Stagione della Filarmonica della Scala

15 Feb
Direttore Marc Albrecht
Violino Leonidas Kavakos
Bela Bartok

Concerto n°2 (1938) per Violino e Orchestra
Johann Strauss

Die Fledermaus, Ouverture

Richard Strauss

Träumerei Am Kamin
Der Rosenkavalier,
Suite

2 Risposte to “Stagione della Filarmonica della Scala”

  1. marco vizzardelli febbraio 16, 2016 a 6:01 pm #

    Prima parte molto.molto buona per merito congiunto di un Kavakos ai limiti della perfezione assoluta e delle bella concertazione di Albrecht in Bartok, ottima anche la Filarmonica qui con la presenza dei soli corni giusti e a posto in tutti i reparti.
    Nella seconda un “Pipistrello” un po’ impettito nella scansione: Albrecht inaspettatamente cede alla tentazione di ballare il valzer sul podio eseguendo Johann Strauss, tipico dei direttori che non avendo precisa dimestichezza con questa musica tentano di avvicinarla “fisicamente”. Bene invece il direttore nel “suo” Strauss, il tedesco. Purtroppo per l’Interludio da Intermezzo subentra il corno sbagliato e sporca qua e là l’esecuzione. Buona (a parte qualche sforata iniziale degli ottoni) la Suite dal Cavaliere.
    Albrecht si conferma ciò che già avevamo ascoltato: solido, affidabile pur senza “voli”.

    marco vizzardelli.

  2. marco vizzardelli febbraio 22, 2016 a 8:41 am #

    OBERTO CONTE DI SAN BONIFACIO, JADER BIGNAMINI, MARIA AGRESTA
    FRANCOFORTE SUL MENO, 18-20 febbraio 2016
    ———
    ———-

    Questione preliminare: “regge” Oberto di San Bonifacio, data in forma di concerto? Eccome, almeno a mio avviso! In questi ultimi mesi abbiamo avuto un vero florilegio di esecuzioni (oltretutto da buona ad ottime) del primo Verdi. Il dato comune, che “esce” da queste opere, avendole tutte davanti agli occhi della mente e nelle orecchie, è che, pur trattandosi di materia a volte grezza (ma è parte del suo fascino), tutte o quasi denotano una funambolica abilità di strumentazione e un ardimento sperimentale nella ricerca di colori (legni e ottoni in particolare) e ritmi finalizzati all’espressione. Le prime opere di Verdi sono in tal senso una vera fucina di Vulcano: e, posto che un’orchestra quale la Museumorchester dell’Opera di Francoforte ha proprio nella sfrontata sicurezza di legni e ottoni il suo punto forte, ecco che, nelle mani di un direttore di talento, l’Oberto in forma di concerto diventa una vera goduria per l’ascoltatore. A Francoforte, giovedì e sabato scorsi lo si è dato per la prima volta nella storia delle rappresentazioni d’opera nella città adagiata in riva al Meno.
    Dopodiché, privo di scene, Oberto “concertante” ha, in pratica, sette “componenti”: orchestra, coro, direttore, basso, soprano, tenore, mezzosoprano, altro mezzosoprano. Diciamo che, per sette ottavi, l’Oberto eseguito a Francoforte è stato di eccellente livello, a partire dalla formidabile direzione di Jader Bignamini e dal canto di Maria Agresta, per proseguire con l’ottimo basso Kihwan Sim, e con i corretti “mezzo” Claudia Mahnke e Karen Vuong. L’ottavo mancante ( e ci togliamo subito dente e dolore) è stato il tenore Sergio Escobar (Riccardo), che è in possesso di una voce in se stessa diluviante, ma la usa male, urla, stona, ha coperto regolarmente i colleghi per tutto il prologo ed il primo atto, fino a che, nel secondo, il direttore non lo ha messo in riga: ma era una vera impresa (mi dicono che nel recente Un Ballo in Maschera del circuito lombardo gli esiti siano stati più o meno i medesimi: allora, visto che in volume la voce è tanta, prima studi, poi… ripassi: sarebbe la norma delle cose invece, more solito, lo troveremo in tutti i cartelloni nei ruoli più impervi). “Ciel Pietoso”, cantato con la mano del direttore praticamente piantata sulla faccia del tenore ad intimargli “piano”, ha dimostrato che la materia su cui lavorare ci sarebbe. Ma studi, prima!
    Amen. Boati tenorili a parte, è stato, come detto, un magnifico Oberto, accolto alla seconda di sabato (cui eravamo presenti) da ovazioni da stadio e applausi ritmati, con particolare entusiasmo per direttore, soprano e basso. Abbiamo udito, in sala, commenti stupiti sull’energia e l’eleganze della direzione di Iader Bignamini, che qui debuttava. Noi non ne siamo stupiti, conoscendolo e seguendolo da qualche anno: ma è un piacere ritrovare, ad ogni occasione e con ogni orchestra, quel suono luminoso tutto suo, quella pulizia di frase e di espressione, il ritmo e la voluttà italiana della frase in questo repertorio e, in sintesi, il dispiegamento – confermato qui come altrove – di un talento sorgivo. Bignamini è riuscito a far suonare un’orchestra professionalissima. ma molto tedesca nella quadratura della scansione, con una flessibilità ed una eleganza di suono e frase tale da render piena ragione all’opera: l’ha perfettamente collocata, sul piano espressivo e temporale. L’ha “mossa”, su quello drammaturgico-musicale, con un dosaggio di forze ammirevole, in base al quale la cabaletta e il concertato, quando arrivano, risultano croccante l’una e trascinante l’altro, proprio perché ben preparati e perfettamente proporzionati al tutto, in visione unitaria: che è il segreto dell’esecuzione di questo repertorio. Il tutto rivestito dal suono e dai colori “di” Bignamini – a tutta luce – che ben conosciamo: che questo passi immediatamente ad un’orchestra non sua, è segnale importantissimo. E, a parte il caso “impossibile” sopra citato, ottimo è stato, in equilibrio ed esaltazione del canto di ciascuno fuso nell’assieme, l’equilibrio raggiunto con tutto il cast (compreso l’ottimo coro di Tilman Michael). Dal quale si è stagliata la Leonora di Maria Agresta.
    Sempre migliore, sempre in evoluzione: il volume è cresciuto, i “centri” rafforzati ed ora più “pieni”, gli acuti raggianti. E un’approfondita capacità di “esprimere” oltreché cantare benissimo. La Leonora di Maria Agresta, premiata da ovazioni, è stata tutto questo, ben oltre la già buona prova fornita in Oberto alla Scala. L’abbiamo ritrovata ad un altro stadio di crescita: lo strumento e l’artista.
    Una voce omogenea: questo il maggior pregio del basso Kihwan Sim, Oberto. Un canto bello, che esce senza tradire lo sforzo fin nell’insidiosa cabaletta. Magari non un volume stratosferico e qualcosa da perfezionare nella pronuncia dell’italiano (comunque già buona). Ma, sicuramente, da riascoltare anche dalle nostre parti: credo che le occasioni non mancheranno.
    Una voce educata: Claudia Mahnke, Cuniza. Correttissima, avrebbe tecnica per buttarsi anche con coraggio. Lo faccia. Perfetta nei concertati e nel lavoro d’assieme, come la collega Karen Vuong (Imelda).
    Dalle reazioni, ho avuto la netta impressione che Oberto sia sortito, dalla sua “prima” di sempre a Francoforte, come una rivelazione: in particolare, l’incandescente – ma sempre “bello”, luminoso, elegante di frase e suono – secondo atto “acceso” da Bignamini è stato punteggiato da applausi ad ogni “numero” dell’opera. Operazione compiuta e – dopo la felice Giovanna ‘Arco scaligera nell’esperienza di Chailly, l’eccezionale e probabilmente storico (nella direzione di Mariotti) Attila di Bologna, il comunque buono Stiffelio di Venezia nel brio di Rustioni – ecco un altro eccellente servizio musicale reso da un giovane direttore italiano al giovane Giuseppe Verdi, che se la sta passando decisamente bene, di questi tempi.

    marco vizzardelli

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