IL TRIONFO DEL TEMPO E DEL DISINGANNO

29 Gen
Dal 28 Gennaio al 13 Febbraio 2016
Georg Friedrich Händel

Orchestra del Teatro alla Scala

Produzione Opernhaus di Zurigo e Staatsoper di Berlino

In collaborazione con RSI- Radio della Svizzera Italiana

Durata spettacolo: 2 ore e 50 minuti incluso intervallo

Trionfo del tempo2

 

 

 

 

 

Direttore Diego Fasolis
Regia Jürgen Flimm, Gudrun Hartmann
Scene Erich Wonder
Costumi Florence von Gerkan
Coreografia Catharina Lühr

Piacere Lucia Cirillo
Bellezza Martina Janková
Disinganno Sara Mingardo
Tempo Leonardo Cortellazzi

5 Risposte to “IL TRIONFO DEL TEMPO E DEL DISINGANNO”

  1. Fr Ate gennaio 29, 2016 a 10:27 am #

    Serata godibile.
    Anzitutto per l’allestimento di Flimm/Hartmann, che risolve con molta naturalezza l’ambientazione non facile di quest’oratorio. Intrigante, ben recitato, pieno di simboli accennati e mai volgari. Sul finale della Bellezza che si fa suora si può certo discutere, ma l’efficacia dell’ultima scena – il locale ormai spoglio e vuoto, le luci bassissime, il resto del manichino bruciato seduto sullo sgabello, Bellezza a terra che si consacra con dolcezza – rimane nella memoria.
    Benissimo Mingardo. Bene Cirillo. Benino Cortellazzi. Quanto a Janková: la durissima parte è tendenzialmente ben eseguita, ma l’aria finale presenta tali stonature da rendere incomprensibile cosa sia accaduto. Ha avuto un infortunio? Perché se la canta sempre così è tremendo…
    Il vero problema della serata sta sul podio. Fasolis è certo un grande allenatore di orchestrali. Ma l’interpretazione è totalmente assente. I cantanti vengono lasciati più o meno a fare ciò che ciascuno ritiene di fare, spesso si perdono ritmicamente, le scollature con l’accompagnamento sono troppe. Certamente vedere gli orchestrali della Scala così engaged nel barocco è bello, e di suoni orrendi se ne è sentiti relativamente pochi. Ma è come se si trattasse di una base preregistrata, e sul palcoscenico ci si arrangia. Bocciatura totale.
    La sala bene piena tributa un grande apprezzamento a Mingardo e Fasolis (che si presenta in proscenio brandendo la partitura haendeliana). Un po’ meno agli altri tre. Applausi di cortesia alla regia. Pubblico tendenzialmente soddisfatto.

  2. Zio Yakusidé gennaio 29, 2016 a 10:33 am #

    serata tutto sommato positiva…
    L’opera/oratorio che dir si voglia è meravigliosa (ma forse troppo “specialistica” per il medio pubblico scaligero che si è dato alla fuga con il solito sbattimento di porte)
    i due soprani hanno fatto del loro meglio, purtroppo forzando molto e pertanto con risultati sonici non sempre gradevoli, Sara Mingardo (il Disinganno) svetta su tutti ma chissà quanti hanno apprezzato
    Solida ma davvero un po’ troppo granitica e priva di molte sfumature la direzione di Fasolis .Forse ha ragione lui, tanto si sente così poco….
    l’orchestra ibrida di scaligeri e Barocchisti necessita di ulteriore rodaggio

    continuo ad avere dubbi su tutto il progetto “barocco nel teatrun”: perché portare i ciclisti nel circuito di monza, forse non sarebbe meglio un …Vigorelli? (i milanesi capiscono perfettamente la metafora)

    saluti dallo zio, oltre che ubriacone anche con sordità senile

  3. lulù gennaio 30, 2016 a 11:20 am #

    OT

    Guardate e ascoltate che esecuzione! E alla fine tutta la sala in piedi! Fantastico!

    http://www.medici.tv/#!/daniele-gatti-conducts-debussy-shostakovich-tchaikovsky-with-julian-rachlin-and-the-orchestre-national-de-france

    • davide gennaio 31, 2016 a 8:38 am #

      grazie della segnalazione….. soprattutto la Quinta di Chaikovskij è qualcosa di incredibile……. bellissimo……

  4. marco vizzardelli febbraio 2, 2016 a 12:05 pm #

    WALTRAUD MEIER ALLA SCALA
    La figura asciutta e atletica sobriamente fasciata di elegantissimo nero con pochi gioielli di classe assoluta, il profilo perfetto, il passo felino e lo sguardo luminoso sono quelli di una sempre giovane, bellissima donna. Lo strumento, nell’acuto a piena voce, è ancora impressionante. Ma, in piano e pianissimo, si è come prosciugata in un cantarparlando e rivela le glorie e la generosità, e le fatiche delle Kundry, delle Ortrud, ma delle Santuzze, delle Eboli, del passaggio alle Isolde e alle Sieglinde, da mezzosoprano a soprano. E il programma prescelto, quasi tutto basato su sfumature in piano e pianissimo, in teoria non la aiuterebbe. Ma, cantando e raccontando, non butta una parola, non spreca un accento, è “nei testi” e “nella musica” con intelligenza e consapevolezza sovrane. Sì, il Mahler dei Kindertoten è più narrato che cantato: ma con totale adesione al linguaggio e ai contenuti. Il Wagner dei Wesendonck è sussurrato senza forzare, eppure totalmente idiomatico: e l’ombra di Isolde, la sua Isolde, si materializza sul palco della Scala. Nella seconda parte, anche Mahler prende corpo: dal Corno Magico, Wo die schoenen Trompeten Blasen stringe l’anima, la Predica di SantAntonio è una rappresentazione fisica e plastica, in parole e musica, poi il canto diviene più disteso nei Ruckert. Ma a questo punto, resterebbe nell’aria una domanda, cui Waltraud stessa, dopo un primo bis brahmsiano, dà folgorante risposta. Il piano meraviglioso di Joseph Breinl (ben più che accompagnatore) evoca l’onda sonora e il galoppo di Erlkoenig e Waltraud – voce corpo anima espressione – inchioda letteralmente la sala con una impressionante rappresentazione di amore e morte. L’ultima parola “tot” è un reale soffio di morte, lascia avvinti e atterriti. Suprema e definitiva. Si fatica a ritrovare il respiro, dopo quella parola così pronunciata: giusto e “rassicurante” che ci lasci sulle note più tranquillizzanti della ninna nanna di Brahms annunciate con ironia in Italiano ad uno spettatore di prima fila “questa la conosce, vero?”. La grande Waltraud Meier. Grazie.

    marco vizzardelli

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