21 Ago
Dal 19 Agosto al 2 Settembre 2015
Giacomo Puccini

La Bohème

Bohème

 

 

 

 

Orquesta Sinfónica e Coro Nacional Juvenil Simón Bolívar

Coro di Voci Bianche dell’Accademia Teatro alla Scala

Produzione Teatro alla Scala

 

Durata spettacolo: 2 ore e 55 minuti inclusi intervalli

 

Direttore Gustavo Dudamel
Regia e scene Franco Zeffirelli
Costumi Piero Tosi
Luci Marco Filibeck

CAST

Rodolfo Vittorio Grigolo (19, 22, 25, 28, 31 ago.)
Ramón Vargas (26, 29 ago.; 2 sett.)
Schaunard Mattia Olivieri
Benoît Davide Pelissero
Mimì Maria Agresta (19, 22, 25, 28, 31 ago.)
Ailyn Pérez (26, 29 ago.; 2 sett.)
Marcello Massimo Cavalletti (19, 22, 25, 28, 31 ago.; 2 sett.)
Gabriele Viviani (26, 29 ago.)
Colline Carlo Colombara
Alcindoro Matteo Peirone
Musetta Angel Blue
Parpignol Andrés Sulbaran
Sergente dei doganieri Alejandro Gil
Doganiere Gustavo Castillo
Venditore ambulante Cristo Vassilaco

L’OPERA IN POCHE RIGHE

Nato nel 1963, il celebrato spettacolo di Franco Zeffirelli è uno degli allestimenti più longevi della Scala del dopoguerra. Dirigeva allora Karajan, cantavano Mirella Freni e Gianni Raimondi. Poi Pavarotti, poi sul podio Kleiber. Con in aggiunta queste recite estive, si porterà vicino alle 240 rappresentazioni, in sede e in tournée. La Bohème più vista nel mondo si affaccia alla vetrina di Expo tingendosi di Sudamerica, diretta da Gustavo Dudamel a capo dell’Orchestra sinfonica e Coro Nacional Juvenil Simón Bolívar. Voci di prim’ordine, tra cui Maria Agresta e Vittorio Grigolo, poi Ailyn Perez e Ramón Vargas, per commuovere ancora una volta, con la povertà e la miseria in tutto, tranne che nei sentimenti.

 

4 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli agosto 21, 2015 a 10:32 am #

    Non passerà alla storia, ma è viva, giovane, ardente, non banale, più divertente che poetica. La Boheme Dudamel-venezuelana della Scala è così, con un’eccellenza vocale e una – ahimè – caricatura, un podio difettoso ma geniale, un orchestra “etnica” ma formidabile, il tutto avvolto nello spettacolo di Zeffirelli che è il suo migliore e funziona ancora benissimo.

    – L’eccellenza. Maria Agresta: è il Manuale di Mimì, nel modo di porgere le frasi, nel canto e nel gesto e nell’espressione. Si può eccepire che il timbro, talora un po’ querulo, non esprima una personalità travolgente, ma stravince nell’esattezza con la quale “è” Mimì. Una certezza, oltretutto in continua crescita.

    Il talento, e un limite. Gustavo Dudamel. La sua è La Boheme di un grande direttore sinfonico, colmo di talento. Non si contano gli incisi, le note d’espressione, le sortite solistiche in appoggio ai cantanti quasi mai udite, e questa sua Boheme infiammata, vibrante, anche “novecentesca” in cenni d’orchestrazione quasi stravinskiana, è strumentalmente avvincente, molto più ardita della precedente di Gustavo alla Scala, che era solo pulita ma troppo cauta. Qui, con un’orchestra che glielo consente, ha osato e ha osato bene. Con un limite. La sua Boheme non è teatro in musica. Fra Dudamel e il palcoscenico – lo si era notato in tutte le sue precedenti esibizioni operistiche – c’è come un muro. Il palco – il teatro in musica – non è suo, le sincronie talora saltano, e questa Boheme è tanto meravigliosamente “sinfonica” quanto poco è teatrale. Che sia poco parigina non importa, tanto è viva ed infuocata nel suo clima fra festa e tragedia, così “ispanico” (non potrebbe essere altrimenti). Che ci sia più passione che poesia, amen. Ma La Boheme è un meccanismo teatrale perfetto. E questo, con Dudamel, sfugge, nello splendore solo sinfonico dei mille particolari orchestrali. Gran direttore sinfonico. Niente di male, ma fossimo in lui ci rifletteremmo. Si può esserlo, Celibidache “mollò” l’opera, eppure fu eccelso. Gli imminenti concerti di Gustavo saranno tutti da ascoltare. Anche questa Boheme lo è. Ma il limite c’è.

    La caricatura. Rodolfo. Vittorio Grigolo inizia con una aberrazione, una mostruosità kitsch, proprio alla sua entrata. “Nei cieli bigi guardo fumar dai mille comignoli PPPPPPPParigi!”. Così, con otto P più un ululato. Per tutto il primo atto balza, saltella, strabuzza gli occhi come gli attori dei film muti, un tarantolato, una sorta di epilessia scenica cui fa riscontro un canto disordinato he (e ti fa rabbia per quel che potrebbe essere) trova un’isola felice nella “gelida manina”, ma tonfa nel finale 1 dove, insistendo a cantare “amor, amor, amor” senza uscir di scena (e coprendo vocalmente la partner), nella foga il nostro rantola e bercia l’acuto. Il suo primo atto è, così, proprio brutto, almeno la sera della prima. Per fortuna poi si acquieta. La forma vocale non pare al massimo, il bel timbro (tale sarebbe) suona più “sporco” di altre volte. La generosità del darsi è, quella sì, ammirevole. E quando all’ultimo atto intona “O Mimì tu più non torni” si capisce cosa potrebbe essere il suo Rodolfo, e la sua voce, se decidesse di fare un po’ d’ordine. Ma non decide. E nella continua esagitazione, i “suoi” personaggi – siano Rodolfo, Romeo, Edgardo, finiscono per sembrare, anche nello stile vocale, uno solo: è Grigolo, non il personaggio, è Grigolo, non la differenziazione – che sarebbe necessaria – dello stile vocale e dell’espressione da un autore e da un personaggio all’altro. Peccato: potrebbe esser ben altro, con quel che ha avuto da Madre Natura.

    L’orchestra. La Bolivar suona benissimo. Anche forte, molto forte: ma il suono forte è il distintivo di un’etnia, uno stile, un modo di essere. In compenso, la precisione, l’intonazione, sono da manuale. E hanno un’ anima, esprimono una passione “in suono” che invano cercheremmo negli abitanti stabili della buca scaligera. Idem il coro (meglio le voci maschili), forte ma superespressivo.

    Sicché, fra pregi e limiti, ne esce una Boheme colma di vita. Non storica, imperfetta, ma palpitante. Una Boheme a sangue caldo.
    Bene le parti di contorno. Imponente nel fisico la bellissima Angel Blue, Musetta nera di straordinaria avvenenza (ancorché, alla fine, “normale” vocalmente).

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli agosto 27, 2015 a 1:32 am #

    Una delle migliori esperienze della vita umana è correggersi e ricredersi a livello positivo. Un amico fidato mi aveva avvertito “occhio, Marco. La Boheme-Dudamel è stracresciuta dalla prima alle repliche, riascoltala”. Sono tornato, stasera, ed è molto più che vero. Da grandi musicisti, Gustavo Dudamel e la Bolivar hanno trovato, pur restando se stessi, la misura acustica del luogo, e da qui la misura poetica-teatrale de La Boheme. E adesso, alle repliche, è una meraviglia, nella quale la novità delle mille situazioni tematiche-sonore, la ricchezza dei particolari, la modernità di fraseggio e tinte evocate da Dudamel si uniscono ad un trovato, maggior equilibrio dinamico, ferma restando – e va benissimo – la “calienza” culturale di questo suono, che è un pregio. Suonano da Dio, in sostanza: e con l’anima più la tecnica. E lui, Gustavo, ha trovato in corso d’opera la sua linea e la Poesia: non c’è paragone fra la precedente Boheme-Dudamel e questa, o meglio: dietro c’è la maturazione, umana e artistica, di un grande direttore. Gli resta, a mio avviso, una straordinaria anima sinfonica. Ma, pur bisognoso della “prima” e di tutto un lavoro, ha trovato anche il passo drammatico, e questo ora supera le attese. La mia frase inziale “non passa alla storia, ma” si annulla in quanto senza senso e importanza. La Boheme 2015 di Gustavo Dudamel alla Scala è bellissima. Da ascoltare e riascoltare. E tanto basta.
    No, non basta. Perché stasera la prima con cosiddetto “secondo” (ma è un primissimo!) cast si è risolta – e la platea troppo cara di Pereira non era piena, le gallerie sì, ma chi c’era può confermare – in una di quelle serate, e repliche, in cui il teatro d’opera è miracolo dell’anima, dell’arte, dello spirito, dell’umanità. Esistono – una ogni tanto – ed è il bello dell’Opera. Questa replica è stata di quel tipo, nella combinazione, nell’assieme di tutti. Capire perché certe serate vadano in maniera speciale è voler sondare un mistero. Ma è chiaro che – tanto per iniziare – qui c’è stato un elemto dirompente che ha come riassunto e dato nuova vita al tutto: la sconvolgente Mimì di Ailyn Perez.
    Per capire: saremmo sulla linea delle Mimì di straordinaria presa teatrale-attoriale, non fosse che qui c’è un elemento in più. La voce. Uno strumento – particolarissimo, nella timbrica: intriso della e nella malattia, nell’amore e nel dolore di Mimì – ma, rispetto ai due modelli citati (meraviglie di teatro, ma non sempre di note), musicalmente forte, oltreché drammaturgicamente. Una bellissima, potente e delicata ad un tempo, sia pur particolare voce. Mimì sconvolgente: perché tale è lo “sgelo”, perché tale l’addio al terzo quadro, perché tale, soprattutto, l’immagine di musica, colore, teatro e a anima di una Mimì che, lettralmente “emette (“ma grande come il mare”) il rosso, il viola e l’indaco d’un tramonto mediterraneo (o forse, davvero messicano) e poi lo spegne nel sussurro di morte (l’ultima parola “dormire” è qualcosa di lancinante, annullamento d’amore, la Perez pare una Isolde traslata in Mimì). Si aggiunga, ma non vorremmo poerché pare di far tolto alla bravura, ma è giusto perché si è trattato di tutto un assieme, che, a nostra memoria di fatti vissuto dal vivo, ricordiamo solo Shirley Verrett ieri, Anna Caterina Antonacci oggi, come casi in cui bellezza fisica e talento musicale trascendentale coincidono a tale livello, nella differenza di tecnica e ruoli e vocalità di ciascuna ma in un’identità di immagine. La Perez è un’immagine – musicalvisivadrammaturgica – di questo tipo. In teoria, forse, Mimì le starebbe pure stretta (vien voglia di ascoltarla in altri ruoli). In pratica, la risolve in un meraviglioso atto d’amore e musica e teatro alla musica e teatro di Puccini. Agresta vince con il nitore e l’esattezza. Qui si stravince con il teatro e il fuoco dell’anima. All’ultimo atto, su quel letto con quella scena attorno, pare la figura d’un quadro di Delacroix. Ha quella forza. Una Mimì memorabile.
    E sono bellissimi gli equilibri rovesciati del secondo cast rispetto al primo. Là, al nitore di Agresta fa riscontro l’esuberanza ( tanta, troppa che sia, abbiamo sviscerato l’argomento) di Vittorio Grigolo. Qui, invece, in un certo senso, si dà l’opposto: alla potenza drammatica di lei, fa riscontro l’ancora immacolata linea di canto d’un maestro, in tal senso, quale Ramon Vargas. Si ha un bel dire: gli acuti non c’erano e forse ci sono ancor meno, la voce si è, a tratti accorciata ed è anche un po’ meno tornita rispetto a qualche anno or sono. Ma l’equilibrio, la linea perfetta, l’assieme di lui con tutti gli altri, sono magistrali. Abbiamo sentito i commenti dei colleghi, dicevano: è una meraviglia cantare con lui, è sempre “in squadra”. Non per niente, il bisticcio- gioco-pantomima dell’ultimo quattro, prima del drammatico ingresso di Mimì morente, è sortito una meraviglia di grazia ed umorismo leggero. I compagni i viaggio sono molto bravi (l’Olivieri-Schaunard che gioca benissimo la carta dell’innamoramento giovanil-bohemienne per Mimì, il dolente Colline di Colombara, soprattutto l’ottimo Marcello-secondo cast, un Gabriele Viviani di grande forza espressiva) ma l’equilibrio è tutto nel canto e nella condotta di Vargas, che è sempre “con” e dentro la recita, “con” i colleghi. Grigolo è un’altra storia (non interessa se migliore o peggiore, divers): straripa, di talento sernza dubbio, anche d’esagerazione, talora.
    Il fatto è che tutto quanto abbiamo narrato si è risolto in una recita memorabile. Questo allestimento storico di Zeffirelli è passato in tali mani (a parte Karajan di cui ho il disco, avendolo ascoltato dal vivo ma non in Boheme, gli altri credo di averli tutti vissuti di persona, da Pretre a Kleiber a Gavazzeni, a Patané ecc) da rendere sciocca o futile quella mia definizione dl precendente intervento sulla storicità o meno della lettura attuale di Gustavo Dudamel. Non ho però dubbi nel dire che quanto ascoltato stasera – questa miracolosa recita – sicuramente si iscriva fra i migliori ricordi legati alla storia esecutiva-interpretativa di questo (lui sì, lo è di fatto e di diritto, e ne va riconosciuto merito a Zeffirelli stesso) storico allestimento de La Boheme. Non perché è la più recente: ma perché mi ha aperto e riempito il cuore di musica e di vita.

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli agosto 27, 2015 a 8:19 am #

    Mi è saltata mezza riga. Quando parlo dei “due modelli” di Mimì attoriali, faccio riferimento a Teresa Stratas e Ileana Cotrubas, rispetto alle quali la Perez ha voce molto più importante

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli agosto 28, 2015 a 11:52 am #

    Dopo aver inaugurato Expo per Pereira con Turandot, è puntualmente deceduto Nikolaus Lenhoff.

    marco vizzardelli

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