente direzione di Madame Butterfly (l’ultima replica). Facendo tesoro di un duttilissimo cast giovane e creando e traendo dall’orchestra del teatro veneziano un suono di incredibili colori e trasparenze, Chung ci ha dato una Butterfly vissuta come un vertiginoso “precipizio nella morte”: non la faccio lunga ma, a partire dal gong d’arrivo dello zio Bonzo, per proseguire fino ad un coro a bocca chiusa di indescrivibile rarefazione sonora che, con Chung, è il momentio a partire dal quale cui ci si immette nell’abisso del dolore di Cio Cio San, la Butterfly di Chung (che l’aveva diretta benissimo ma in maniera meno radicale, qualche anno fa alla Scala) è, appunto, un inabissamento di tutto e tutti nella tragedia della protagonista. Tutta l’ultima parte si svolge in una sorta di “silenzio” (non è solo un fatto di uso sapientissimo di pause e tempi, ma proprio di colori) a fronte del quale si approda alla fine non tanto (com’è tradizione) commossi quanto annientati, sconvolti e sfiniti di morte, quasi, attraverso la maestria intellettuale, tecnica ed evocativa di Chung, tutti fossimo coinvolti nell’annientamento della protagonista. Un amico milanese all’uscita dal teatro ci ha, appunto, fornito un commento appropriatissimo: “Mi sento sconvolto e consumato come se avessi ascoltato una Elektra, non una Butterfly!”.
    Tematiche, in qualche modo – e con tutte le differenze del caso – ritrovate nell’altrettanto originale e sconvolgente lettura fornita alla Scala, da Chung, della Quinta sinfonia di Mahler (associata all Sol minore di Mozart, concerto di cui la recensione di Opera Click ha dato felicissimo conto). E’ raro ascoltarne una resa di tale… malessere mortale. Da un momento topico del movimento inizla in poi, anche qui si precipita in un abisso: è il felpatissimo rintocco del timpano che dà il via allo sviluppo. Chung, che è anche tecnicamente un “mostro” lo chiede ed ottiene dall’ottimo Filarmonico della Scala al limite dell’udibile, e da qui “si” e “ci” inabissa in un suono di morte, accentuato allargando i tempi e chiedendo densità. Tutta la parte conclusiva della marcia è agghiacciante e il resto prosegue di conseguenza: la “tempestosità” del secondo movimento, ma soprattutto lo strabismo dello scherzo (qui il nuovo, giovane corno scaligero, Jorge Monte de Fez, ha commesso qualche veniale errore “di esuberanza” ma si è segnalato per straordinaria potenza, espressività e bellezza di suono: è elemento preziosissimo!), per arrivare alla più stupefacente lettura dell’Adagietto di tutta la nostra “carriera” di ascoltatori dal vivo. Chiuso lo scherzo, Chung sembra come spensierarsi, non dare alcun segnale: dal nulla , e da un silenzio impressionante parte un quasi impercettibile filo di suono che sale, sale… ed è l’Adagietto, da lì in poi per nulla svenevole od estenuato o estetizzante (dimenticare Morte a Venezia) ma scuro, angoscioso, denso di morte, scandito dai “rintocchi” (ognuno una fitta al cuore) dell’arpa della bravissima Olga Mazzia… fino a quel prodigio: il glissando degli archi, un soffio che si fa linea, ondeggia, si tende lunghissimo, si inarca e ricade, svanendo. Mai udito “così”, e da qui l’adagietto è stasi di morte che va a finire nel nero totale degli archi che lo concludono. Qui Chung fa una pausa lunghissima, dalla quale riparte un’altra sottilissima “linea d’archi” dalla quale prende il via il gioco del finale. Gioco? Mah. Ricordo che Claudio Abbado, finissimo interprete della Quinta, e con lui diversi altri, tendono a dare al finale della Quinta una funzione sostanzialmente “liberatoria”. Ma il gioco “di” Chung – tecnicamente sbalorditivo nell’incrociarsi dei temi e delle voci – resta acre, ironico, “mortuario” perfino nella chiusa, più rabbiosa che esultante. Si esce prosciugati – ed inquieti – da una lettura di insolita “profondità dell’anima”. Tutto l’ultimo Chung di questi anni di grandissima maturità umana ed artistica è uno scavo, una discesa, un approdo all’essenzialità del dato musicale (la sua scabra 40 di Mozart ne è esempio ulteriore), al cuore della musica – e dell’uomo, creatura che vive, soffre – gioisce anche, ma a tratti, per frammenti – per approdare ad un destino di estinzione che (forse) sarà nuova vita. Forse. E’ “terribile”, non certo consolatorio, Mahler riletto da Chung. Anche se la grandezza e la profondità della lettura (e, vivaddio, la partecipazione e l’entusiasmo evidente con i quali stavolta, e a lui, la Filarmonica della Scala “si dà”) scatenano l’ovazione del pubblico, alla Scala.

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