Filarmonica della Scala

14 Mar
Concerti
Stagione della Filarmonica della Scala
 
14  marzo 2016
Milano, Teatro alla Scala
Direttore Ivan Fischer
Budapest Festival Orchestra
Contralto Gerhild Romberger
Chor des Bayerischen Rundfunks diretto da: Peter Dijkstra
Coro voci bianche dell’ Accademia del Teatro alla Scala diretto da: Bruno Casoni
Gustav Mahler

Sinfonia n°3 in re minore

7 Risposte to “Filarmonica della Scala”

  1. masvono marzo 15, 2016 a 10:56 am #

    E’ possibile commentare un’esperienza d’ascolto che, nella mia memoria di ascoltatore, sta fra quelle contenuti nelle dita di una mano per cui vale un’esistenza tra il pubblico delle sale da concerto? E tra queste ipotetiche “top-five” la fondata certezza che siano le altre quattro ad orbitarci intorno, pur abitando gli stessi cieli?
    Non credo sia possibile,
    Innanzi tutto una premessa: ciò di cui scrivo si riferisce al concerto di Roma, non a quello scaligero, perchè non potevo pensare di ripetere un’esperienza di vita a solo ventiquattro ore di distanza: anche la “digestione” di un ascolto musicale ha i suoi tempi. Però gli amici che sono stati ad entrambi non hanno riscontrato una differenza sostanziale, quindi non credo di essere fuori luogo.

    Non è possibile comprendere razionalmente l’idea interpretativa di FIscher se non riferendosi al “Naturlaut”: immersione totale nel suono evocatore della cosmogonia mahleriana dove, attraverso esso, si entra in contatto con le forze della natura, dalle più possenti e squassanti alle più dolci e soavi. Tanto che si può ben dire che per vivere la Natura un uomo ha due strade: o vi si immerge fisicamente dentro, a stretto contatto in ogni condizione metereologica e di spirito (e per viverla in questo modo potrebbe non essere sufficiente una vita intera), oppure ascoltare questa Terza di Mahler diretta da Fischer..

    Il suono dell’orchestra fenomenale di Fischer, questa Budapest Festival Orchestra che è simbiotica al suo direttore, pare affondare le radici nel magma terrestre per l’incandescente densità della materia, con archi dalla pasta gonfia e voluminosa, e ottoni il cui suono pare provenire dal mondo superiore, forse forgiati da Ordòg in persona da tanto pare provenire la loro abissale forza, soprattutto nell'”irruzione di Pan” del terzo tempo, vero “hohenpunkt” della Sinfonia secondo Fischer, o in tutti i loro interventi dolenti del Primo Tempo, dove quasi appare che l’Origine del mondo sia come un parto in cui la generazione della luce, della natura tramite il suono provenga dal dolore. O ancora il fantastico gesto teatrale (le sinfonie di Mahler sono teatro sinfonico!) con cui Fischer fa sedere lentamente il coro di bambini sull’ultimo “bimmmm” mentre si spegne l’ultima risonanza vocale e, senza soluzione di continuità, gli archi iniziano ad alitare il tema dell’Adagio finale accompagnato all’estasi finale dal direttore non come trionfo innodico,, ma come catarsi in cui il dolore primigenio viene purificato nella sua cancellazione attraverso il raggiungimento della luminosità.

    Più che un concerto, una concezione di far vivere l’esperienza di ascolto della Terza di Mahler da parte della Budapest Festival Orchestra e della sua emanazione-conduttore-simulacro Ivàn Fischer di portata storica. Chi non l’abbia ascoltata, vada a Bologna.
    Saluti

    -MV

  2. Gabriele Baccalini marzo 15, 2016 a 2:05 pm #

    Condivido gli elogi entusiastici di Max sulla esecuzione della Terza di Mahler di ieri sera, mentre non mi convince l’idea che il risveglio panico della natura del primo movimento (“il grande pilastro” di cui Mahler diceva di avere avuto bisogno per sorreggere la grandiosa costruzione della sinfonia) siano da assimilare a un parto doloroso.
    Io questo elemento non l’ho mai sentito, né ieri sera, né nelle interpretazioni di Abbado e Jansons dal vivo o in quelle discografiche di Bernstein, Horenstein e quant’altri.
    Il risveglio della natura è un fatto cosmico che si manifesta in tutta la sua potenza, poi i fiori si esprimono con il minuetto, gli animali con il loro peso dinamico, la notte con i suoi timbri scuri, il cielo con le sue voci angeliche e infine l’amore con la sua abbagliante luminosità.
    Forse la faccio troppo semplice e lineare, ma è probabilmente per questo che non mi accorgo mai che la Terza dura un’ora e tre quarti.
    .

    • masvono marzo 15, 2016 a 2:52 pm #

      Ciao Gabriele mi riferivo agli interventi , i soli del trombone del primo tempo, a cui Fischer ha impresso una nota che a me è parsa immensa e dolente (non immensamente dolente), forse anche amara. Non alla scrittura in sè.
      A presto

      -MV

  3. Ortrud marzo 15, 2016 a 2:49 pm #

    Per forza non l’avete sentito: siete due uomini! Cosa ne sapete del parto?

  4. marco vizzardelli marzo 15, 2016 a 5:16 pm #

    E due! Questa Ortrud fa interventi appuntiti e decisamente stimolanti. Di là le stecche, di qua il parto. Brava.
    Detto questo, ho assistito al concerto sia a Roma che a Milano. Ferma restando l’eccellenza del tutto, anzi l’unicità del tutto (Francesco Maria Colombo ne dà esatta definizione nel suo blog) l’esperienza vissuta all’Auditorium romano domenica sera resta, nell’insieme irripetibile – compresi i bambini voci bianche di Santa Cecilia e tutto quanto descritto bene da Vono – cui aggiungo il pubblico di Roma che non “contorna” di scaracchi e pleuriti l’esecuzione (ma, fra gli abbonati alla Filarmonica, circola un’epidemia di cimurro?

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli marzo 18, 2016 a 9:19 am #

    In anni recenti o (in un caso: Abbado) relativamente tali, ho avuto la fortuna di ascoltare, dal vivo, quattro formidabili esecuzioni e letture della Sinfonia n 3 di Gustav Mahler: l’ultima di Claudio Abbado, appunto, con i suoi di Lucerna, Daniele Gatti l’anno passato in pre-ingresso al Concertgebouw di Amsterdam, Mariss Jansons con i Wiener Philarmoniker, Ivan Fischer e la Budapest Festival.
    A questo livello, i confronti possono risultare futili e peregrini, ma già in passato – e in particolare davanti alla Quarta sinfonia eseguita la scorsa estate alla Scala – avevo avuto un impressione di “unico e irripetibile” dal Mahler di Fischer e della sua Orchestra. Inscindibili l’una dall’altro. La Budapest Festival creatura e prosecuzione di braccio e mente di Ivan Fischer. Sì che è come se ogni minima intenzione dello sposo è come già recepita, già interiorizzata in partenza dalla sposa: è un rapporto d’amore davvero sponsale, spirituale ma anche carnale. Quel suono, il suono “di” Fischer con la Budapest è spirito e carne, unico e identificabile come non avviene con nessuna altra, sia pur prestigiosa, compagine orchestrale mondiale. E’ vero che il paragone più vicino è San Pietroburgo con Temirkanov, ma qui si va oltre: i pietroburghesi avevano una strepitosa e spiccatissima personalità con Mrawinsky, che Temirkanov ha fatto propria con alcune modifiche di suo gusto personale (suono più sontuosoe “cordiale” rispetto a quello iperteso di Mrawinsky). Ma la Budapest è, dall’inizio, un “parto” di Ivan Fischer, e si sente, e questo rende unico il rapporto fra l’artista e il suo strumento, il direttore e la sua orchestra. I “Budapest Festival” sono il violino sulla spalla, il corno, il trombone o il fagotto nella bocca, i timpani nelle mani, di Ivan Fischer.
    E sono, tutti, musicisti ungheresi. Il loro suono è il suono della loro terra: scuro o all’ìmprovviso luminoso, rustico o all’improvviso raffinato, nobiltà e popolo di una terra, umoristico e talora acre oppure struggente, di anima inconfondibilmente danubiana. E di tutto questo il “loro” Mahler è pervaso fino a stagliarsi come un che di unico rispetto a qualunque altra lettura. L’ultimo Abbado era quasi una dolcissima messa laica, nella luce dei Lucerner. Daniele Gatti una travolgente ed inquietante meditazione filosofica, nel “corpo” e nel suono colto e “intellettuale” degli olandesi. Mariss Jansons la dolcezza, la tenerezza ed e il languore, in quello dei Wiener . Ma, forse (non andiamo ad esempi lontani, ma andrebbe almeno citato l’ebbro, stravolto e stravolgente adagio finale della Terza “di” Leonard Bernestein, per non parlare di un Mitropoulos che qui lascia, letteralmente, la vita), oggi, nel nostro tempo, nessuno ha “assunto” in proprio e “reso” in toto Mahler, e la sua Terza sinfonia, quanto hanno fatto Fischer e i suoi di Budapest: in bellezza e orrore, aristocrazia e anima popolare, velluto e stracci sporchi, asprezza e dolcezza, spirito e corpo, humour e tragedia, peccato e cosmica redenzione. E sono stupefacenti (fin dal folgorante movimento iniziale) la velocità e la mobilità con la quale ciascuno degli aspetti nominati trascolora nell’altro, in un continuo gioco di rimandi e colori, fra “bello e brutto”, presi, accettati ed espressi: le mani, il corpo e la mente di Ivan Fischer sono “movimento”, corporeo e spirituale che si trasmette e viene rimandato – giungendo al corpo e all’anima del pubblico – dall’orchestra. Così è delle folli marce (gli ottavini) o della “terribilità” di corni e tromboni nel primo movimento, del dondolio, sinuoso, dolce ed inquietante del secondo, dei perfetto giochi di pesi ed ascolto reciproci fra “dentro” e “fuori scena” nel terzo. Dell’implacabile, ma sempre mobilissima, ascesa di tensione nell’adagio, fino alla perorazione (carne e spirito) finale, che Fischer conclude accompagnando con tutto il proprio corpo l’accordo infinito conclusivo per poi lasciarlo, nell’aria e nelle nostre anime. La natura, il mondo, il bello e il brutto, il buono e il cattivo, Dio e il demonio, tutto “risuona” in noi nel tramite di Mahler e di una lettura unica e geniale del suo universo di suoni.

    Questo è stato, a Milano e soprattutto a Roma, la Terza di Mahler eseguita da Ivan Fischer e dalla Budapest Festival Orchestra. Con una vieppiù stupefacente capacità di calare il proprio suono nella profonda diversità archuitettonica e acustica dei due luoghi_ l’orizzontalità dell’Auditorium romano (che ha permesso a Fischer strepitosi giochi dinamici e strutturali con le Voci bianche di Santa Cecilia) e la verticalità del palco della Scala (che Fischer ha tradotto, con la sua orchestra e le voci scaligere, in un’infinità di schegge e particolari sonori). E con l’apporto magnifico, a Roma e Milano, della voce potente e della adesione testuale del contralto Gerhild Romberger.

    marco vizzardelli

  6. lulù maggio 8, 2016 a 8:56 am #

    Importante e divertente flashbmod per salvare i fondi statali all’orchestra. In particolare – a fine video – una strepitosa versione della Settima di Beethoven.

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