FILARMONICA DELLA SCALA (sinfonica)

15 Set
Dal 15 al 18 Settembre 2015
Direttore Alan Gilbert

Direttore Alan Gilbert

Gilbert

Mezzosoprano Ildikó Komlósi
Basso John Relyea

Ludwig van Beethoven Sinfonia n. 6 in fa magg. op. 68

“Pastorale”

Béla Bartók Il castello del duca Barbablù

3 Risposte to “FILARMONICA DELLA SCALA (sinfonica)”

  1. marco vizzardelli settembre 15, 2015 a 9:47 am #

    Nella splendida cornice di Santa Maria delle Grazie, un’altra magnifica ochestra giovanile europea è venuta in viosita a Milano: la Baltic Sea Yoth Symphony Orchestra di Kristian jarvi, il vulcanico fratello dell’ottimo Paavo.
    Programma nordico (con un’eccezione) e insolito. Nielsen: Ouverture da Un viaggio ilnnaginario alle Faroe Islands, Paert: Cantus in me. Benjamin Britten, Grieg: La morte di Asa da Peer Gynt, Beethoven: Cavatina dal Quartetto op.130. Sibelius: SDinfonia nr 3.
    Con l’ochestra opportunamente posta al termine della navata, cioé fuori dalla cupola, Kristian Jarvi ha comunque sfruttato benissimo le profondissime risonanze (in sé difetti, ma risultati pregi) dell’acustica da basilica e l’aura nordica dei lavori ha preso una particolare suggestione. Di alto livello tecnico ed espressivo i giovani orchestrali. Tanta gente, trionfo e bis, una danza popolare nella quale il simpaticiccimo Jarvi ha scatenato i suoi e il pubblico alla partecipazione, esibendosi assieme ai ragazzi anche in alcuni passi di danza. bellissima serata, un plauso ad Arteviva che ha organizzato, e completamento di una estate milanese decisamente frizzante.
    Forse, la riflessione conclusiva su questo mese e mezzo di ascolti è che, un po’ ovunque nel mondo, un nuovo tipo di organizzazione di complessi orchestrali – prepratissimi ed entusiasti – sta soppiantando in freschezza vecchi moduli e vecchi complessi (non parlo evidentemente di una Boston, di San Pietroburgo o della formidabile Budapest ammirate a Milano). Purtuttavia, il nuovo che avanza è un bene e fa riflettere…

    Domenica sera non ero purtroppo presente, per lavoro fuori Milano, al mi si dice trionfale concerto della Verdi e Bignamini.
    Stasera alla Scala torna il Sindacato Filarmonico, con Direttore peraltro interessante quale il Gilbert della New York. Speremm… ci siamo abituati troppo bene.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli settembre 16, 2015 a 2:08 am #

    Evviva! Non perdete il primo concerto della nuova stagione sinfonica.

    Accade che il debutto alla Scala di Alan Gilbert, direttore della New York Philarmonic, sia stato magnifico e che sia d’obbligo ringraziare Alexander Pereira (penso che in questo caso la scelta sia già da ascriversi a lui) per averlo voluto: non era direttore scontato né così conosciuto ai nostri liti.

    Ci ha consegnato una Pastorale di Beethoven fremente di vita, magari differente da canoni “europei” ma di straordinaria bellezza di suono, ricchezza di dinamiche e rubati e canto, nonché iridescente di colori. Tenuta su tempi vivi (nella scena del ruscello, peraltro meravigliosa, l’accento è posto senz’altro sul “molto mosso” dell’indicazione, ma la concertazione è preziosa e piena di dettagli e il canto finale del cuculo una delizia) ma curatissima nell’individuazione di voci interne, incisi solistici. In particolare i due movimenti interni – ruscello, e una travolgente scena dei contadini più temporale – hanno avuto una definizione strumentale di inusitata ricchezza.

    Di molto alto livello tutta la lettura del sempre stupefacente (ad ogni ascolto) Castello di Barbablu di Bartok. Si possono apprezzare interpretazioni di altro tipo, più volte a privilegiare l’aspetto scabro, allucinato dell’opera. E abbiamo ascoltato altri direttori dosare diversamente le tensioni in modo da avere un crescendo culminante nell’esplosione – sonora e di contenuti teatrali ed emotivi – della Quinta Porta, per poi approdare all’allucinazione conclusiva. La scelta di Gilbert è invece per una sottolineatura generale: la tensione è ininterrotta, più che crescente, dall’inizio alla fine. Ma la conduzione è di tal livello( e anche qui, su una paletta di dinamiche e colori di grande ricchezza) da saper tener alta la tensione (resta che il sunnominato “pedale” sulla Quinta Porta è, di suo e nell’esecuzione, un momento da levare il fiato) senza cedimenti.
    Di grande rilievo i due interpreti: la gran signora ungherese del canto, Ildiko Komlosi, dopo 25 anni di gloriosa carriera, dispone ancora di un potente strumento (solo i centri, forse, un po’ affievoliti, ma in alto sono ancora sciabolate!) e “ha in tasca” il personaggio di Judit: proprio all’apertura della Quinta Porta la sua interpretazione – che coglie tutta la curiosità e sensualità e femminilità, e forza-debolezza della parte – tocca un vertice, allorché di fronte alla luce insostenibile e lla violenza del “paesaggio infinito” le esce il sussurro ” è grande, è bello il tuo regno”, pronunciato da colei che si sente come annientata dalla grandezza e dal pericolo. Straordinaria, qui, la Komlosi. John Relyea affronta il ruolo del titolo da specialista, passando dalla fissità alla violenza con totale disinvoltura.

    La Filarmonica approda alla probabile miglior prestazione degli anni recenti: hanno suonato sicuri ed “ascoltandosi” a vicenda, con un tal “manico” non è difficile comprenderne la ragione. Sarà bene che Alan Gilbert torni presto a farci visita… Gran signore, fra l’altro, al momento degli applausi, per aver consegnato tutto il successo ai due cantanti, nonostante i ripetuti inviti della Komlosi a salire sul podio per prendersi il meritato omaggio personale. Simpatico, sorridente, galvanizzante. E molto, molto bravo.

    marco vizzardelli

  3. masvono settembre 19, 2015 a 11:32 am #

    Innanzitutto è da segnalare la rimarchevole prova dell’Orchestra Filarmonica della Scala che, quando vuole, sa essere una compagine che non ha nulla da invidiare a Santa Cecilia. Peccato che lo voglia solo sporadicamente e che, mediamente, il suo standard esecutivo, sia molto inferiore a quello della concorrente romana. Merito di Gilbert, probabilmente, ma anche degli strumentisti. Che hanno dimostrato la loro perizia tecnica anche in settori delicati, come gli ottoni. E allora c’è da chiedersi: ma se, volendo, le note non solo sono giuste, ma belle, è così difficile farlo SEMPRE invece di un paio di volte l’anno?

    L’americano Alan Gilbert ha dato un’interpretazione diretta, senza fronzoli, musicalissima, flessibile, di eccellente fattura della Pastorale di Beethoven. Uomo che lascia parlare la musica invece di rimuginare chissà quali misteriosi significati ha un approccio alla partitura diretto, immediato, non sanguigno come Levine, ma anche del tutto privo delle occasionali “sbracature” di quest’ultimo, ricorda nell’immediatezza comunicativa il nostro Pappano, meno caldo probabilmente, ma altrettanto energicamente efficace nella spontaneità del gesto, senza bacchetta, ma ampio ed elegante.
    Allo stesso modo il “Barbablù” è volato in un’esecuzione di impatto marcatamente teatrale dove prima di tutto veniva raccontata una storia e non una fumisteria simbolista in un arco tensivo ininterrotto dall’inizio alla fine.

    Insieme ai due concerti di Salonen (quello contenente Ma mère l’Oye e Uccello di Fuoco e l’altro con il “Titano” di Mahler) e i due ultimi di Barenboim (la Quinta di Ciaikovski e la Nona di Mahler) si tratta in ogni caso della massima prestazione orchestrale della Filarmonica degli ultimi dieci anni. Bisognerà tenere conto di questo, in vista di ulteriori, imprescindibili inviti al maestro Alan Gilbert.
    Saluti

    -MV

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