3 Lug

Attenzione: i post verranno aggiornati fra una settimana.

Continuate a scrivere su questo post anche a proposito

degli altri spettacoli e concerti in programma

 

Otello

Gioachino Rossini

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

Nuova produzione Teatro alla Scala in Coproduzione con Staatsoper, Berlin

 

 

 

Dal 4 al 24 Luglio 2015

Durata spettacolo: 3 ore e 30 minuti inclusi intervalli

Cantato in italiano con videolibretti in italiano, inglese

otello_scala_1448302

DIREZIONE

Direttore
Muhai Tang
Regia
Jürgen Flimm
Scene
Jürgen Flimm
da un’idea di Anselm Kiefer
Costumi
Ursula Kudrna
Luci
Sebastian Alphons

CAST

Otello
Gregory Kunde
Desdemona
Olga Peretyatko
Elmiro Barberico
Roberto Tagliavini
Rodrigo
Juan Diego Flórez
Jago
Edgardo Rocha
Emilia
Annalisa Stroppa
Doge
Nicola Pamio
Un gondoliere
Sehoon Moon*

 

17 Risposte to “”

  1. E. luglio 15, 2015 a 9:12 am #

    Florez, Kunde, Rocha e Stroppa motivi di interesse di questa produzione; Peretyatko e Tang deludenti, regia innocua e senza senso, meglio sarebbe stato – a questo punto – importare da Zurigo quella di Leiser e Caurier (sebbene la Desdemona scaligera sia nettamente inferiore a quella zurighese….).

  2. marco vizzardelli luglio 22, 2015 a 7:59 pm #

    I MISERABILI

    Si tratta del titolo di un celebre romanzo. Narra la storia di un (molto vecchio) responsabile gestionale e artistico di un (molto vecchio e “già” prestigioso ma decaduto) teatro d’opera, decaduto appunto al punto che tre mesi interi di programmazione erano rimasti praticamente invenduti. Mentre la sua orchestra giaceva steccando in condizioni disastrate. Cosa fecero, il vecchio e l’orchestra? Dissero: “Qui ci vuole Babbo Natale!”. Il fatto è che l’orchestra, pochi anni prima, aveva cacciato Babbo Natale, dicendo, in intrepide assemblee “non esisti, va’ via tu e le tue renne” (poi Babbo Natale e le Renne avevavno ricevuto la disperata chiamata di un altro teatro, ma erano stati cacciati anche da lì). L’orchestra del molto vecchio e decaduto teatro si trovava, in pratica, nella… palta. Stecche a non finire. L’unica, era mandare una letterina a Babbo Natale “ti preghiamo, torna”, mentre il molto vecchio responsabile, armatosi di valigia e bastone e di un foglietto promemoria (camminava male e anche la vecchia testa, un tempo brillante, perdeva colpi) partì alla volta della stalla delle renne, situata a Ravenna, per convincere Babbo Natale (a dir la verità, vecchiotto ormai anche lui) a tornre con slitta e renne cariche dei suoi doni.
    Il romanzo si interrompe qui, non sappiamo il finale. Ma l’omonomia del titolo con quella di un celebre testo di tale Hugo sembra, anche nell’incompiutezza, adattarsi perfettamente all’identità dei (molto vecchi e decaduti) protagonisti della vicenda.

    marco vizzardelli

    • masvono luglio 22, 2015 a 10:49 pm #

      Babbo Natale se torna tornerà con
      I suoi Angioletti. I diavolacci infernali e steccanti resteranno nella loro palta. 🙂
      Ciao ciao
      -MV

      • marco vizzardelli luglio 23, 2015 a 7:56 am #

        I soavi cherubini…. ih, ih, ih

        marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli luglio 27, 2015 a 10:59 pm #

    Così il 4 luglio a Graz. E’ tornato appoggiandosi sulle stampelle, poi le ha messe da parte ha alzato le braccia, ha fulminato il mondo con gli occhi… ed è accaduto quanto segue

    http://www.youtube.com/watch?v=nDqIhF4RZJI

    e si resta senza parole

    marco vizzardelli

    • giorgio luglio 28, 2015 a 3:50 pm #

      Immenso. Eterno.

  4. Franco Nava luglio 28, 2015 a 3:52 pm #

    cosa non sono i suoi occhi!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  5. marco vizzardelli agosto 2, 2015 a 7:44 am #

    La musica è favolosa perché non ti lascia mai fermo sul già acquisito sul risaputo. Quest’anno, alla Scala, credevo, credevamo d’aver raggiunto un vertice “mahleriano” di lettura, di commozione, e per noi di ascolto, nella Terza Wiener-Jansons. E’ arrivato Ivan Fischer con la sua favolosa Budapest Festiva, ed è andato oltre, con quella che , senza alcun timore, definiamo la più bella Quarta di Mahler da noi ascoltata dal vivo nella vita, e una delle nostre massime esperienze d’ascolto di questo autore che segna le nostre vite e il nostro tempo.
    Una fantasmagorica, ironica e commovente, tesa e distesa, iridescente di tinte, cavalcata fra Vienna e Boemia. Fraseggi e rubati viennesi e colore boemo che è solo di quest’orchestra, letteralmente tutt’uno con Fischer che ha sbrigliato tutta la fantasia, l’estro (ma l’appropriatezza stilistica!) immaginabili in una lettura allo stesso tempo antica (lo struggimento boemo viennese portato a sublimazione) e modernissimo (il fantastico secondo movimento, mai udito così, con il primo concertante posto a fianco del direttore accanto al viiolino scordato, un tempo febbrile e un fraseggio geometrico, quasi stravinskiano. Che si stesse per ascoltare qualcosa di eccezionale, si è capito al volo dal vertiginoso “rubato” con il quale Fischer ha attaccato la sinfonia. Da lì, con l’orchestra come burro malleabile nelle sue mani: pazzesche nel rilievo plastico le sortite di legni e ottoni, stupenda la brunita tinta boema degli archi, incredibili i corni, talora usati ome “sordi” ad esito grottesco rabbrividente nel primo movimento, talmente trascinante da strappare (ma stavolta non ha dato fastidio, pareva una coneguenza logica) un’ovazione applauso dal pubblico, peraltro poi silente e totalmente avvinto. Il gioco di proprorzioni sonore e tensioni-distensioni dell’adagio ha trovato in Fischer e nei suoi una misura suprema. Ed è arrivata la Petersen, in silenzio, sulle ultime note dell’adagio, e Fischer, facendosi forte della grande espressività del soprano svedese, ha perfettamente inserito (è raro: di solito si tende a farne una nenia estetizzante, “celestiale”) i leader conclusivi in perfetta consequenzialità tematica, accendendoli, anzi infiammandoli di spirito acre e anche umoristico (sono tali) dapprima, per poi approdare allo struggimento (non sdilinquito: un silenzio) conclusivo. E la Scala è venuta giù, ma non era finita.
    Ivan Fischer (che nella vita è stato mozartiano di vaglia) e i suoi ci hanno tirato il colpo da ko emotivo con il bis: forse la meraviglia fra le meraviglie di Mozart, il Laudate Dominum dai Vespri. Intonato alla prima strofa dalla Petersen e poi- tuffo al lcuore, alla seconda strofa, orchestra in piedi, strumenti giù, e orchestrali che diventano coro e cantano – indimenticabilmente! ò la strofa avvolgendo la voce del soprano. Dopo un istante di silenzio, tutta la platea, di colpo si è alzata in piedi e ha decretato a – urla di esultanza – un’a standing ovation quqale raramente si sente da queste parti dopo un concerto. Fischer e soprano son stati tirati fuori con e senza orchestra. E alla sua uscita, il maestro, visibilmente commosso, è stato accompagnato lungo via Filodrammatici da una folla di appassionati sotto le invocazioni “torna, torna!”.
    Per scelta (volendo ascoltare il Mahler in freschezza) ho saltato, per stavolta (arrivando da fuori Milano) la prima parte: mi dicono che anche il Bartok delle Danze e del Concerto numero 2 affidato al roccioso Bronfman sia stato di alto livello, ma che il Mahler ha poortato al decollo cui abbiamo assistito. Per noi, il più bel concerto di quest’anno alla Scala. E , per noi – come talvolta capita – la Quarta di Mahler “riparte” da questa serata. Come nuova.

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli agosto 2, 2015 a 9:51 pm #

    Questo ha scritto ieri sera Francesco Maria Colombo su facebook:

    “Mentre esco dallo stratosferico concerto di Iván Fischer e della
    Budapest Festival Orchestra alla Scala (la più raffinata esecuzione
    mahleriana che abbia MAI sentito; l’orchestra più perfetta che oggi si
    dia: di una perfezione abbagliante unita alla capacità di prendere
    rischi e al superare questi ultimi con una sprezzatura favolosa. Di
    recente alla Scala i Wiener hanno suonato in modo meraviglioso, ma
    quanto a perfezione erano lontani anni luce) penso due cose. Una è che
    questo è lo zenith di una civiltà fortemente riconoscibile: l’Ungheria
    come centro dell’anima europea. Qualcosa di simile si ritrova solo a
    San Pietroburgo con l’orchestra di Temirkanov. L’altra è che se far
    musica è attingere questo livello (di raffinatezza, di tecnica, di
    civiltà), allora io per primo, ma con me altre migliaia di noi
    musicisti, possiamo e forse dobbiamo prendere il cappello e andarcene
    a casa.”

    Non c’è ovviamente bisogno che alcuno prenda il cappello e vada a casa, ma lo splendido scritto di Colombo rende perfettamente l’idea di ciò che si è ascoltato e di quanto ha lasciato nell’anima.

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli agosto 3, 2015 a 5:55 am #

    Nel mio testo sopra mi è saltata una parola importante. Quando parlo di strumento posto in posizione concertante nel secondo movimento accanto al violino scordato, si tratta del primo corno. Fischer lo ha sistemato così, accanto a sé, dando vita ad un fantastico “dialogo” corno-orchestra.

    marco vizzardelli

  8. marco vizzardelli agosto 3, 2015 a 1:41 pm #

    Mi è sortito di penna un cognome di soprano sbagliato. Si trattava di Miah Persson

    marco vizzardelli

  9. marco vizzardelli agosto 14, 2015 a 3:22 am #

    E’ ormai abbastanza evidente, andando per musica a Milano in questi giorni, che sia la Scala (con prezzi assurdi, e la dirigenza costretta poi a regalare o svendere a destra e manca) sia la stessa orchestra Verdi hanno presupposto una partecipazione di pubblico agli eventi Expo che in pratica…. non c’è. I milanesi, tendenzialmente, se ne sono andati come al solito in vacanza vuotando la città. i turisti vanno ad Expo, poi fanno altro che popolare le sale da concerto o il teatrone. Il rischio è che, nell’ammucchiata di eventi deserti, si perda nel nulla anche quakche eccezionalità E qui di eccezionalità si tratta perché, vi dico caldamente, ANDATE ANDATE ANDATE alla replica di domenica de Il Pipistrello all’Auditorium, perché d’Espinosa, una formidabile Verdi in versione quasi da camera e una fantastica compagnia di cantanti-attori, ve lo danno in una lettura che pare renderlo come nuovo! Uno dei momenti a mio avviso più alti della stagione musicale milanese.
    Die Fledermaus è – si sa, ma non si dice sempre, e alla Scala non si fa mai, mentre strameriterebbe un’inaugurazione – una vertigine di bellezza. E di grandezza, se si sa leggervi tutto il segno dei tempi suoi e di quelli successivi di tutta una cultura. D’Espinosa ci crede e ci crede fino in fondo, al punto da prendere la materia musicale e il concetto stesso di “viennesità” e riplasmarli completamente. Avviene come se, partendo dalla visione (diremmo che la partenza, solo la partenza è quella) fremente e spumeggiante (e struggente) di un Carlos Kleiber, la si prenda, la si agìti – la si congeli, in una sonorità bianca e in scansioni in cui il rubato viennese diventa geometria – e la si scagli avanti nel tempo. Come straniata. Fin dall’ouverture (fantastica, ma spiazzante, nella lettura di d’Espinosa), il Pipistrello è se stesso ma diventa anche altro. E alla fine della festa ( dal “du-duuu” tutto rattenuto, ai valzer) e soprattutto all’atto terzo (l’introduzione e il breve monologo del direttore delle carceri) la lettura si svela: Strauss è come proiettato in zona-Berg-Wozzeck, o se preferite, Brecht-Weill. E non solo è straniante o spiazzante, ascoltarlo così, ma è entusiasmante: funziona alla grande!
    Per la riuscita, “conditio ine qua non” era avere una compagnia quale quella a disposizione di d’Espinosa: ovvero un ultraomogeneo insieme di cantanti-attori di lingua madre specialisti d’operetta (compreso il freschissimo coro Neue Wiener Stimmen) in grado di assicurare il massimo d’espressione e talmente duttili da rimettersi completamente in gioco fuori dagli schemi di una inzuccherata “viennesità” tradizionale, che qui è bypassata (non dimenticata, ma oltrepassata tenendola presente) a favore di quanto abbiamo detto. Non nominiamo i singoli perché sarebbe far torto alla compattezza della collettività (anche se non si può fare a ameno di citare l’incredibile narratore-Frosch, Boris Eder, il cui italiano d’accento austriaco resta per sempre nella memoria!). E, aggiungiamo ancora il plauso all’orchestra (fantastiche sortite solistiche degli ottoni, nella asciutta trasparenza della concertazione cameristica e del suono “gelato” trovato da d’Espinosa). Grande prova d’interprete di ‘Espinosa (ma, davvero, è stato discusso a Roma, a Venezia, lasciando perdere la Scala? Alla Verdi, dal magnifico Bruckner, al Barbablu di Bartok, a questo incredibile Johann Strauss, abbiamo ascoltato solo cose da belle a bellissime! Ha ben ragione, Fabio Luisi, che lo ha stimato e sostenuto). E vi ridiciamo: ANDATE, ANDATE, ANDATE alla replica di domenica del Pipistrello, all’Auditorium di Largo Mahler!

    marco vizzardelli

  10. marco vizzardelli agosto 14, 2015 a 4:40 am #

    P.s. mi è saltata in battitura la “i” di “du-i-duuu”. La rimetto e vi ripeto: domenica andate ad ascoltare questo Fledermaus all’Auditorium!

    marco vizzardelli

  11. Monostatos agosto 16, 2015 a 6:10 pm #

    Fanatico….

  12. marco vizzardelli agosto 17, 2015 a 8:14 am #

    orchestrale scaligero

    m.viz

  13. marco vizzardelli agosto 17, 2015 a 8:16 am #

    quelli che prima cacciano poi scrivono le letterine….

    marco vizzardelli

  14. marco vizzardelli agosto 20, 2015 a 10:56 pm #

    Non passerà alla storia, ma è viva, giovane, ardente, non banale, più divertente che poetica. La Boheme Dudamel-venezuelana della Scala è così, con un’eccellenza vocale e una – ahimè – caricatura, un podio difettoso ma geniale, un orchestra “etnica” ma formidabile, il tutto avvolto nello spettacolo di Zeffirelli che è il suo migliore e funziona ancora benissimo.

    – L’eccellenza. Maria Agresta: è il Manuale di Mimì, nel modo di porgere le frasi, nel canto e nel gesto e nell’espressione. Si può eccepire che il timbro, talora un po’ querulo, non esprima una personalità travolgente, ma stravince nell’esattezza con la quale “è” Mimì. Una certezza, oltretutto in continua crescita.

    Il talento, e un limite. Gustavo Dudamel. La sua è La Boheme di un grande direttore sinfonico, colmo di talento. Non si contano gli incisi, le note d’espressione, le sortite solistiche in appoggio ai cantanti quasi mai udite, e questa sua Boheme infiammata, vibrante, anche “novecentesca” in cenni d’orchestrazione quasi stravinskiana, è strumentalmente avvincente, molto più ardita della precedente di Gustavo alla Scala, che era solo pulita ma troppo cauta. Qui, con un’orchestra che glielo consente, ha osato e ha osato bene. Con un limite. La sua Boheme non è teatro in musica. Fra Dudamel e il palcoscenico – lo si era notato in tutte le sue precedenti esibizioni operistiche – c’è come un muro. Il palco – il teatro in musica – non è suo, le sincronie talora saltano, e questa Boheme è tanto meravigliosamente “sinfonica” quanto poco è teatrale. Che sia poco parigina non importa, tanto è viva ed infuocata nel suo clima fra festa e tragedia, così “ispanico” (non potrebbe essere altrimenti). Che ci sia più passione che poesia, amen. Ma La Boheme è un meccanismo teatrale perfetto. E questo, con Dudamel, sfugge, nello splendore solo sinfonico dei mille particolari orchestrali. Gran direttore sinfonico. Niente di male, ma fossimo in lui ci rifletteremmo. Si può esserlo, Celibidache “mollò” l’opera, eppure fu eccelso. Gli imminenti concerti di Gustavo saranno tutti da ascoltare. Anche questa Boheme lo è. Ma il limite c’è.

    La caricatura. Rodolfo. Vittorio Grigolo inizia con una aberrazione, una mostruosità kitsch, proprio alla sua entrata. “Nei cieli bigi guardo fumar dai mille comignoli PPPPPPPParigi!”. Così, con otto P più un ululato. Per tutto il primo atto balza, saltella, strabuzza gli occhi come gli attori dei film muti, un tarantolato, una sorta di epilessia scenica cui fa riscontro un canto disordinato he (e ti fa rabbia per quel che potrebbe essere) trova un’isola felice nella “gelida manina”, ma tonfa nel finale 1 dove, insistendo a cantare “amor, amor, amor” senza uscir di scena (e coprendo vocalmente la partner), nella foga il nostro rantola e bercia l’acuto. Il suo primo atto è, così, proprio brutto, almeno la sera della prima. Per fortuna poi si acquieta. La forma vocale non pare al massimo, il bel timbro (tale sarebbe) suona più “sporco” di altre volte. La generosità del darsi è, quella sì, ammirevole. E quando all’ultimo atto intona “O Mimì tu più non torni” si capisce cosa potrebbe essere il suo Rodolfo, e la sua voce, se decidesse di fare un po’ d’ordine. Ma non decide. E nella continua esagitazione, i “suoi” personaggi – siano Rodolfo, Romeo, Edgardo, finiscono per sembrare, anche nello stile vocale, uno solo: è Grigolo, non il personaggio, è Grigolo, non la differenziazione – che sarebbe necessaria – dello stile vocale e dell’espressione da un autore e da un personaggio all’altro. Peccato: potrebbe esser ben altro, con quel che ha avuto da Madre Natura.

    L’orchestra. La Bolivar suona benissimo. Anche forte, molto forte: ma il suono forte è il distintivo di un’etnia, uno stile, un modo di essere. In compenso, la precisione, l’intonazione, sono da manuale. E hanno un’ anima, esprimono una passione “in suono” che invano cercheremmo negli abitanti stabili della buca scaligera. Idem il coro (meglio le voci maschili), forte ma superespressivo.

    Sicché, fra pregi e limiti, ne esce una Boheme colma di vita. Non storica, imperfetta, ma palpitante. Una Boheme a sangue caldo.
    Bene le parti di contorno. Imponente nel fisico la bellissima Angel Blue, Musetta nera di straordinaria avvenenza (ancorché, alla fine, “normale” vocalmente).

    marco vizzardelli

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