Omaggio a Georges Prêtre

22 Feb
22 Febbraio 2016

Filarmonica della Scala

George Pretre

Direttore Georges Prêtre
Direttore e solista* Rudolf Buchbinder

PROGRAMMA

Ludwig van Beethoven Egmont

Ouverture op. 84

 

Concerto n. 3 in do min. op 37*

per pianoforte e orchestra

Giuseppe Verdi da La forza del destino

Sinfonia

Franz Liszt Rigoletto. Paraphrase de concert R 267

per pianoforte solo

Jacques Offenbach Barcarolle
Maurice Ravel Boléro

4 Risposte to “Omaggio a Georges Prêtre”

  1. marco vizzardelli febbraio 23, 2016 a 5:31 am #

    L’Eroe – che ha nome Egmont ma potrebbe anche chiamarsi… Georges – è grande ed è tragico ma anche umanissimo e misterioso. E dopo l’accordo di avvio,L’Eroe – che ha nome Egmont ma potrebbe anche chiamarsi… Georges – è grande ed è tragico ma anche umanissimo e misterioso. E dopo l’accordo di avvio, “nero”, epico e scultoreo, la nona e decima nota della “chiamata” iniziale vengono esaltate in un improvviso, surreale “pianissimo”, e di colpo gli occhi dell’ascoltatore si riempiono di lacrime: è lui, è Georges Pretre. La Poesia è tornata fra noi. Il suo Egmont, l’ouverture, è epopea di vita e di morte, scolpita nel marmo di un Rodin più che in quello di un Michelangelo, gloriosa ma anche struggente nello squillo degli ottoni, tesa in spasmodica suspence nella preparazione al crescendo finale, definitiva nell’urlo conclusivo dell’ottavino. E l’orchestra, la Filarmonica arricchita, come da suo statuto, da alcune parti ospiti, “emana” un suono scurissimo, enorme, che mai l’abbiamo udita produrre. E’ l’emanazione della Poesia. E’ Georges Pretre.
    A questo Beethoven eroico e scolpito fanno riscontro, e intervallo, il pianismo antico e la direzione di Rudolf Buchbinder nel Concerto nr 3 e nella lisztiana Parafrasi da Rigoletto, brillante nel perlage manuale. Non è Poesia (ma va bene, si ha bisogno di tirare un attimo il fiato, dopo quell’inizio… di Poesia si può anche morire) ma solidissima musicalità.
    La forza del destino non è, tanto (come si suol dire) la sua ineluttabilità, quanto l’imprevedibilità, la volatilità delle vicende umane. Allora, la Forza del Destino, la sinfonia dell’opera, è un vertiginoso “rubato”, è vita vissuta sopra l’abisso della morte – il destino che ti può travolgere, come il trapezista nel vuoto. E Verdi questo, in fondo, ci racconta, nella Forza gente vissuta sopra un abisso e travolta dal destino. E Gorges Pretre ce lo dice, in una sconvolgente lettura che, a nostra memoria, ha riscontro soltanto in quella (non molto dissimile nella tematica) di Dimitri Mitropoulos: entrambi giocano, ma è un gioco di vita e di morte, con la nozione di tempo e spazio. E a noi resta lo stupore.
    Poi, dal nulla, o condotta fin qui su un immaginario canale d’acqua e musica, si materializza una gondola. Rolla e beccheggia, leggermente. Anni fa, ero studente, a Venezia in “gita scolastica” con pochi soldi in tasca, andai con la mia classe a passar la notte dentro una gondola posteggiata nel suo deposito. Il dondolio sull’acqua quasi ferma della barca nera, allungata e poetica, “è” il dondolio della Barcarola dai Racconti, così come Pretre la evoca e la esegue, mimando con le dita la sagoma e il movimento della gondola e ottenendo dall’orchestra un impalpabile dondolio, Ed è ancora stupore.
    Il tamburo, dal silenzio, è più secco e netto di altre volte. Il tema si avvia su battiti secchissimi – quasi bagliori – che lo scandiscono. E’ Bolero, ancora una volta riletto da capo, ancora una volta inimitabile. Quei battiti preludono al crescendo dinamico, di spaventosa esattezza, fino all’orgasmo, all’orgia di un rito sciamanico di amor sensuale: eros che sfocia in morte (ne ha scritto benissimo sul suo blog Francesco Maria Colombo), insostenibile e “disturbante” (un’ora dopo, ci tremavano le gambe) nell’abisso di quelle terrificanti detonazioni delle percussioni. Di questo amore si muore. Già a Vienna, qualche anno fa, Pretre aveva dedicato al figlio scomparso una lettura di Bolero pervasa di morte. Nel suono più “caldo” dell’orchestra scaligera, stavolta è prevalso l’eros, ma un eros che conduce ad annientamento. Dopo Georges Pretre, Bolero non andrebbe più ascoltato né, forse, eseguito. Non si è dato – forse non si darà più – ascoltarlo ed eseguirlo così.
    Poi, dopo Venezia, Parigi, il bis, o la prosecuzione del racconto di vita, di amore, di morte: ancora Offenbach, il can-can. Gambe di bellissime donne, tutto il corpo di Pretre, sullo sgabello che ne protegge la fragilità, le evoca e ne emana il ritmo, ma negli accenti estremi e nel colore grottesco dell’orchestra (datasi, anima e corpo, al direttore) balena – ancora – la tragedia adombrata dalla festa e dalla danza delle gambe. Parigi amata nella festa e nella tragedia della vita.
    La musica e il suo Poeta: un uomo ora piccolissimo (ma lo sguardo ed il sorriso “fiammeggiano”, come sempre), i capelli candidi lasciati elegantemente crescere sul collo, il passetto e i movimenti un frullo d’ali (e lui ci scherza, alla fine accenna la corsa). E, per noi, che con la voce con gli applausi con i fiori proviamoa dirgli grazie, un’esperienza di musica che non è più ascolto d’una “direzione”, di un concerto, di una esecuzione, ma immersione, di tutti noi stessi con lui e mediante lui, in un rito sciamanico di vita, di morte. Soprattutto d’amore.
    Unico: Georges Pretre.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli febbraio 23, 2016 a 5:43 am #

    (ricopio e correggo, per un problema tecnico mi si era doppiata la frase iniziale)

    ____________________________________________________

    L’Eroe – che ha nome Egmont ma potrebbe anche chiamarsi… Georges – è grande ed è tragico ma anche umanissimo e misterioso. E dopo l’accordo di avvio, “nero”, epico e scultoreo, la nona e decima nota della “chiamata” iniziale vengono esalate in un improvviso, surreale “pianissimo”, e di colpo gli occhi dell’ascoltatore si riempiono di lacrime: è lui, è Georges Pretre. La Poesia è tornata fra noi. Il suo Egmont, l’ouverture, è epopea di vita e di morte, scolpita nel marmo di un Rodin più che in quello di un Michelangelo, gloriosa ma anche struggente nello squillo degli ottoni, tesa in spasmodica suspence nella preparazione al crescendo finale, definitiva nell’urlo conclusivo dell’ottavino. E l’orchestra, la Filarmonica arricchita, come da suo statuto, da alcune parti ospiti, “emana” un suono scurissimo, enorme, che mai l’abbiamo udita produrre. E’ l’emanazione della Poesia. E’ Georges Pretre.
    A questo Beethoven eroico e scolpito fanno riscontro, e intervallo, il pianismo antico e la direzione di Rudolf Buchbinder nel Concerto nr 3 e nella lisztiana Parafrasi da Rigoletto, brillante nel perlage manuale. Non è Poesia (ma va bene, si ha bisogno di tirare un attimo il fiato, dopo quell’inizio… di Poesia si può anche morire) ma solidissima musicalità.
    La forza del destino non è, tanto (come si suol dire) la sua ineluttabilità, quanto l’imprevedibilità, la volatilità delle vicende umane. Allora, la Forza del Destino, la sinfonia dell’opera, è un vertiginoso “rubato”, è vita vissuta sopra l’abisso della morte – il destino che ti può travolgere, come il trapezista nel vuoto. E Verdi questo, in fondo, ci racconta, nella Forza gente vissuta sopra un abisso e travolta dal destino. E Gorges Pretre ce lo dice, in una sconvolgente lettura che, a nostra memoria, ha riscontro soltanto in quella (non molto dissimile nella tematica) di Dimitri Mitropoulos: entrambi giocano, ma è un gioco di vita e di morte, con la nozione di tempo e spazio. E a noi resta lo stupore.
    Poi, dal nulla, o condotta fin qui su un immaginario canale d’acqua e musica, si materializza una gondola. Rolla e beccheggia, leggermente. Anni fa, ero studente, a Venezia in “gita scolastica” con pochi soldi in tasca, andai con la mia classe a passar la notte dentro una gondola posteggiata nel suo deposito. Il dondolio sull’acqua quasi ferma della barca nera, allungata e poetica, “è” il dondolio della Barcarola dai Racconti, così come Pretre la evoca e la esegue, mimando con le dita la sagoma e il movimento della gondola e ottenendo dall’orchestra un impalpabile dondolio, Ed è ancora stupore.
    Il tamburo, dal silenzio, è più secco e netto di altre volte. Il tema si avvia su battiti secchissimi – quasi bagliori – che lo scandiscono. E’ Bolero, ancora una volta riletto da capo, ancora una volta inimitabile. Quei battiti preludono al crescendo dinamico, di spaventosa esattezza, fino all’orgasmo, all’orgia di un rito sciamanico di amor sensuale: eros che sfocia in morte (ne ha scritto benissimo sul suo blog Francesco Maria Colombo), insostenibile e “disturbante” (un’ora dopo, ci tremavano le gambe) nell’abisso di quelle terrificanti detonazioni delle percussioni. Di questo amore si muore. Già a Vienna, qualche anno fa, Pretre aveva dedicato al figlio scomparso una lettura di Bolero pervasa di morte. Nel suono più “caldo” dell’orchestra scaligera, stavolta è prevalso l’eros, ma un eros che conduce ad annientamento. Dopo Georges Pretre, Bolero non andrebbe più ascoltato né, forse, eseguito. Non si è dato – forse non si darà più – ascoltarlo ed eseguirlo così.
    Poi, dopo Venezia, Parigi, il bis, o la prosecuzione del racconto di vita, di amore, di morte: ancora Offenbach, il can-can. Gambe di bellissime donne, tutto il corpo di Pretre, sullo sgabello che ne protegge la fragilità, le evoca e ne emana il ritmo, ma negli accenti estremi e nel colore grottesco dell’orchestra (datasi, anima e corpo, al direttore) balena – ancora – la tragedia adombrata dalla festa e dalla danza delle gambe. Parigi amata nella festa e nella tragedia della vita.
    La musica e il suo Poeta: un uomo ora piccolissimo (ma lo sguardo ed il sorriso “fiammeggiano”, come sempre), i capelli candidi lasciati elegantemente crescere sul collo, il passetto e i movimenti un frullo d’ali (e lui ci scherza, alla fine accenna la corsa). E, per noi, che con la voce con gli applausi con i fiori proviamoa dirgli grazie, un’esperienza di musica che non è più ascolto d’una “direzione”, di un concerto, di una esecuzione, ma immersione, di tutti noi stessi con lui e mediante lui, in un rito sciamanico di vita, di morte. Soprattutto d’amore.
    Unico: Georges Pretre.

    marco vizzardelli

  3. masvono febbraio 23, 2016 a 3:13 pm #

    Pare che in certi luoghi della terra esistano ancora tribù che praticano lo sciamanesimo. Credo, ieri sera, di essere stato parte di una di queste tribù, perchè Georges Pretre non è solo un musicista e, men che meno, un direttore d’orchestra.

    Georges Pretre è uno Sciamano, l’unico uomo direttamente in contatto con il mondo dello Spirito Musicale che, attraverso di lui, si manifesta mesmericamente nei musicisti producendo i loro suoni tramite le azioni sullo strumento.

    Non vi sono spiegazioni tecniche sufficienti: la tecnica, la critica, la meccanica è incapace di spiegare come il cenno di un dito possa produrre una perfetta fluttuazione nell’andamento rollante, sempre diverso e sempre uguale, nelle battute della “Barcarolle”, oppure come il “crescendo” del Boléro sia sostenuto in una implacabilità ritmica al cui interno si verificano colossali variazioni di tempo quasi senza muovere un muscolo. Pretre ondeggia, si alza, si siede, sorride, ghigna, manda baci, accenna qualche movimento di dita. Ogni tanto dà un “battere” improvviso, per poi fermarsi di nuovo, Si risiede. Si rialza. Ascolta e muove circolarmente la mano davanti alla faccia. Non vi è nulla di “tecnico” in tutto ciò. E’ lo Spirito della Musica che lo ha scelto per essere suo tramite e per mezzo di quei movimenti si trasferisce nell’orchestra e, dall’orchestra, a noi.

    C’è un’altra cosa da dire: di solito i riti sciamanici portano guarigione. Quelli di ieri sera no. La malattia dell’eros di Boléro è pervasa di morte. I francesi chiamano l’orgasmo “petite-mort” e l’urlo del pubblico sull’ultimo schianto orchestrale del brano di Ravel è stato la riappropriazione della vita e della coscienza dopo un percorso ipnotico.

    Il motivo è che…Georges Pretre non è solo un musicista. Ci sono tanti musicisti, grandi, grandissimi, geniali. E nemmeno un direttore d’orchestra, come ce ne sono tanti: grandi, grandissimi e, pochi, geniali. Georges Pretre trascende tutto questo. Quando è davanti all’orchestra (non sul podio: non lo usa più. E’ di fronte, e basta) diventa Medium.
    Georges Pretre è Lo Sciamano.

    -MV

  4. alberto febbraio 23, 2016 a 3:20 pm #

    Marco ha già illustrato da par suo la splendida serata. Una grandissima emozione che ti pervade lasciandoti un indelebile sensazione di irripetibile unicità, uno di quegli avvenimenti di cui resterà sempre memoria nel cuore degli ascoltatori e nella storia del teatro. Una intensa partecipazione emotiva da parte di un pubblico estremamente concentrato ed attento a “gustare” ogni nota come il più squisito dei vini….,inebriante,sensuale,corposo ed insieme vellutato.
    Giustamente Marco ha parlato di grandissima poesia ed allora, parafrasando il genio poetico di Leopardi, si potrebbe ben dire…e il naufragar m’è dolce in questa musica.
    Chapeau,maestro!

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