AIDA

16 Feb

Aida

Giuseppe Verdi

 aida

 

 

 

 

Orchestra e Coro del Teatro alla Scala

Allievi della Scuola di Ballo dell’Accademia Teatro alla Scala
Nuova produzione Teatro alla Scala 

Dal 15 Febbraio al 15 Marzo 2015

Durata spettacolo: 3 ore e 20 minuti incluso intervallo

Cantato in italiano

Sospesa tra il gigantismo e la solitudine, un esotismo spettacolare e un’orchestrazione seducente e modernissima, Aida è un titolo centrale nella programmazione di un grande Teatro. Alla Scala, dopo la sfarzosa proposta zeffirelliana per il 7 dicembre 2006 e la ripresa dell’edizione storica, sempre di Zeffirelli, con le scene dipinte magistralmente da Lila De Nobili, la sublime fiaba archeologica senza lieto-fine viene presentata nello spettacolo di due grandi maestri come Zubin Mehta e Peter Stein. Il regista tedesco naturalizzato italiano, che ha anche una formazione musicale (suonava il violino), ha promesso “eine ganz intime Aida”, un’Aida totalmente intima. Per l’opera lirica per eccellenza torna sul podio scaligero Zubin Mehta, che generosamente sostituisce il grande Lorin Maazel recentemente scomparso.

Direzione

Direttore
Zubin Mehta
Regia
Peter Stein
Scene
Ferdinand Woegerbauer
Costumi
Nanà Cecchi
Luci
Joachim Barth
Coreografia
Massimiliano Volpini

Cast

Il Re
Carlo Colombara
Amneris
Anita Rachvelishvili
Aida
Kristin Lewis
Radamès
Massimiliano Pisapia (15 feb.);
Fabio Sartori (18, 21, 24 feb.; 1, 11, 15 mar.)
Ramfis
Matti Salminen
Amonasro
George Gagnidze (15, 18, 21, 24 febb.; 1 mar.)
Ambrogio Maestri (11, 15 mar.)
Sacerdotessa
Chiara Isotton

49 Risposte to “AIDA”

  1. marco vizzardelli febbraio 17, 2015 a 7:47 am #

    Ieri sera alla Scala la Gewandhaus di Lipsia, sul podio Riccardo Chailly. 25 minuti di concerto per violino di Mendelssohn, stretto in una morsa di glaciale, frettolosa routine da un inespressivo Chailly la cui gabbia sonora stringe i pur apprezzabili tentativi di “canto” del pur bravo Raichlin in una morsa senza colori, un inflessibile, frenetico blanc-et-noir.
    Meglio il Titano, uno dei molti buoni Titani possibili, rumorosetto e non scevro da un bel carico di enfasi (finale), ancora frenetico nel secondo movimento, ma senz’altro più godibile pur nella sensazione di genericità tipica del direttore.
    Neanche l’ombra di un bis, visibile fretta, fretta, fretta di andarsene. Orchestra buona, non eccezionale (altra cosa, per dire, la recente, folgorante apparizione della nostra Santa Cecilia! E il Titano di Salonen con la Filarmonica abitava cieli preclusi al Chailly). Si direbbe che una certa routine ormai perennemente insita nel Chailly passi agli orchestrali. Si esce esattamente uguali a come si è entrati. E non è mai un bel segno. Da uno chiamato a fare per otto anni il direttore stabile alla Scala ci si aspetterebbe di più. Ma questo è Chailly.
    marco vizzardelli

  2. Massimiliano Vono febbraio 17, 2015 a 12:23 pm #

    E’ l’inesorabile principio di Peter.
    :
    « In ogni gerarchia, un dipendente tende a salire fino al proprio livello di incompetenza. »
    « Con il tempo ogni posizione lavorativa tende ad essere occupata da un impiegato incompetente per i compiti che deve svolgere. »
    « Tutto il lavoro viene svolto da quegli impiegati che non hanno ancora raggiunto il proprio livello di incompetenza. ».

    Lissner ha raggiunto il proprio livello di incompetenza e non può più “salire”. 🙂
    Ciao ciao

    -MV

  3. alberto. febbraio 17, 2015 a 4:17 pm #

    Ancora nessun commento sull’Aida?

  4. marco vizzardelli febbraio 17, 2015 a 9:26 pm #

    Ridateci LISSNER!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!!! LIssner, torna!!!! Via Babbo Natale dalla Scala!!!!!

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli febbraio 19, 2015 a 1:15 am #

    Delle due, una:
    a) o questa Aida è sfuggita di mano a Mehta
    b) o Mehta l’ha voluta così

    In entrambi i casi ci fa la figura del rimbambito. Perché la direzione rimbambita – un letargo insopportabile – è il vero disastro di questa Aida che, decorativa, elegante, vuota, antiteatrale e inutile nella regia di Stein, ha due sole ragioni di essere. Il Re di Carlo Colombara. L’Amneris di Anita Rachvelishvili, eccellenti. E due ragioni di essere cancellata dalla mente. Il Ramfis di Salminen, per i cui versi quale non saprei quale manule di zoologia evocare (l’urlo Immenso Ftah passa alla storia universale del rumori molesti). E la impossibile, letragica, funeraria direzione di Mehta che ha trasformato i cantanti in combattenti eroici contro il letargo della buca (come da copione in Aida alla Scala, le seconde trombe hanno berciato la marcia: è così difficile!). Prendiamo atto, è la quarta volta in cinque anni, che allestire una Aida decente in Scala è un’impresa al momento impossibile.

    marco vizzardelli

    • Tiziano febbraio 19, 2015 a 1:44 am #

      Ma il pubblico à reagito bene come alla prima? Nessuna contestazione per Salminen o altri? Il loggione si è davvero così rincoglionito?

  6. marco vizzardelli febbraio 19, 2015 a 6:08 am #

    Esito della “seconda”: tre/quattro minuti di applausi e tutti a casa, con queste modalità: presentatisi i protagonisti uno ad uno, Matti Salminen è stato espulso al palco a “buuuu”, ne è letteralmente fuggito. Giusto trionfo, isolato dal resto, per Anita Rachvelishvili, l’Amneris che è sola ragion d’essere di questa sventurata Aida. Applausi brevi e generici agli altri, nel riconoscimento della correttezza non di più. Quanto a Zubin Mehta – spiritoso, va detto – ha mostrato almeno al momento degli applausi (e così preciso il termine usato prima che “rimbambita” è stata la direzione, non l’uomo, che è ben presente a se stesso): ha scostato lievemente il sipario, messo il naso fuori, poi un braccio, poi il corpo mentre il viso, aperto ad un timido sorriso, chiedeva chiaramente “posso entrare?”: ha avuto un misto di risate, applausi e buuu, salvando sul piano umano quel che su quello artistico non poteva salvarsi

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli febbraio 19, 2015 a 6:08 am #

    Esito della “seconda”: tre/quattro minuti di applausi e tutti a casa, con queste modalità: presentatisi i protagonisti uno ad uno, Matti Salminen è stato espulso dal palco a “buuuu”, ne è letteralmente fuggito. Giusto trionfo, isolato dal resto, per Anita Rachvelishvili, l’Amneris che è sola ragion d’essere di questa sventurata Aida. Applausi brevi e generici agli altri, nel riconoscimento della correttezza non di più. Quanto a Zubin Mehta – spiritoso, va detto – ha mostrato almeno al momento degli applausi (e così preciso il termine usato prima che “rimbambita” è stata la direzione, non l’uomo, che è ben presente a se stesso): ha scostato lievemente il sipario, messo il naso fuori, poi un braccio, poi il corpo mentre il viso, aperto ad un timido sorriso, chiedeva chiaramente “posso entrare?”: ha avuto un misto di risate, applausi e buuu, salvando sul piano umano quel che su quello artistico non poteva salvarsi

  8. marco vizzardelli febbraio 19, 2015 a 6:19 am #

    “…. Qui avalla l’incredibile taglio dei Balletti del II atto; dirige con pesantezza e con eccesso di «corone» e «stentando»” (Paolo Isotta)

    Stavolta sono con lui. In tre parole ha colto il tutto

    marco vizzardelli

  9. marco vizzardelli febbraio 19, 2015 a 7:51 am #

    L’allestimento di Stein (di allestimento si tratta, non può chiamarsi regia non essendovi alcun lavoro di regia, ogni cantante fa ciò che sa e può fare, salvo qualche inflessione di Amneris) è una elegante e ben colorata e illuminata sfilata di moda: non male che i sacerdoti siano, per una volta davvero, “bianche larve”. Peccato che nella marcia funebre (non trionfale, non nella lettura di Mehta) i soldati alzino le armi in totale controtempo, ognuno per conto suo. Nel, terzo atto, qualunque forma di regia scompare: non succede nulla. Nel finale torna una certa eleganza ma l’arbitrio del suicidio di Amneris è puro arbitrio di uno che ne vuol sapere più di Verdi. E questo è l’aspetto irritante del lavoro di Stein: promana una sostanziale sfiducia nelle doti di drammaturgo di Verdi, il che è pura prosopopea. Credo che Verdi, di teatro, ne sapesse un bel po’ di più di Peter Stein

    marco vizzardelli

    • Alberto febbraio 19, 2015 a 9:42 am #

      Purtroppo è il difetto di tanti registi del giorno d’oggi : narcisismo allo stato puro!
      E noi subiamo indecenti rappresentazioni dove ci viene propinato di tutto e di più ,tipo interpreti vestiti da impiegati con spadino che cantano “vil fellone….”,ecc.,ecc.
      Ma l’aspetto più inquietante è che tanta parte della critica e ,ahimè, del pubblico approva e applaude…! Se vogliono fare cose “nuove” facciano opere nuove con testi nuovi e musica nuova…..poi ne riparleremo.

  10. proetabarbun febbraio 20, 2015 a 6:47 pm #

    ma basta co st’Aida!
    sentitevi piuttosto questa meraviglia, dall’inizio fino all’ultimo bis e pure l’Happy Birthday per i 70 anni di Christie.
    qui c’è un gruppo che rende luminose e poetiche le imperfezioni e la perdita di qualche colpo, a dispetto dell’appassionato nevrotico sempre pronto a cercare quello che non va, porgendosi sempre e comunque a chiunque come fosse la prima volta, nella meraviglia dell’imprevedibilità e della comunanza di intenti che oltrepassano qualsiasi routine e qualsiasi desiderio di ridondanza.

    ripulitevi le orecchie, 2 ore di bellezza con anche un quasi inedito assai interessante.
    e non perdetevi il secondo bis:
    Tendre amour, que pour nous ta chaîne
    Dure à jamais!
    (e già dice tutto)

    cerco di embeddarlo, se no il link è questo:

    http://tinyurl.com/qf9qbb4

    • Massimiliano Vono febbraio 22, 2015 a 1:03 pm #

      Sala dall’acustica memorabile e di grande accoglienza.(vi ho appena ascoltato un Ravel/Salonen di livello assoluto). Non occorre essere geniali architetti per capire che i colori chiari “liberano” e quelli scuri “chiudono” (caso del nuovo teatro del Maggio). Non dubito della grandezza di Christie e della sua compagine. Appena ho tempo…

      Io continuo a *non capire* come sia possibile che qualunque struttura adibita alla musica creata in Italia in tempi recenti (Dal Verme, Arcimboldi, Lingotto, Auditorium Roma, Auditorium Parma, Nuovo teatro di Firenze) non sia acusticamente corretta.

      Saluti

      -MV

  11. Philoctetes febbraio 20, 2015 a 10:41 pm #

    Anche io ero presente alla replica del 18. D’accordo col signor Vizzardelli per il giudizio sugli interpreti (di grande livello soprattutto Amneris, semplicemente imbarazzante Salminen, che mi aveva dato la stessa impressione alla mia “prima volta” scaligera nel don Carlo del 2008).
    Interessanti alcuni spunti della regia (luci, essenzialità….. dopo anni di zeffirellismo .. !!).
    Mi chiedo però – e chiedo ai frequentatori di questo blog, che certo hanno maggior esperienza di me – se non sia possibile segnalare al teatro che le maschere potrebbero (dovrebbero?) invitare il pubblico a non utilizzare i cellulari durante le rappresentazioni. Mercoledì (ero in seconda galleria, quarta fila) ho assistito a questo: una signora davanti a me ha filmato l’intera scena del trionfo (circa 15 minuti). Durante tutto il quarto atto, la ragazza seduta di fianco a me ha ininterrottamente giocato a tetris.
    In entrambi i casi, la luminosità dei cellulari disturbava non poco.
    In entrambi i casi, le maschere in piedi alle nostre spalle non hanno fatto una piega. Ed è impossibile non si siano accorte di nulla.

  12. Trebbiatore febbraio 21, 2015 a 8:38 am #

    Ma qualcuno di “normale” non c’è? forse ormai bisognerebbe ridefinire che cos’è la norma…
    http://video.gelocal.it/laprovinciapavese/locale/il-maestro-alexander-pereira-testa-l-acustica-della-cattedrale/39454/39586?ref=search

  13. marco vizzardelli febbraio 21, 2015 a 9:46 pm #

    Viaggio a Reims, Don Carlo, Wozzeck con Abbado

    Fetonte, Lodoiska con Muti

    Basterebbero e avanzerebbero questi…… GIGANTESCO

    Inchiniamoci a LUCA RONCONI, scomparso oggi

    marco vizzardelli

  14. Massimiliano Vono febbraio 22, 2015 a 1:11 pm #

    @philoctetes….Il pubblico della Scala è un pubblico per Tetris. Mi sembra congruo. La migliore esortazione che posso fare è: evitate la Scala. L’unico rimedio per quel teatro è la completa cancellazione dei suoi organici (musicali e non) e contestuale rifondazione. Non vi è rimedio alcuno.

    @Trebbiatore…fa due versi e “prova l’acustica”. Se chiedeva al parroco di intonare un “Amen” e si metteva nella posizione di un ascoltatore avrebbe potuto capirci qualcosa di più di zero. No, normale non esiste. Roba da Scala, è il Sovrintendente.
    Saluti.

    -MV

  15. Bruno febbraio 22, 2015 a 3:47 pm #

    Io l’ho ascoltata e vista in diretta su Sky classica, è stato imbarazzante…salvo Amneris e Il Re…il resto non mi pareva all’altezza del teatro che li ospitava…non parliamo si Stein…davvero dissacrante e offensivo, il suicidio finale è la certificazione dell’ignoranza. La vera condanna per Amneris e la vita senza Radames e il saperlo insieme ad Aida anche nell’estremo momento…speriamo almeno legga questi commenti….Un saluto cari appasionati.

  16. marco vizzardelli febbraio 23, 2015 a 2:05 pm #

    Dieci e lode al Teatro La Fenice! Un weekend entusiasmante di musica. Al top: sabato, l’ultimo atto di Omer Wellber ne La Traviata, e il soprano-rivelazione Francesca Dotto, una stupenda Violetta di 27 anni, dai mezzi vocali importantissimi uniti a bellezza e bravura. Domenica, un travolgente Don Pasquale, con Wellber da pelle d’oca dal finale secondo in poi, e anche qui una voce-rivelazione: Davide Luciano, interprete del Dottor Malatesta, perfetto scenicamente sulla base di uno strumento timbratissimo. I due spettacoli, collaudatissime e qualitative produzioni locali, reggono gli anni e il tempo come avviene nei grandi teatri.
    Su tutto, trionfano i complessi de La Fenice: il coro e soprattutto l’orchestra. Da due mesi, questi signori suonano tutte le sere, in alternanza, Elisir, Don Pasuqle e Traviata: il livello esecutivo è altissimo, da ormai miglior orchestra d’opera italiana, non solo: entusiasma l’evidente spirito di corpo, l’entusiasmo, la soddifazione di lavorar bene. Alla fine dell’ultima replica di Don Pasquale, tutta l’orchestra rimane in buca, Omer Wellber saluta uno per uno gli orchestrali che poi restano lì finmchè il direttore nonm si unisce al cast per l’applauso del pubblico. L’impressione è quella di un ingranaggio in cui tutte le parti funzionano a perfezione. iIl divario e la differenza con la svaccata Aida della Scala, la mediocrità fracassona e svogliata dell’orchestra scaligera, la sensazione di mestizia e di malfare che promana dal teatro milanese, induce nel milanese in trasferta a Venezia la sensazione di essere in un altro mondo. A La Fenice si fa arte, prevalgono la musica e i suoi valori. Alla Scala, non più, e da tempo!
    E a Venezia cast sono scelti per attitudine alle opere e non in base ad altri criteri d’agenzia (vero, Pereira, vero Scala?). Il teatro è sempre pienno (vero, Pereira, vero Scala?). Il clima, entusiasta (vero, Scala?). Dovrebbe tenerne conto il Ministero al momento di decidere i finanzaiamenti. Certe pseudograduatorie sono, da tempo, mutate. E bisogna premiare chi lavora bene, non chi decade.

    marco vizzardelli

    • E. febbraio 23, 2015 a 4:08 pm #

      Fa piacere per l’esito felice di questi due spettacoli.
      Sarei però molto cauto in questi smodati apprezzamenti per La Fenice: a meno di tre mesi dalle recite di “Madama Butterfly” e “Norma” non si sanno ancora i cast, per esempio, idem per le riprese de “La traviata” e “Tosca” in estate.

  17. P. febbraio 23, 2015 a 4:28 pm #

    Scusate ma non sono assolutamente d’accordo: ho trovato splendida e veramente intima e non fracassona l’Aida di Z. Metha; di una raffinatezza unica ! Tutta la poesia e grandiosità della musica di Verdi in questa opera (normalmente schiacciata da roboanti marce) emersa grazie al direttore. Tutta la tragedia incombente fin dall’inizio dell’opera presente in ogni nota in buca. Cori di un colore meraviglioso: grande Casoni. La regia assolutamente in piena sintonia con l’interpretazione di Metha: finalmente sbarazzati dalle orride regie Zeffirelliane (grande Scala che ve le siete vendute all’estero !)
    Grandissima Anita R. (onore all’accademia dopo la A. Kampe del Fidelio); nella norma (quello che passa il convento oggi) tutto il resto; come peraltro in giro per il mondo le voci verdiane sono queste, magari un po’ meglio ma molto.
    Non ho trovato Salminen molto peggio del Domingo del Boccanegra (invece osannato): sicuramente sarebbe bene smettere prima; ma il rispetto per un grande ci vorrebbe sempre.
    Sicuramente una Aida dieci volte superiore a quella diretta in modo orribile da Welber anni fa (mi scusi sig. Marco non si offenda………).
    Rientro poi da un meraviglioso (soprattutto musicalmente) Tristano a Napoli ieri sera dove il Maestro Metha ha dato ugual prova di grandissima direzione; grande cast, e far suonare Wagner in quel modo all’orchestra del San Carlo non lo credevo possibile umanamente !
    Sicuramente non capisco nulla di musica rispetto agli altri partecipaneti di questo blog, ma assistere in pochi giorni a due grandi opere così ben dirette, è stato epr me un grnade godimento (… evidentemente mi accontento di poco……………..).

  18. Gabriele Baccalini febbraio 24, 2015 a 6:46 pm #

    Grazie, Proeta, per il link allo stupendo concerto di William Christie. Les Indes Galantes le ha portate anche alla Scala, ma la rabbia era vedere in che luogo eseguivano il concerto.
    E pensare che noi a Milano abbiamo il Lirico chiuso da decenni e che su un’idiota proposta di Sgarbi l’interno (acustica da garage) è stato vincolato perché fatto sotto il fascismo da quel genio di Cassi Ramelli.
    Con i soldi degli Arcimboldi, anzi con molto meno, si poteva trasformarlo in un grande auditorium o in una sala multifunzionale e modulare con palcoscenico e sala ridotti per la musica da camera e l’opera barocca. Lì si poteva fare molto meglio L’Incoronazione di Poppea e tanto altro.
    Siamo stati governati e lo siamo ancora da caproni che di musica non capiscono niente e adesso vogliono scoprire i Navigli spiegando che bastano 150 milioni. Il possibile non lo fanno, l’impossibile lo promettono al popolo bue.
    Ma mi facciano il piacere!!!!!!!!!!!!!!!!!!!

  19. proetabarbun febbraio 24, 2015 a 7:05 pm #

    Grazie Baccalini per le sue parole che condivido dalla prima all’ultima.

  20. marco vizzardelli febbraio 25, 2015 a 2:14 pm #

    Norma a La Fenice. Dal sito risulta questo cast

    Pollione | Gregory Kunde
    Oroveso | Dmitry Beloselkiy
    Norma | Anna Pirozzi/ Maria Billeri
    Adalgisa | Veronica Simeoni

    direttore | Gaetano d’Espinosa

    Quanto a Butterfly, che io sappia il cast dovrebbe rispecchiare quello con il quale l’opera è stata appena eseguita in forma di concerto dall’Orchestra Verdi diretta da Jader Bignamini che sarà sul podio anche a Venezia. Ritengo che le riserve siano dovute alla confezione di un cast, per l’appunto, di giovanissimi

    marco vizzardelli

    • E. febbraio 25, 2015 a 5:35 pm #

      Certo, per “Norma” risultano da fine settembre questi nomi, ma non si sa ancora chi canterà ad ogni recita; inoltre, già da mesi circolano voci insistenti (vere o presunte tali) su forfait di alcuni nomi sopra citati…staremo a vedere, sperando si sbrighino!

      Edoardo

  21. marco vizzardelli febbraio 27, 2015 a 4:28 pm #

    Questa l’attività di Zubin Mehta nel weekend 28 febbraio-1 marzo 2015

    Sabato 28 febbraio ore 17 Napoli Teatro San Carlo – Tristan und Isolde
    Domanica mattina 1 marzo ore 11 Milano Teatro Alla Scala – Aida
    Domenica 1 marzo ore 18 Napoli Teatro San Carlo – Mahler, Sinfonia nr 3

    Penso meriti qualche commento

    marco vizzardelli

  22. marco vizzardelli febbraio 27, 2015 a 4:37 pm #

    Ah , dimenticavo, stasera 27 febbraio Mehta è ulteriormente a Napoli al San Carlo, con la Terza di Mahler che ripeterà domenica, dopo aver diretto Tristano sabato pomeriggio a Napoli e Aida domenica mattina alla Scala…

    marco vizzardelli

  23. marco vizzardelli febbraio 27, 2015 a 5:21 pm #

    .il 3 e il 5 marzo Mehta ha due ulteriori repliche di Tristan Und Isolde al San Carlo.
    Non è finita! L’8 e il 10 marzo è al Musikverein di Vienna per Brahms (Concerto nr 2 per piano con Buchbinder e Sinfonia nr 1), mentre l’11 torna alla Scala per una replica di Aida e il 13 è di nuovo al Musikverein per un ulteriore programma culminante con la Nona di Bruckner, che il giorno 15 gli consentirà la seguente impresa:
    Domenica 15 marzo, ore 11, Wien, Musikverein
    Wiener Philharmoniker, Zubin Mehta
    Sonntag, 15. März 2015 11:00-Ende ca.: 13:00
    György Ligeti
    Atmosphères ffür großes Orchester
    Joseph Marx
    Alt-Wiener Serenaden Alt-Wiener

    ——– Pause ———-
    Anton Bruckner
    Symphonie Nr. 9 d-Moll Symphonie Nr. 9 d-Moll

    Domenica 15 marzo, ore 17.00
    Milano, Teatro alla Scala
    Aida. Dir. Z. Mehta

    marco vizzardelli

  24. B&B marzo 2, 2015 a 2:48 pm #

    Caro Vizzardelli,
    lei ha distrutto la direzione di Metha e ne ha pieno diritto e ragione.
    A ragione di tale stroncature, oltre al suo giudizio sull’interpretazione che ha ascoltato, fa un’accurata ricerca degli impegni del maestro per dimostrare come sia impossibile dirigere (e forse poco serie prendersi così tanti impegni) di questa importanza in così breve tempo.
    Io ho sentito alla Scala due sinfonie di Beethoven eseguite in modo diversissimo fra il 1^ e il 2^ tempo (quarta e terza): stupende, interessantissime; fra l’altro a breve distanza da un altro recente ascolto, molto diverso ma altrettanto meraviglioso, di tre sinfonie (anche lì grande differenza fra 1^ e secondo movimento – 1 e 2, 5 nella seconda parte) a Pavia dirette da Daniele Gatti con la Malher Chamber Orchestra che ritenevo non facilemnte eguagliabile.
    Ho sentito l’Aida il 24 a Milano, il 27 la terza di Maher e il 28 il Tristano a Napoli: tre momenti musicali veramente altissimi che hanno avuto grandissimo successo di pubblico (a Napoli, poi, ovazioni infinite).
    Da anni non sentivo un’Aida così bella, struggente, intima, raffinata, densa, rarefatta; cesellata in ogni singolo particolare; peccato per i balletti del 2^ atto, ma leggendo quello che Verdi scriveva sulla sua Aida sono sicuro che sarebbe stato in prima fila a congratularsi con un’esecuzione così vicina alle intenzioni del suo autore. Grande sinergia poi con la bella regia di Stein. Se questa è la noia ed il letargo mi auguro questi tipi di noie a vita………………..Che bella opera è Aida quando diretta in questo modo !
    A Napoli una terza di Malher eccezionale, travolgente con la Braun in grande forma e un’orchestra del San Carlo in grandissimo spolvero.
    Il Tristano è stato meraviglioso, sublime a livelli musica altissimi (la regia un po’ meno): non ho altre parole: 18 minuti di applausi scroscianti di tutto il teatro pieno in tutti gli ordini di posti in piedi a rendere tributo ad un grande artista.
    Grande artista che non aveva in programma Aida alla Scala: e che nonostante un’agenda già piena ha accettato di sostituire Lorin Maazel; non credo sia la sua normale agenda. Ma chapeau per un grande artista ottantenne che riesce a gestire questi importanti impegni con questa grandezza e serietà.

    P.S.: ma perchè al San CArlo, come in molti teatri del mondo, all’interno della sala toglono il campo radio per i telefonini ? Sarebbe così difficile farlo anche in Scala ?????

  25. lavocedelloggione marzo 2, 2015 a 10:15 pm #

    Sono completamente d’accordo con B & B, e su Aida lo sono al punto da pensare che dal punto di vista dell’originalità dell’interpretazione, quella di Metha aveva persino qualcosa in più rispetto a quella di Pappano a Roma venerdì scorso. Intendiamoci, l’Aida romana è stata magnifica e più in linea con quello che ci si aspetta per quest’opera, ma proprio per questo ho apprezzato moltissimo quella di Zubin, inusuale e raffinatissima.
    Buona notte a tutti Attilia

  26. marco vizzardelli marzo 4, 2015 a 8:31 am #

    Ma, quell’anziano direttore che alla Scala avanza e sale sul podio con passo incerto e stanco, ed esegue un’Aida mortale, plantigrada nella scansione e nei fiati impossibili richiesti ai cantanti, lutulenta e greve nel suono, è lo stesso che a Napoli incendia di passione Tristan und Isolde, avvolgendolo in un meraviglioso suono pastoso, che infiamma fino a renderlo fremente il duetto atto 2°, che scalda di affetti il monologo di Marke rendendolo memorabile, che accende di illusorio vigore ritrovato il doloroso ultimo atto di Tristan, che, infine, ci lascia in una surreale nuvola di suono (quelle arpe, proprio all’ultimo!) nella quale avvolge l’annientamento di Isolde? E che, ad opera conclusa, salta sul palco come un giovincello con tutta l’orchestra, corre da tutti i cantanti, raccogliendo il meritato trionfo?
    Sì, è sempre lui: Zubin Mehta, che al San Carlo di Napoli (del quale è ospite per la prima volta) tocca uno dei vertici della sua gloriosa carriera, coadiuvato con ottima volontà da un’orchestra non immacolata ma impegnatissima e devota, e da un valido cast: la forse miglior prova da soprano del comunque mezzosoprano Urmana, che talora urla ma è intensa e consapevole Isolde, il solidissimo Tosrten Kerl, un Tristan che (caso rarissimo, al giorno d’oggi) arriva vocalmente fresco come una rosa all’ultimo atto, il magnifico, dolente Marke di Stephen Milling (forse ilmigliore in campo), l’intenso Kurvenal di Jukka Rasilainen, la decorosa Brangane di Lioba Braun. Il tutto avvolto nell’elegante spettacolo di Lluis Pasqual (ripreso da Caroline Lang) su scene e costumi di Frigerio e Squarciapino, giustamente recuperato dal San Carlo.
    Il milanese in trasferta a Napoli ammira e applaude questo meraviglioso Mehta, poi però si chiede: cosa c’è che non va alla Scala di Milano (specie di questi tempi), che un po’ tutto e tutti ci intristiscono?

    marco vizzardelli

  27. B&B marzo 4, 2015 a 1:48 pm #

    A mio avviso (ma sicuramente mi sbaglio) alla Scala non va il suo pubblico soprattutto quando c’è Verdi o certo repertorio italiano: pubblico che non sa più godere la musica e che spesso condiziona fortemente certi esiti: questo è il massimo della tristezza. Qualsiasi direttore ormai da anni non va più (Gatti; lo stesso Muti, Maazel, Barenboim, Luisi, Metha, Chailly, etc.etc: tutti dei mediocri o dei routinier per un verso o per l’altro): tutti buati o accolti con gelo (tranne il Maeschtro….); per non parlare di cantanti. Ci sono quelli che rimangono fermi ai propri idoli canori del dopoguerra; altri , sempre per il repertorio italiano in particolare, a grandi direttori ormai scomparsi; e lì rimangono fermi se non l’invaghirsi di giovani sconosciuti (molti sicuramente talenti assoluti) che non per forza di cose guistifica il criticare sempre e comunque la ‘vecchia guardia’.
    Il Macbeth che sta trionfando oggi a Berlino alla Staatsoper sarebbe ricoperto di fischi fortissimi alla Scala. Non è un male, per carità. Ma questo certamente non vuol dire pubblico competente per il repertorio italiano.
    Ormai o i grandi esecutori non vengono più, o si fanno delle grandi risate / sberleffi di tali comportamenti di un pubblico che durante l’esecuzione della 4^ di Beethoven diretta da Metha applaude alla fine di ogni tempo e si fa dire dal direttore:….. ci sono 4 tempi in tutto……
    Negli altri teatri c’è ancora l’entusiasmo e la gioia nell’ascoltare musica: qui alla Scala c’è la pesudo idea di ‘competenza’ nel fare le ‘permanenti alle formiche’ di ogni esecuzione non riuscendosi a godere più nulla.
    Con tutto il rispetto per il Sig. Vizzardelli nel suo assoluto e rispettabile giudizio su Aida (che io non condivido, ma questo è il bello…), gli aggettivi ‘stanco, noia assoluta, vecchio, plantigrado, esecuzione mortale… mi ricordano i commenti di un giovave ascoltatore durante un’uscita da una memorabile serata scaligera brahmsiana (purtroppo una delle ultime) del grande Carlo Maria Giulini…. come ho goduto, grazie a Dio, quelle stanche e noiose esecuzioni…..

  28. marco vizzardelli marzo 4, 2015 a 3:13 pm #

    La citazione di Giulini viene a puntino. Le sue ultime, memorabili serate brahmsiane scaligere sono fra i ricordi grandi ed indelebili. E nulla avevano a che fare con la (ahimé, ribadisco) noiosa e stanca Aida di Mehta. Il problema dei vedovi di Muti può darsi sussista (anzi è sussistito a più livelli) ma certo non mi riguarda, data la mia ben nota opinione: non soffro di vedovanze, neanche riguardo l’amatissimo Abbado, che amo e rimpiango ma guardando “oltre”.
    La cosiddetta “lentezza” di Giulini era programmatica e i suoi tempi erano in realtà sostenuti da un senso del ritmo formidabile. Il problema non è il tempo in sé ma come lo si sostiene. L’Aida in questione è (a mio parere, ben inteso) “non sostenuta”. L’ottima Rachvelishvili ne viene eroicamente a capo. Gli altri, ci provano, ma i “fiati” hanno un limite e qui, molto spesso (sempre, per quanto riguarda, ad esempio, il trattamento direttoriale della parte di Radames) si va oltre.

    marco vizzardelli

  29. E. marzo 12, 2015 a 9:55 am #

    Piacevole serata ieri con l’Aida intimistica, essenziale, rigorosa firmata Mehta – Stein. Inaccettabile la sparuta contestazione alla protagonista (Kristin Lewis), considerando che l’usurato e spompato Ramfis di Matti Salminen non è stato minimamente fischiato.

  30. Massimiliano Vono marzo 16, 2015 a 11:06 am #

    Presente all’ultima replica dove, evidentemente, *tutte* le cose di cui si lamentava Vizzardelli sono andate completamente a posto rimarco la sostanziale “bontà” di questa produzione di Aida che, nella sequenza scaligera di quelle dirette da Chailly, Barenboim, Noseda si inserisce come quella maggiormente riuscita.

    Stein confeziona un’Aida sostanzialmente intima ed elegante. I personaggi recitano (non è vero che la regia è “assente” nel terzo atto!) in maniera tale che in pochi gesti esplicitino completamente il carattere, così Amonasro nella sua durezza da padre-padrone costringe Aida alla sottomissione da figlia-schiava, Aida è commovente nel suo sforzo perpetuo di ribellione ad una duplice situazione di sottomissione, sia verso le “egizie coorti” sia verso Amonasro. Insomma, la regia c’è e, in confronto alla inerte sovrabbondanza scenografica dell’ultimo Zeffirelli mi sembra una buona riuscita. Buona, perchè il peccato mortale di aver imposto il taglio dei Ballabili è tale che un teatro di nome Scala non poteva e doveva far passare impunemente.
    Stein per sua stessa ammissione “non sapeva che farci con quella musica”? Bene, gli si affianchi uno dei coreografi della scuola di ballo che gli faccia uno spettacolino in linea con la sua estetica e gli suggeriscano idee. La Grande Scena del II atto senza Ballabili è irrimediabilmente amputata di un elemento costitutivo teatrale di primaria importanza, perchè serve a dare corpo alla sostanza di “grand-opera” a cui l’Aida direttamente si riconduce.
    Oltretutto Stein ha ben scelto la dicotomia dei colori su cui si fonda la sua messinscena dove il bianco, che per gli egizi rappresentava il sacro, si contrappone al nero della morte del tempio di Osiride che a Menfi era una divinità trina insieme a Phta e Seker, quindi non si può pensare ad un approccio meno che attento di Stein. Rimane sempre quella ferita aperta, a cui francamente non riesco a dare una logica spiegazione, dei Ballabili.

    Alla replica di ieri sera cantava la Siri al posto della Lewis ed è stata eccellente. Non possiede un timbro ricco di armonici, ma è intonatissima ed è riuscita senza preavviso e prove a calarsi in un contesto non facilissimo, dato che Mehta ha richiesto spesso tempi indugianti.
    Sartori efficace anche se gli è sconosciuto completamente il lato di “giovane amoroso” di Radames. Un po’ tagliato con l’accetta, ma è riuscito nel piano del “volano al raggio” recuperando almeno nel finale un tono più intimo e meno militare.
    Molto bene Maestri rispetto alle ultime volte dove lo avevo ascoltato un po’ stanco, qui sicuro, solido. Tratteggia un padre brusco, anche barbaro, non avulso dalla cattiveria di un uomo abituato al comando sia tra le mura domestiche che nel campo di battaglia.
    L’Amneris della Rachvelishvili è imperfettibile. Suono ampio, temperamento drammatico, perfetta adesione alla parte che la vede divisa tra rabbia inconsulta derivata dalla gelosia e sofferenza d’amore. Note basse sonore e acuti smaglianti, l’eroina della serata.
    Parti di fianco molto buone, a parte il Ramfis ormai afono e gorgogliante di Salminen, ma resto dell’idea che una produzione di Aida non debba essere giudicata da come canta il Primo Basso o il Messaggero (qui peraltro il buon Azer Rza-Zada).

    Mehta, e qui sta il bello, dipinge una splendida Aida che non ha nella lentezza la sua caratteristica principale, quanto nell’espressività, ora intima, ora grandiosa. Il tutto condotto con una rara eleganza e, rispetto ad altre sue passate incursioni verdiane, con punte di venature decadenti realmente soggioganti.

    D’altronde Mehta dirige (bene!) Aida da almeno cinquant’anni. Non è che si alza un giorno la mattina e per colpa di due squinternati che lo buano non è più capace…
    CIao a tutti.

    -MV

  31. lavocedelloggione marzo 16, 2015 a 11:28 am #

    Bene, sono proprio contenta che si siano riequilibrati i giudizi su questa Aida che ho apprezzato tantissimo! Attilia

  32. marco vizzardelli marzo 16, 2015 a 11:55 am #

    Ho molto rispetto dei pareri di Vono. Alla Scala è, peraltro, diventato un classico (non proprio il massimo della professionalità) che l’ultima replica di spettacoli discussi vada molto meglio rispetto alla “prima” e alle repliche iniziali (ma paga anche il pubblico delle “prime”, e ha dirittoa vedere – soprattutto con Verdi, alla Scala, che è un punto di riferimento in tal senso – spettacoli perfettamente pronti). Resto dell’idea che l’aggettivo appropriato alla direzione di Mehta (per come l’ho ascoltato alla seconda rappresentazione) sia un altro rispetto al “decadente” che, come mi aspettavo, Vono ha usato. Decadente. e in modo sublime, era il Karajan di Salisburgo. Ma, ripeto, ho totale rispetto delle orecchie di Vono e sono convinto che abbia ascoltato qualcosa di migliore rispetto a quanto non sia accaduto a me. Esempio: alla “seconda”, la Marcia Trionfale era completamente squinternata e gli ottoni berciavano allegramente, il che, mi dice Vono, non è avvenuto all’ultima rappresentazione. E allora torno a chiedermi: perché, alla Scala, raramente le opere sono pronte alla prima o seconda rappresentazione? A che serve che vada bene l’ultima, quando ormai lo spettacolo finisce?

    marco vizzardelli

  33. Massimiliano Vono marzo 16, 2015 a 12:10 pm #

    Dicono che alla Scala si provi molto, ovvero *tante ore*. Ma credo che il problema sia nel “come” si impieghino quelle tante ore. Difendo musicalmente ed anche teatralmente questa produzione, ma è inaccettabile che Mehta abbia condiviso la scelta di Stein di amputare i Ballabili, inaccettabile che lo stesso teatro lo abbia permesso. Inaccettabile che lo stesso Stein, nelle interviste, abbia, tra le righe, fatto intendere di essere stato quasi “costretto” a prendere questo incarico (“siete sicuri che volete propormi Aida?”) dichiarandosi lontano dall’idea comune di questo lavoro verdiano legata alla “grandiosità”. Alla Scala non credo manchino le competenze coreografiche per imbastire nove minuti di ballo nella scena del trionfo. Credo che qualsiasi studente di accademia avrebbe potuto farlo, attenendosi all’estetica di Stein. Un’occasione persa, per me inspiegabile, assurda.

    L’orchestra ha suonato bene, ma se per arrivare al “bene” devono passare sette rappresentazioni, le prove a cosa servono?
    Ciao

    -MV

  34. proet marzo 16, 2015 a 12:13 pm #

    però voi aficionados ormai dovreste saperlo, o la generale o la seconda o l’ultima, il resto è per i turisti.
    il tutto è dovuto a vari fattori, non ultimi lo scarso tempo per le prove e il carico di lavoro notevolmente aumentato per tutti e probabilmente pure la testa di Mehta che era da altre parti, come qui più volte rimarcato.
    dovete rassegnarvi, gli ascolti che avete in testa come confronto erano realizzati in ben altre condizioni.
    e questo prescindendo dalla storia dei cachet di cui si parla altrove e soprattutto dai loro tempi di riscossione, problema che peraltro è di ogni libero professionista in qualsiasi settore (almeno in Italié) e pure di quelli pagati una miseria.
    e soprattutto di quelli costretti a esserlo (lavoratori autonomi), magari pure nell’amministrazione pubblica, magari pure selezionati tramite pubblico bando, magari pure costretti a lavorare, con le stesse mansioni, a fianco di qualcuno che ha un contratto completamente diverso.
    cosa che per me è incostituzionale, dunque che volete che me ne importi sia di Lattuada e C. che verranno ovviamente sostituiti al Primo Maggio, sia delle star che talvolta faticano a farsi pagare i loro cachet ben più lauti!

    • Massimiliano Vono marzo 16, 2015 a 12:20 pm #

      Vabeh, ma in Turandot una viola in più o in meno non fa alcuna differenza…..:-)

      -MV

  35. B&B marzo 16, 2015 a 3:04 pm #

    Io ho sentito e visto una meravigliosa quarta rappresentazione di Aida diretta da Z. Metha…….
    Ho sentito e visto sabato una fantastica penultima (soprattutto da un punto di vista orchestrale) rappresentazione di Lucio Silla diretta da Minkowski ……..
    L’orchestra della Scala, se penso a questo ultimo mese (fra Aida, Lucio Silla e soprattutto il superlativo concerto agli arcimboldi diretto da Temirkanov), mi sembra in grandissima forma……………

  36. Massimiliano Vono marzo 16, 2015 a 3:44 pm #

    Ciao B&B. Il punto non è se l’Orchestra della Scala suoni bene o male. Il punto è come l’Orchestra della Scala suoni *rispetto a*.

    Ora, anch’io ho ascoltato Il Silla, l’Aida e il concerto di Temirkanov e la prova dell’Orchestra è stata in tutti i tre i casi buona, anche molto buona se vogliamo.
    Ma, ad esempio, il concerto di Temirkanov, che anch’io ho trovato eccellente e straordinario, è riuscito in questo modo grazie, anche e soprattutto, al direttore che ha saputo, come solo sanno fare i grandissimi, i punti deboli dell’orchestra per trarne una grande interpretazione (per esempio la fanfara iniziale, lugubre e stanca, satura di “mal de vivre”, traeva il suo colore dalla impossibilità degli ottoni scaligeri di essere compatti e potenti). Rispetto a loro stessi hanno, quindi, suonato bene. Ma da una compagine che si autodefinisce “a livello dei Wiener Philharmoniker” io mi aspetto quel livello. Nè più nè meno. Viceversa, pur possedendo in abbondanza singolarità fuoriclasse e un suo particolare colore caldo, il suo standard non arriva al livello, non dico dell’eccellenza (tipo Wiener o San Pietroburgo), ma nemmeno a quello di Santa Cecilia.
    E’, purtroppo, un dato di fatto che non trae origine in questi ultimi anni. Mi è capitato di recente di vedere un documentario su Sky Classica dove, tra le altre cose mostrate, vi erano frammenti dei “Troiani” diretti da Pretre negli anni ’70. La quantità di imprecisioni e stecche, nell’iperbolico e velocissimo tempo staccato ad inizio opera, non rendeva tale orchestra migliore rispetto a quella odierna, anzi.

    Saluti

    -MV

    p.s. Tra l’altro all’ultima di Aida di ier sera la “steccatina” delle trombe egizie c’è stata lo stesso. E’ vero, camminavano mentre suonavano. Ma non credo debba essere la norma “sbagliare note” per uno strumentista, dovrebbe essere l’eccezione. Se una tromba stecca sempre la marcia trionfale ci sarà un problema a monte…o no?
    Risaluti

    -MV

  37. Massimiliano Vono marzo 16, 2015 a 3:47 pm #

    “che ha saputo, come solo sanno fare i grandissimi,*valorizzare* i punti deboli….” ecc.ecc.
    Scusate il refuso

    -MV

  38. proet marzo 16, 2015 a 4:32 pm #

    beh però per fare un confronto serio non si possono contrapporre un’orchestra che si ascolta più volte al mese con una che si ascolta occasionalmente.
    e tanto meno questo si può fare con i dischi.
    può darsi che gli ottoni scaligeri siano in media più scalcinati degli altri (io stesso ricordo una prova imbarazzante di Chung cui assistetti, alle prese con il Corale dell’Ascension di Messiaen e il concerto non fu molto meglio) ma occorre dire che quelli in scena sono probabilmente degli aggiunti, spesso degli studenti, e che probabilmente ascoltando un’altra orchestra con continuità, allo stesso modo con cui seguite questa, troverete egualmente qualche cedimento di labbro qui e là..

    • masvono marzo 16, 2015 a 5:27 pm #

      I cedimenti si ascoltano ovunque, e sono d’accordo. Ma rappresentano l’eccezionalità dell’errore all’interno dell’eccezionalità artistica che si ascolta. In generale la prosopopea scaligera che permea di sè ogni cosa (dall’orchestra alla mancanza di cestini per la spazzatura) produce quello che in gergo si dice “vorrei ma non posso”. Ed è questo che principalmente dà fastidio.
      Saluti

      -MV

  39. marco vizzardelli marzo 16, 2015 a 5:30 pm #

    Ascolto l’Orchestra Verdi tutte le settimane (non ho detto i Wiener o i Berliner). E gli ottoni sono quasi sempre a posto. E non parliamo dell’ampiezza di repertorio. Il programma della Filarmonica ripropone ogni anno gli stessi pezzi passati a direttori diversi. Occorre PROVARE E STUDIARE, STUDIARE E PROVARE

    marco vizzardelli

  40. P marzo 18, 2015 a 10:23 am #

    Io ho sentito un’ottima e meravigliosa seconda rappresentazione di AIDA.

    • Alberto marzo 18, 2015 a 11:24 am #

      Ho assistito all’ultima rappresentazione di Aida.Direi che definirla meravigliosa è un termine eccessivo…..forse buona è più appropriato.Il fatto è che ci si sta abituando ad esecuzioni appena sufficienti se non insufficienti dimenticando,specialmente per quanto concerne gli interpreti,quale dovrebbe essere il vero livello qualitativo soprattutto per un teatro che dovrebbe ambire a porsi quale punto di riferimento mondiale per l’opera lirica.
      Ho letto diversi commenti entusiasti per il carattere intimista di questa edizione…….ma siamo sicuri che Verdi sarebbe stato d’accordo? A me sembra che la scelta di musicare Aida sia stata principalmente determinata dall’esigenza di poter comporre un dramma musicale “a tinte forti” sia per quanto concerne la parte esteriore che per le vicende umane con una nuova e più incisiva orchestrazione.
      Non mi trovo quindi d’accordo con la scenografia/regia estremamente semplicista e banale: la scena della marcia trionfale sembra il palio di Legnano mentre il sotterraneo prigione uno scantinato di Unicredit….per non parlare del taglio imperdonabile del balletto già lamentato da diversi interventi.
      Ripeto,ci si abitua alla mediocrità e si perde di vista quello che dovrebbe essere il vero livello qualitativo di un teatro che vuole essere IL TEATRO per eccellenza.

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