Turandot

1 Mag

Turandot

Giacomo Puccini (Finale Luciano Berio)

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

Coro di Voci Bianche dell’Accademia del Teatro alla Scala

Produzione dell’Opera Nazionale Olandese, Amsterdam

z-912

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Dall’1 al 23 Maggio 2015

Durata spettacolo: 2 ore e 50 minuti inclusi intervalli

Cantato in italiano con videolibretti in italiano, inglese

 

DIREZIONE

Direttore
Riccardo Chailly
Regia
Nikolaus Lehnhoff
Scene
Raimund Bauer
Costumi
Andrea Schmidt-Futterer
Luci
Duane Schuler
Coreografia
Denni Sayers

CAST

Turandot
Nina Stemme
Altoum
Carlo Bosi
Timur
Alexander Tsymbalyuk
Calaf
Aleksandrs Antonenko (1, 5, 8, 12, 15, 20)
Stefano La Colla (17, 23)
Liù
Maria Agresta
Ping
Angelo Veccia
Pang
Roberto Covatta
Pong
Blagoj Nacoski
Mandarino
Gianluca Breda (1, 5, 8, 12)
Ernesto Panariello (15, 17, 20, 23)
Principe di Persia
Azer Rza-Zada
Prima Ancella
Barbara Rita Lavarian
Seconda Ancella
Kjersti Odegaard

26 Risposte to “Turandot”

  1. marco vizzardelli maggio 1, 2015 a 5:37 pm #

    A conclusione della prima giornata dell’Evento, vorrei che sui giornali (in uscita per fortuna dopo due giorni) ci fossero rispamiati.
    a) i saggi articoli di fondo su cosa di doveva o non si doveva fare
    b) Salvini che attacca Renzi e Pisapia
    c) Pisapia che dice “ci hanno lasciati soli” o “bisogna capire il disagio di questi giovani”
    d) la Santaché che urla “ammazzateli tutti”
    e) la retorica: “Turandot del secolo. Milano e la Scala hanno vinto”

    ma è quasi certo che da tutto questo saremo invasi

    marco vizzardelli

  2. E. maggio 2, 2015 a 12:36 pm #

    In attesa di ascoltare dal vivo “Turandot”, la recensione – condivisibile o meno – di Mattioli su “La Stampa”

    http://www.lastampa.it/2015/05/01/spettacoli/expo-la-magnificenza-di-turandot-alla-scala-fa-da-contrasto-ai-disordini-nelle-strade-IS4fxPDWgBuUb2DMVI857N/pagina.html

  3. marco vizzardelli maggio 4, 2015 a 8:27 am #

    Prendo atto che non uno – nessuno – dei maggiori quotidiani è riuscito o ha provato a raccontarci come sia questa Turandot, che tipo di lettura ne abbiano dato Chailly e il regista, quale tipo di canto e personaggio esprima la Stemme. Nulla. “Viva l’Italia, l’Italia dei buoni, l’Italia dei cattivi, l’Inno di Mameli, Milano ha vinto, la Scala ha vinto”. Il solito giornalismo che, davanti a certi eventi del Teatro alla Scala si tiene un passo indietro, tendenzialmente… chino. Niente sullo spettacolo da Corriere e La Repubblica che han fatto scrivere le giornaliste di costume. Niente- ahimè- da La Stampa che aveva i mezzi per raccontare, ma non ha raccontato. E’ rimasta solo la retorica Expopatriottica. Di Turandot non sappiamo quasi nulla.

    marco vizzardelli

  4. lavocedelloggione maggio 4, 2015 a 11:41 am #

    Marco, questa volta non sono proprio d’accordo con te! Oltre al Corriere Musicale con Luca Chierici, che ne ha fatto un’analisi piuttosto completa, ne ha parlato anche Carla Moreni sul domenicale dell Sole24 . E non sono d’accordo nemmeno sul presunto trionfalismo a priori, che sarebbe dovuto a causa di EXPO, come se l’EXPO fosse alla fine il peggio che poteva capitare, espressione dei poteri forti come lo sarebbero la Scala e le principali testate giornalistiche e via elencando! Ho sentito persino la tesi che EXPO e black bloc sarebbero due facce della stessa medaglia, funzionali alla fine a uno stesso scopo (che non si sa quale sarebbe).
    Ma perché si è perduto quel sano e ingenuo istinto umano di fare festa, festa collettiva una volta ogni tanto, perché non ammettere che si può fare anche una spesa pazza una volta ogni cento anni per ricevere il mondo a casa nostra, cercando di offrire il meglio di noi, compreso quindi anche uno spettacolo alla Scala???. Così come avevo visto come oscurantisti, rancorosi e sempre in atteggiamento critico negativo quelli che volevano far saltare lo spettacolo dal di dentro per ragioni sindacali che reclamavano la sacralità del primo maggio, festa dei lavoratori, così ora non capisco perché essere altrettanto rancorosi e ipercritici su questa Turandot e su cosa se ne è stato scritto in chiave di spettacolo di apertura di EXPO, come fosse a priori una cosa che non si aveva da fare!
    Fra l’altro a me in TV è piaciuta molto, uno spettacolo degno dei migliori fasti scaligeri, un allestimento e una lettura originali, in chiave molto moderna, che ha fatto capire come almeno in questo caso Puccini stesse al passo con Stravinskij, Mahler e Strauss. Ho trovato tutto molto affascinante e spero di riuscire ad andare a vederla in teatro prima del mio turno di abbonamento, che è il 20 maggio.
    Gente, siate un po’ ben disposti, la vita è bella, dobbiamo rendercela grama anche quando non è il caso e si può comodamente evitare di essere infelici? Baci baci a tutti Attilia

  5. marco vizzardelli maggio 4, 2015 a 12:17 pm #

    Obiezione accolta, nel concetto generale, cioé sul far festa. Auguro assolutamente a me stesso di spellarmi le mani per questa Turandot.
    Avrei gradito di leggere, il giorno dopo, “recensioni”, “descrizioni dello spettacolo”. Finora, dalle tre fonti CARTACEE che uso, non ne ho lette. Capisco tutta l’emotività della giornata milanese conclusa da Turandot, ma alla fine: COME è questa Turandot? Bella perché? Meno bella perché? Che lettura ne hanno dato Chailly e il regista? Che tipo di canto esprime la Stemme?
    Da fuori Milano, non avendo internet il 2 e 3 maggio, domenica 3 ho comperato i giornali “cartacei” ( i tre che compero di solito: Corriere, Repubblica e La Stampa) e su nessuno dei tre – ripeto: sul cartaceo – ho trovato una descrizione dello spettacolo. Dei disordini e di quant’altro già sapevo perché sabato ero a Milano e avevo dovuto tornare a casa evitando il centro, mi interessava leggere dello SPETTACOLO. Sul cartaceo di quei tre giornali ho trovato pensieri sulla giornata milanese legati alla serata scaligera. Non la descrizione di Turandot. So che su La Stampa è uscita on line, subito dopo lo spettacolo e PRIMA dell’articolo di pensiero e costume postato da Attilia (che ho letto anch’io) una recensione-descrizione di Turandot che io sto cercando ma che non trovo. Se Attilia o altri riescono a trovarlo, sarebbe bello poterlo leggere, se lo trovo vedo di postarlo io.

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli maggio 4, 2015 a 2:09 pm #

    ERRATA CORRIGE
    “perché sabato ero a Milano”. Ovviamente intendevo venerdì, il ponte del Primo Maggio mi ha fatto sfasare i giorni. Da sabato pomeriggio ero via, senza disponibilità di internet.

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli maggio 4, 2015 a 4:20 pm #

    Anche qui, come altrove, spiego l’equivoco. Per tutta la tarda mattinata e pomeriggio di oggi, dal computer di ufficio, non sono riuscito ad aprire il link da La Stampa postato da Attilia e pensavo si riferisse all’unico articolo che avevo letto da lì, quello del giorno 3. Sapevo che ce n’era uno precedente, ma dall’ufficio non riuscivo ad accederci. Pochi minuti fa, dal mio pc, ho aperto e letto il link, che si riferiva al breve ma esaustivo articolo dell’1, e che, finalmente, ho letto.

    marco vizzardelli

  8. E. maggio 7, 2015 a 9:02 am #

    Una serata di grande musica e spettacolo, quella di martedì 5: finalmente Puccini è tornato alla Scala con i dovuti onori. Da segnalare innanzitutto la splendida direzione di Riccardo Chailly, che fa ben sperare per il futuro del teatro: potente, novecentesca, travolgente, giocata sui colori e sulle dinamiche pucciniane, vulcanica nelle parti di maggior impeto, screziata e metafisica in quelle più elegiache; personalmente, ho apprezzato il finale Berio, per nulla fastoso o retorico, maggiormente intimistico ed ambiguo.
    Anello debole della compagnia, Calaf: a fronte di una voce di per sé tonante e robusta, ha evidenziato un’emissione rozza, un fraseggio sbrigativo e un persistente vibrato in acuto. Dominavano indubbiamente le due donne, la Turandot algida ed imponente della Stemme, a tratti metallica negli acuti estremi, e la Liù di Maria Agresta.

  9. Philoctetes maggio 8, 2015 a 8:21 am #

    Buongiorno. Scusate se vado fuori tema. Vorrei avere un’informazione, e forse voi potete aiutarmi. Ho letto ora che il concerto del maestro Pollini è stato annullato. Sul sito della Scala sono indicate le modalità di rimborso
    http://www.teatroallascala.org/it/annullato-recital-maurizio-pollini.html
    Io sono in possesso di due biglietti; è corretta la mia interpretazione di quanto scritto sul sito per cui, se non chiedo il rimborso, tali biglietti saranno validi per la nuova data del concerto?
    Grazie e cordiali saluti.

  10. Gabriele Baccalini maggio 8, 2015 a 1:34 pm #

    Il Servizio Infotel della Scala dice che, a causa di una norma SIAE, il rimborso dei biglietti non può avvenire dopo il 17 maggio. Perciò, se la nuova data viene comunicata entro pochi giorni il biglietto può rimanere valido, ma se la cancellazione fosse definitiva chi non ha avuto il rimborso se lo tiene per ricordo.

    • Philoctetes maggio 10, 2015 a 3:38 pm #

      Grazie! Ora hanno comunicato la nuova data (16 novembre). A questo punto immagino sarà possibile ottenere la sostituzione del biglietto, in alternativa al rimborso. Grazie ancora.

  11. marco vizzardelli maggio 9, 2015 a 10:31 am #

    Vista ieri sera. Bella – non di più e non di meno – ma non “prende”. Chailly indubbiamente sguazza in Puccini e l’esito è decisamente migliore rispetto, ad esempio, all’Aida inaugurale di anni or sono. Da tempo, tuttavia, il maestro milanese ha inaugurato una sua “poetica” dei decibel. Qui il baccano – peraltro controllato, con una bella scelta di suoni sordi, gelidi – ci sta anche (non è il solo modo di leggere Turandot) in una visione barbarica e “novecentesca”. E, dalla mia postazione (prima galleria centrale) nonotante il frastuono i cantanti non erano coperti. Il dubbio e il limite è che questa stessa poetica dei decibel viene applicata in Verdi, in Mahler, in Sostakovic…. in tutte, dicasi tutte, le apparizioni di questi anni del direttore. Però con Puccini, Chailly ha da sempre feeling e si sente.
    Non mi pare che la sua scelta “fonica” e strutturale si sposi completamente con il (gradevole) kabarett di Lenhoff. Avrei “visto”, per questo spettacolo (un po’ datato, ma, rispeto, gradevole nel gioco dei colori) una direzione ironica, tagliente, aspra ma leggera. Mentre ascoltavo mi veniva in mente il nome di un geniale outsider della direzione che sarebbe stato bene sul podio “con” questo spettacolo: Kristian Jarvi. Qui siamo (a mio avviso) di fronte ad una direzione (buona) e a uno spettacolo (buono) che procedono di fatto divaricati, anche se il progetto è nato in comune. Fra l’altro, l’orchestra di Chailly è quasi un bianco e nero mentre la scena rutila di colori.Accade poi che la direzione così materica di Chailly debba fare i conti con lo sdilinquimento del finale di Berio (altra cosa gradevole, ma altra cosa estranea al resto). Si passa da Turandot a Via Col Vento, e lo scarto è evidente.Dopo la prima si è sparato a zero sul Calaf di Antonenko. Sicuramente si sentono suoni nasali non gradevoli e alcune note ballano. Però questo canto squadrato, un po’ barbaro, “corrisponde” alla direzione di Chailly. Nina Stemme è la grande cantante che sappiamo: canta benissimo la parte Berio e sta in scena come una dea, vestita dello stupendo costume nero a tentacoli (quello, e l’archetto rosso con cui si difende o attacca il mondo sono il meglio dello spettacolo di Lenhoff) che la trasforma da dominatrice, quando domina, ad una sorta di scarafaggio nero spiaccicato quando è a terra, vinta. In un costume c’è tutto il personaggio, e questo è geniale. Eppure alla Turandot-Stemme manca qualcosa: quegli acuti presi – e sparati – “staccando” continuamente la voce (preparazione, pausa, acuto) sembrano indicare una difficoltà, il che finisce per nuocere alla realizzazione vocale del personaggio. Dopodiché, resta Nina Stemme: una gigantessa del canto. Maria Agresta è una quasi impeccabile Liù. Gran basso il Tymoshenko.
    Bene l’orchestra (c’è una meraviglia: l’arpa della Prandina in chiusura di Signore Ascolta: momento di genio anche da parte di Chailly) ma… ha trovato il direttore giusto per lavorare (come avrebbe da tanto tempo bisogno) sulle sfumature? Mah. Benissimo il coro.
    Il tutto per una Turandot (non di più e non di meno) bella. Che piace ma che non resta nell’anima.

    marco vizzardelli

  12. E. maggio 10, 2015 a 4:01 pm #

    Personalmente mi ha preso molto, soprattutto per la direzione espressionista, potente (ma mai baraccona o fine a sé stessa) di Chally, in linea con lo spettacolo a tinte forti firmato da Lehnoff.

  13. der rote Falke maggio 11, 2015 a 6:57 am #

    non datemi del guastafeste, ma io tutta questa qualità leggendaria “da Scala” (come ho letto e sentito dire) non l’ho mica ritrovata in questa onorevole rappresentazione. cioè, ho in mente – tanto per rimanere a edizioni col medesimo finale – la Turandot a Salisburgo 2002 con Gergiev e i Wiener dove davvero si poteva gridare al miracolo sonoro e di concertazione (per non parlare del cast stellare e della regia-capolavoro di David Pountney!). qui è tutto corretto, ma anche molto scipito. stravinskiano? può essere, ma non c’è mai il momento in cui Puccini ti afferra e ti porta con sé dove vuole lui. e secondo me è un problemone. poi l’allestimento: il primo atto molto convincente nell’insieme e nelle maschere, ma vuotissimo nella conduzione di Liù e Calaf. terzetto delle maschere di una stupidità rara malgrado la recitazione molto impegnata dei tre. scena degli enigmi singolarmente priva di tensione. terzo atto finalmente di alto livello, finale compreso. insomma, un po’ pochino. la Stemme è la Stemme, ma proprio per questo ci sarebbe voluta ben altra fantasia nel direttore d’orchestra per incanalare quel miracolo di voce in una interpretazione veramente personale; rimangono note e basta (tranne negli ultimi dieci minuti dopo il bacio). Antonello rozzo, sì, irritante, sì, ma non questo schifo che si vuol far passare. Agresta: all’altezza della partitura, e forse l’unica per la quale è stata ideata una concertazione davvero ricercata. Timur solido nella voce ma freddo nell’espressione. le tre maschere cantano malaccio anche se il loro involvement attoriale ripaga alla grande. il mandarino è pessimo, addirittura imbarazzante. il principino giustiziato un po’ poco virile (malgrado la controfigura culturistica). molto bene le due ancelle. benissimo, per me il migliore in assoluto della serata, Carlo Bosi, il quale dalla distanza da cui canta mostra un’emissione e una musicalità rare, facendoci per poche note – egli sì – sognare cosa potrebbe essere uno stile di canto “da Scala”. insomma, tanto rumore per poco, e non certo un viatico grandioso per un direttore principale che – spero sinceramente per lui e per noi – sarebbe bene fosse chiamato in altri lidi a nomine altrettanto prestigiose ma a lui decisamente più consone rispetto al teatro in musica.

    • marietto novati maggio 11, 2015 a 7:11 am #

      Sottoscrivo ogni parola di quel che scrivi e ti faccio i complimenti per come sai esprimere sempre la verità di quel che si ascolta al di là dei condizionamenti mediatici – anche se io sono un po’ più deluso di te dalla Stemme…

  14. marco vizzardelli maggio 11, 2015 a 1:53 pm #

    Sottoscrivo sostanzialmente Rote Falke. “Onorevole rappresentazione” rende perfettamente la dimensione di tutta l’operazione. E’ quanto intendevo usando il termine “buona, non di più non di meno”. E sul “più consone rispetto al teatro in musica” mi trovo nuovamente d’accordo. Si sente – eccome – che il “nostro” ha diretto pochissime opere negli ultimi anni. Poi, i media possono raccontarci quel che vogliono…

    marco vizzardelli

  15. E. maggio 11, 2015 a 5:16 pm #

    Perdonatemi, ma mi trovate in disaccordo: se visivamente e musicalmente l’edizione salisburghese è notevole, non direi lo stesso dal punto di vista vocale, con una protagonista metallica e disomogenea in acuto ed un Calaf – anche in questo caso – abbastanza monotono nel fraseggio e perfettibile nella dizione (fermo restando che la voce di Botha sia bella, a differenza di quella di Antonenko).

  16. Massimiliano Vono maggio 21, 2015 a 11:54 am #

    E’ giusto che dica qualcosa a proposito di questa Turandot perchè è stata presentata e, talvolta, recensita come un “nec plus ultra”. Lo stesso Riccardo Chailly in una intervista il cui giornalista prono al suo verbo trascriveva quasi fosse un addetto stampa le sue parole la presentava come “la volontà di Puccini più autentica” in quanto veniva scelto il finale.Berio che “come voleva Puccini faceva terminare l’opera in pianissimo” e che utilizzava dello stesso Puccini “il maggior numero di frammenti musicali di quelli lasciati dal Maestro” ecc. ecc.
    Credo che dovrebbe essere svolto uno studio sul perchè qualunque “Riccardo” che diventi direttore musicale alla Scala finisca per tenere interminabili concioni sulla stampa e finisca per definirsi una sorta di “portabandiera” dell’autentica volontà del compositore di turno.

    Fatto sta che questa Turandot di novità non ha un bel nulla: è uno spettacolo vecchio di lustri, prodotto altrove ed il Finale-Berio è così nuovo che lo stesso Chailly ci ha fatto un disco dieci anni fa con l’Orchestra Verdi.
    Roba vecchia, quindi. Già vista, ascoltata e stra-ascoltata.

    Prima di parlare della parte musicale occorre però dire che il Finale-Berio, contrariamente a quano asserito a piena voce da Chailly, non rispetta alcuna ultima volontà di Puccini e non risulta nemmeno che Berio abbia consultato “de visu” gli appunti autografi di Puccini, ma la loro trascrizione.
    Gli appunti autografi furono consultati, invece, da Teodoro Celli negli anni Cinquanta sui quali scrisse uno splendido saggio da cui emerge, ad esempio che “la musica e la struttura di tutto il brevissimo quadro finale nel Palazzo Imperiale sono di Puccini” (Teodoro Celli-Il Dio Wagner- pag. 61), e come sappiamo sia Alfano I che Alfano II chiudono l’opera in fortissimo. Lo stesso Puccin in una lettera ai librettisti scriveva “Urge commuovere alla fine, perciò niente retorica. Il travaso d’amore deve giungere come un bolide luminoso in mezzo al CLANGORE (maiuscola mia ndr) del popolo” (Celli, opera citata, pag. 57). In realtà il “vuoto” pucciniano nell’architettura del finale, più che nell’ultimo quadro, è nel momento del bacio, lo sgelamento. Ed è lì che nell’appunto di un foglio vi è la famosa annotazione “e poi Tristano”. Celli dà una personale e suggestiva spiegazione per la quale la musica in quel momento doveva riallacciarsi all’unico tema “tristaniano” dell’opera, quello della “traversata” che altro non è che quello del concertato finale I (che inizia alle parole “Ah, vinci il fascino orribile-La vita è così bella-Abbi di Liù pietà-) e che non viene mai più ripreso nell’opera dopo la chiusa del I atto. Celli sostiene che Puccini avrebbe potuto recuperarlo volgendolo al maggiore con un’armonizzazione “tristaniana”. Una suggestione, senza dubbio, ma che non riguarda affatto la chiusura dell’opera che deve avvenire “trionfalmente”.
    Oltretutto lo stesso libretto definitivo su cui Puccini stava lavorando l’ultimazione prevede un finale trionfale con coro, da Berio espunto. Con queste premesse è veramente complicato sostenere che l’autentica volontà di Puccini era far chiudere l’opera sottovoce ed in “morendo”.
    Aggiungiamo che Toscanini era presente insieme a Ricordi durante l’ultimo incontro con Puccini dove questi ha suonato, pare, tutta l’opera e che ha fatto rifare ad Alfano il finale proprio in virtù del fatto che non collimava con il suo ricordo ed abbiamo quindi molte perplessità sull’assunto che “Berio sia l’unico che rispetta le ultime volontà di Puccini”.

    Ma, a parte tutto questo concione uscito dalla tastiera del mio pc come reazione alla logorrea di Chailly, chiunque abbia due orecchie si accorge che la musica confezionata da Berio non c’entra nulla con il linguaggio di Puccini e della Turandot. C’entra solo con Berio e con la filosofia di “Rendering”, è uno “Studio di Berio sopra gli appunti di Puccini”. Spacciarlo per “ricostruzione del finale” è o essere in cattiva fede o non avere orecchie.

    Ora parliamo, poco, di questa Turandot. Una modesta Turandot. E’ vero che Chailly coglie bene l’aspetto “modernista” della partitura, soprattutto nel primo atto, dove la ritualità cerimoniale è ingabbiata in freddi meccanismi d’acciaio di un’orchestra sempre sovraesposta con dinamiche che non scendono mai sotto il mezzoforte e che sono quasi sempre concentrate sul forte o fortissimo, ma che mantiene sempre un’analiticità di fondo. Solo che Turandot non è solo anticipazione dei meccanismi di Petrushka (e lo stesso Petrushka non è *solo* meccanismi), ma all’interno di essi la melodia pucciniana irrompe e quando lo fa non basta congelarla e sbalzarla in primo piano, occorre anche effonderle calore. E se c’è una cosa che alla Turandot di Chailly manca completamente è il calore. Ingabbiata nei freddi meccanismi di un duro acciaio orchestrale prosegue con passo inesorabile per tutti e tre gli atti, una sorta di Zavod op. 19 di Mosolov della durata di due ore. E’ anche vero che lo spettacolo di Lenhoff non ha particolari suggestioni che non siano, anche in scena, la meccanicità dei gesti della corte e delle Maschere (la trovata registica di far aprire il “Libro Sacro” a Ping durante il solo “Ho una casa nell’Honan” svelando un poster di una Turandot/Stemme/Pin-up, forse perchè Lenhoff confonde Honan con Onan, è veramente una pippa da regista germanico!).
    Accanirsi sulla compagnia di canto non ha molto senso. Antonenko pare usuratissimo e grida per tutta l’opera, la Stemme ha una vocalità un po’ estranea alla parte ed appare a disagio negli acuti. Per il resto di gelo è e di gelo resta, essendo il suo timbro una diretta propagazione dell’orchestra di Chailly; le tre maschere molto brave nella recitazione e molto meno nel canto. L’unica in parte, e direi anche perfettamente, è Maria Agresta come Liù che effonde patetismo nonostante il gelo della buca.
    Nel finale applausi di cortesia, qualche “buu” a Chailly e calore per la Agresta.
    Saluti

    -MV

  17. marco vizzardelli maggio 21, 2015 a 1:12 pm #

    Riascoltandola ieri sera, continuo a trovarla “buonina non di più”, e ho trovato aumentato il duplice vizio di base: a) la condotta del direttore, la cui validità dura un atto ma decade nei successivi, e direi che oltre al “calore” manca completamente il “colore”, una tinta che non sia un roccioso grigio permanente; b) il finale-Berio, che più si ascolta e meno convince. Vono spiega il tutto con esattezza, e mi trova assolutamente d’accordo.

    marco vizzardelli

  18. giorgio maggio 28, 2015 a 10:29 am #

    mi sembra che si stia instaurando un neo-regime giornalistico: possibile che nessuno registri che al termine di almeno due repliche Chailly è stato sonoramente buato?
    e perché nessun giornalista ha posto la domanda durante la presentazione della (mediocre) nuova stagione opersitica?
    siamo di nuovo in clima di “lesa maestà”?

  19. proet giugno 1, 2015 a 11:37 am #

    ma come fa Turandot ad essere “anticipazione” di Petrushka se è stata scritta dieci anni dopo?

    • masvono giugno 8, 2015 a 1:46 pm #

      Arrivo tardi perché non mi ero accorto della replica. Corretta osservazione. Non anticipazione, ma citazione. Puccini conosceva Petrushka. Saluti

      -MV

      • proet giugno 8, 2015 a 8:16 pm #

        “citazione” mi pare benevolo.
        Puccini a mio parere scoppiazza, scimmiotta… 🙂
        o meglio: banalizza ad uso teatrale invenzioni altrui (e in questo senso è un anticipatore di altri, quasi un post-moderno ante-litteram).

  20. masvono giugno 10, 2015 a 7:36 am #

    Altri invece facevano delle grandi invenzioni teatralmente irrilevanti (un tale che finiva per “ssy) :). In ogni caso Puccini è uno dei tre autori che tiene in piedi la baracca mondiale del teatro lirico.

    -MV

    • proet giugno 10, 2015 a 8:12 am #

      ah certo ma Debussy era cosciente e determinato nel comporre un’opera dove non succedesse “niente”!
      quanto alla baracca del teatro lirico sarebbe ora che crolli, per quanto mi riguarda, e lasci spazio ad altro.
      e se è per quello Puccini tiene pure in piedi la baracca di Morricone e compagnia bella!

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