FESTIVAL DELLE ORCHESTRE INTERNAZIONALI PER EXPO 2015

21 Ago
21, 23 August

“El Sistema” Project

Igor Stravinsky Scherzo fantastique op. 3
Alberto Ginastera Danze dal balletto “Estancia”
Jesús Parra, conductor
Pyotr Ilych Tschaikovsky Sinfonia n. 4 in fa min. op. 36
Gustavo Dudamel, conductor
24 Agosto 2015
Direttore Christian Vásquez

Progetto “El Sistema”

 

Direttore Christian Vásquez

Leonard Bernstein da Candide
Ouverture
Inocente Carreño Margariteña
per orchestra
Carlos Chávez Sinfonía India
Hector Berlioz Symphonie Fantastique (Épisode de la vie d’un artiste)
27 Agosto 2015
Direttore Dietrich Paredes

Progetto “El Sistema”

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Direttore Dietrich Paredes

Giuseppe Verdi da La forza del destino Ouverture
Pëtr Il’ič Čajkovskij Francesca da Rimini op. 32
Camille Saint-Saëns Sinfonia n. 3 in do min. op. 78 “Con organo”
30 Agosto 2015
Direttore Gustavo Dudamel

Progetto “El Sistema”

 

Direttore Gustavo Dudamel

Pëtr Il’ič Čajkovskij La Tempesta op. 18
Fantasia sinfonica

Romeo e Giulietta
Ouverture-fantasia

Sinfonia n. 6 in si min. op. 74 “Patetica”

Direttore Gustavo Dudamel

Progetto “El Sistema”

 

Direttore Gustavo Dudamel
Maestro del Coro Lourdes Sánchez

Ludvig van Beethoven Sinfonia n. 1 in do magg. op 21
Heitor Villa-Lobos Chôros No 10

per coro e orchestra

Antonio Estévez Cantata Criolla

per soli, coro e orchestra

Solisti Idwer Alvarez, Gaspar Colòn
4 Settembre 2015
Direttore Gustavo Dudamel

Progetto “El Sistema”

Direttore Gustavo Dudamel
Maestro del Coro Luordes Sánchez

Soprano Genia Kühmeier
Contralto Wiebke Lehmkuhl
Tenore Brian Hymel
Basso Georg Zeppenfeld

 

Ludvig van Beethoven Sinfonia n. 9 in re min. op. 125

8 Risposte to “FESTIVAL DELLE ORCHESTRE INTERNAZIONALI PER EXPO 2015”

  1. marco vizzardelli agosto 23, 2015 a 8:45 am #

    Commozione, entusiasmo e molti occhi velati di lacrime alla prima serata con l’orchestra giovanile venezuelana. Quaranta e oltre minuti di bis, culmine il Guglielmo Tell (fanfara conclusiva della sinfonia) rossiniano diretto con gesto impeccabile e aplomb perfetto da un bambino di 8-9 anni. E’ stato qualcosa di assolutamente “oltre” l’esattezza o meno, il virtuosisimo (che c’è). E’ stato un concerto dell’anima. Incredibile la disciplina e il gioco e l’estro e il cuore, il rapporto fra loro dei 207 giovanissimi musicisti (corrono ad aiutarsi a vicenda durante l’esecuzione, si ascoltano, seguono la musica con il corpo) e il rapporto fra loro e i direttori. Gustavo Dudamel straordinario non solo nell’interpretazione della Quarta di Ciaikovskij che pur nello sforzo fisico e musicale richiesto ai giovanissimi (non ci si pensa ma , ad esempio, quel pizzicato 3 mov. è per mani adulte!) è uscita co fuoco e senso di dolore e di festa. Ma soprattutto per come si pone fra i ragazzi. Serata da pelle d’oca!!! Imperdibile il seguito della presenza venezuelana alla Scala.
    Abreu (per cui sarebbe sacrosanto ed esatto il Nobel per la Pace) ha creato qualcosa di grande
    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli agosto 23, 2015 a 9:50 am #

    Mi correggo dopo lettura bell’articolo di Giuseppina Manin su Corriere della Sera di oggi: il direttore bambino del Tell ha BEN 13 anni (ma sembrano 10), si chiama Jose Luis Alvaray detto “Volcan del Caribe” ( e se lo vedete sul podio o alle percussioni capite perché!). Fantastici lui e i suoi 206 compagni e compagne di musica e vita della National Infantil del Venezuela!

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli agosto 25, 2015 a 12:14 am #

    La domanda del titolo può sembrare provocatoria: be’ non lo è per nulla. Dei folgoranti inizi della presenza dei musicisti venezuelani a Milano abbiamo detto. Ma, stasera, siamo andati forse ancora oltre: mai vista la Scala in queste condizioni di giusto delirio. Tutti i piedi, applausi ritmati, quattro bis e un delirio. Avanti per un’ora a concerto concluso. Mai ascoltato il Sabba della Fantastique di Berlioz eseguito così – no, sul piano esecutivo, neanche dalla Philarmonia con Salonen che oggi nella sinfonia di Berlioz è il “must” assoluto” dell’interpretazione. Ma, sul piano esecutivo, la marea montante, di perfezione, aplomb, assieme, virtuosisimo trascendentale, scatenata dalla Juvenil “Teresa Cabreno” de Venezuela nelle pulitissime mani di Christian Vasquez (pensate all’esattezza di un Tugan Sokhiev – lo avete presente, il fuoriclkasse del Bolscioi e di Tolosa? – condita di pepe sudamericano, e avete l’idea) – passa direttamente in testa ai nostri personali riferimenti. Gli ancor giovani ragazzi della Carreno suonano – e vivono la musica – al livello delle massime tre o quattro formazioni oggi attive nel mondo. Basta guardare quella sezione-archi (per non parlare delle numerose donne ai legni, o delle percussioni) che, unite ad una solida sezione-ottoni (prime parti corni e tromba pazzeschi !), danno vita ad un raro caso di ascolto-esecuzione reciproci e collettivi. Un organismo che suona.
    L’Ouverture Candide è – di colpo! – una fucilata tale da scatenare un urlo stupefatto del teatro all’ultima nota. D’accordo il teatro è appena decentemente riempito grazie ai venezuelani entusiasti, per colpa degli errori spaventosi del genio-sregolatezza Pereira, che (genio) ha concepito il festival venzuelano, ma (sciagurato!) ha sbagliato tutti i prezzi-Expo, presupponendo un pubblico che non può esistere (e meno male, se ha davvero rimediato con Rolex, se no sarebbero guai serissimi). Pereira è così, prendere o lasciare, a Salisburgo hanno detto lasciamo se no son guai, qui… vedremo. E’ un genio, ma vive sul trampolini delle disdette, dei conti a quarantotto… ognuno valuti.
    Ma torniamo alla pazzesca serata. Il Candide di Vasquez con i Carreno è una fucilata da tramortire, e scatena l’urlo. Seguono:la poesia di Margaritena per per orchestra, di Carreno, e il capolavoro (sì: una Moldava mexicana!) di Chavez “Sinfonia India”: esecuzioni e letture di intensità, virtuosismo, colore, trascendntali. Segue la Fantastique, che si può fare in vari modi purché si sappia renderne il carattere di paradosso. I due massimi viventi del tema – uno ormai assente: Pretre, l’altro ben presente: Salonen . sposano l’uno la sensualità oppiacea, francese e vertiginosa, l’altro il paradosso strumentale portato fino all’esaltazione del rumore. Si può fare anche sposandone il paradosso del virtuosisimo, purché paradosso la Fantastique sia: ed è la via di Vasquez. Che lascia sia la sinfonia stessa a raccontarsi, ma è implacabile nei dosaggi. E stravince, con lo strumento a disposizione. Con naturalezza: tutto sembra facilissimo, invece è paradossale, fino a quella marea montante del Sabba: dall’inizio (cosa non è la nota ribattuta del corno in pianissimo sul temino iniziale col glissando!) allo scatenamento: un delirio di percussioni volteggianti, archi che cantano e pizzicano, legni che stridono. E quel Dies Irae tenuto “rotondo”, incombente. Da paura! Fino alla stretta conclsuiva, che, nell’implacabilità del dosaggio, esplode letteralmente, d’un’esattezza ritmica che sbalordisce e poi libera la giusta ovazione. La Scala esplode anche lei. E via con i bis. Un Nabucco-omaggio, di spudorato ritmo, lirismo, colore (più… Nabucco di Nabucco), poi uno scatenamento di tinte e danze sudamericane. Infine, il più bel Mambo di Bernstein che ci sia accaduto di ascoltare: tagliente, stravinskiano, diversissimo ma pari se non superiore a quello ultracaliente dei connazionali della Bolivar. Due suoni diversi, queste due straordinarie orchestre. La Bolivar è bruna, sensuale. La Carreno chiara, incandescente. Due straordinari prodotti de El Sistema, che in questi giorni abbiamo la fortuna di ascoltare. Son bellissime serate di musica!

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli agosto 25, 2015 a 5:47 am #

    TERESA CARRENO: LA MIGLIORE DEL MONDO?

    La domanda del titolo può sembrare provocatoria: be’ non lo è per nulla. Dei folgoranti inizi della presenza dei musicisti venezuelani a Milano abbiamo detto. Ma, stasera, siamo andati forse ancora oltre: mai vista la Scala in queste condizioni di giusto delirio. Tutti i piedi, applausi ritmati, quattro bis e un delirio. Avanti per un’ora a concerto concluso. Mai ascoltato il Sabba della Fantastique di Berlioz eseguito così – no, sul piano esecutivo, neanche dalla Philarmonia con Salonen che oggi nella sinfonia di Berlioz è il “must” assoluto” dell’interpretazione. Ma, sul piano esecutivo, la marea montante, di perfezione, aplomb, assieme, virtuosisimo trascendentale, scatenata dalla Juvenil “Teresa Cabreno” de Venezuela nelle pulitissime mani di Christian Vasquez (pensate all’esattezza di un Tugan Sokhiev – lo avete presente, il fuoriclkasse del Bolscioi e di Tolosa? – condita di pepe sudamericano, e avete l’idea) – passa direttamente in testa ai nostri personali riferimenti. Gli ancor giovani ragazzi della Carreno suonano – e vivono la musica – al livello delle massime tre o quattro formazioni oggi attive nel mondo. Basta guardare quella sezione-archi (per non parlare delle numerose donne ai legni, o delle percussioni) che, unite ad una solida sezione-ottoni (prime parti corni e tromba pazzeschi !), danno vita ad un raro caso di ascolto-esecuzione reciproci e collettivi. Un organismo che suona.
    L’Ouverture Candide è – di colpo! – una fucilata tale da scatenare un urlo stupefatto del teatro all’ultima nota. D’accordo il teatro è appena decentemente riempito grazie ai venezuelani entusiasti, per colpa degli errori spaventosi del genio-sregolatezza Pereira, che (genio) ha concepito il festival venzuelano, ma (sciagurato!) ha sbagliato tutti i prezzi-Expo, presupponendo un pubblico che non può esistere (e meno male, se ha davvero rimediato con Rolex, se no sarebbero guai serissimi). Pereira è così, prendere o lasciare, a Salisburgo hanno detto lasciamo se no son guai, qui… vedremo. E’ un genio, ma vive sul trampolino delle disdette, dei conti a quarantotto… ognuno valuti.
    Ma torniamo alla pazzesca serata. Il Candide di Vasquez con i Carreno è una fucilata da tramortire, e scatena l’urlo. Seguono:la poesia di Margaritena per per orchestra, di Carreno, e il capolavoro (sì: una Moldava mexicana!) di Chavez “Sinfonia India”: esecuzioni e letture di intensità, virtuosismo, colore, trascendntali. Segue la Fantastique, che si può fare in vari modi purché si sappia renderne il carattere di paradosso. I due massimi viventi del tema – uno ormai assente: Pretre, l’altro ben presente: Salonen . sposano l’uno la sensualità oppiacea, francese e vertiginosa, l’altro il paradosso strumentale portato fino all’esaltazione del rumore. Si può fare anche sposandone il paradosso del virtuosisimo, purché paradosso la Fantastique sia: ed è la via di Vasquez. Che lascia sia la sinfonia stessa a raccontarsi, ma è implacabile nei dosaggi. E stravince, con lo strumento a disposizione. Con naturalezza: tutto sembra facilissimo, invece è paradossale, fino a quella marea montante del Sabba: dall’inizio (cosa non è la nota ribattuta del corno in pianissimo sul temino iniziale col glissando!) allo scatenamento: un delirio di percussioni volteggianti, archi che cantano e pizzicano, legni che stridono. E quel Dies Irae tenuto “rotondo”, incombente. Da paura! Fino alla stretta conclsuiva, che, nell’implacabilità del dosaggio, esplode letteralmente, d’un’esattezza ritmica che sbalordisce e poi libera la giusta ovazione. La Scala esplode anche lei. E via con i bis. Un Nabucco-omaggio, di spudorato ritmo, lirismo, colore (più… Nabucco di Nabucco), poi uno scatenamento di tinte e danze sudamericane. Infine, il più bel Mambo di Bernstein che ci sia accaduto di ascoltare: tagliente, stravinskiano, diversissimo ma pari se non superiore a quello ultracaliente dei connazionali della Bolivar. Due suoni diversi, queste due straordinarie orchestre. La Bolivar è bruna, sensuale. La Carreno chiara, incandescente. Due straordinari prodotti de El Sistema, che in questi giorni abbiamo la fortuna di ascoltare. Son bellissime serate di musica!

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli agosto 28, 2015 a 9:24 am #

    I due direttori Ric, entrambi notoriamente simpaticoni, hanno polemizzato nei giorni scorsi sulla presenza dei ragazzi sudamericani a Milano. Ma: non si capisce perché mai l’italiana Cherubini possa tranquillamente (come giusto) andare a far opera nella Patria dei Wiener Philarmoniker, mentre la Bolivar & Co. non potrebbe fare altrettanto a Milano in nome dell'”italianità”. Provincialotti, gelosetti e poco simpaticoni, i due Ric!
    Come dice il proverbio? Il lupo perde il…..

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli settembre 4, 2015 a 4:49 am #

    Straordinario, e a Scala stavolta piena, il penultimo concerto di Gustavo Dudamel e della Bolivar, orchestra e coro. C’era lo stuopefacente Choros 10 di Villa-Lobos (autore poco praticato da noi ma grandissimo, sul quale occorrerebbe rimeditare, magari con una manifestazione- studio ad hoc) , l’impressionante Cantata Criolla di Estevez (fenomenali qui coro e solisti). E, in prospettiva di quanto avverrà stasera a chiusura della presenza milanese dei venezuelani, una splendida lettura di Dudamel e orchestra della Prima Sinfonia di Beethoven: plastica, scolpìta, scura e calda nella tinta, originalissima negli accenti (un gioco di tensioni e accensioni quanto mai beethoveniano frutto di una concertazione attenta sia al particolare che alla sintesi) e nella scansione: tempi comodi ma investiti “”dall’interno” (il Dudamel sinfonico è veramente geniale) da una pulsione ritmica implacabile: Giulini sapeva far questo da maestro, dare ritmo al movimento “apparentemente” lento, “sostenere”. La Prima “di” Dudamel ha questo tipo di condotta, innervata in un suono denso, sostanzioso ma allo stesso tempo limitato nel vibrato (in questo non dimentico della linea interpretativa Harnoncourt-Abbado, ma completata in un approccio ormai più libero, che depl resto lo stesso Claudio Abbado aveva adottato nelle estreme esecuzioni beethoveniane, seguenti l’exploit di Roma e Vienna con i Berliner).
    Comunque, da Dudamel e Bolivar un Beethoven sorprendente e quanto mai stimolante che suggerisce sicuramente l’attenzione alla annunciata integrale discografica, e, intanto, accende l’attesa per la Nona di stasera alla Scala. Con una annotazione conclusiva: abbiamo seguito un mese di Gustavo Dudamel a Milano, parlando anche con chi l’ha frequentato, dentro e fuori teatro. Ci ha portato, oltre che la musicalità straordinaria, il carisma di una personalità umana fuori dall’ordinario (un particolare, ininfluente forse ma mica tanto: i ristoratori del centro che lo hanno avuto ospite lo adorano per garbo, simpatia, educazione e umanità). Quel che colpisce e resta è: da parte di orchestre e cori un senso di amore alla musica (di cui alla Scala c’era gran bisogno! Ascoltassero ed imparassero, i nostri!). E, con Dudamel, in particolare, il fatto che partecipare ad un suo concerto sia più che ascoltare musica benissimo eseguita e interpretata: hai l’impressione di entrare in una esperienza dell’anima e dell’uomo, e di esserne investito (in questo è vero allievo di Abbado, con il quale accadeva lo stesso, in maniera magari più misteriosa essendo Claudio in realtà un introverso, di enorme sensiiblità). Si comprende benissimo perché la Los Angeles abbia rinnovato per… n. anni la presenza di Dudamel. C’è qualcosa di “profetico” nel modo di porsi di questo giovane uomo nella musica davanti ad un pubblico, il che fa sì che ascoltare e partecipare diventi una esperienza culturale ed umana totalizzante. Credo che tutto questo abbia anche a che fare con il metodo-Abreu, i cui esiti abbiamo goduto in questo mese di meravigliosa presenza dei venezuelani a Milano, di cui siamo grati. Alla prossima!!

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli settembre 5, 2015 a 12:21 am #

    Gustavo al di là al di sopra e oltre qualunque attesa.Nona postmoderna del 2025 di una asprezza e distillazione sinfonica da lasciare senza fiato, fisicità totale. Inaudita la stretta finale, il secondo e terzo movimento l’uso dei suoni e delle voci. Strumentazione totale, diafana, trasparente.

    Ma per una certa Milano conservatrice, quella del Chailly camomilloso rilassante, credo sia troppo. 12 minuti di applausi ritmati – eh, sì, capiscono che è immensa!! – ma reazione attonita, impaurita dalla novità sonora, e qualche critico irrigidito.

    Occhio, non sbagliate, critici. Avete ascoltato la Nona del 2025 e oltre. Questo è un genio, con per le mani una imperfetta (menomale!!!), ma infoiata d’anima e di musica e di peronalità, orchestra di genii, la massima del mondo per personalità originale.

    Strepitosi Dudamel e Bolivar è composta di uomini e donne immersi nella musica anima e corpo! Li ha stremati avevano il bis sui leggii ma credo non fosse fisicamente sopportabile provarci dopo una Nona di simile intensità e impegno. Bis impossibile dopo l’enormità.

    marco vizzardelli

  8. marco vizzardelli settembre 5, 2015 a 4:40 am #

    Ecco, per chi non c’era in questi giorni, o anche per chi c’era, ascoltatevi questa “cosa”” di qualche anno fa di Dudamel con l’orchestra Teresa Carreno. E tenete conto che quest’anno alla Scala erano anche meglio di così….

    marco vizzardelli

    http://www.youtube.com/watch?v=amSqQ5XNaGE

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