ORCHESTRA DELL’ACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA

12 Ott
11 Ottobre 2015
Direttore Antonio Pappano

Pappano

Direttore Antonio Pappano

Gaspare Spontini da Olympie
Ouverture
Ludwig van Beethoven Sinfonia n. 2 in re magg. op. 36
Sinfonia n. 5 in do min. op. 67

2 Risposte to “ORCHESTRA DELL’ACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA”

  1. marco vizzardelli ottobre 12, 2015 a 9:13 pm #

    Il buon concerto di Antonio Pappano e dell’Orchestra di Santa Cecilia replicato la sera di lunedì 12 alla Scala richiede, a mio avviso, alcuni distinguo fra l’affettuosissimo, trionfale (applausi ritmati e quant’altro, con “Nimrod” di Elgar ottimo bis) esito di pubblico, la evidente capacità del direttore di entrare in sintonia con il pubblico medesimo grazie ad una naturalezza musicale, e alla naturale simpatia, anche proprio umana, dell’approccio, l’altrettanto evidente aplomb di un’orchestra spettacolare anche quando l’esecuzione non sia tutta (qualche sbavatura di legni e ottoni, qua e là) sullo standard straordinario cui siamo abituati (vedi la recente Nona) ascoltandola all’Auditorum romano. E l’effettiva resa artistica del tutto.
    Diciamo subito, al proposito: la grande esecuzione, il gran momento del concerto, è stata l’Ouverture da Olympie di Spontini, cui Pappano e i suoi hanno eretto un monumento, letteralmente trascinanti nel suono scultoreo e nella scansione, negli slanci: altro che pomposità neoclassiche!
    Della Seconda sinfonia di Beethoven, onestamente, anche in anni recenti, abbiamo ricordi, diremmo “maggiori”. Faremmo tre nomi: il grande Abbado (che la eseguiva spessissimo), il modernissimo, tagliente Esa-Pekka Salonen, l’inquieto, riflessivo Daniele Gatti del recente ciclo in corso con la Mahler Chamber. Rispetto a tutti e tre questi la briosa, pur fremente, ma anche un filo leziosa (larghetto e scherzo) e tutta crinoline ancor settecentesche, lettura di Pappano, ci è sembrata restare
    un po’ “indietro”, pur godibilissima.
    Al contrario, la sua Quinta ci è parsa un caterpillar. Una massicciata di musica a tutta (o stragrande maggioranza di) violenza sonora, di immediatissimo impatto (infatti gradita dal pubblico) ma, a nostro parere, un po’ a senso unico. Ancora: senza scomodare Claudio Abbado, se pensiamo alla (incredibile) Quinta sortita da un Paavo Jarvi sul podio della sua orchestra di Brema dal vivo e in disco, qui siamo in un “clima” sicuramente molto più tradizionale (non molto discosto, in fraseggi e “peso” e “massa” dallo stile beethoveniano del maestro di Pappano, Daniel Barenboim). Ecco, se penso alla concertazione, ricca di infiniti dettagli, e allo scatto di modernità impresso alla Quinta da un Jarvi, questa di Pappano mi lascia un senso di genericità, pur nella sua monumentalità sonora: anche di già ascoltato, specie quel primo movimento, il classico Beethoven “incazzoso” (scusate il termine, ma ci sta) dei ritratti, accigliato capelli al vento, ma un po’ un luogo comune nel momento in cui diventa lettura ed esecuzione musicale. Fermo restando che vedere e sentir suonare i ceciliani con l’entusiasmo, la dedizione, l’ascolto reciproco che li caratterizzano, è sempre motivo d’ammirazione.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli ottobre 15, 2015 a 5:48 am #

    In attesa del post su Falstaff, metto qui, poi Attilia sposterà

    ———–
    FALSTAFF, DANIELE GATTI

    Sorride, ride, scintilla, si aguzza e poi si intenerisce: così il Falstaff eseguito da Daniele Gatti alla Scala riprendendo lo spettacolo elegante di Carsen che nacque proprio con il direttore milanese. Il che si vede, e si sente: palco e buca e podio respirano insieme. L’orchestra risponde magnificamente, ritrovando il gusto per una dinamica allargata fino al pianissimo (atto terzo finale parte prima e inizio del “notturno”, una trina) eppure possente là dove occorre: un Falstaff dal suono argenteo, chiaro fino al cristallo in una concertazione a ragnatela nel quale nulla sfugge. Acceso nei tempi, “corre” limpido alla mèta, cartesiano nella concezione, diretto senza ubbie e con senso di amore e dedizione alla partitura. Di matematica precisione nei terribili concertati sghembi (quello del primo atto è prodigioso per esattezza, idem la fuga conclusiva).
    E si sorride e si ride molto, prima di intenerirsi. “Commedia lirica” è, ed entrambi i termini sono rispettati e messi in piena luce da Gatti e cast. Una compagnia soprattutto omogenea che assicura compattezza al tutto. Non parleremmo di eccellenze vocali ma di un ottimo assieme. Nicola Alaimo è un notevole Sir John: sicuro, svettante, sano nello strumento, spigliato attore. Forse non è pienamente “vecchio John”: gli manca, ancòra, quel tocco di “spleen” che dà il senso della vecchiaia, pur sempre memore di giovinezza, del peronaggio. Gli altri, Cavalletti, Demuro, Bosi, Saudelli, Parodi e le signore, Eva Mei, Eva Liebau, Laura Polverelli si attestano su un apprezzabile livello medio, dal quale si eleva la strepitosa, esilarante Quickly della (peraltro voce magnifica e timbrata) Marie Nicole Lemieux, sempre più brava ad ogni ripresa di questo spettacolo. Si badi che (a parte, ovviamente “Nannetta”) abbiamo detto “signore”. Gatti, nel suono e nell’espressione (concertati compresi) le individua come tali: donne di una certa età. Lo sbereffo stesso degli “assieme” e il chiacchericcio delle voci ne tiene giustamente conto, e lì la timbrica si scurisce: è uno degli aspetti interessanti di questa lettura. Un altro è – in sintonia con Carsen – l’individuazione di una espressività umoristica “inglese” bilanciata da suono italiano (con Harding, che era stato, si badi, interessante e intelligente come sempre, mancava un po’ l’italianità: qui le componenti ci sono entrambe). L’allestimento e la genialità del Falstaff-Carsen non sono, forse, fra i top assoluti del grande regista: ma chiarezza, gusto, aderenza alla vicenda sono di alto livello: è teatro di grande mano, anche se aspettiamo sempre (lo sarà Michieletto di cui non abbiamo visto il Falstaff in arrivo alla Scala le prossime stagioni?) colui che ci darà un “notturno” finale pienamente risolto: qui, con Gatti, lo è in orchestra e nelle voci.

    marco vizzardelli

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