FILARMONICA DELLA SCALA – Ciclo DISCOVERY

19 Ott
18  ottobre  2015
Milano, Teatro degli Arcimboldi
Direttore Daniele Gatti
Leonard Bernstein

Candide, Ouverture
Claude Debussy

La Mer
George Gershwin

An American in Paris
Maurice Ravel

Daphnis et Chloé, Suite n.2

9 Risposte to “FILARMONICA DELLA SCALA – Ciclo DISCOVERY”

  1. lavocedelloggione ottobre 19, 2015 a 10:47 am #

    Ricopio il commento di Vizza:
    marco vizzardelli
    ottobre 19, 2015 a 8:30 am Edit #
    RICOPIO PERCHE’ STAMANE IL PC MI FA IMPAZZIRE
    Era bello, nell’accostamento dei due sommi francesi a Bernstein e Gershwin, il programma “alla Pretre” allestito da Daniele Gatti per la Filarmonica della Scala ai concerto Discovery tentuosi all’Arcimboldi (la cui acustica va migliorando nel tempo, fermo restando lo squallore del quartiere circostante, architettura sovietica trasbordata a Milano: e meno male che abbiamo scoperto, grazie ad un amico, il Ristorante SottoSopra, ottimo…). La curiiosità maggiore – conoscendo il suo Ravel e il suo Debussy – era per i primi Gershwin e Bernstein di Gatti. Ebbene, i due americani sono stati il meglio del concerto, in particolare una sfolgorante e folgorante perché originalissima lettura di Un Americano a Parigi. mai sentito così voluttuoso e sensuale nei fraseggi, vertiginoso nel rubato impresso al tema della tromba, saporito e grasso nelle parti ritmiche, rutilante di colori, di abbandono alla danza. Roba da sperare che fra un Verdi e un Wagner, Daniele Gatti trovi chissà mai. un goprno, il tempo per un Porgy and Bess che (cosa ne ha cavato, in cultura musicale del ‘900, un Harnoncourt!) avrebbe parecchi stimoli da offrirgli. Gatti, secondo suo costume, ci va cauto, ma il primo Gershwiin è stato una folgorazione!
    Ottima anche la resa sua e dell’orchestra in Bernstein (l’ouverture da Candide), così pure in Ravel, una rigorosa, elegante esecuzione della Suite nr 2 di Daphnis et Chloé, di grande virtusosismo nella Danse Generale, che ha visto la Filarmonica della Scala precisa e attenta. Siamo cresciuti con due letture strepitose di questo brano, quella iridescente nell’incisione di Abbado con la Boston Symphony (uno dei più bei dischi della vita di Claudio) e quella tutta flou e rubati (tante volte ascoltata dal vivo) dell’amatissimo Georges Pretre, Daniele Gatti ce ne dà una lettura differente, meno immediata ma forse più rispondente alla “lettera” di Ravel, nella sua stilizzazione.
    De La Mer di Debussy, Gatti ci ha lasciato una fondamentale incisione con la sua National de France, ne ha una versione modernissima e tale da trasmettere un senso di inquietudine, quasi angoscia, sotto i rabeschi e i disegni orchestrali: non augureremmo al velista Daniele Gatti (sua attuale passione) di trovare un mare di questo tipo… sarebbe impegnativo! Con la Filarmonica, il direttore ha ulteriormente affinato e articolato la sua lettura, in mille segmenti musicali e giochi dinamici, tali da mettere a dura prova l’orchestra (infatti qui ha diretto “tutto”, con gesto capillare, mentre nel resto del programma ha lasciato briglie più sciolte). La Filarmonica gli ha risposto bene in Jeu de Vagues, risolto in un bellissimo gioco di prismi. Con qualche affanno nei due movimenti esterni, che impegnano al massimo, in particolare, la sezione ottoni, e qui qualche atavico guaietto del complesso salta fuori.
    Impressione generale? La solita: quanto bene fa la presenza di un Gatti, all’orchestra. E quanto gliene avrebbe fatto e quanto gliene farebbe, in funzione stabile!

    marco vizzardelli

  2. masvono ottobre 19, 2015 a 1:11 pm #

    Perfettamente d’accordo con Vizzardelli, non trovo però che “i due Americani siano stati il meglio del concerto”. Rivelatorio senza dubbio il Gershwin, tale da auspicarne un ingresso in repertorio stabile. Nel 2017 cade l’ottantesimo dalla morte e un bel programma “all Gershwin” di Gatti sarebbe benvenuto. Il Candide, viceversa, mi è sembrato più prudente, al netto di una parte centrale fraseggiata con eleganza, gusto, e cantabilità (il tema, per intendere del duetto Candide/Cunegonde). Ma l’interpretazione de “La Mer” è stata, insieme al poema sinfonico di Gershwin, il fulcro del concerto. C’è una tipologia di suono orchestrale, denso, ma cameristico le cui caratteristiche sono il “corpo” e la “trasparenza”. Il suono, per intenderci, del Brahms di Giulini, o del Quartetto Italiano. Ecco, questo Debussy in cui si sentiva tutto, lontano anni luce dall’esangue colorismo, vibrante di inquietudine e, talvolta, di esplicita minaccia (l’inizio del III quadro) era così realizzato.
    A presto

    -MV

  3. pippo_bo ottobre 19, 2015 a 1:43 pm #

    A mio modo di vedere, quello di ieri sera è stato di gran lunga il migliore dei concerti della serie Discovery agli Arcimboldi.
    Lo è stato anzitutto per una superiore cultura del suono che Gatti ha dimostrato rispetto ai pur esimi predecessori. Mi sembra proprio che il maestro abbia colto le possibilità sonore di quell’orchestra (certo non nota per essere impeccabile) collocata in quello spazio (certo non adatto a ogni tipo di timbrica).
    Ne è sortita una serata di grande livello – e di grande entusiasmo da parte di un pubblico partecipativissimo – che per me è ha visto il suo apice nel brano di Ravel: la cui realizzazione trovo essere la migliore da me sentita dal vivo (superando Jansons ad Amsterdam che era il mio precedente riferimento assoluto). Gershwin è stato risolto al contrario rispetto a quanto oggi – ahimè! – avviene prevalentemente; non il tentativo patetico (alla Chailly, per capirsi) di fingersi americani quando non lo si è, ma un’esecuzione presa da tutt’altra parte, dalla sponda parigina, per così dire; in questo senso il paragone col “Porgy and Bess” di Harnoncourt rende bene l’idea. L’esecuzione del piccolo gioiello bernsteiniano è certamente superiore ai taca-banda stile Mehta o Gilbert, ma per chi come me ha sentito questa musica diretta dal compositore, è sempre molto difficile esprimersi. Autorevolissima l’esecuzione de La Mer: ho sentito fare dagli archi e dalle percussioni della Scala cose che in altre serate sembrano impensabili, anche se in generale è stato il brano dove certi limiti degli strumentisti dei fiati son maggiormente emersi.
    In generale è impressionante il senso di Gatti per ogni nuance e per ogni indizio di sottotesto. Ma soprattutto quella capacità di battere il tempo senza batterlo, cioè senza far percepire gli accenti naturali bensì solo quelli espressivi. Per questo lo trovo di gran lunga il direttore vivente più interessante insieme a Teodor Currentzis, gli unici per i quali si sa che un viaggio vale sempre la pena.

    Mi prendo poi un po’ di righe per intervenire sul tema evocato in chiusura dal sempre grande Vizzardelli.
    Sì, è sotto gli occhi di tutti: Gatti sta lavorando da un mesetto con gli scaligeri, tra “Falstaff” e concerti, e la cura si sente e si vede, e sono curiosissimo di cosa sortirà in Mozart e Šostakovič.
    Ora, poiché non credo che non la sentano e non la vedano anche i membri dell’orchestra, qui il problema che si pone è solo uno: desiderano lorsignori abbandonare questa posizione da cani bastonati e nel contempo sussiegosi, e finalmente prendere in mano il loro destino artistico invitando il Gatti a divenire loro leader per i lustri a venire?
    È una questione di pura e semplice volontà.
    E di pazienza del pubblico, sempre più irritato dalla mediocrità corrente in via Filodrammatici.
    Se invece si crede di poter vivere per sempre sul marchio Scala e sul perpetrarsi del sindacalismo impiegatizio, beh, allora tanto vale blindare a vita l’attuale Direttore Principale, vera garanzia di eterno grigiore burocratico, di eterna censura creativa, di eterna genericità multiuso.

  4. E. ottobre 20, 2015 a 1:33 pm #

    Non posso che aggiungermi pure io al coro di lodi per il concerto di Gatti agli Arcimboldi. Personalmente, però, i brani che più mi hanno coinvolto sono stati Gershwin e Ravel, in un vero climax ascendente di tensione ed entusiasmo. Chapeau maestro Gatti, anche questa volta ha colto nel segno regalandoci una serata interessante, ricca di spunti di riflessione ed estremamente coinvolgente.

  5. marco vizzardelli ottobre 22, 2015 a 7:05 am #

    In realtà sono d’accordissimo con Vono. La Mer by Gatti è – e l’ho scritto – una lettura “fondamentale”, e con la Filarmonica il direttore ha addirittura approfondito ulteriormente la sua lettura.

    Pippo Bo, quanto hai ragione! Fossi tu ascoltato!! O lo fossi stato a tempo debito. Stavi per esserlo, poi, nessuno ha capìto cosa sia accaduto (o, forse, lo abbiamo capìto fin troppo bene),Temo che, ormai, sia tardi….

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli ottobre 22, 2015 a 7:12 am #

    In realtà io non so mai se augurare, o no, la Scala, ad un direttore. Meglio certamente il Concertgebouw, o… ormai molti altri luoghi ove si fa grandissima musica.
    C’è un altro direttore “futuribile Scala” che di grandi ne sta inanellando, da stabile al Comunale di Bologna (guarda caso, il teatro in cui Daniele Gatti crebbe). Ieri l’ho ascoltato, in Rossini, a Bergamo.

    LO STABAT CON MARIOTTI: IL DOLORE VELATO DI ELEGANZA

    “Dal silenzio, nel vecchio teatro in penombra, si eleva la prima nota del cello, scura, profonda eppure come soffiata, un respiro dell’anima. La linea musicale s’incurva, in un “legato” intenso e mirabile, poi sale, si spezza, si riunisce nel suono degli altri celli. Dal podio, la mano sinistra – forse la più bella ed espressiva mano sinistra di direttore d’oggi, illuminata all’anulare dall’oro di un anello – inizia a dipingere la musica. Non è la “solita” Ouverture dal Guglielmo Tell, raramente ne abbiamo ascoltato l’inizio eseguito e fraseggiato come vi abbiamo descritto. E’ quella che esce dalle mani, dalla testa e dal cuore di Michele Mariotti, e dai suoi strumenti, l’Orchestra e Coro del Teatro Comunale di Bologna: per tutti loro, il Tell di Rossini è – nella frequentazione e nell’approfondimento – ormai musica dell’anima. E si vede, e si sente: l’attesa del “temporale” , le prime gocce, in un clima di sospensione; l’esplosione, violenta, compatta ma non plateale, ancora un suono dell’anima (il suono fisico deve lottare con l’acustica del teatro, che allontana gli ottoni e li costringe ad uno sforzo e a qualche veniale imprecisione: la prossima volta, al Donizetti in versione sinfonica, sarebbe bene pensare ad una conchiglia o a qualche correttivo in aiuto ad orchestra e coro, troppo inseriti “nel” anziché “sul” palcoscenico, ma amen, Rossini arriva splendido lo stesso). La pastorale è un ricamo del flauto e anche qui parla il cuore più che il suono virtuoso in se stesso. E la “cavalcata” conclusiva non ha nulla della fanfara bandistica cui talora viene ridotta: scintilla e corre, sì, nello squillo dei fiati e nelle acrobazie degli archi, ma nulla di plateale. Viene da dentro per esplodere di fuori. Colma di eleganza: è la cifra esecutiva ed interpretativa che connoterà tutto il magnifico concerto di Mariotti, orchestra e coro del Comunale. Eleganti, anche spiritosissime a tratti nel fraseggio mobilissimo, mai chiassose, pur nel travolgente Pas de Soldats conclusivo, le Danze dal Tell eseguite nella prima parte. Scintillanti con spirito e grazia.

    Dramma e tragedia, ma avvolto in un velo d’eleganza è anche lo Stabat Mater: il lutto di una Madonna velata, tragica ma dolente con eleganza. Mariotti vi apporta quella sua consueta “naturalezza” che evita l’apparenza per andare alla sostanza, all’anima della musica. Voci soliste – tutte a posto – l’intensa Yolanda Auyanet, la musicalissima Veronica Simeoni, lo svettante Antoni no Siragusa, il glorioso Michele Pertusi. Un’eleganza che non viene meno persino nelle “arie” (tenore poi quartetto) più smaccatamente operistiche. Il “cantabile”, dipinto dalla mano di Mariotti, non “sbraca” mai, e le voci tengono la loro linea: il timbro dell’orchestra è argentino (è Rossini, sia pur un Rossini doloroso) ma sempre nobile. Che non significa mai “freddo”: circola, anzi, un grande senso di tenerezza, pur nella tragedia del Cristo morto. E’ la musica del cuore di una Madre, almeno sino alla – qui sorprendente – fuga conclusiva, quella interrotta, prima della chiusa grandiosa, dal ritorno della iniziale meditazione rossiniana sul dolore: Mariotti (ma Rossini prima di lui!) è formidabile nel rendere, con il mezzo del “fugato”, di suo in fondo accademico, il senso di trapasso dalla tragedia individuale della Madre a quella collettiva dell’Umanità.

    Grande Rossini, magnificamente colto ed espresso da un direttore sempre più volto all’essenziale ed al cuore della musica. Già eseguito a Pesaro e Torino, il programma ha ricevuto accoglienza entusiastica al Donizetti di Bergamo, con lunghissimi applausi a orchestra, coro e solisti e ovazione, ben meritata, a Michele Mariotti”.

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli ottobre 23, 2015 a 7:40 am #

    IL FLAUTO MAGICO ALLA FENICE
    Intanto, prendiamo atto che Venezia è, su certi argomenti, avanti anni luce rispetto a Milano (o magari anche Londra). Forse perché, storicamente, da Casanova in poi qui il sesso ha una sana connotazione ludica, sdrammatizzante. Alla Scala, due o tre puttane perfettamente logiche e legittime nel secondo atto di Un Ballo in Maschera by Michieletto scatenarono un putiferio ( a Londra, idem lo stupro nel Tell). Nel Flauto Magico in scena alla Fenice, ad un certo punto, l’azzeccatissimo “alunno degenere Monostato” (un misto fra l’attuale Elton John in grembiule da scolaro e il ciccione rosso dei film su Pierino), infatuato dell’alunna Pamina, si masturba con la manona sotto il banco davanti all’oggetto del desiderio, e il tutto è perfettamente plausibile, logico nello spettacolo e (come sempre, in Michieletto) assolutamente rispondente alla musica in quell’istante: il pubblico della Fenice capisce, e giustamente ride e si diverte. Cosa sarebbe successo alla Scala?
    Ciò detto, Damiano Michieletto firma qui uno dei suoi spettacoli “serie A superiore” (il precedente, a nostro avviso, lo straordinario Viaggio a Reims di Amsterdam). L’ambientazione scolastica gli consente… una montagna di cose, di riflessioni: sulla vecchiaia e la gioventù, e il collegio di professori-sacerdoti decrepiti e ammalati è un capolavoro di umanità e teatro, sulla cultura che è maturità opposta ai complessi infantili della fantastica Mutter (la Regina della Notte, una mamma complessata, in gorgiera alla Franz Hals, che gioca con le bambole e l’orsacchiotto ), ma una cultura non presa troppo sul serio, tant’è vero che, se la Regina-mamma è psicolabile, il colpo di genio è che lo è anche il malinconicissimo Sarastro (altro capolavoro) che indossa un vecchio paltò (e qui per una volta l’abito-feticcio delle regie tedesche ci sta tutto) come fosse la sua coperta di Linus. Tutti sono fragili, dalla coppia protagonista ai “sacerdoti”, alla Regina, a Monostato, a Sarastro, al fantastico Papageno-bidello: tutti sono uomini, salvati e redenti, forse, dalla musica. Ma in se stessi deboli, e amati come tali, in questo meraviglioso spettacolo di Michieletto che riflette tutto l’incanto-disincanto mozartiano. Nelle scelte sceniche, iconografiche, coloristiche, costumistiche è uno spettacolo di cultura profondamente austro-tedesca, il più “tedesco” fra quanti abbiamo visto di Michieletto, ed è perfetto, perché questo è il Mozart non-italiano.
    Lo spettacolo ha una seconda eccellenza: il Papageno-bidello indimenticabile di Alex Esposito (che alla fine con la sua Papagena-bidella genererà cinque deliziosi bambini-bidellini cui consegnerà le mini-scopette da bambini per spazzare il vecchio pavimento della scuola): un prodigio scenico nella camminata, nei modi, nella tenerezza, unite alla bellezza brunita della voce. Straordinario. Appena sotto il dolcissimo Sarastro di Goran Juric. Gli altri su un livello medio, ma con bella aderenza scenica.
    L’orchestra suona eroicamente, in quanto acefala. Manca a questo Flauto il podio, sul quale si muove (molto) l’ex grandissimo primo violino di Claudio Abbado, Francesco Manacorda, che preferiamo ricordare come tale. Già i ricordi ai tempi delle direzioni beethoveniane ai Pomeriggi Musicali erano inquietanti. Qui è anche peggio, al netto degli ancheggiamenti durante l’aria del glockenspiel (eravamo in un palco a picco sulla buca, e vedevamo) e a partire dalla (di suo, stupenda) ouverture, affastellata in una frenesia inane. Per proseguire con attacchi anticipati dati con il dito indice, per fortuna costantemente elusi dai bravi cantanti che vanno per conto loro. Il tutto dipinto in una sola tinta: cenere. Da dimenticare. Spero che la Fenice, che ha fra i suoi meriti la ripresa e la conservazione dei suoi spettacolui miglioi, riproponga in futuro questo magnifico Flauto di Michieletto con altro direttore. Questo preferiamo ricordarlo quando imbracciava il suo splendido violino.

    marco vizzardelli

  8. marco vizzardelli ottobre 23, 2015 a 7:42 am #

    Pardon, Antonello Manacorda. Non so perché mi sia uscito Francesco.

    marco vizzardelli

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