FILARMONICA DELLA SCALA – MILANO MUSICA

4 Ott
4 Ottobre 2015
Direttore Ingo Metzmacher

24° Festival di Milano Musica
In coproduzione con Filarmonica della Scala

 

Per ricordare Luciana Pestalozza e  Claudio Abbado

Direttore Ingo Metzmacher
Violino Francesco D’Orazio

IngoMetzmacher

Anton Webern Passacaglia op. 1
Bruno Maderna  

Concerto per violino e orchestra

Aura

Alban Berg Drei Orchesterstücke op. 6

4 Risposte to “FILARMONICA DELLA SCALA – MILANO MUSICA”

  1. marco vizzardelli ottobre 5, 2015 a 6:24 am #

    Scrivo qui, off-topic, perché post più recente

    INAUGURAZIONE DELLA STAGIONE SINFONICA ACCADEMIA SANTA CECILIA

    Chiunque segua dall’inizio l’appassionato ed appassionante cammino di Antonio Pappano alla guida dei complessi di Santa Cecilia sa che – fra le tante proposte entusiasmanti – il “capitolo Beethoven” è, o era, rimasto, ad oggi, interlocutorio in esiti sporadici e non completamente convincenti. Lasciò indifferenti, tempo fa, una Eroica non più che disciplinata. E le altre incursioni erano parse tentativi di approccio.
    Quest’anno Pappano lancia il ciclo completo delle Nove, e stavolta non si scappa: se lo si fa, a questo livello c’è dietro studio e ricerca.
    La Nona d’apertura della stagione sinfonica è un esito importante – se non supremo – per “personalità”, originalità d’approccio e una coerenza che, pur nella non-appartenenza della lettura ad una tradizione riconosciuta, hanno ancora una volta affermato la travolgente musicalità “spontanea” che è il miglior dato interpretativo del (sempre cordiale e simpatico, con il pubblico) direttore italoangloamericano. E’ chiaro che si tratta della Nona di un grande diettore di teatro in musica: sembra, in buonissima parte, una rappresentazione drammatica, fin dall’inizio, violento convulso, nel quale Pappano si preoccupa (sarà una costante) più dell’espressività che non di una assoluta precisione di scansione. C’è ritmo, tantissimo, fin dall’esplosione cadenzata del primo tema. Ce n’è nello sviluppo. Ce ne sarà – ed è il meglio di questa lettura – in una originalissima , fremente esecuzione dello Scherzo (dettagliatissimo nella concertazione dei legni e ottoni, fin nel trio vorticoso). Poi, ci sarà tantissima espressione nell’ Adagio molto e cantabile, tutto tenuto ad archi come “stirati”, nel suono, raccolto nel tempo e nella scansione eppure liricissimo (c’è già, a nostro avviso, Mahler a tutto spiano – e ci sta bene – nell’approccio di Pappano!). E il direttore si dimostra coraggiosissimo nella scelta dei tempi e dell’espressione, accesi gli uni e l’altra, nel finale, un Inno letteralmente traboccante di gioia incontenibile, fino alla stretta finale, una delle più clamorose, per straordinaria “accensione”, ascoltate in epoca recente. Rischia molto (prima del “vor Gott” del coro, imprime una tale accelerazione al quartetto dei solisti vocali da mandarli per un istante fuori tempo) ma ottiene tantissimo sul piano espressivo.
    Manca forse a questa Nona, per passare nel novero delle massime in assoluto, quel senso della Storia interpretativa che – unito alla grandezza dell’approccio individuale – fece dell’esecuzione Berliner di Claudio Abbado post-malattia, qui a Roma poi a Vienna, qualcosa di assoluto ed indimenticabile. Lì c’era (mediata, come Claudio ricordò, attraverso Furtwangler da una parte, le esperienze di harnoncourt dall’altra) la sintesi, permeata di una individualità potente e addirittura rafforzata dal male fisico, di un mono e di una Storia. Qui restiamo forse nell’ambito di una originalissima visione individuale, nella quale il grande uomo di teatro in musica Pappano si misura, con successo, con il capolavoro corale-sinfonico. Non è poco, all’inizio di un ciclo che sicuramente desta grande curiosità. Esula un po’ da modelli, il che può essere un limite ed allo stesso tempo un pregio.
    Una volta di più, in ogni caso, va detto che Pappano si avvale di fantastiche forze: abbiamo nominato per primo Alessio Allegrini, primo corno della formazione ceciliana. Quel che fa lui – e con lui l’intero quartetto dei corni – è al limite del funambolismo, e permette a Pappano, specie nei due movimenti interni, giochi e virtusosismi di concertazione francamente inauditi (l’impressione, da certe magnifiche asprezze nelle sortite solistiche, è che adotti l’ormai consueta edizione critica, vorremmo conferme, in ogni caso la concertazione svela tutta una serie di particolari solitamente nascosti). Ma tutta l’orchestra suona a livello di miglior – di gran lunga – complesso sinfonico nazionale quale è. E meraviglioso per plasticità. dizione e dinamiche è il coro di Visco. Bene tre quarti dei solisti vocali (ci è parso di sentir poco il contralto Adriana Di Paola) sui quali Pappano ha fatto un gran lavoro: Rachel Willis-Sorensen, Stuart Skelton e l’illustre Michael Volle.

    In sintesi: un bellissimo, coraggioso, e musicalissimo esito “individuale” d’interprete, una Nona fresca e non scontata (davvero non è poco!) pur mezzo gradino sotto gli esiti di riferimento tali da dettare una Storia interpretativa.

    Trionfo ad applausi ritmati la prima sera, presente un applauditissimo Giorgio Napolitano con la moglie Clio.

    marco vizzardelli

    In apertura di serata, Bread Water and Salt, di Luca Francesconi, intenso lavoro su testi di Nelson Mandela. Il meglio dai complessi ceciliani (coro!) e dalla bellissima e formidabile Pumeza Matshikiza, soprano. I venti e rotti minuti ci sembrano nascondere, dietro apparenti originalità specialmente, un certo senso di “dejà..” nella strumentazione, non cancellato dal furor apostolico ammirevole con il quale Pappano si è calato nel lavoro.

  2. luzy ottobre 5, 2015 a 9:15 am #

    Capisco l’OT. Parlare dell’Orchestra della Scala nelle prove di Milano Musica è sempre imbarazzante.

  3. marco vizzardelli ottobre 7, 2015 a 7:28 am #

    Più che altro non ho ascoltato il concerto di Milano Musica, quindi non posso riferirne e vi lascio un altro, a mio avviso importante, off-topic di questi giorni. L’incisione di Aida da parte di Pappano con i comoplessi di Santa Cecilia.
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    Antonio Pappano e i complessi di Santa Cecilia hanno realizzato dal vivo, in questi giorni, una Nona di Beethoven splendida ma – come si diceva – forse non “definitiva” sul piano dell’assoluto riferimento.
    Tale è, invece, l’incisione di Aida per la Werner (Auditorium, Roma 2015), almeno per quanto attiene a orchestra, coro, direttore e parti maschili. E senso generale dell’impresa.
    E avremmo già detto tutto. Quel che orchestra e coro “montano” sotto la guida di Pappano è un letterale prodigio di ricchezza dinamica, tematica, coloristica, virtuosistica, teatrale, verdiana. E il tutto parte dalla solita, basilare dote di Pappano: la semplicità mentale, l’arte di semplificare (senza cadere in superficialità) evitando in partenza certi artifizi mentali (vedasi un pur illustre quale Mehta, l’ultima volta alla Scala): ovvero Aida è intimista o corale e trionfale? Ma santo cielo, entrambe le cose!! Senza bisogno di farne una estenuata, languida, morente “pappa” (eh, eh) sonora. Mantenendo, invece, ed esaltando, l’ininterrotto gioco drammatico (è teatro, e perfetto teatro, in musica). E giocando su una infinità di piani sonori, sfumature, e dinamiche. Orchestra e coro di Santa Cecilia sono, al riguardo, letteralmente prodigiosi. Da citare: scena nel tempio atto 1, tutto il trionfo con danze (con una incredibile Marcia, dolcissima e un po’ “allontanata” oltreché completamente risolta nella stereofonia dei gruppi di trombe – bravissima anche la Banda della Polizia di Stato – sì che paiono materializzarsi, in Radames, cui la Marcia è dedicata, l’eroismo e la dolcezza, e l’eroismo non solo suo, ma di tutti gli eroi di tutti i tempi: questa marcia, eseguita in maniera così struggente, assume un valore ad un tempo legato all’ìndividuo e alla Storia), poi l’incredibile introduzione strumentale-corale all’atto del Nilo (solo Karajan approdava ad un simile profluvio di tinte, di acqua, di notte) e la quasi insostenibile tensione e violenza della scena del giudizio,nella quale, finalmente e per l’unico momento, “si sveglia” anche la torpida Amneris della Semenchuk, altrove anonima.
    Radames eroico e dolce. JK, Jonas Kaufmann, è la carta superiore nelle mani di Pappano. Una voce, un’intelligenza, e uno strumento in più “dentro” l’orchestra. Spazzate via letteralmente generazioni di anche illustri Radames “stupidotti” (ma Bergonzi non era tale!) e monocordi, in una ricchezza (anche qui) di espressioni e dinamiche tali da relizzare non solo un guerriero ma un uomo di cuore ed intelletto, che vive, ama, soffre, ragiona, capisce. La voce, dal pianissimo allo squillo, esprime tutto e si inebria dell’orchestra e nell’orchestra. Con Kaufmann, Pappano può realizzare tutto, della sua Aida. E la sorpresa del cast è il corrispondente timbrico ed interpretativo: l’Amonasro nobile e tutt’altro che babau selvaggio (anche qui, generazioni di energumeni affossate) di Ludovic Tezier, capace di non perdere un etto in forza (la maledizione della figlia, al terzo atto) non dimentiocando d’essere un re, e un padre. Un padre nobile di Verdi. E giocando, egli pure, sui colori.
    Del resto, l’intera locandina maschile è di altissimo livello: Erwin Schrott, Ramfis, ha forse perso un filo di quella compattezza e rotondità dello strumento vocale (si è invece, a veder le foto, fin troppo arrotondato il fisicone!) ma è, via via nell’opera, sempre più efficace, nel delineare un sacerdote che nasconde dietro una falsa dolcezza paterna la rigidità e inflessibilità del potere. Ed è magnifico il Re di Marco Spotti. Nonché un lusso Paolo Fanale come Messaggero.
    Purtroppo, non pervenute, o quasi, le due signore (Eleonora Buratto fa il suo come Sacerdotessa): il vibrato costante e algido di Anja Harteros è tutto, fuorché Aida. Rimedia, fino alla scena del trionfo, con buona intelligenza del testo e delle situazioni. Crolla, al terz’atto, in un imbarazzante “O Cieli Azzurri” tutto tirato piallato e sbiancato, poi – sostenuta da direttore, JK e Tezier – porta a casa, in qualche modo, la parte. Ma – facciamo due nomi – Pappano avrebbe completato l’opera pur magnifica realizzata, avendo a disposizone una Monastyrska (con cui ha già lavorato) o magari una Pirozzi, che attendiamo al ruolo (e poteva esser l’occasione di provarla). Anche senza scomodare la “divina” Anna di Russia, magari più discutibile, nel ruolo, ma sempre Anna…
    Della Semenchuk-Amneris si è fatto cenno: fondamentalmente anonima con risveglio all’ultimo atto. E hanno un po’ stuccato queste pronunce della lingua italiana con il gianduiotto in bocca… ne abbiamo sentite tante, in questi anni!

    Peccato da un lato: sarebbe stata un’Aida totale, assoluta, se il coté femminile del cast fosse stato pari a quello maschile ed ai complessi ceciliani, e al direttore. Cui, comunque e d’altro canto, va il merito di andare anche oltre tale limite, per consegnarci una Aida che fa da riferimento, all’altezza delle massime incise.

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli ottobre 11, 2015 a 4:41 am #

    Ancora off topic ma da suggerire assolutamente.
    OGGI 11 OTTOBRE A NOVARA SI REPLICA IL VIAGGIO A REIMS in bellissima “edizione”.

    —————————-
    Già sette anni or sono, nel 2008, Matteo Beltrami aveva eseguito, a Charleston per lo Spoleto Festival, una sbalorditiva Cenerentola di Rossini, di un brio, di uno humour, di uno splendore sonoro letteralmente travolgenti. Conoscendola, attendevo e pregustavo Il Viaggio a Reims, ritorno a Rossini di un direttore che – vale ricordare anche questo – quanto a “vis comica” ci ha lasciato, fra le sue prove più alte, un magnifico Gianni Schicchi pucciniano.
    A Novara (venerdì sera 9 la prima) siamo andati anche oltre. Il Viaggio a Reims by Beltrami è prova che dice della piena maturità interpretativa di un direttore del quale dovrebbero (e sarebbe davvero ora!) realmente accorgersi i grandi teatri nazionali (che spesso,e tragicamente, aunche e soprattutto i massimi, affidano certo repertorio a mezze calzette e spompi routinier: vedi l’Otello rossiniano alla Scala): per talento evidente, non solo, per un mestiere raro, che Beltrami possiede, nella preparazione “in toto” delle opere, con l’orchestra e con i cantanti. Ora è facile fare i giovani fuoriclasse sul podio dei Berliner, dei Wiener, della Bolivar o dell’Arnold Schoenberg Choir con davanti Juan Diego Florez o quant’altro. Ma tutt’altra cosa è preparare da favola l’Orchestra del Conservatorio Cantelli di Novara e il Coro San Gregorio Magno, nonché una compagnia di giovanissimi e qualche meno giovane fino ad ottenere un esito non solo ottimo, ma “d’arte”: il Rossini del Viaggio esaltato in tutte le sue componenti, la brillante e la seriosa. Si resta a bocca aperta davanti alle sortite solistiche e alla compattezza d’insieme, e dalla proprietà di linuguaggio raggiunte dagli orchestrali del Conservatorio novarese. E – sa il Cielo se è facile radunare una compagnia per Il Viaggio a Reims – l’intero cast, plasmato prima e aizzato poi dal podio, si esprime con quella capacità di mantenere lo stile “andando oltre” che porta questa musica a quel grado di “astrazione delirante” ( i pazzeschi concertati, da “Non pavento” in poi, ma anche certi duetti, vedasi Melibea-Libenskof, esempio papale qui felicissimo nella resa di Teresa Iervolino e Francisco Brito)) che la rende irresistibile.
    Va citato l’intero cast. Alexandra Zabala Corinna di assoluta sicurezza, Maria Aleida e Francesca Sassu, Folleville e Cortese di aguzzo virtusosimo. Giulio Pelligra Belfiore, Paolo Pecchioli Sidney, Pietro di Bianco Profondo, Gianluca Margheri Alvaro, Rocco Cavalluzzi Prudenzio, Murat Van Guvem Luigino, Carlotta Vichi Maddalena, Sofio Janelidze Modestina, Nicola Pisaniello Zefiriono/Gelsomino, Stefano Marchisio Antonio. Ai quali, quasi facendo da tramite al gruppo, si unisce simpaticamente il veterano Bruno Praticò, che snocciola con mestiere e straniato humour la parte del Barone di Trombonok. Ho citato a parte la Melibea della Teresa Iervolino, perché – avendo più volte, compreso un Tancredi del Circuito Lombardo – ascoltato questa giovane cantante, sono convinto si tratti di una voce e un timbro (unito a duttilità d’interprete) di velluto tali da farne, proprio sul piano del “suono”, una rarità “contraltile” quale non si era più udita nei nostri teatri da Valentini Terrani (e in parte Manca di Nissa) in poi: e anche nel suo caso, sarebbe bene che i massimi teatri (qualcuno ha cominciato a farlo) ne tenessero conto.
    A Novara, il Viagio a Reims vi arriva tutto: surreale, classico laddove Rossini coltiva l’oro e il marmo, liquido e anche struggente nelle arie solistiche, surreale nel delirio dei concertati. Con in più la “chicca dei recitativi affidati al “violoncello al cembalo (bravissimo Fernando Caida Greco) che letteralmente respira con il palcoscenico e i cantanti.
    Il tutto nella cornice della puntuale regia di Giampiero Solari: Ronconi e Michieletto ( i due autori di memorabili Viaggi) restano dove sono, qui c’è comunque adesione al linguaggio e proprietà scenica, ed è buona l’idea di rendere, sul palco, una certa “circolarità” della musica (i domestici in schettini, annunciati e un po’ temuti nei giorni di vigilia, si rivelno eleganti sulla scena).

    Oggi pomeriggio alle 16 la replica. Chi puo’, non manchi. Ma è spettacolo che – con l’indispensabile Beltrami, con l’affiatatissima compagnia – i teatri italiani avrebbero il sacrosanto dovere di passarsi e far girare. Perché, in tempi di economia difficile, un Rossini proposto a tale livello ha il dovere, anche morale, di durare nel tempo . Quest’anno, è il secondo “caso” del tipo, cui assistiamo: l’altro, il Barbiere a fumetti Stefano Montanari-Teatro Filarmonico Verona (qui, per certi versi, siamo anche oltre, stante la difficoltà dell’opera e dell’impresa). Sono gemme che – molto più di tante vuote pomposità ammaniteci in alto loco – risvegliano l’idea che il nostro sia ancora, e non solo per luogo comune, il Paese della lirica. In questi casi riusciamo ancora a pensarlo tale.

    marco vizzardelli

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