I DUE FOSCARI

25 Feb

Dal 25 Febbraio al 25 Marzo 2016
Giuseppe Verdi

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia

Nuova produzione Teatro alla Scala

Durata spettacolo: 2 ore e 25 minuti incluso intervallo

Direttore Michele Mariotti
Regia e scene Alvis Hermanis
Costumi Kristīne Jurjāne
Luci Gleb Filshtinsky
Coreografia Alla Sigalova
Video Ineta Sipunova
Drammaturgo Olivier Lexa

foscari-1

Francesco Foscari Plácido Domingo (25 feb.; 1, 4, 9, 12 mar.)
Luca Salsi (15, 18, 22, 25 mar.)
Jacopo Foscari Francesco Meli
Lucrezia Contarini Anna Pirozzi
Jacopo Loredano Andrea Concetti
Barbarigo Edoardo Milletti
Pisana Chiara Isotton
Fante Azer Rza-Zade*
Servo Till Von Orlowsky*
*Allievi dell’Accademia Teatro alla Scala 

Lo spettacolo sarà trasmesso il 25 febbraio su Servus TV alle ore 20:15, su Classica Italia alle 20:30, su Classica International alle 21:00.

14 Risposte to “I DUE FOSCARI”

  1. Iro febbraio 25, 2016 a 2:13 pm #

    a scanso di equivoci e forse anticipando l’ennesima figuraccia: quanto dobbiamo ancora sopportare questa brutta via di mezzo fra un onusto ex cantante ed un patetico vecchietto incapace di mollare ?
    perché il teatrun si ostina a chiamarlo? vale solo ed esclusivamente la regola del business? sono proprio sicuri che sia applicabile sempre e comunque?

    mi spiace per chi (Mariotti, Pirozzi e Melis) ne farà le spese

  2. marco vizzardelli febbraio 26, 2016 a 12:51 am #

    Domingo (maltrattatissimo dal pessimo audio della trasmissione tv, non valutatelo da quello, posso assicurare che in teatro era ben diverso) ha a mio avviso realizzato il suo fin qui miglior esito nella (discutibile) scelta di cantar da baritono. Sono quasi le due di notte e al momento vorrei andare a nanna… rimando dunque il resoconto della serata, non senza aver dato conto della comica del secolo!! Presenti in galleria la Vestale e i suoi boys, i loro muggiti, scontatissimi, son giunti. Ma, tanto ormai, si sa che son loro. E, nella loro aurea competenza, le Vestali hanno preso un clamoroso abbaglio, scambiando lucciole per lanterne cioè…. Casoni per Hermanis. Sissignori, buato il Maestro del Coro, scambiato per il regista. Loro vi diranno che no, non è vero, intendevano proprio buare il coro, non credetegli. Ha riso di loro tutto il resto della Scala. Con questa strepitosa sortita, le Vestali hanno sancito definitivamente la loro straordinaria sapienza e infallibile conoscenza. Roba da sotterrarsi.

    marco vizzardelli

  3. Zerbinetta febbraio 26, 2016 a 7:43 am #

    Presente in sala ieri sera.
    Non posso dilungarmi, ma una cosa la voglio dire.
    Quella di Michele Mariotti è la migliore direzione verdiana che si sia ascoltata in Scala dall'”Otello” di Kleiber (1976). 40 anni dopo la storia dell’interpretazione di Verdi riparte da qui. Soggiogante.

  4. marco vizzardelli febbraio 26, 2016 a 11:00 am #

    Concordo con Zerbinetta sulla dimensione della lettura di Mariotti. Spettacolosa per intelligenza nella più “interiore” e meno immediata delle prime opere di Verdi. Il mio eventuale termine di paragone,, anche tematico, è differente: va diritto al Simone di Claudio Abbado. Dal quale Mariotti differisce, essendo più effusivo nel fraseggio. Ma coincide nell’intelligenza (unita a cuore: cosa non è quel finale!). Non c’è una sola espressione, una sola nota che non sia motivata e pensata in rapporto al tutto. E questo avviene con naturalezza, non c’è mai senso di “facciamolo strano”, c’è sempre quello di “facciamolo vero”. Dopo Attila di Bologna e questi Foscari concordo: anche a mio parere siamo ad uno snodo essenziale di interpretazione verdiana.

    marco vizzardelli

  5. E. febbraio 26, 2016 a 1:38 pm #

    Presente pure io in sala.
    Motivi validi per non perdersi questo spettacolo?
    1) Francesco Meli, voce sempre più bella ed armonica, a suo agio nella parte, probabilmente uno dei tenori italiani migliori del momento;
    2) La direzione di Mariotti, elegante, studiata, calibrata, sapiente;
    3) Il raffinatissimo allestimento firmato da Alvis Hermanis, tutto giocato su rimandi ad opere d’arte di Tintoretto, Carpaccio, Hayez, i Bellini, ecc., semplice e pulito, solare;
    4) Il Doge Foscari, l’intramontabile Domingo. Certo, la voce è pur sempre da tenore, ma ha giganteggiato per fraseggio, tenuta vocale, presenza scenica, recitativo. Dovrebbe attenersi a cantare questo ruolo e Boccanegra, tralasciando i vari Macbeth e Conte di Luna.
    Soprano francamente dimenticabile, non ho sentito né tantomeno visto questo fenomeno di bravura, come ci si aspettava dal battage pubblicitario.

  6. lulù febbraio 26, 2016 a 2:01 pm #

    bellissima serata d’opera in un teatro dall’atmosfera piuttosto elettrica (vedi forti battibecchi finali tra buatori e bravatori)…. su tutti un gigantesco Mariotti: direzione a mio modo di vedere epocale……. orchestra mai così superlativa (errorino della prima tromba escluso) negli ultimi anni, fraseggio morbido e amoroso…… anche da come l’orchestra ha compattamente applaudito il direttore al proscenio, forse posso ipotizzare un avvenuto colpo di fulmine……. vogliamo sempre più spesso Mariotti in Scala…….

  7. davide febbraio 26, 2016 a 2:16 pm #

    Ho visto lo spettacolo dalla platea, la sfortunata influenza di un amico si è trasformata in fortuna mia…
    Non posso che ribadire il concetto: l’ammirazione e la commozione suscitate in sala dalla superlativa direzione di Mariotti hanno pochi precedenti. Quando sono iniziati i ridicoli tentativi di buarlo, tutto il pubblico lo ha difeso con ovazioni e urla di bravo. Anche io, che solitamente sono piuttosto sobrio.
    È inutile girarci intorno: nella storia dell’interpretazione verdiana si parlerà di un prima e un dopo Mariotti. M’inchino a tanto talento e tanta maestria.
    Se la Scala cerca un vero direttore musicale per il prossimo ventennio, ebbene l’ha trovato ieri sera.

  8. Stiffelio febbraio 26, 2016 a 3:02 pm #

    Visto lo spettacolo in tv , andrò alla recita del 1 Marzo, ma l’impressione generale è stata ottima. Magnifico e ispiratissimo Mariotti. I Foscari sono una partitura che gli calza a pennello. Del resto già Attila a BOlogna era stato magnifico La Pirozzi è ancora giovane ed un po’ acerba ma ha personalità da vendere. Meli ha cantato da par suo . L’allestimento di Hermanis elegantissimo e raffinato. Di Domingo che dire? La voce quella che è. Ma la statura dell’interprete e dell’attore è straordinaria. Mai sentito un Foscari scolpito con questa potenza. Gigantesco. Circa i soliti noti che buano anche il maestro del coro , lasciamoli nell’oblio.
    dicono che non vengono più a teatro ma poi pur di farsi notare ci sono sempre.
    guarda caso proprio quando ci sono le telecamere…
    Comunque han pagato il biglietto anche loro poveretti.lasciamoli fare. Basta che non disturbino durante l’opera.

  9. marco vizzardelli febbraio 27, 2016 a 11:39 am #

    Di recente si è parlato parecchio del “momento” delle opere del primo Verdi, che stanno vivendo, da qualche mese, una fortunata serie di allestimenti (e soprattutto, direzioni) in diversi luoghi, in Italia e non. Il “trend” (parolaccia mostruosa, ma ci sta) è proseguito alla Scala con I Due Foscari in scena in questi giorni. E, dopo Attila a Bologna, appare confermato che, di questo “momento” felice, il direttore Michele Mariotti è stato ed è il vertice, per la profondità di due letture che, a mio avviso fanno testo ed epoca in maniera simile a quanto, decenni or sono, accadde quando Claudio Abbado prese in mano e consegnò al pubblico Simon Boccanegra e Macbeth riletti e esaltati in tutta la loro forza di capolavori ingiustamente sottovalutati. Non è detto che tutto il primo Verdi “sia” capolavoro, ma era tempo di rileggerlo nei suoi termini di geniale laboratorio di musica e di teatro in musica.
    Il primo Verdi “di” Mariotti ha di speciale…tutto: il senso del teatro in musica, il colore anzi i colori stessi che fanno teatro, la ricchezza delle dinamiche, le infinite sfumature espressive, la capacità di valorizzare ogni parola ed ogni nota senza che questo vada a scapito dell’unità anzi correlando tutto a tutto, e una visione generale nella quale l’intelletto si fa cuore. Mariotti crede nel Verdi giovane, lo assume in toto ma in maniera assolutamente ragionata, sì che ciò che in altre, più generiche direzioni, appare “barricadero”, con lui scintilla di intelligenza, senza che questa diventi un’operazione “a freddo”, perché poi, il fraseggio e l’anima del direttore e dell’uomo Mariotti sono effusive, calde avvolgenti: intelletto e cuore coincidono in una lettura di Verdi (ma era accaduto lo stesso con il memorabile Guglielmo Tell) già da considerarsi di riferimento. Basti ascoltare come Mariotti “tratta” e restituisce le cabalette verdiane: fatti salvi la propulsione e il ritmo, non sono mai momenti puramente esteriori o “spettacolari” ma ritmo e propulsione nascono “dal di dentro”. Lo stesso avviene, qui, nel sublime “trattamento” riservato da Mariotti ad un brano solitamente discusso e discutibile quale la barcarola, meravigliosamente “evocata” dal direttore. “Intelletto che si fa cuore” è, a mio avviso, la sintesi di questo straordinario modo di “fare Verdi”. E I Due Foscari, poi, in quanto l’opera forse più “interiorizzata”, “psicologica” e meno “spettacolare” fra quelle del primo Verdi, è davvero una sintesi di intelletto e sentimento: in questo senso sta a pennello all’interprete Mariotti. Come ben si è ascoltato alla Scala.
    Nel cast ell’allestimento scaligero, colui che aderisce come un guanto alla visione alla lettura del direttore è Francesco Meli. Lui e Mariotti paiono siamesi, tanto la frase. la parola, la musicalità del canto di Jacopo Foscari”aderisce”, momento per momento, all’impostazione che viene dal podio. Si ha un bel dire che il registro acuto di Meli non sia un squillo di tromba, ma se ne fa a meno per la bellezza del fraseggio, la proprietà dell’espressione, l’uso delle dinamiche. E, appunto, l’aderenza al disegno interpretativo di fondo. Ascoltare Meli con Mariotti ne I Due Foscari è un piacere dell’anima. Mente e cuore, ancora.
    Placido Domingo è Francesco Foscari. Il ruolo è quello che meglio gli è stato fra quelli legati alla discuibile scelta “baritonale”. Che discutibile resta. Il timbro è anfibio, la scansione e la “pasta” stessa schematica, geometrica, è un canto sempre verticale o orizzontale cui manca proprio la “rotondità” del baritono. E ci sono i vezzi, qualche imprecisione lessicale. Ma è stupefacente che la “pasta ” di cui dicevamo, pur essendo oggi quella di un tenore di registro “centrale”, sia intatta, ferma, priva delle tipiche oscillazioni della voce di un uomo di 75 (o 80 e rotti? ai posteri la sentenza, se mai si saprà) anni. E c’è – immenso – l’artista: e in questo ruolo almeno, c’è ancora molto. Quella posa con la testa lievemente piegata in avanti a sopportare il peso delle spalle e della vita. Il senso di inadeguatezza nel mancato aiuto a Jacopo, trasparente da tutto il fisico il canto di Domingo. La sortita conclusiva dal letto a baldacchino, con quel manto regale pesantissimo che non vuol più saperne di stargli sulle spalle, e l’ultimo urlo di dolore, sono le immagini di un artista immenso. Al di là delle (legittime) discussioni sulle attuali scelte di ruolo e registro.
    Abbiamo ascoltato altre volte e in diversi ruoli Anna Pirozzi. Aveva senz’altro cantato meglio di quanto abbia fatto alla prima di questi Foscari. Ma il clima, e il clima nei suoi confronti, era pestilenziale ed è probabile che lo sapesse. Ha alternato momenti di canto splendido ad altri di incertezza, più che altro “emotiva”: chiuse d’acuto lasciate troppo tronche, qualche asprezza (che però fa parte del fascino della sua voce). Ma sull’altro piatto della bilancia c’è però la bellezza, l'”importanza”, il peso specifico di uno strumento vocale ben diverso da quello di molte “voci mammola o mignon” applicatesi al ruolo della Contarini. La Lucrezia della Pirozzi è personaggio vocale forte. Spero che le repliche, in clima migliore, ne possano dar conto. A posto gli altri in campo.
    Di solito, Alvis Hermanis, fa regie e allestimenti a servizio delle idee. Qui ha fatto un cauto spettacolo a servizio delle sciurette milanesi. Decorativo, pittorico, con tanti bei colorini. Molto estetico ma Inerte. La musica e il teatro di Verdi, in questi Foscari, “si muovono” (e molto, molto bene) soltanto dal podio. Per fortuna Mariotti “c’è”.

    marco vizzardelli

  10. marco vizzardelli febbraio 27, 2016 a 12:24 pm #

    INTANTO, A LA VERDI, IL BRAHMS E IL WAGNER DI BIGNAMINI….

    ———
    Maestro Bignamini, le piace Brahms? Sì, moltissimo, è stata la risposta in musica venuta dal concerto di questa settimana de La Verdi all’auditorium di Largo Mahler. Già la Seconda sinfonia era stata segno chiaro di feeling fra Jader Bignamini ed il linguaggio di Brahms. La Prima in do magg. ne è stata conferma ancora più lampante. Un Brahms asciutto, teso come le corde dei violini, strutturatissimo, moderno ed allo stesso tempo ben piantato nella tradizione, perfettamente individuato nei suoi due termini fondamentali: la lotta corpo a corpo di Brahms con la “struttura” musicale, ed il suo lato più intimo, segreto. C’era tutto, e tutto restituito con “scoppiettante” è personalità e – come al solito – con bellissimo suono luminoso da Jader Bignamini, cui la Verdi ha risposto alla grande. Una splendida “Prima”. Nelle prossime stagioni dovrebbero seguire Terza e Quarta sinfonia, per una integrale fin da ora bellissima ed importante.
    Tanto bel suono anche in Wagner. Ouvertures Maestri Cantori, Preludio Atto I Lohengrin, Ouverture Tannhauser. Qui però (almeno questa l’impressione al primo ascolto) è prevalsa una pragmatica prudenza del direttore al primo “assaggio” wagneriano. Ha fatto suonare bene e pulita l’orchestra, è stato luminoso in Lohengrin e accurato nella concertazione in Tannhauser. Ma cauto. Bignamini ha tutti i mezzi tecnici per affrontare tranquillamente Wagner: lo faccia, in libertà di spirito. Per questa volta, il segno “di personalità” sortito dal suo magnifico Brahms è stato ben altro, quello del Jader Bignamini che seguiamo e conosciamo. E il pubblico della prima serata a quel Brahms ha reagito con la giusta ovazione. Si replica domani pomeriggio, riascolteremo il Wagner “collaudato” nella prima serata.

    marco vizzardelli

  11. marco vizzardelli marzo 7, 2016 a 12:11 am #

    ONORE A NIKOLAUS HARNONCOURT
    ——————————————————-
    Non c’è una sola nota di un solo direttore nato dopo di lui o contemporaneo che, o per sèguito o per opposizione, non dipenda da Nikolaus Harnoncourt.
    Claudio Abbado, nella sua formidabile capacità di analisi-sintesi, ebbe a dire della propria, storica integrale delle Sinfonie di Beethoven eseguita a Roma e Vienna, che non sarebbe esistita senza lo studio e l’influsso di due direttori: Furtwaengler e Harnoncourt. E centrò perfettamente l’argomento, oltreché l’esito.

    marco vizzardelli

  12. marco vizzardelli marzo 10, 2016 a 6:48 am #

    … e, come accade nelle grandi letture a livello d’arte, l’opera ti regala la serata di autentica grazia. Ieri sera recita pazzesca, Michele Mariotti letteralmente da sogno, la mano sinistra, stupenda, disegnava fraseggi, colori e sfumature da sogno in orchestra (meravigliosa) e nel canto, i concertati “uscivano” con una forza e una pienezza espressiva quali, oggi, forse non è dato ascoltare, a questa intensità ed allo stesso tempo naturalezza, da alcun altra “mano”. Il quarto d’ora conclusivo di Placido Domingo è stato incendiario nell’adesione, immedesimazione totale di Placido in Francesco, di Domingo in Foscari: il fisico piegato, contorto, il mantello avvoltolato addosso, le parole ed ilcantpo scanditi come pietre di dolore: pazzesco, in una serata del genere dell’Artista ogni valutazione sul registro baritonale o tenorile diventava futile a fronte della verità, “verdiana” e umana e artistica, della creazione scenica del personaggio. Meli ha cantato con fraseggi stupendi ed è cresciutissima la Lucrezia di Anna Pirozzi, voce certo particolare (ma questa sera assi più controllata, quasi sempre, anche in acuto) ma fascinosissima nella bellezza della frase e nella forza della realizzazione della parte. E il teatro – stracolmo, finalmente, per le repliche di questi Foscari (si era al turno D, con molte presenze anche dall’estero) – è “venuto giù” con un trionfone da tempi “abbadiani”: orchestra tutta in piedi per Mariotti, boati per lui e Domingo e tutti, uscite collettive, uscite singole, poi ancora chiamate. Non se ne andava più nessuno-Entra nel novero di “quelle” serate che uno si porta dietro, negli anni.
    Con una mia idea, di sintesi: che, da qui e da questi Foscari in poi, la Scala non può fare a meno di un direttore quale Michele Mariotti. Farebbe torto a se stessa ed alla propria vocazione.

    marco vizzardelli

    • alberto marzo 13, 2016 a 4:21 pm #

      C’ero anch’io lo scorso mercoledì alla rappresentazione de’ I due Foscari per il turno D alla Scala……Marco ha già ampiamente descritto la serata:magica! Interpreti tutti in stato di grazia e pubblico particolarmente disponibile a lasciarsi coinvolgere in un vortice di emozioni senza pari. Succede,raramente,ma succede e quando capita ci si sente orgogliosi di avere fatto parte,sia pure come pubblico,di un evento così straordinario.
      Grande Mariotti, abilissimo nello smorzare i soliti non eccelsi zum ,pa-pa, zum verdiani, sottolineando invece in modo mirabile passaggi geniali come l’attacco dell’orchestra dopo la pausa del secondo atto.
      Da Domingo una lezione per tutti i cantanti lirici di cosa significhi il cantar recitando:la sua magistrale interpretazione dovrebbe essere mostrata nelle scuole di canto come esempio.
      La Pirozzi grande potenza di voce con qualche piccola offesa all’orecchio negli acuti :del resto capita a quasi tutte le soprano con le sue caratteristiche anche se non tutti avvertono tali imperfezioni.
      Meli straordinario nel suo canto disteso e limpido come pura e fresca acqua di sorgente .
      Non mi dilungo oltre se non per un encomio senza riserve a tutti gli altri protagonisti dello spettacolo.

  13. marco vizzardelli marzo 10, 2016 a 6:54 am #

    Ricevuto, a recita appena conclusa, sms da mia zia, abbonata turno D, lucidissima novantenne: “ti posso dire che il finale mi ha quasi commosso fra la bravura di Domingo e la limpidezza dell’orchestra magistralmente diretta da Mariotti, opera bellissima, L’abbiamo avuta un po’ di anni fa, molto molto meglio questa volta”.

    marco vizzardelli

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