La cena delle beffe

4 Apr
Umberto Giordano

Orchestra del Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 2 ore incluso intervallo

Direttore Carlo Rizzi
Regia Mario Martone
Scene Margherita Palli
Costumi Ursula Patzak
Luci Pasquale Mari

CAST

Giannetto Malespini Marco Berti
Ginevra Kristin Lewis
Neri Chiaramantesi Nicola Alaimo
Gabriello Chiaramantesi Leonardo Caimi
Il Tornaquinci Luciano Di Pasquale
Il Calandra Giovanni Romeo*
Fazio Frano Lufi
Il Trinca Francesco Castoro
Il Dottore Bruno de Simone
Lapo, Un cantore Edoardo Milletti
Lisabetta Jessica Nuccio
Laldomine Chiara Tirotta*
Fiammetta Federica Lombardi*
Cintia Chiara Isotton

*Accademia Teatro alla Scala

 

Prima di ciascuna recita, il professor Franco Pulcini terrà un incontro di presentazione dell’opera presso il Ridotto dei Palchi Arturo Toscanini. Gli incontri avranno luogo un’ora prima dell’inizio dello spettacolo e l’accesso sarà consentito agli spettatori muniti di biglietto per la serata.

5 Risposte to “La cena delle beffe”

  1. LeProphete aprile 5, 2016 a 12:47 pm #

    Le mie impressioni si riferiscono alla Prima di domenica 3 aprile.

    Fin dalla mattinata, con la proiezione del film di Alessandro Blasetti, si percepiva intorno al Teatro un’atmosfera assai particolare, quell’aria che si respira quando qualcosa viene riportato alla luce o quando qualcosa di nuovo e atteso finalmente arriva.
    Poche persone in coda per il tradizionale “loggione”, parecchi posti vuoti nei palchi, platea abbastanza piena e, come solito, gallerie molto affollate attendono l’apertura del sipario. Lo spettacolo si rappresenta con un lungo e inappropriato intervallo dopo i primi due atti.

    Vediamo subito un palazzo, stile Litte Italy inizio Novecento che sarà poi il soffocante scenario di tutto lo spettacolo; un palazzo su tre piani, servito da una scala e ambienti di servizio: al piano centrale abbiamo il ristorante in cui il boss Tornaquinci imbandisce la cena riappacificatoria; al piano superiore abbiamo le stanze in cui si svolge il dramma intorno a Ginevra; nella cantina sotterranea abbiamo la prigione di Neri. Un marchingegno perfetto che viene ideato da Margherita Palli per assecondare la regia di Mario Martone: come descritto nel programma di sala, ma facilmente intuibile, il regista napoletano sposta la vicenza dalla Firenze medicea alle battaglie tra clan degli immigrati italiani a New York. Il gioco direi che funziona abbastanza, grazie appunto alle scenografie e ai bei costumi di Ursula Patzak. È una regia funzionale, anche molto attenta alle didascalie del libretto e alle dovute trasformazioni: la roncola diviene una mazza da baseball, la lucerna diviene una popolare lampada in stile liberty, la cena è a base di succulenti spaghetti rossi. Purtroppo però Martone commette due errori: 1) spreca il finale: mentre Neri delira invocando Lisetta, quest’ultima entra nel ristorante e fa una completa strage. Neri uccide quasi per sbaglio Ginevra e quindi gli unici superstiti rimangono Neri e Lisetta. Il finale di Giordano è molto rarefatto, etereo; nella visione di Martone cambia completamente senso. 2) personalmente trovo questa regia di Martone molto “dejà-vu”, ha lo stesso schema di fondo dell’Oberto visto alla Scala nel 2013; nulla da dire in generale ma mi pare continui semplicemente a ripetere se stesso senza cercare altre strade.

    Passiamo al lato musicale. La direzione di Carlo Rizzi non ha sicuramente infiammato la partitura di Giordano, alcune volte ha dosato troppi decibel coprendo del tutto le voci. Altri momenti invece sono stati piuttosto buoni, soprattutto l’intermezzo che apre il terzo atto e alcune oasi liriche del secondo atto. L’orchestra ha suonato benino, meglio di altre prove nel repertorio italiano ma decisamente non raggiunge i vertici toccati con le due opere verdiane della stagione corrente. Per quanto riguarda le voci abbiamo avuto due prestazioni buone e due abbastanza da dimenticare. Ottima la prova di Nicola Alaimo che conferma ancora le doti di attore e eccellente cantante anche in titoli drammatici. Completamente centrata la sua prova musicale, mai fuori le righe, mai grezzo anche se il suo personaggio potrebbe indurlo ad esserlo. Un fraseggio molto elegante accompagnato da una recitazione esemplare. Jessica Nuccio è stata Lisabetta, una gran bella sorpresa! Stupenda voce da soprano lirico, ha domato Neri alla grande e giustamente ha avuto un meritato applausi del pubblico. Chi ha tradito la attese son stati Marco Berti e Kristin Lewis. Nell’impervio ruolo di Giannetto, il tenore comasco è mancato di incisività nei vari estremi che la partitura richiede: vuoto e afono in basso; slegato in alto. Kristin Lewis ha dato ancora una volta prova di avere una voce abbastanza insolita: a tratti a volume torrenziale, altre volte priva di mezzi; la bellezza del mezzo è discreta ma non sempre accompagnata da una tecnica e una dizione perfetta. Buono il resto del cast, tra cui vi è da segnalare il ruolo cammeo di Bruno de Simone nel ruolo del dottore e la prova sempre in crescita di Chiara Isotton quale Cintia (era già stata molto buona nel ruolo della Pisana nei recenti “Due Foscari”).
    Applausi incondizionati a tutto il cast, con punte di preferenza per Alaimo, Nuccio; ovazione per Rizzi e Martone.

    Uno spettacolo che sicuramente merita di essere visto più per il ruolo di riscoperta storica che ha che per le qualità dello stesso. Probabilmente era di maggior auspicio essa venisse operata con mezzi più adeguati tali da giustificare una riproposizione in un teatro importante quale La Scala. Ha però il pregevole compito di inserirsi in una politica dei teatri musicali italiani di quest’anno di riscoprire alcuni titoli del repertorio italiano del primo Novecento (“La campana sommersa” a Cagliari; “La leggenda di Sakuntala” a Catania; “La donna serpente” a Torino). Bisognerà attendere per vedere gli esiti futuri.

  2. alberto aprile 5, 2016 a 1:49 pm #

    Ho assistito alla prima. Vizzardelli, Max Vono ed altri esporranno meglio di me ,e soprattutto con maggiore competenza, le loro impressioni, ma io voglio comunque
    offrire il mio contributo da semplice ,e forse più disincantato, appassionato.
    Regia: ormai i registi fanno a gara “nell’aggiornare” secondo il loro personalissimo punto di vista i vari libretti d’opera soprattutto per quanto concerne l’aspetto temporale ma non solo
    e il buon Martone non sfugge a questa moda…..confutarne le ragioni in questo momento avrebbe un po’ il sapore di una battaglia contro i mulini a vento .
    Ovviamente tali operazioni risultano spesso un po’ azzardate e, nel caso specifico,trasferire l’azione scenica dalla Firenze rinascimentale alla New York del Padrino mi è sembrato francamente un po’ eccessivo in quanto lo spirito del tempo, ben rappresentato nel dramma di Sem Benelli, viene completamente stravolto risultando inadatto a cogliere le sottili e argute sfumature intrecciate con trame pseudo boccaccesche proprie del periodo Mediceo in cui è ambientato il libretto originale.
    La scena conclusiva poi, pur se plausibile nel nuovo contesto, è assolutamente inaccettabile dal punto di vista del lavoro di Benelli che contrapponeva alla finta pazzia iniziale la vera perdita della ragione finale.
    Una provocazione infine : se si vuole essere coerenti fino in fondo si abbia il coraggio di modificare i testi dei libretti che altrimenti risultano assolutamente inadeguati ad accompagnare i nuovi contesti scelti dai registi.

    Cantanti:un plauso particolare al Giannetto di Marco Berti che riesce con apparente disinvoltura a seguire le notevoli difficoltà imposte dal pur affascinante spartito di Giordano che, in certi momenti,a mio avviso, risente degli influssi del periodo futurista con un impressionante coinvolgente dinamismo. Forse un po’ sopra le righe in certi passaggi ma comunque più che buono nel giudizio complessivo.
    Buono anche il Neri di Alaimo purtroppo invece assolutamente inadatto dal punto di vista fisico. La Ginevra della Lewis mi è sembrata discreta ma non mi ha entusiasmato.
    Accettabili gli altri interpreti.

    Direttore d’orchestra:non ho la competenza necessaria per giudicare la direzione orchestrale di Rizzi anche se devo dire che in certi punti mi ha dato l’impressione di correre eccessivamente mettendo anche un po’ a disagio i cantanti.
    Piacevole e coinvolgente la musica di Giordano:certo,mi sarebbe piaciuto assistere alla prima assoluta di Toscanini sia per l’esecuzione musicale che per la regia…..ma forse il confronto sarebbe stato impietoso!

  3. masvono aprile 7, 2016 a 1:26 pm #

    Ciao Alberto, ringrazio, ma credo che sarò all’Ultima Cena, sperando di non essere beffato. Però voglio dire che la tua recensione va benissimo e che, personalmente, non ho alcuna particolare “competenza”. Ritengo che la “competenza” per capire se un’orchestra suona bene o male e tutto ciò che riguardi l’ascolto della musica, la facciano solo due cose: le orecchie. In pratica ce l’abbiamo tutti. Si affina soltanto nel tempo a furia di ascolti e comparazioni. Rimane sempre vero il detto del sommo Vladimir Delman: “solo ascoltando la musica si conosce la musica”.

    E definitivamente non occorre essere un cuoco per capire se una pietanza è malcotta o cattiva.
    Spero di rileggerti, a presto

    -MV

  4. marco vizzardelli aprile 29, 2016 a 12:18 am #

    Ci sono stato questa sera.
    Libretto e soggetto di valore estetico artistico tale da far apparire opera d’arte la sceneggiatura di un vecchio film di Moana Pozzi o Rocco Siffredi, peraltro esprimenti la medesima argomentazione e filosofia: gli uomini lo danno le donne lo prendono, o viceversa a seconda di cosa si parli. Quattro atti di questo contenuto strapieni di allusioni di finezza degne dei sunnominati capi d’opera del cinema italiano. Il tutto condito dalla colonna sonora di Giordano che scimmiotta e deforma a volgare strepito Falstaff e Otello (e ahimè, è drammatico davvero il pessimo uso fatto da chi è venuto dopo, dell’originalità dell’ultimo linguaggio verdiano, trasformato in baccano orchestrale e strepito di voci). Tutto questo avveniva nel 1925 e se si pensa cosa era la musica europea del periodo, cosa è avvenuto in musica in Europa nei primi decenni del’900 c’è, da italiani, da coprirsi il volto dalla vergogna. Altro che revival! A essere Puccini, avremmo preso un mitra e sparato a tutti gli altri. Singolare, peraltro, che la “filosofia umana” sottesa a questa Cena si ritrovi, pari pari e rivissuta, in alcune recenti storie di vita italiane.

    Non ho buato lo spettacolo perché avrei dovuto buare il compositore ma è morto e spero sia in Purgatorio. Invece gli artefici e gli interpreti hanno fatto buon lavoro complessivo. Ottimo Martone, la sua trasposizione rende perfettamente il tutto. Ottimo Alaimo: prova a rendere musica e canto ciò che originalmente è ululato. Strenuo Berti che invece opta per l’ululato a tutto campo: strenua prova di forza, con qualche inevitabile sgradevolezza. Molto bene Jessica Nuccio nell’assurdo ruolo di Lisabetta, il personaggio che non si capisce da dove salti fuori. Così così Kristin Lewis, Ginevra. Okay più o meno gli altri. L’orchestra si destreggia con esiti variabili fra baccano e liquescenze dell’autore, diretta da Carlo Rizzi che ogni tanto modera ogni tanto spara boati con esito complessivo nella media.

    Valeva la pena, con tutto quel che si potrebbe far ascoltare, di italiano e non? Di certo, non sentiamo il desiderio di riassaggiare a breve termine questa Cena.

    marco vizzardelli

    • alberto maggio 2, 2016 a 7:59 pm #

      Marco,ho grande rispetto per i tuoi commenti però a volte,come secondo me in questo caso, mi sembri eccessivo in alcuni giudizi sia in positivo che in negativo……ma probabilmente la mia è solo un’impressione derivante in particolar modo dall’assoluta insofferenza verso qualsiasi regia che sposi una trasposizione temporale ,ma non solo, dei fatti.
      Per quanto concerne musica e cantanti nulla da eccepire: ogni giudizio è soggettivo.

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