L’incoronazione di Poppea

2 Feb

L’incoronazione di Poppea

Claudio Monteverdi

Nuova produzione
in coproduzione con Opéra National de Paris

 

Orchestra del Teatro alla Scala

 

Dall’1 al 27 Febbraio 2015

Durata spettacolo: 3 ore e 40 minuti incluso intervallo

Cantato in italiano con videolibretti in italiano, inglese

DIREZIONE
Direttore
Rinaldo Alessandrini
Regia, scene e luci
Robert Wilson
Collaboratore alla regia
Tilman Hecker
Collaboratore alla scenografia
Annick Lavallée-Benny
Collaboratore ai movimenti coreografici
Fani Sarantari
Costumi
Jacques Reynaud
Lighting designer
A.J. Weissbard
Drammaturgia
Ellen Hammer

21 Risposte to “L’incoronazione di Poppea”

  1. E. febbraio 2, 2015 a 3:37 pm #

    Circa 7 minuti di convinti applausi hanno accolto la prima de “L’incoronazione di Poppea”, ultimo capitolo della trilogia monteverdiana programmata da Lissner in coproduzione con Parigi.
    Rinaldo Alessandrini si riconferma il miglior conoscitore della musica protobarocca ai giorni nostri, come già ampiamente dimostrato in precedenti occasioni (penso agli altri due titoli monteverdiani scaligeri, oppure a “L’Euridice” di Caccini ascoltata ad Innsbruck): filologico, analitico, metodico, “chirurgico” nella direzione; ciononostante, nel I tempo (dal Prologo alla morte di Seneca) avrei preferito un suono maggiormente brillante e meno monocorde.
    Cast di veri esperti del Barocco; a parer mio hanno brillato soprattutto Cortellazzi – Nerone, Bacelli – Ottavia/La Virtù, Concetti-Seneca, Celeng-Drusilla, Frigato/Amore. Ammaliante la Persson – Poppea/La Fortuna, linea di canto luminosa e cristallina, a tratti però legnosa e sottotono nel Prologo; in difetto di volume ma sempre in ruolo l’Ottone della Mingardo; francamente discutibile e forse troppo caricaturale (anche vocalmente) la Nutrice di De Vittorio, accolta a fine recita da sparuti dissensi.
    Lo spettacolo presenta tutte le caratteristiche del “marchio di fabbrica” Bob Wilson (nel bene e nel male): algida eleganza, pulizia, ordine, essenzialità, estrema raffinatezza, pochi elementi in scena, sapiente gioco di luci, colori tenui per i costumi seicenteschi, tinte più vivaci per le luci, movimenti artificiosi e lenti dei cantanti, importanza data alla parola cantata, alla gestualità e alla mimica facciale.

  2. E. febbraio 2, 2015 a 3:39 pm #

    Scusate, una dimenticanza: al contrario di quanto scritto nel sito, lo spettacolo dura poco meno di 3 ore e 20 minuti, intervallo compreso.

  3. silvia febbraio 2, 2015 a 6:46 pm #

    Serata visivamente buona (grande Wilson in questa occasione), ma musicalmente assolutamente no. Alessandrini è un bravo studioso, ma come concertazione siamo ai minimi termini. Molta noia, grida veriste, rapporti tra tempi molto discutibili.

  4. marco vizzardelli febbraio 3, 2015 a 1:03 am #

    Aveva già diretto così le altre due. Difficile aspettarsi di meglio. Esatto, bravo studioso, e si sente, ma mediocre musicista, e si sente anche! Anzi, non si sente!

    marco vizzardelli

  5. E. febbraio 3, 2015 a 4:07 pm #

    Al link sottostante, qualche breve estratto dell’interessantissima edizione de “L’Euridice” di Caccini diretta, nel 2013, da Alessandrini ad Innsbruck; a parer mio, una delle prove migliori di Rinaldo Alessandrini: sofisticata, di ampio respiro, vibrante, in linea con l’allestimento essenziale e geometrico di Hinrich Horstkotte.

  6. marco vizzardelli febbraio 7, 2015 a 11:03 pm #

    “impostazione” anziché impistazione. Non c’è il correttore e bisogna trascrivere
    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli febbraio 8, 2015 a 12:01 am #

    Una premessa. Sono attualmente in attività tre direttori italiani di età fra i 30 e i 40 anni, tutti e tre eccellenti nel repertorio d’opera italiano: Michele Mariotti, Matteo Beltrami, Jader Bignamini E nessuno dei tre figura in cartellone al Teatro alla Scala, presso il quale la cimiteriale stagione 1 di Pereira vede in lista, invece, una serie di mediocri routinier italiani.
    Detto questo, per semplicità passo ai voti su Madama Butterfly alla Verdi di Milano, eseguita con grande successo la sera stessa della trionfale prima di Matteo Beltrami in Turandot a Novara.

    JADER BIGNAMINI, direttore. 9. E’ grandissimo, come ci aspettavamo. Ma è completamente diverso da come ce l’aspettavamo in Butterfly. Dopo il recente, modernissimo e traslucido Richard Strauss, ci aspettavamo qualcosa di simile. Bignamini ci dà, invece, una Butterfly quasi completamente immersa in una temperie tradizionale, di suono e di fraseggi più ottocenteschi che novecenteschi (siamo nel 1905), più vicina al paraverismo di Tosca che agli esperimenti di Turandot. Il che, data la personalità del direttore, sorprende. Restano tipiche di Bignamini l’incandescenza e certe accelerazioni quasi parossistiche. E il tutto è emozionantissimo. “Si piange in anticipo”, con Cio Cio San e Pinkerton, già al primo atto. Tutto è spudoratamente lirico e struggente, drammaticissimo. Ma è melodramma ottocentesco, gli ardimenti strumentali ci sono ma sono come in maschera (salvo nel momento forse più memorabile), il “coro muto”, straordinario, concertato da Bignamini con incisi orchestrali di solito non udibili e cantato benissimo dal coro della Gamberini, che qui si riscatta pienamente da un primo atto così così. Bignamini attinge esiti fantastici dai “fiori” di Suzuki e Cio Cio San e in tutto il finale, e governa benissimo i cantanti, salvanmdo tra l’altro la protagonista da un paio di svarioni ritmici dovuti probabilmente ad emozione. Lavora magnificamente con l’orchestra (ottoni sicurissimi: i soli tali in Italia, con Samta Cecilia, alieni dai berci dei complessi scaligeri). Ed è INTERPRETE a tutto tondo di una tragicissima, lancinante Madama Butterfly. Si possono apprezzare altri approcci (pensiamo, in anni recenti, a quello modernissimo e stilizzato del grande Chung alla Scala). Ma Bignamini si conferma talento mostruoso, tale da meritare i massimi podii.
    SVETLANA KASYAM, Cio Cio San 7/8. L’8, che sarebbe anche un 9 abbondante, va alla bellezza della voce, calda brunita, con quasi tutte le note del ruolo a piena disposizione, anche al temperamento laddove esibito, e, lodevolissima in questo, alla realizzazione di un personaggio forte e sensuale, alieno dai bamboleggiamenti da pupattola che troppo spesso caratterizzano i soprano interopreti di Cio Cio San. Il 7, e anche meno, va alle incertezze metriche e agli svarioni d’emozioni che a tratti hanno costretto Bignamini a un bel lavoro per tenerla assieme ai partner e non farla uscir di tempo. Però è giovane, ha mezzi, è una bella e brava cantante. Le consigliamo, per Venezia, di studiarsi bene la regia stilizzata e bellissima, diversa dalla fisionomia del personaggio che qui ci ha proposto.
    VINCENZO COSTANZO, PInkerton 7/9. Il 9 va alla voce, una meraviglia, piena, timbrata, timbrata, importante, da gran tenore lirico-drammatico. Teoricamente potrà spaziare da un Riccardo ad un Otello verdiani… se non se la sarà rovinata troppo pèresto per i suoi meravigliosi 23 anni, urlando e forzando come un ossesso, come tende a fare. Il fantasma di Cura rovinato deve essere davanti ai suoi occhi. Dopodiché ha il peso e la caratura di un fuoriclasse: e il Pinkerton c’era tutto, voce e personaggio. Anche con lui Bignamini ha avuto il suo sa fare. Si conservi, si curi la voce, che ce l’ha bellissima!
    MANUELA CUSTER 8/9 Perfetta la scelta di una Suzuki di voce matura rispetto alla protagonista giovane. Delinea un personaggio quasi ieratico, tragicissimo. Ottima interprete. Qualche suono iperprofondo serve a delineare il personaggio, quindi ci sta. Brava.
    LUCA GRASSI Goro 9. Bravissimo, perfido, insinuante, un vero Goro. Migliore in campo.
    LUCA GRASSI Sharpless 8.Inappuntabile-
    CRISTIAN SAITTA Zio Bonzo 8 Bignamini lo investe di drammaticità e violenza sonora. E lui risponde molto bene.
    YAMADORI 7
    KATE PINKERTON 6.

    Nel complesso è una prima volta già eccellente nella direzione di Bignamini, che avrà comunque modo di sciogliere e approfondire il tutto in vista delle rappresentazioni, in programma con lo stesso cast, a La Fenice. Da vedere come l’impostazione del tutto si sposerà alla regia veneziana

    marco vizzardelli

    • masvono febbraio 8, 2015 a 1:20 am #

      Oggigiorno non ho in mente nessuno che diriga una “Butterfly” in un modo così “antico”, “melodrammatico” nella migliore è pura accezione del termine. Un Puccini come probabilmente risuonava nella temperie verista (sempre nella migliore accezione del termine) dei Marinuzzi e dei Mugnone. O così ci piace immaginare, confortati che, finalmente, nel 2015 si possano ancora ascoltare trionfanti i tanto vituperati in epoca contemporanea “portamenti” nelle frasi più scopertamente sentimentali degli archi. E un bravo a Santaniello!
      Saluti

      -MV

    • E. febbraio 8, 2015 a 11:18 am #

      Purtroppo non ho avuto occasione di sentire questa versione in Auditorium, ma son convinto Bignamini abbia fatto molto bene, come già dimostrato in occasioni precedenti. Personalmente, di recente ho avuto modo di ascoltare un’altra edizione ben diretta, quella di Giampaolo Bisanti nei teatri del Circuito Lirico Lombardo: una “Madama Butterfly” smaltata, vibrante, espressiva, sferzante; a volte, però, forse troppo ingombrante nel suono.

  8. proetabarbun febbraio 8, 2015 a 9:53 am #

    ti credo che il coro della Gambarini eccelle nel “Muto”…. 🙂

  9. alberto. febbraio 8, 2015 a 5:25 pm #

    Un mio caro amico del loggione mi ha detto che,almeno in questa edizione scaligera, si tratta di un’opera inguardabile e…… inudibile! A riprova di ciò mi ha riferito che dopo il primo atto il teatro si è semi svuotato e la cosa mi preoccupa perchè il prossimo venerdì toccherà a me. Effettivamente non ho letto dei commenti molto entusiasmanti ma nemmeno delle stroncature nette…..attendo qualche parola di conforto.

    • E. febbraio 8, 2015 a 7:39 pm #

      Lo spettacolo è in puro stile Bob Wilson, oramai il suo linguaggio è quello: c’è chi lo ama, e chi lo detesta. Dalla buca ci si sarebbe aspettato un suono meno freddo e fiacco, maggior brillantezza (soprattutto nella prima parte). Cast nel complesso davvero buono. Per ulteriori dettagli, La rimando al mio commento d’apertura nel post.
      Sul Sole24ore di oggi Carla Moreni ne ha parlato molto bene.

  10. alberto. febbraio 8, 2015 a 9:14 pm #

    La ringrazio! Mi sembra che sul “deficit” musicale siano tutti abbastanza concordi mentre per quanto concerne Bob Wilson non penso d’essere tra i suoi massimi estimatori……non si preannuncia quindi una grande serata.

  11. marco vizzardelli febbraio 8, 2015 a 9:34 pm #

    Proeta, io non c’ero, oggi all’Auditorium ( ero a Firenze per stupendo Requiem Verdi-Gatti), ma mi si dice che nella replica di Madame Butterfly il coro della Verdi ha bissato a furor di popolo il coro a bocca chiusa, eseguendolo mirabilmente.

    marco vizzardelli

  12. marco vizzardelli febbraio 11, 2015 a 2:21 pm #

    Ascoltati e visti ieri sera a Firenze i Puritani di Bellini, all’ultima replica, salutata da consensi unanimi.
    Maria Aleida, Elvira, ha tecnica saldissima e agilità quasi pirotecniche esibite con grande facilità. E, al contrario della perfetta ma algida Pratt, è assai espressiva. Ma la voce è aguzza, aspra e piccola. Non “passerebbe” la problematica e impastata (confermo purtroppo le mie riserve sul luogo, dopo le perplessità lasciatemi, in tal senso, durante il pur meraviglioso concerto di Gatti) acustica del nuovo Teatro d’Opera, qualora sul podio non vi fosse un direttore attento alle voci fino al punto di sacrificar se stesso, quale l’eccellente Matteo Beltrami. Che in questi Puritani, peraltro musicalmente assai belli, si è riservato solo qualche gioco sui tempi e sui colori, per viverli (io ho ascoltato il secondo cast, di voci piccole peraltro più che valide) tutti alla “protezione” ed esaltazione della giovane compagnia di canto, che dovrebbe ringraziarlo, perché a tutti fa fare un figurone da grandi interpreti, perfino al di là dei meriti effettivi di ciascuno. La Aleida non emergerebbe qualnto le riesce. Idem l’esile sia pur “stilista” Leon-Arturo. Perfino il fuoriclasse Kim-Riccardo (che voce meravigliosa, qui però al servizio d’una vocalità non esattamente sua, lo attendiamo aruoli di maggior corpo) stenterebbe qualora seguto dal podio con minor cura. Ma Beltrami, nel panorama delle giovani bacchette nazionali, è preziosissimo e unico proprio per la sua sapienza nel condurre, ad un tempo, buca e palcoscenico. E qui la buca – una voragine apertissima e staccata dall’altra voragine, il palcoscenico fin troppo alto e vasto – è uno spazio problematico. E a questo punto si deve un’ulteriore lode: all’orchestra del Maggio e all’incredibile, formidabile coro di Lorenzo Fratini. L’Opera di Firenze sarà pure in crisi, ma i suoi complessi mostrano una forma e una professionalità invidiabili (magari la scalcagnata orchestra della Scala stesse bene quanto quella del Maggio!). Bisognava pagare biglietti gratis agli ottoni della Scala perché venissero ad ascoltare i colleghi fiorentini (da ovazione l’esecuzione di “Suoni la tromba e intrepido”). Bravissimi anche a lasciarsi proporzionare, fino a “non apparire”, da Beltrami (che , in questo senso ha un po’ sacrificato anche se stesso, ma a buon fine) , a servizio dell’equilibrio del tutto. Quanto al coro, che corpo, che pastosità, che dizione: bravissimi! Mancano a questi Puritani gli slanci d’estro cui Beltrami ci ha abituati in Puccini (ci dicono della bellissima Turandot, noi citiamo ancora una volta il memorabile Schicchi) o in Verdi (lo splendido Macbeth di Lubecca): ma ben si spiega con la necessità di equilibri cui il direttore ha asservito il suo lavoro. Bravo, e concreto. Il buon direttore è anche colui che, là dove sia necessario, sa fare di necessità virtù.
    Meno felice la parte visiva dello spettacolo. La cattedrale gotica sghemba Ceresa e Santi (regia e scene) è un po’ una “ronconata” già vista, pur se utile a riempire il vuoto del palcoscnico, che infatti, all’ultimo atto (con evidenti difficoltà per le voci) torna voragine vuota. Molto belliinvece, anche nell’audacia di alcune tinte sgargianti “a tema” (l’azzurro della follia, il bianco nuziale della gioia di Elvira) i costumi di Giuseppe Palella. Nell’insieme Puritani da buoni a molto buoni, ad un passo dall’eccellenza assoluta. Opera meravigliosa in se stessa (vogliamo dire la “più bella di Bellini?” Ma sì, diciamolo!), ad onta d’una “divina lunghezza” ( si inizia alle otto e mezza, si chiude a mezzanotte!) che non esclude qualche sacca di vuoto drammatirgico e musicale nel lavoro belliniano, in mezzo ad autentiche perle (tutta la parte di Sir Giorgio, ad esempio, è una meraviglia di nobiltà, di lirismo).

    marco vizzardelli

  13. marco vizzardelli febbraio 11, 2015 a 5:33 pm #

    Teatro di BUFFONI! Mette in vendita le tre serate di Pretre a nome Pretre, vende i biglietti, OGGI mette sul sito il nome Welser-Moest. Una truffa.
    BUUUUUUUUUUUU, Pereira! BUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUUU PER SEMPRE!!!!!

    marco vizzardelli

  14. marco vizzardelli febbraio 11, 2015 a 5:51 pm #

    E’ il non rispetto che irrita. Per questo Pereira il pubblico è solo una spugna da spremere, fra l’altro a prezzi impossibili.

    marco vizzardelli

  15. marco vizzardelli febbraio 13, 2015 a 11:12 am #

    1) il Werther è stato soppresso
    2) Alagna è stato messo in cartellone senza avere i contratti firmati
    3) il concerto dei Wiener in ottobre è saltato
    4) nella Missa Solemnis Edith Aller non ha cantato
    5) nella Tosca spunta Rizzi al posto di Santi
    6) Kaufmann ha saltato il Requiem di Verdi
    7) il concerto dei Munchner è saltato
    8 ) Fin de Partie – commissionata a Kurtag per l’EXPO – non è ancora completata e sostituita con l’ennesima ripresa di Wozzeck
    9) l’Ottava di Bruckner – che doveva essere diretta da Pretre – è affidata a Welser-Most (no comment)
    10) sul sito ufficiale di Kaufmann la Cavalleria scaligera non c’è (mentre ci sono impegni precedenti e successivi): ci sono i contratti? O è il solito giochino?
    11) l’Aida di Stein – la terza Aida in una manciata di anni – pare, dalle fotografie circolate, di una bruttezza imbarazzante (roba da recita parrocchiale)
    12) sono previsti nuove edizioni di Rosenkavalier, Trovatore, Falstaff! Appena fatti tutti e tre
    13) il fantomatico festival delle orchestre si è trasformato in una rassegna venezuelana.
    E tutto questo in soli cinque mesi di gestione….che dire?

    marco vizzardelli

  16. Massimiliano Vono febbraio 13, 2015 a 12:37 pm #

    Oltre a tutto questo noto dei *flop* al botteghino incredibili. Una volta “La Scala” era luogo da “tutto esaurito” quasi sempre. Ora a qualche giorno dalla prima abbiamo ancora diverse centinaia di invenduti per Aida (roba da non crederci), addirittura *migliaia* di invenduti per il Lucio Silla. E lo stesso concerto del direttore musicale Chailly con la “sua” orchestra del Gewandhaus ha ancora, a 48 ore dall’inizio, più di 60 posti da piazzare.

    Ma provate a immaginare a 48 ore dall’inizio se un concerto di Muti nel 1990 con la Philadelphia sarebbe stato “invenduto”, oppure di Abbado con i Wiener. E non parliamo di personalità lontane nel tempo e nello spazio. Lo stesso Gatti con il Requiem fiorentino di qualche giorno fa aveva un bel “sold out” da settimane.

    La verita è lampante: La Scala è un teatro che i milanesi ormai detestano. Lo detestano per la programmazione, per la supponenza dei suoi lavoratori, dai dirigenti in giù, per l’inesistente serietà nella programmazione che pare opera di dilettanti (a questo punto chiunque di noi è in grado di pianificare una stagione: si mettono nomi di fantasia e chi c’è c’è chi non c’è non c’è) e, soprattutto, per la suicida e criminale politica di prezzi a cui corrisponde una qualità parrocchiale.

    Questa è “hic et nunc” la gloriosa e ammuffita Scala.
    Saluti

    -MV

  17. Massimiliano Vono febbraio 14, 2015 a 12:12 pm #

    Bisogna anche dire qualcosina su questa “Poppea”.
    Incominciamo a puntualizzare cosa “é” stata: un’elegante e stilizzata rappresentazione geometrica di figurini in scena, decentemente cantata (non alla recita di ieri dove troppe volte i difetti di intonazione emergevano) e raffinatamente suonata.
    Cosa *non* è stata: un’opera *teatrale*. Mancando quello che si richiede, e che Monteverdi espressamente chiedeva, ovvero l’esplodere delle passioni, il senso, la carne, il sangue.

    Il finissimo Alessandrini, per ragioni oscure, che non spiega nemmeno lui nell’intervista, ha scelto un organico composto da tre tiorbe, due clavicembali e due arpe con in aggiunta due violini, una viola, un violoncello e un contrabbasso. Nel finale entrano due trombe per qualche battuta. E’ noto ovunque che Monteverdi al massimo ha lasciato traccia sul *numero* di strumentisti richiesti, ma nessuna sulla tipologia: pertanto all’interprete è lasciata un’alea altissima per decidere cosa sia “per lui” l’opera.

    Ora, come si possa pensare di esprimere differenziazione timbrica in un teatro da duemila posti per un’opera la cui prima rappresentazione avvenne in uno spazio grande la metà con il triplo (almeno) di strumentisti è un mistero. Forse Alessandrini aveva in mente una “madrigalizzazione” dell’opera, oppure una sorta di “ricercare” di impronta più cerebrale che teatrale. In ogni caso una speculazione intellettuale ben suonata che teatralmente ha detto *zero*, nonostante certi eccessi del “recitar cantando” di alcuni membri del cast (il Nerone alla morte di Seneca, tutta la parte della Nutrice-Di Vittorio).

    Lo spettacolo di Wilson vale ogni spettacolo di questo eterno, manieratissimo regista: le solite luci, i soliti figurini, il solito cielo cobalto, il solito quarto di luna stilizzato, le solite mossettine vezzose, il solito recitare di amore, di passione, di sensualità senza che nessun personaggio sfiori l’altro.

    La solita astrazione, valida per Monteverdi o per Verdi, gradevole alla vista e gelida per l’animo.

    La Solita.

    Saluti
    -MV

    p.s. alla recita di ieri un considerevole numero di videolibretti in seconda galleria non funzionavano e, nonostante la segnalazione alle maschere, hanno proseguito a non funzionare. La famosa “qualità Scala”.
    La Solita.

    -MV

  18. silvia febbraio 15, 2015 a 11:52 am #

    Mi permetto di riportare da altro blog due post di persona solitamente molto affidabile, tale Viola Margherita. Tutt’e due sono ironici, ma svelano aspetti inquietanti e inaccettabili, che richiederebbero una svolta immediata da parte del nuovo cda che si insedia domani. La situazione è gravissima.

    Il primo si riferisce alle condizioni di prova di Zubin Mehta.

    ***
    Credo che sia una grande e infondata malignità anche solo sospettare che Zubin Mehta non sia concentratissimo ed entusiasta nel suo lavoro, solamente perché sta provando in parallelo a Milano Aida e a Napoli Tristan und Isolde, facendo due ore qua e due ore là. E nemmeno mi sembra giustificato sospettare il minimo cedimento per il fatto che costui provi ed esegua due concerti con la Filarmonica della Scala e poi provi anche un programma da ripetere in quattro concerti coi Wiener Philharmoniker (con brani facili come quelli di Ligeti, Marx e Bruckner). E poi il suo calendario di recite mi sembra del tutto consono alla sua età: 09-02 Milano, 11-02 Milano, 15-02 Milano, 18-02 Milano, 21-02 Milano, 22-02 Napoli, 24-02 Milano, 25-02 Napoli, 28-02 Napoli, 01-03 Milano, 03-03 Napoli, 05-03 Napoli, 11-03 Milano, 12-03 Graz, 13-03 Wien, 14-03 Wien, 15-03 ore 11 Wien, 15-03 ore 20 Milano.
    Ritengo altresì che questo (qualche prova a spizzichi e bocconi tra il 3 febbraio e la prova generale dell’11 febbraio) sia il modo consono e adeguato per un direttore d’orchestra di preparare una nuova produzione verdiana alla Scala. Perfettamente in sintonia con i valori professati da Bruno Ermolli, Alexander Pereira e Riccardo Chailly. Davvero questo magnifico trio sta guidando in maniera eccelsa un’istituzione mai stata così di riferimento nel mondo.
    ***

    Il secondo riguarda il fatto che oggi pomeriggio Pereira recita nella “Ariadne aut Naxos” alla sua vecchia Opera di Zurigo, invece di essere a Milano nelle ore precedenti la prima di “Aida”.

    ***
    Non solo oggi, farà tutte le repliche (http://www.opernhaus.ch/vorstellung/detail/ariadne-auf-naxos-15-02-2015-4130/).
    Ma di cosa vi stupite? Arriverà stanco dopo la recita con qualche mezzo privato, magari addirittura per le otto (o per le otto-e-cinque, vedi mai che la regola l’ha cambiata per sé?).
    Del resto. Da quando in qua un Sovrintendente nonché Direttore artistico dovrebbe presidiare il proprio teatro il giorno di una prima importante come Aida? E al Teatro alla Scala, per giunta? E dopo che il tenore previsto ha saltato la generale, per giunta? E dopo che il direttore d’orchestra ha fatto poche e slavate prove, per giunta?
    “Son giunta, grazie a Dio”…
    ***

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