CONCERTO DI NATALE

22 Dic

AlberoNatale2

AUGURI a tutti voi per un Natale di gioia
22 Dicembre 2015
Direttore Franz Welser-Möst

Coro e Orchestra del Teatro alla Scala

 

Direttore Franz Welser-Möst
Maestro del Coro Bruno Casoni
Pianoforte Andrea Lucchesini
Soprano Luba Orgonášová
Mezzosoprano Gerhild Romberger
Tenore Christian Elsner
Basso Wilhelm Schwinghammer
Mezzosoprano Kristín Sveinsdóttir*
Tenore Martin Piskorski*
*Solisti dell’accademia alla Scala

Ludwig van Beethoven

Leonore III Ouverture op. 72b

 

Fantasie in do min. op. 80 per pianoforte, coro e orchestra

 

Messa in do magg. op. 86

Il Concerto di Natale sarà trasmesso in diretta radiofonica in Italia su RAI-Radio3 e in differita televisiva in Italia su RAI1 il 24 dicembre alle 9.30 e in Austria e Germania su Servus Tv il 25 dicembre alle 11.35.

 

7 Risposte to “CONCERTO DI NATALE”

  1. E. dicembre 23, 2015 a 3:13 pm #

    Anche in questa occasione Franz Welser-Möst ha dimostrato di essere un concertatore elegante, solido, rigoroso, preciso, arioso nel gesto.
    Buone festività a tutti!

  2. Philoctetes dicembre 27, 2015 a 4:51 pm #

    Bravi tutti, soprattutto – oltre al direttore, come già segnalato – l’orchestra, con coloriture “viennesi”, e il coro, sempre impeccabile.
    Nota di merito anche al solista Lucchesini.
    Un bellissimo concerto di Natale, speriamo sia di buon auspicio per il prossimo anno.
    Buone feste a tutti!

    • fabiano dicembre 29, 2015 a 6:01 pm #

      Finalmente ( come già lo scorso anno) della bella Musica Sacra al concerto di Natale.
      E dopo le messe di Beethoven, perché non Haydn ?

      Ciao e buon anno
      Fabiano Brioschi

  3. marco vizzardelli gennaio 3, 2016 a 9:09 am #

    Già che siamo ancora in clima natalizio inserisco qui il resoconto del bellissimo Pipistrello andato in scena il 31 dicembre a Monaco di Baviera

    IL PIPISTRELLO-KIRILL PETRENKO-OPERA DI STATO BAVARESE

    Se il Pipistrello di Capodanno all’Opera Bavarese fosse stato tutto al livello di tre performances: a) la direzione di Kirill Petrenko con l’orchestra del teatro, b) la Adele di Anna Prohashka c) la Rosalinde di Marlis Petersen, vi parlerei di edizione assolutamente storica.
    Non è stato esattamente così, ma quelle tre prove bastano e avanzano per un livello esecutivo/interpretativo altissimo, anche perché – a ben vedere – si tratta dei tre cardini musicali e drammaturgici, in un’opera in cui tutti sono importanti, ma le due primattrici, e un direttore all’altezza, ne formano la spina dorsale.
    Allora, diciamo intanto che il tutto – la prima – si è svolta il 31 dicembre dalle 18 in una Monaco postnatalizia, elegantissima ma low-profile nell’illuminazione natalizia, in un clima di sorveglianza molto discreta ma molto pronta (senza il panico illustrato dalla stampa italiana incline all’enfasi e alla creazione di paura). A teatro non si notava nulla, nelle strade praticamente pure, ma la sorveglianza c’era e si è visto. Purtroppo molti nostri connazionali (era strapiena di italiani) si sono distinti per il lancio di botti fino a notte inoltrata, inutili date le note circostanze. I locali erano festosi, eleganti ma con un tono di giusta sobrietà.
    Invece, in teatro siamo stati immersi – dentro, con tutta la testa – in una coppa di champagne baluginante di oro e argento e mille riflessi e in uno sciame di leggerissime, impalpabili bollicine. Tale la stupefacente direzione di Kirill Petrenko, lui davvero un frullo rapidissimo d’ali di Pipistrello, con quel modo e quel gesto che paiono staccarlo in volo da un istante all’altro, e il volto da Mickey Mouse che trasmette il suo stupore per la bellezza della musica. Da subito, l’Ouverture è qualcosa che difficilmente può esser descritto a parole: un frullo d’ali, appunto, o bollicine impazzite, presa ad un tempo folle ma perfettamente sostenuta, leggerissima ma liricissima e vertiginosa nel “rubato” che le dona una incredibile mobilità di frase. E così è tutto, dall’inizio alla fine, il Fledermaus di Petrenko, caratterizzato da una apparente euforia che in realtà nasconde (nell’acidità modernissima di alcuni suoni, nel canto di tutta l’orchestra e delle voci migliori, nella condotta in realtà drammaticissima dell’ultimo atto) uno struggimento legato al fuggire del tempo: l’orologio famoso dell’opera qui è importantissimo, e la fugacità stessa dei tempi adottati da Petrenko nasconde . dietro l’apparente euforia – tutto il senso di un tempo, di un’epoca, di un costume, di una vita, che svaniscono (stiamo leggendo in questi giorni il bellissimo “Hotel Sacher, l’ultima festa della Vecchia Europa” di Monica Czernin, ed. EDT, e le sensazioni, qui “posticipate” di qualche anno, sono le medesime). E’ quel che già ci suggeriva Carlos Kleiber, nelle sue formidabili letture del Fledermaus? In parte, ma c’è altro: pur nella rapidità fuggente, il fraseggio disteso e cantante, la “linea”, i colori infiniti di Petrenko e quella persistente malinconia nascosta dall’apparente euforia richiamano fors’anche alla mente il memorabile, unico Concerto di Capodanno di Herbert Von Karajan, manifesto di un’anima e di una cultura. Non vi citiamo singoli momenti (ce ne sarebbero infiniti) della lettura di Petrenko, perché è tutta pervasa dalle atmosfere di cui vi abbiamo detto: ma aggiungiamo, ed è l’elemento più stupefacente, il senso di vertigine, di “precarietà” che pervade l’ascoltatore: si è come in bilico, dentro la coppa, come stesse sull’orlo di un tavolo, pronta a cadere e ad infrangersi in cristalli e bollicine: ebbrezza da champagne.
    Chiaro che una visione del genere necessita, necessiterebbe di una compagnia e di uno spettacolo totalmente atti a seguirla (una rivisitazione di qualcuno dei registi tosti di oggi, ci poteva stare: qui un Richard Jones, è lui il nome che ci viene in mente, ci sarebbe stato alla grande!). Il non nuovo e ripreso allestimento di Leander Hausmann, Andreas Weirich, Bernard Kleber & Co. è apprezzabile scenicamente (non male il “blanc et noir” del gran ballo) ma la butta molto in farsa, fa ridere parecchio il pubblico (non tutto e non sempre) e “farcisce” troppo una musica che, nei cristalli e nello struggimento impressole dal podio, dovrebbe trovare diversa corrispondenza sulla scena, pur se alla fine lo spettacolo funziona. Ma della regia risentono alcuni protagonisti maschili: Bo Skovhus, Eisenstein, è notoriamente un uomo splendido ed è vocalmente poderoso, pure bravissimo ma “esubera” spezzando il canto in versi e gags più o meno riuscite ( forse evitabili o almeno alleviabili, scenicamente, le continue allusioni sessuali, anche se è pur vero che, a Vienna, i “separè”, anche nei grandi locali erano una nota realtà). Idem il resto del cast maschile con la “punta” del Frosch superesuberante di Cornelius Obonya che, nel carcere, si esibisce in una “tirata” sulla contemporaneità ben recitata e accolta da risate, ma molto lunga… Invece, a proposito del cast maschile, va citato un momento congiunto di Petrenko sul podio e Christian Rieger-Frank, di tale bellezza da fornire tutto il senso della lettura di Petrenko: all’ultimo atto, il ritorno di Frank in carcere, l’anima ancora pregna di champagne e la melodia del valzer del Pipistrello che fuoriesce, sussurrata come un ricordo, da voce e orchestra. In quel punto, Petrenko orchestra e interprete (e ovviamente Strauss, prima di loro) toccano la corda del sublime.
    Seguono perfettamente la linea del podio le due primattrici: Anna Prohashka è una Adele che più idiomatica non si potrebbe immaginare. E la bellissima – uno splendore anche a vedersi – Marlis Petersen (pur con qualche sovracuto “acchiappato”, ma non importa) tocca tutte le “corde” musicali e drammatiche di quel meraviglioso personaggio che è Rosalinde, mai macchiando di eccessi la linea del canto, sia esso esuberante o struggente come via via la parte – e la lettura dal podio – richiedono. Grande cantante.
    Ah, c’è l’ospite d’onore, come usava Karajan: durante la festa di Orlovsky (una Michaela Selinger più chiara vocalmente di quanto si usa, ma scenicamente pertinente e aliena da cachinni), appare, “ecco a voi” , un Thomas Hampson un po’ invecchiato ma trionfante di fascino e classe, che ci dona in danza (bravissimo!) e canto un ulteriore momento “slavo” dopo la czarda di Rosalinde. E questo, sì, ci sta benissimo, nel comunque stupendo Fledermaus firmato in poesia da Kirill Petrenko, ringraziando Johann Strauss di esistere per tutti noi, vivo in un eterno valzer.

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli gennaio 8, 2016 a 7:14 am #

    STRAVINSKIJ-PROKOFIEV A LA VERDI, 7-8-10 gennaio 2016

    ——-
    “Quando si esegue un programma di musiche ben note all’orchestra e da tempo in repertorio, occorre rileggere tutto, trovare colori e inflessioni nuove. Da questo mestiere deve essere bandita la noia: è il peggior nemico”. Così Jader Bignamini. Eh, caro Jader! Sapessi quante, anche “illustrerrime” cariatidi della direzione d’orchestra campano da anni sulla ripetitività e la noia… e magari sono alla guida di celebri corazzate, e ci raccontano ancora che sono i più grandi, e – classico segnale – vendono i dischetti allegati al quotidiano (in genere indizio di prematura morte! Celebrazione di morti da vivi). Ti auguro, caro Jader, che non ti accada mai: recentemente abbiamo avuto alla Scala Herbert Blomstedt, ragazzo di 88 anni: ecco, ti prego, invecchia così, rileggendo sempre tutto, trovando colori e inflessioni nuove! Claudio Abbado “rivoltava” come un guanto la Grande di Schubert ogni volta che la riprendeva in mano. Carlo Maria Giulini, che all’Orchestra Verdi dedicò l’estrema fase della sua esistenza, alla fine aveva tenuto in repertorio pochissimi brani: ma ogni volta li rileggeva da capo. Questi sono i grandi.
    —-
    Ciao ciao, Rimskij-Korsakov. Bastano le prime note, il disegno degli archi scuri con pizzicato, dell’Uccello di Fuoco (Suite 1919) di Stravinskij, per capire che nulla vi sarà del colorismo sgargiante o della melodia di Rimnskij, cui talora si tende ad associarlo. Jader Bignamini chiede all’Orchestra Verdi di rileggerlo come una fiaba cattiva (segnale: il direttore non ha il solito sorriso stampato in faccia e il gesto è secco, netto), si direbbe “dalla parte di Kascej”: infatti, la danza infernale è agghiacciante, e assolutamente “centrale”, come portasse tutto il resto. Staccata in tempo relativamente comodo, ma con una deflagrazione secca, violentissima. Questo Uccello, e il principe e le principesse e il mago cattivo vivono in un mondo di ghiaccio (tante volte abbiamo parlato della luminosità del “suono” di Bignamini, qui il direttore volutamente lo raffredda).E, quanto alla musica, la datazione al 1919 è, in questa lettura, come “posticipata” almeno allo Stravinskij. Ciao, Korsakov. E’ un Igor che sembra uccidere Nicolaj. Lettura talmente radicale che l’orchestra – con ottime sortite solistiche (cosa non è il celebre arpeggio all’inizio del crescendo conclusivo! Se ci andate, fateci orecchio) – suona con una certa tensione la prima sera. Tutto il finale è stupendo: il corno nasce, nebbioso, da una fissità totale (Bignamini non chiede il solito pianissimo etero, ma appunto, un colore nebbioso e una frase “strisciata”, per cui il tema della liberazione parte come immobile, per poi accendersi, addirittura vorticoso, alla fine).
    Un altro mondo, un altro gesto nei nove brani da Romeo e Giulietta di Prokofiev poi eseguiti (abbiamo già visto Bignamini cambiar gesto secondo brani e autori: è fra gli aspetti notevoli suoi). Il braccio si distende, arrotonda quando necessario, addensa il suono quando necessario. E ci dà un Prokofiev nel quale alla ben nota componente ritmica si accompagnano inconsueti “rubato” e squarci lirici. Non si è soliti associare Prokofiv alla nozione di “canto”: e invece qui ce n’è. C’è molta storia d’amore, oltre a quella di guerra famigliare, di lite. Tant’è vero che – a parte il magnifico spargimento di colori e ritmi della parti danzanti – l’episodio davvero favoloso di questa lettura di Bignamini e la Verdi è il “Romeo alla tomba di Giulietta”, il cosiddetto “Adagio Funebre”, reso con un lirismo disperato e una impressionante profondità di suono. L’orchestra (che credo abbia provato più Prokofiev, come in fondo giusto: è il cuore del concerto) qui si distende e suona alla grande.

    Esito di pubblico fra i più calorosi degli ultimi tempi (ed era la prima serata, quella di solito più “posata”, nella frequentazione). Lunghi applausi ritmati (non aizzati dall’orchestra, spontanei) e commenti in sala decisamente lusinghieri: il direttore cremasco è (finché ci sarà, ma bisognerebbe che a Milano, una volta tanto, si ragionasse come avviene a Roma-Santa Cecilia) un valore in loco, e il pubblico lo ha capito. Qui ha scelto un programma veloce e di brani noti, saggiamente se si pensa che (ai ritmi tenuti, nel frattempo, dall’orchestra) a fine febbraio lo attende un imponente Brahms (la Prima) -Wagner, che il direttore sta studiando (penso che quelle ouvertures saranno il suo primo Wagner). Stavolta, brani noti, ma completamente riletti: la noia è lontanissima dall’Auditorium di Largo Mahler!

    marco vizzardelli

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli gennaio 14, 2016 a 9:26 am #

    Quel che è accaduto alla Scala alla prima dell’attuale ripresa di Rigoletto appartiene a quei “momenti” in cui l’intelletto, l’arzigogolo o raziocinio critico lasciano spazio totale alle ragioni del cuore e dell’emozione del teatro d’opera al suo stadio primordiale. Passione.
    Non risulta, nella storia della Scala, un bis concesso a sipario chiuso dopo che i cantanti fossero già apparsi al proscenio per gli applausi. E’ accaduto al Sì Vendetta di Leo Nucci e Nadine Sierra: bis a furor di popolo dopo la chiusura del sipario con i due cantanti al proscenio e Nicola Luisotti che, richiamato sul podio, ha dato la nota (un accordone d’orchestra) a Nucci, e via! C’è chi si è scandalizzato. Chi qui scrive no, perché… piangeva come un vitello fin dal “Cortigiani” di Nucci ed è stato partecipe a piena voce della richiesta di bis. Perché ci sono momenti – ed è la grazia del teatro d’opera – in cui il cuore prevale. Quel che Nucci ha fatto in questa serata va oltre ogni giudizio sul pur fenomenale stato della voce di un cantante ultrasettantenne. Non si tratta di dire come e quanto gli acuti siano ancora timbrati o la pasta piena piuttosto che prosciugata. C’è stato, semplicemente, da Leo a pubblico, uno di quei momenti in cui l’opera diventa messaggio da cuore a cuore. E – al fondo – questa è la radice di tale, singolare forma d’arte e di spettacolo.
    Luisotti è stato vibrante e ricolmo di mestiere, la Sierra ha cantato da bene a benissimo, Grigolo ha buttato giù una sedia (poi rimettendola a posto con gran colpo sul palco, autoregia istantanea) e un bicchiere, si è agitato ma ha anche cantato con infinita generosità e grande bellezza. Rigoletto viscerale? Sì, e non è detto che – a raziocinio – tutto fosse approvabile. Rigoletto con le puntature? Sì, eccome! Ma, nel darsi di tutti (all’interno del completamente obsoleto spettacolo di Deflo, che ad ogni ripresa invecchia di dieci anni, ma in questo caso era il contenitore giusto) è passato – in un trionfo -il messaggio del cuore. Simboleggiato e riassunto nella voce e nella persona di un leggendario – sì – baritono ultrasettantenne, che ci ha indotto – inevitabilmente (e abbiamo incontrato distinti signori che si passavano il fazzoletto sugli occhi) – alle lacrime, e ad un grazie. Grazie Leo, e grazie all’opera per queste serate. Se questa sera era, per qualcuno, la prima volta all’opera, siamo sicuri che tornerà. Per aver vissuto un momento di pura – e “divertentissima”, nel vero senso – passione del cuore.

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli gennaio 16, 2016 a 6:34 am #

    GREILSAMMER A LA VERDI, IL SUONO DELLA MENTE

    Dulcis in fundo. Giunge alla fine, al bis, il momento migliore dell’intrigante concerto di David Greilsammer alla guida dell’Orchestra Verdi, in replica domani 17 gennaio all’Auditorium di Largo Mahler a Milano.
    Magrissimo, nervoso nel fisico e in una mente curiosa del nuovo, Greilsammer parte con la Sinfonia op 21 di Webern che già ci arriva secondo la connotazione caratterizzante l’intera serata (salvo il bis): espressività cercata e portata all’estremo fin a costo di tralasciare una rifinitura del suono e la singola nota esatta. Manca a questo Webern (almeno la prima sera: in replica forse cambierà, è stato inserito all’ultimo) la distillazione del suono che gli si associa, sostituita da una febbrile emotività. Interessante, discutibile. Così pure il Beethoven dell’Ottava, cui Greilsammer toglie piacevolezza aggiungendo espressione: il suono è violento, non rifinito, la concertazione “apre” il testo senza ricompattarlo, te lo lascia lì come materiale da esperimento, entro il quale il musicista israeliano (direttore è limitativo, non ne ha il gesto, non è “bello” da vedere, in compenso anche le sue braccia sono strumento d’espressione) muove allegro vivace, allegretto, minuetto e rondò con suono scabro che dà all’umorismo cui si tende ad associare la sinfonia in fa maggiore una nota rude, peraltro non spiacevole, e sempre interessante sia pure un po’ insistita ed estrema (c’è lavoro per le prime parti della Verdi, da archi – ottimi, qui, celli e bassi – a legni a ottoni, fin lassù dove lavora alla grande – finale! – la solita, gloriosa timpanista Mologni).
    Idem il Concerto nr 3 per piano e orchestra con Greilsammer allo strumento e alla direzione: una esecuzione “furiosa”, nella quale il pianista (direttore) si mangia qualche nota nell’urgenza delle due funzioni ma intriga sul piano mentale, non solo: la cadenza del primo movimento gli esce concettualmente e strumentalmente grandiosa, anche se l’urgenza, il fuoco, sacrificano la rifinitura del suono. Idem il Largo e un rondò conclusivo preso e sostenuto ad un tempo, in sé, comodo, ma “marcatissimo”, negli accenti e nell’espressione. E’ nell’insieme un Beethoven che si fa discutere (siamo forse ancora un gradino oltre, rispetto pur recenti letture ispirate alla filologia) ma ci è restituito nella forza d’urto con la quale deve essersi manifestato ai suoi contemporanei. Scelta estrema, anche esasperata nell’insistenza, sicuramente interessante.
    Ma ecco il bis, con pianista-direttore ed orchestra. Greilsammer frequenta il barocco e la contemporaneità, è assurto a fama per aver fuso in un disco Scarlatti e Cage, per l’esecuzione dei 27 concerti per piano di Mozart in nove serate date a Ginevra, per l’integrale delle Sonate mozartiane. Qui, annunciato il titolo con garbo, ci dà l’andante celeberrimo dal Concerto nr 21, e svela un’elezione: ripulito da svenevolezze e crinoline in un suono rifinitissimo (che l’orchestra Verdi fa proprio), compatto e in una ritmica svelta e scorrevole, l’andante ci arriva splendido e “croccante” nel suono e nella vitalità. Vien voglia di ascoltare il resto, del Mozart “di” David Greilsammer.

    marco vizzardelli

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: