15 Ott
Giuseppe Verdi

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

Produzione Teatro alla Scala
In coproduzione con Royal Opera House, Covent Garden, Londra;
Canadian Opera Company, Toronto;
Metropolitan Opera, New York;
Dutch National Opera, Amsterdam

 

Falstaff di Giuseppe Verdi Direttore: Daniel Harding  Regia: Robert Carsen  Scene: Paul Steinberg  Costumi: Brigitte Reiffenstuel  Luci: Robert Carsen e Peter Van Praet

 

 

 

 

 

Durata spettacolo: 2 ore e 40 minuti incluso intervallo

Direttore Daniele Gatti
Regia Robert Carsen
Scene Paul Steinberg
Costumi Brigitte Reiffenstuel
Luci Robert Carsen
Peter van Praet

Sir John Falstaff Nicola Alaimo
Ford Massimo Cavalletti
Fenton Francesco Demuro
Dott. Cajus Carlo Bosi
Bardolfo Patrizio Saudelli
Pistola Giovanni Parodi
Alice Ford Eva Mei
Nannetta Eva Liebau
Mrs. Quikly Marie-Nicole Lemieux
Mrs. Meg Page Laura Polverelli

10 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione ottobre 15, 2015 a 7:22 am #

    In attesa del post su Falstaff, metto qui, poi Attilia sposterà ECCOLO SPOSTATO il commento di VIZZA (scusate il ritardo- Attilia)

    ———–
    FALSTAFF, DANIELE GATTI

    Sorride, ride, scintilla, si aguzza e poi si intenerisce: così il Falstaff eseguito da Daniele Gatti alla Scala riprendendo lo spettacolo elegante di Carsen che nacque proprio con il direttore milanese. Il che si vede, e si sente: palco e buca e podio respirano insieme. L’orchestra risponde magnificamente, ritrovando il gusto per una dinamica allargata fino al pianissimo (atto terzo finale parte prima e inizio del “notturno”, una trina) eppure possente là dove occorre: un Falstaff dal suono argenteo, chiaro fino al cristallo in una concertazione a ragnatela nel quale nulla sfugge. Acceso nei tempi, “corre” limpido alla mèta, cartesiano nella concezione, diretto senza ubbie e con senso di amore e dedizione alla partitura. Di matematica precisione nei terribili concertati sghembi (quello del primo atto è prodigioso per esattezza, idem la fuga conclusiva).
    E si sorride e si ride molto, prima di intenerirsi. “Commedia lirica” è, ed entrambi i termini sono rispettati e messi in piena luce da Gatti e cast. Una compagnia soprattutto omogenea che assicura compattezza al tutto. Non parleremmo di eccellenze vocali ma di un ottimo assieme. Nicola Alaimo è un notevole Sir John: sicuro, svettante, sano nello strumento, spigliato attore. Forse non è pienamente “vecchio John”: gli manca, ancòra, quel tocco di “spleen” che dà il senso della vecchiaia, pur sempre memore di giovinezza, del peronaggio. Gli altri, Cavalletti, Demuro, Bosi, Saudelli, Parodi e le signore, Eva Mei, Eva Liebau, Laura Polverelli si attestano su un apprezzabile livello medio, dal quale si eleva la strepitosa, esilarante Quickly della (peraltro voce magnifica e timbrata) Marie Nicole Lemieux, sempre più brava ad ogni ripresa di questo spettacolo. Si badi che (a parte, ovviamente “Nannetta”) abbiamo detto “signore”. Gatti, nel suono e nell’espressione (concertati compresi) le individua come tali: donne di una certa età. Lo sbereffo stesso degli “assieme” e il chiacchericcio delle voci ne tiene giustamente conto, e lì la timbrica si scurisce: è uno degli aspetti interessanti di questa lettura. Un altro è – in sintonia con Carsen – l’individuazione di una espressività umoristica “inglese” bilanciata da suono italiano (con Harding, che era stato, si badi, interessante e intelligente come sempre, mancava un po’ l’italianità: qui le componenti ci sono entrambe). L’allestimento e la genialità del Falstaff-Carsen non sono, forse, fra i top assoluti del grande regista: ma chiarezza, gusto, aderenza alla vicenda sono di alto livello: è teatro di grande mano, anche se aspettiamo sempre (lo sarà Michieletto di cui non abbiamo visto il Falstaff in arrivo alla Scala le prossime stagioni?) colui che ci darà un “notturno” finale pienamente risolto: qui, con Gatti, lo è in orchestra e nelle voci.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli ottobre 16, 2015 a 6:37 am #

    Off topic su evento milanese.
    LA LENINGRADO DI SOSTAKOVIC ALLA VERDI
    ————————————————————–
    Sensazionale esecuzione della Leningrado di Sostakovic da parte di Eiji Oue e della Verdi all’Auditorium milanese, ieri sera 15 ottobre.
    ll concerto è stato esattamente… le due possibilità che era lecito attendersi, avendo ascoltato il vulcanico direttore Giapponese lo scorso anno in una estrema Sesta di Mahler: dall’horror allo stupore.
    L’horror: le moine mozartiane del direttore nella prima parte che hanno spezzettato i fraseggi e forzato l’espressione del terzo concerto di Mozart, nonostante la disciplina e la bravura della violinista Korsakova (ottimi bis bachiani). Sembravano la favola della bella e della b…Danzando sul podio, Oue ha addirittura rischiato, nel finale, un attimo di stop clamoroso., salvato per un pelo…. C’era da temere, pensando a Sostakovic e alla sua Settima in Do maggiore, invece…
    Pazzesca lettura e dimostrazione di quanto possa dare e fare l’Orchestra Verdi. Oue, concentratissimo, ha serrato e moderato la gestualità e serrato la scansione, pur incendiando letteralmente il testo sul piano espressivo. Tecnicamente, gestendo dinamiche addirittura estreme – dal pianissimo alla deflagrazione – è riuscito a toccare il confine del sostenibile mantenendo miracolosamente compatto il suono. Incredibile, in tal senso, la risposta dell’orchestra: una macchina da guerra, è proprio il caso di usare il termine, data la sinfonia in questione. Avevo accennato, nei preventivi, a cosa sarebbe pututa diventare, in mano ad Oue, la marcia con variazioni del primo movimento: è stata… da rimanere a bocca aperta, nei dettagli solistici, nella scansione, nella crescita fino al paradosso sonoro. Ecco, “paradosso sonoro” è quanto si è ascoltato. Siamo approdati ai confini del suono. Ma un paradosso gestito e lanciato con maestria assoluta al pubblico, che ha risposto con un boato alla fine dell’esecuzione, e con infiniti applausi ritmati.
    Andateci, stasera o domenica, bypassando o sopportando il Mozart (però la violinista è notevole. In apertura, consuete variazioni-Expo di Campogrande, stavolta dedicate all’Austria, meno ispirate rispetto ad altre del ciclo, pur gradevoli). Questo Sostakovic Oue-Verdi è un’esperienza d’ascolto non comune né quotidiana.

    marco vizzardelli

  3. masvono ottobre 16, 2015 a 1:59 pm #

    Mi unisco al puntuale commento di Vizzardelli per invitare gli appassionati ad assistere al concerto della Verdi con Oue. La “sua” Settima di Shostakovich appartiene al novero delle letture in cui l’impianto interpretativo, oltre che personalissimo, è marcatamente teatrale. Quindi tempi spediti, resa agogica ed espressiva incandescente, sovente al calor bianco e, fatto non trascurabile, esattezza esecutiva in tutte le sezioni.

    Non era affatto un esito scontato. Oue è un direttore “estremo”, la Sesta di Mahler dell’anno scorso apparteneva più alla follia che alla genialità, questa Settima è una colata lavica di “genio” in cui, forse, Shostakovich risulta meno amaro e più liberamente esaltato di quanto in realtà non sia. Ma in una sinfonia come la “Leningrado”, che non è la Quattordicesima o l’Ottava, ci sta tutto.

    In Mozart Oue replicava, con meno interesse e maggiore idiosincrasia interpretativa, il tentativo effettuato la scorsa stagione con Mahler licenziando un accompagnamento inutilmente frammentato e caricato negli accenti, ora forti, ora deboli, della battuta costringendo il fraseggio ad uno spezzettamento grottesco a tratti, per me, difficilmente seguibile.

    In definitiva resto convinto che Oue sia un direttore tecnicamente efficacissimo (quello che vuole lo ottiene e, soprattutto, come accade nei veri direttori, al gesto corrisponde esattamente un riscontro sonoro) dalla personalità strabordante (mentre ascoltavo il Shostakovich di ieri mi veniva in mente, chissà perchè, Golovanov). Una sua presenza costante nelle stagioni dela Verdi sarebbe auspicabile, anche se limitatamente ad un determinato repertorio (penso a Rachmaninov Scriabin, certo Ciaikovski e, forse, qualche cosa di Richard Strauss oltre, naturalmente, a Shostakovich).
    A presto

    -MV

  4. E. ottobre 18, 2015 a 12:52 pm #

    Concordo con quanto scritto da Vizzardelli: motivo per rivedere questo FALSTAFF, oltre alla simpatica, divertente regia di Carsen, la direzione ispirata di Daniele Gatti. Una lettura cesellata, meditata, studiata, analitica, preziosa nelle sonorità, variegata nelle dinamiche e nei tempi, esuberante e coinvolgente ma mai soverchiante rispetto alle voci: voci tutte di livello ottimale – esclusi Fenton e Nannetta, davvero sottotono e dimenticabili – seppur senza nomi di grande richiamo.

  5. marco vizzardelli ottobre 19, 2015 a 8:14 am #

    CONCERTO BERNSTEIN DEBUSSY GERSHWIN RAVEL – DANIELE GATTI E FILARMONICA DELLA SCALA – ARCIMBOLDI
    —————–

    Era bello, nell’accostamento dei due sommi francesi a Bernstein e Gershwin, il programma “alla Pretre” allestito da Daniele Gatti per la Filarmonica della Scala ai concerto Discovery tentuosi all’Arcimboldi (la cui acustica va migliorando nel tempo, fermo restando lo squallore del quartiere circostante, architettura sovietica trasbordata a Milano: e meno male che abbiamo scoperto, grazie ad un amico, il Ristorante SottoSopra, ottimo…). La curisotà maggiore – conoscendo il suo Ravel e il suo Debussy – era per i primi Gershwin e Bernstein di Gatti. Ebbene, i due americani sono stati il meglio del concerto, in particolare uns sfolgorante e folgirante perché originalissima lettura di Un Anericano a Parigi. mai sentito così voluttuoso e sensuale nei fraseggi, vertiginoso nel rubato impresso al tema della tromba, saporito e grasso nelle parti ritmiche, rutilante di colori, di abbandono alla danza. Roba da sperare che fra un Verdi e un Wagner, Daniele Gatti trovi chissà mai. un giorno, il tempo per un Porgy and Bess che (cosa ne ha cavato, in cultura musicale del ‘900, un Harnoncourt!) avrebbe parecchi stimoli da offrirgli. Gatti, secondo suo costume, ci va cauto, ma il primo Gershwin è stato una folgorazione!
    Ottima anche la resa sua e dell’orchestra in Bernstein, così pure in Ravel, una rigorosissima, elegante esecuzione della Suite nr 2 di Daphnis et Chloé,di grande virtusosismo nella Danse Generale, che ha visto la Filarmonica della Scala precisa e attenta. Siamo cresciuti con due letture strepitose di questo brano, quella iridescente nell’incisione di Abbado con la Boston Symphony (uno dei più bei dischi della vita di Claudio) e quella tutta flou e rubati (tante volte ascoltata dal vivo) dell’amatissimo Georges Pretre, Daniele ce ne dà una lettura differente, meno immediata ma forse più rispondente alla “lettera” di Ravel, nella sua stilizzazione.
    De La Mer di Debussy, Gatti ci ha lasciato una fondamentale incisione con la sua National de France, ne ha una versione modernissima e tale da trasmettere un senso di inquietudine, quasi angoscia, sotto i rabeschi e i disegni orchestrali: non augureremmo al velista Daniele Gatti (sua attuale passione) di trovare un mare di questo tipo… sarebbe impegnativo! Con la Filarmonica, il direttore ha ulteriormente affinato e articolato, in mille segmenti musicali e giochi dinamici, tali da mettere a dura prova l’orchestra (infatti qui ha diretto “tutto”, con gesto capillare, mentre nel resto del programma ha lasciato briglie più sciolte). La Filarmonica gli ha risposto bene in Jeu de Vagues, risolto in un bellissimo gioco di prismi. Con qualche affanno nei due movimenti esterni, che impegnano al massimo, in particolare, la sezione ottoni, e qui qualche atavico guaietto del complesso salta fuori.
    Impressione generale? La solita: quanto bene fa la presenza di un Gatti, all’orchestra. E quanto gliene avrebbe fatto e quanto gliene farebbe, in funzione stabile!

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli ottobre 19, 2015 a 8:30 am #

    RICOPIO PERCHE’ STAMANE IL PC MI FA IMPAZZIRE
    Era bello, nell’accostamento dei due sommi francesi a Bernstein e Gershwin, il programma “alla Pretre” allestito da Daniele Gatti per la Filarmonica della Scala ai concerto Discovery tentuosi all’Arcimboldi (la cui acustica va migliorando nel tempo, fermo restando lo squallore del quartiere circostante, architettura sovietica trasbordata a Milano: e meno male che abbiamo scoperto, grazie ad un amico, il Ristorante SottoSopra, ottimo…). La curiiosità maggiore – conoscendo il suo Ravel e il suo Debussy – era per i primi Gershwin e Bernstein di Gatti. Ebbene, i due americani sono stati il meglio del concerto, in particolare una sfolgorante e folgorante perché originalissima lettura di Un Americano a Parigi. mai sentito così voluttuoso e sensuale nei fraseggi, vertiginoso nel rubato impresso al tema della tromba, saporito e grasso nelle parti ritmiche, rutilante di colori, di abbandono alla danza. Roba da sperare che fra un Verdi e un Wagner, Daniele Gatti trovi chissà mai. un goprno, il tempo per un Porgy and Bess che (cosa ne ha cavato, in cultura musicale del ‘900, un Harnoncourt!) avrebbe parecchi stimoli da offrirgli. Gatti, secondo suo costume, ci va cauto, ma il primo Gershwiin è stato una folgorazione!
    Ottima anche la resa sua e dell’orchestra in Bernstein (l’ouverture da Candide), così pure in Ravel, una rigorosa, elegante esecuzione della Suite nr 2 di Daphnis et Chloé, di grande virtusosismo nella Danse Generale, che ha visto la Filarmonica della Scala precisa e attenta. Siamo cresciuti con due letture strepitose di questo brano, quella iridescente nell’incisione di Abbado con la Boston Symphony (uno dei più bei dischi della vita di Claudio) e quella tutta flou e rubati (tante volte ascoltata dal vivo) dell’amatissimo Georges Pretre, Daniele Gatti ce ne dà una lettura differente, meno immediata ma forse più rispondente alla “lettera” di Ravel, nella sua stilizzazione.
    De La Mer di Debussy, Gatti ci ha lasciato una fondamentale incisione con la sua National de France, ne ha una versione modernissima e tale da trasmettere un senso di inquietudine, quasi angoscia, sotto i rabeschi e i disegni orchestrali: non augureremmo al velista Daniele Gatti (sua attuale passione) di trovare un mare di questo tipo… sarebbe impegnativo! Con la Filarmonica, il direttore ha ulteriormente affinato e articolato la sua lettura, in mille segmenti musicali e giochi dinamici, tali da mettere a dura prova l’orchestra (infatti qui ha diretto “tutto”, con gesto capillare, mentre nel resto del programma ha lasciato briglie più sciolte). La Filarmonica gli ha risposto bene in Jeu de Vagues, risolto in un bellissimo gioco di prismi. Con qualche affanno nei due movimenti esterni, che impegnano al massimo, in particolare, la sezione ottoni, e qui qualche atavico guaietto del complesso salta fuori.
    Impressione generale? La solita: quanto bene fa la presenza di un Gatti, all’orchestra. E quanto gliene avrebbe fatto e quanto gliene farebbe, in funzione stabile!

    marco vizzardelli

    • pippo_bo ottobre 27, 2015 a 8:09 pm #

      Io ci vado di sicuro! Il primo “Tristan und Isolde” italiano di Gatti mi sembra imperdibile.

  7. marco vizzardelli novembre 5, 2015 a 4:44 am #

    Ultima replica di Falstaff alla Scala a livello d’altissima arte.
    Basterebbe un episodio: quando al primo atto, primo concertato, parte dal tavolo delle donne il chiacchericcio-rumore, sul quale si innesta quello, sghembo metricamente rispetto al primo, degli uomini. Tutto questo con Daniele Gatti avviene con la semplicità d’un sorso d’acqua preso da un bicchiere, e con un rilievo scultoreo dei suoni e una esattezza ed una leggerezza da restare senza parole. E tutto il suo Falstaff va così.
    Scala finalmente piena (ma guarda, c’erano le platee a prezzi di costo europei e il resto di conseguenza! Chissà se la capiscono, lì dentro!!) e piena di un pubblico non di gerontoabbonati ma di gente normale, di ogni età, ricettiva, e partecipe: ridevano come matti e lo facevano ai momenti giusti. Un trionfo con infinite chiamate.
    Tutto il cast cresciuto in corso di repliche: particolarmente il Falstaff dell’ottimo Alaimo, ora più riflessivo che all’inizio delle rappresentazioni, soprattutto negli atti finali, dopo il tuffo in acqua. Sta assumendo le corde della malinconia oltre quelle, che già aveva, del teatro e del comico. Direi che abbiamo un ottimo Falstaff in più, dopo Maestri, il che è un bene prezioso. E tutti gli altri bene: ancora una volta, nota particolare per l’incredibile Lemieux. Alla sua Quickly recitano (eccome!) perfino le tette, con tutto il corpo e l’anima: irresistibile!
    Penso che alla Scala (e non lo dico così per dire, ma credo con qualche fondatezza) l’esito, appunto artistico, di questo Falstaff (lo spettacolo di Carsen, fra laltro: si vede che è nato assieme a Gatti. Con lui funziona in maniera diversa che con altri) che letteralmente si irradia dal podio, stia inducendo a qualche riflessione. Non ho voglia di far polemiche. E’ sufficiente prendere atto di come l’orchestra ha suonato in questo Falstaff. Magari fosse sempre così!!

    marco vizzardelli

  8. Luigi Brambilla novembre 12, 2015 a 1:34 pm #

    D’accordissimo col malcontento generale, avanzo una proposta secondo me percorribile e non traumatica.
    Riccardo Chailly è Direttore Principale del Teatro alla Scala con contratto dal 1.1.2015 al 31.12.2016.
    Al termine non gli si rinnova l’incarico e lo si ringrazia per il lavoro prestato.
    Punto.
    Dalla stagione 2017-2018 Daniele Gatti venga nominato Direttore Musicale del Teatro alla Scala per, che so io, cinque stagioni.
    Tutto limpido, alla luce del sole, senza giochetti.
    Per la gioia della città, del pubblico e delle masse artistiche.

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