FILARMONICA DELLA SCALA

21 Nov
Dal 21 al 23 Novembre 2015
Direttore Herbert Blomstedt

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Direttore Herbert Blomstedt 

Franz Schubert Sinfonia n. 7 in si min. D. 759

“Die Unvollendete”

(Incompiuta)

Anton Bruckner Sinfonia n. 9 in re min.

 

9 Risposte to “FILARMONICA DELLA SCALA”

  1. marco vizzardelli novembre 23, 2015 a 12:07 am #

    Da un amico fidato ricevo parere entusiasta su prima parte concerto Blomstedt
    con la Filarmonica della Scala, in particolare riguardo una straordinaria Incompiuta
    dl Schubert, il che confermerebbe le emozioni di questa estate a Bolzano
    La medesima fonte mi dice però che in Bruckner (la Nona) l’orchestra fatica parecchio. E direi che anche questo era prevedibile, non è mai stato il “loro” autore. Oltretutto Blomstedt è uno che tira dritto per la sua strada mirando al contenuto, lo ha dichiarato, degli eventuali errori poco si cura.
    Penso di andarci stasera

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli novembre 24, 2015 a 3:05 am #

    E’ antica e nota e buona regola per chi frequenta le stagioni sinfoniche della Scala presentarsi in teatro alla terza e ultima serata dei concerti. La Filarmonica, se in feeling e in vena e soprattutto se rodata, può sorprendere, ma c’è una probabile motivazione tecnico-fisiologica. Resta, strutturalmente, un’orchestra d’opera prestata al repertorio sinfonico, sul quale – rispetto alla stessa Verdi che passa da un autore e da uno stile all’altro, ogni settimana, alla velocità della luce – ha un metabolismo lento. Deve digerire i diversi direttori e il repertorio (che infatti ha piuttosto limitato). Questo vale tanto più nel momento in cui sui leggii appaia il nome “Bruckner”: il più “sinfonico” dei compositori e un’antica bestia nera della Filarmonica che ha sempre durato fatica ad entrare in quello stile, in quella “corposità” e pienezza, appunto, sinfonica. E tanto più nel momento in cui, sui leggii, ci sia la Nona sinfonia, summa d’autore.
    Ma Herbert Blomstedt è molto superiore a tutte queste nostre considerazioni. Ha questa musica nell’anima, ed è l’anima di vent’anni di un signore che ne ha ottantotto. L’anima e le braccia, le mani di un giovane. Se il passo verso il podio, pur brioso, può tradire l’età, non appena il volto si accende di quel sorriso stampato e gioioso, non appena le braccia si alzano, non appena le mani si muovono, corpo e anima tacitano l’anagrafe. C’è un ventenne, sul podio, tale per entusiasmo, carica, lucidità, chiarezza di idee.
    E il suo Bruckner, la sua Nona, è così (vero evento alla terza serata, ancor superiore alla pur magnifica Incompiuta di Schubert): implacabile nell’analisi della concertazione, di inusitata ricchezza di particolari laddove in genere Bruckner viene proposto “per sintesi”, mentre qui analisi e sintesi vanno di pari passo, nella lucidità assoluta di questo ventenne nato nel 1927. Animata da un moto che diremmo “interno” o “interiore” (l’aveva Giulini, in Bruckner e nel resto) che rende relativa la concezione di tempo lento o veloce, perché sempre “sostenuto” dall’anima e dal braccio di Blomstedt. Infatti, il suo Bruckner sa essere, sì monumentale, là dove occorre, ma è, soprattutto, architettonico, il direttore svedese-american-tedesco (tre anime tutte presenti nella sua singolare musicalità, in cui senti Bernstein, di cui fu allievo, e la tradizione tedesca, di cui ha frequentato tutte le grandi orchestre, e il nitore nordico, che porta anche nel volto). Solo sulle mani di Blomstedt si potrebbe scrivere un libro: il buon Dio gliele ha date enormi, lunghe e bellissime, e con le mani (senza bacchetta) “parla” all’orchestra (e al pubblico che le vede) e ne ha risposta evidentemente entusiasta (si vede quando un’orchestra “risponde” ed è questo il caso: il secondo caso in pochi giorni per la Filarmonica dopo l’entusiamante Sostakovic eseguito con Daniele Gatti). Bruckner “architettonico”: lo è fin dal primo movimento, che rispetta l’indicazione “misterioso” in certo cupo ripiegarsi delle tensioni, ma si sostiene nel gioco ad incastro dei temi e delle iterazioni care all’autore che qui fanno “struttura”. Per cui c’è sì, il senso di spiritualità di questa musica dedicata addirittura “al buon Dio” (e non potrebbe non esserci, nelle mani e nell’anima di un uomo a Dio molto dedito quale lo stesso Blomstedt) ma – e questo non sempre si associa all’immagine convenzionale di Bruckner – è una spiritualità fondata su una logica architettonica ferrea, così come Blomstedt ce la fa sentire. Il direttore è uomo di spirito, ma anche nel senso di humour, come ben si vede dai modi e dal sorriso: e la sua prodigiosa lettura dello Scherzo gioca con il ritmo scavalcando la meccanicità di esecuzioni mediocri (il grande Vladimir Delman qui giocava rasentando la follia, l’incisione live della sua Nona penso sia ancora in circolazione) e lasciando “scappare il tempo” in accelerazioni improvvise, per poi ricordarci, nei guizzi del trio, il chiaro antecedente storico dello Scherzo del Sogno di Mendelssohn: e sarebbe interessante, al proposito, una riflessione sul concetto di “scherzo” nel sinfonismo tedesco da Mendelssohn (ma a dir la verità da certi passi di Haydn) per approdare fino a Mahler. A tutto questo fa pensare una grande esecuzione quale quella di Blomstedt che, infine, prosciuga e poi riaccende l’Adagio per lasciarlo acquietare nel pianissimo dei corni che conclude, anzi non-conclude, la sinfonia e la splendida lettura.
    Non-conclude. E’ un programma di Incompiute, e Blomstedt, prima della Nona di Bruckner, ci consegna l’amatissima “si minore” di Schubert in una immagine a due dimensioni: l’intimità di suono rarefatto fino al silenzio (memorabili i due secondi temi dei movimenti) e la monumentalità dell’impianto principale che, marmorea e imponente così come ce la offre Blomstedt, avvicina le due Incompiute e i due autori in maniera assolutamente propria, se si pensa quanto già bruckneriana nell’archuitettura e nell’iterazione insistita dei temi sarà la Nona stessa di Schubert, la Grande. Concerto rivelatorio di un direttore-testimone prezioso di civiltà (dieci anni alla Staatskapelle di Dresda, dieci a San Francisco, sette a Lipsia, “onorario” nei massimi complessi europei, ma a Milano passato giusto per una Nona di Beethoven con l’orchestra Verdi, 30 dicembre 2005-2 gennaio 2006, il complesso milanese era stato lasciato da pochi mesi da Riccardo Chailly, subentrato a Lipsia a Masur e allo stesso Blomstedt): il vispo pubblico del terzo turno dei concerti scaligeri ha decretato una ovazione davvero trionfale, cui la Filarmonica ha aggiunto l’omaggio “da seduta” destinato ai grandi, avvinta – come chi ha ascoltato – dalla sapienza ma anche dalla carica e dalla freschezza di idee di questo ventenne nato nel 1927.

    marco vizzardelli

    • tornic novembre 24, 2015 a 9:24 am #

      Per chi non lo sapesse, vorrei ricordare che oggi e domani (24 e 25 Novembre) verrà proiettato in tutti i cinema italiani il film “Teatro alla Scala. Il tempio delle meraviglie”.

  3. Gabriele BAccalini novembre 27, 2015 a 11:54 am #

    Mi sono stufato di leggere entusiastici commenti sulle esecuzioni bruckneriane di Schubert.
    Blomstedt ha fatto molto bene la Nona di Bruckner, ma l’Incompiuta di Schubert, pure eseguita correttamente (qualche pecca degli ottoni a parte, superati dopo l’intervallo con l’ingresso del giovane primo corno spagnolo), era una sinfonia del tardo Ottocento.
    Io posso capire che a 88 anni (vorrei arrivarci anch’io come lui) un direttore non abbia voglia di ristudiarsi le partiture che vengono pubblicate con le edizioni critiche, ma l’Incompiuta sentita alla Scala era ancora nella vecchia edizione Breitkopf, mentre da alcuni anni è in circolazione l’edizione Bährenreiter, basata sugli autografi di Schubert, che ci restituisce un musicista romantico nell’espressione, ma profondamente legato al classicismo viennese nella forma e negli organici decisamente sfrondati rispetto alla tradizione esecutiva nata appunto alla fine dell’800.
    L’Incompiuta, che non appartiene all’ultimo Schubert essendo del 1825, è stata trovata soltanto nel 1865 ed è noto che le sinfonie schubertiane sono state maltrattate da molti che hanno messo le mani nell’orchestrazione (pare addirittura che Brahms sia stato della partita, ma non sono sicuro). L’Incompiuta, nei due movimenti completati anticipa la monumentalità della Grande in Do D944, che è del 1828, anno della morte di Schubert, ma nulla autorizza a considerare Schubert come una specie di pre-bruckneriano. Caso mai sarà Bruckner un epigono del sinfonismo viennese, che parte da Haydn, Mozart e Beethoven e nella Grande di Schubert raggiunge il suo apice ultimo. Se un altro nome dobbiamo accostare allo Schubert sinfonico giovanile, si tratta, guarda caso, di Gioachino Rossini.
    Schubert e Bruckner sono due grandissimi musicisti appartenenti, come Johann Strauss, alla più alta tradizione viennese, ma ognuno va collocato al suo giusto posto.

    • masvono novembre 28, 2015 a 5:01 pm #

      Ciao Gabriele credo che Vizzardelli si riferisse a certe “iterazioni” e “ripetizioni” che, soprattutto nell’ultimo Schubert, e non solo quello sinfonico, sembrano anticipare certe scelte sintattiche di Bruckner che, ovviamente, ha dilatato ulteriormente la forma-sonata con il tritematismo e la doppia elaborazione (motivo questo delle sue “lunghezze”).
      Però, pur apprezzando in genere la ricerca filologica (penso ad Harnoncourt, a Vegh e all’ultimo Minkovski) la densità ed una certa virilità contrastata propria dell’esecuzione di Blomstedt mi sono piaciute.
      A presto

      -MV

  4. davide novembre 28, 2015 a 7:19 am #

    Nel frattempo – oh sorpresa! – Marcelo Alvarez sparisce dalla chaillyiana «La fanciulla del west». Prima cambio di regista. Poi cambio di tenore protagonista. È il prossimo?

    Possibile che l’unico che dovrebbero cambiare, cioè proprio Chailly, sia intoccabile?

  5. marco vizzardelli novembre 28, 2015 a 3:15 pm #

    Uh signur, Gabriele! L’Incompiuta era incantevole

    marco vizzardelli

  6. Gabriele Baccalini novembre 30, 2015 a 11:14 am #

    Penso di interpretare i sentimenti di tutti i loggionisti rendendo un commosso omaggio al ricordo di Berta Giuliani, mamma della nostra cara Attilia. Berta ci ha lasciato nella notte tra sabato e domenica alla bella età di 98 anni, era sicuramente la decana delle gallerie della Scala.
    Io l’ho salutata e abbracciata dopo uno degli ultimi concerti di metà novembre, mi era parsa in gran forma, ero lungi dal pensare che fosse l’ultima volta.
    La personalità di Berta, bonaria e burbera, allegra e combattiva, lucida fino alla fine mi ha sempre affascinato. Forse perché è stata sempre, fino alla fine, una “sciora maestra” come la mia mamma, arrivata anch’essa dopo una vita faticosa ma felice fino ai 97 compiuti.
    La sua ospitalità era proverbiale.Allegre brigate di abbadiani invadevano la sua bellissima residenza euganea, quando nella vicina Ferrara era in programma un concerto dell’amato Claudio, e lei impegnava tutta la sua sapienza culinaria nel soddisfare la gola di quei rompiscatole. Ricordo una mattina nella quale mi svegliai stranamente prima degli altri e scesi in cucina, dove la trovai già affaccendata ai fornelli. Mise subito su il caffè e insieme ascoltammo alla radio la rassegna stampa delle 7.
    Cara Tilla, cerca di rallegrarti al pensiero di avere avuto vicina per tanti anni una mamma come “la” Berta. La mia ci ha lasciati quando io ne avevo 60 e ho faticato un po’ a capire che la nostra natura mortale deve fare il suo corso.
    Addio Berta, ci mancherai.
    Gabriele

    • lavocedelloggione novembre 30, 2015 a 12:56 pm #

      Grazie Bacca di questo ricordo della Berta, qualcuno ha detto che ora è andata ad abitare qualche loggione più alto della II galleria!
      Chi volesse ricordarla con noi può passare da casa sua, in via Washington 61 mercoledì 2 dicembre dalle 17 a mezzanotte, saremo lì a cercare di svuotare il suo frigo che era straripante di roba per tutti gli ospiti che si aspettava di avere questa settimana!
      Baci a tutti Attilia

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