Stagione Sinfonica – Harding

24 Gen

Filarmonica della Scala

Direttore Daniel Harding

Dal 23 al 26 Gennaio 2015

 Pianoforte  Rudolf Buchbinder

 daniel-harding
PROGRAMMA
Ludwig van Beethoven
Concerto n. 5 in mi bem. magg. op. 73
“Imperatore”
per pianoforte e orchestra
Béla Bartók
Il Mandarino meraviglioso op. 19
suite dal balletto
Richard Strauss
Salome, Danza dei sette veli

16 Risposte to “Stagione Sinfonica – Harding”

  1. marco vizzardelli gennaio 24, 2015 a 10:52 pm #

    Ci vado lunedì. Amo Harding e lo ascolto sempre con piacere, tuttavia… anche lui ha dovuto sottoporsi al tipico programma copia-incolla della Filarmonica, pezzi mille volte suonati e passati da un direttore all’altro, con risparmio di studio! Non ci siamo, il repertorio di una VERA orchestra sinfonica di caratura internazionale non si costruisce così.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli gennaio 27, 2015 a 9:46 am #

    Programmino sl minimo sindacale di un’ora e trentacinque minuti intervallo compreso, compitato con puntualità ma senz’anima.
    Il meglio arriva, tutto sommato, da Beethoven: Buchbinder, chioma cotonata alla Ludwig Van, ce ne dà una piacevole, non di più e non di meno, versione, biedermeier-roccocò, tutta delicati “perlage” e indugi (troppi), avvolta in un suonino grazioso, che è gradevole ma metà di quello che ricordavamo. Harding dialoga con la nota intelligenza e molti particolari di concertazione che in genere sfuggono, alnetto di un suono un po’ secco e tirato. L’orchestra risponde precisa, al netto di una veniale sortita fuori tempo della tromba nel finale del primo movimento. I corni escono indenni dalle numerose insidie. Un Imperatorino carino, formato-mini, per signorine di buona famiglia. L’Imperatore Piccole Donne.
    Piuttosto stucchevole la seconda parte. Harding, con gesto molto “abbadiano” (ma a 40 anni è ora di abbandonare il modello, oltretutto l’ottimo Daniel non ne ha bisogno, abbonda in originalità personale), ci offre della suite dal Mandarino di Bartok una lettura capziosa, fin troppo attenta ai particolari (tutti i glissandini e gli effetti orchestrali esibiti uno per uno) a scapito della forza d’urto di questa musica, è bello il gioco dei ritmi sghembi, c’è il dettaglio ma manca il fuoco, sostituito da alcuni “fortissimo” non molto gradevoli in cui il suono dell’orchestra tende ad “andare insieme”, un poco melmoso e confuso. Lettura buona, non trascinante. Finalino di serata appiccicati con la cocoina per arrivare al minimo sindacale: la Danzadei Sette Veli (che fu parte del clamoroso successo di Harding nella stupenda Salome firmata con Bondy e la Michael favolosa protagonista) è allentata fino all’impossibile nei tempi, anche qui il profluvio di rubato e glissando ingenera un senso di capzioso, bei particolari ma l’insieme si perde nei dettagli e affiora, insidiosa, la noia che ha connotato per intero questa serata scaligera un po’ “così”.
    Ci aspettiamo di più e di meglio, dall’ottimo Harding: quanto alla Filarmonica, basti dire che
    venerdì 30 e domenica 1 febbraio, all’Auditorium, la miglior orchestra sinfonica attiva a Milano, la Verdi, proporrà un programma-Richard Strauss (e non solo: Goldmark, Hindemith) di ben altro spessore ed impegno, come fa tutte le settimane, provando e studiando senza interruzione. Bisognerebbe tener conto dei meriti, quando poi si danno i finanziamenti statali…

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli gennaio 27, 2015 a 9:50 am #

    Programmino al minimo sindacale di un’ora e trentacinque minuti intervallo compreso, compitato con puntualità ma senz’anima.
    Il meglio arriva, tutto sommato, da Beethoven: Buchbinder, chioma cotonata alla Ludwig Van, ce ne dà una piacevole, non di più e non di meno, versione biedermeier-roccocò, tutta delicati “perlage” e indugi (troppi), avvolta in un suonino grazioso, che è gradevole ma metà di quello che ricordavamo. Harding dialoga con la nota intelligenza e molti particolari di concertazione che in genere sfuggono, al netto di un suono un po’ secco e tirato. L’orchestra risponde precisa, al netto di una veniale sortita fuori tempo della tromba nel finale del primo movimento. I corni escono indenni dalle numerose insidie. Un Imperatorino carino, formato-mini, per signorine di buona famiglia. L’Imperatore Piccole Donne.
    Piuttosto stucchevole la seconda parte. Harding, con gesto molto “abbadiano” (ma a 40 anni è ora di abbandonare il modello, oltretutto l’ottimo Daniel non ne ha bisogno, abbonda in originalità personale), ci offre della suite dal Mandarino di Bartok una lettura capziosa, fin troppo attenta ai particolari (tutti i glissandini e gli effetti orchestrali esibiti uno per uno) a scapito della forza d’urto di questa musica, è bello il gioco dei ritmi sghembi, c’è il dettaglio ma manca il fuoco, sostituito da alcuni “fortissimo” non molto gradevoli in cui il suono dell’orchestra tende ad “andare insieme”, un poco impastato, melmoso e confuso. Lettura buona, non trascinante. Finalino di serata appiccicato con la cocoina per arrivare al minimo sindacale: la Danza dei Sette Veli (che fu parte del clamoroso successo di Harding nella stupenda Salome firmata con Bondy e la Michael favolosa protagonista) è allentata fino all’impossibile nei tempi, anche qui il profluvio di rubato e glissando ingenera un senso di capzioso, bei particolari ma l’insieme si perde nei dettagli e affiora, insidiosa, la noia che ha connotato per intero questa serata scaligera un po’ “così”.
    Ci aspettiamo di più e di meglio, dall’ottimo Harding: quanto alla Filarmonica della Scala, basti dire che venerdì 30 e domenica 1 febbraio, all’Auditorium, la miglior orchestra sinfonica attiva a Milano, la Verdi, proporrà un programma-Richard Strauss (e non solo: Goldmark, Hindemith) di ben altro spessore ed impegno, come fa tutte le settimane, provando e studiando senza interruzione. Bisognerebbe tener conto dei meriti, quando poi si danno i finanziamenti statali…

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli gennaio 30, 2015 a 1:30 pm #

    DANIELE GATTI-MAHLER CHAMBER -BEETHOVEN 1,2,5.

    Era nella logica che il felice inizio del ciclo delle Nove beethoveniane con Daniele Gatti sul podio della formidabile Mahler Chamber Orchestra non si connotasse per convenzionalità. L’orchestra, una delle meraviglie create da Claudio Abbado, ha, di suo, una duttilità e una freschezza di approccio che dura negli anni (nella composizione attuale si compone di giovani e semigiovani), un tipico suono asciutto. D’altra parte, per Daniele Gatti, l’approccio alle Sinfonie beethoveniane (diverse delle quali ha eseguito più volte, negli anni) si configura – come nello spirito di questo direttore – come uno studio e un’avventura sonora ed interpretativa da vivere “qui e ora”, non dimentica di tradizioni ma allo stesso tempo slegata da esse. un Beethoven rivissuto in persona da ricreare, per noi, ADESSO. Ne deriva una favolosa freschezza interpretativa e – soprattutto in una delle tre Sinfonie eseguite a Torino, Ferrara, Pavia (noi eravamo al Fraschini, di magnifica acustica) : la Seconda – ad un esito che, come spesso accade con Gatti, getta nuova luce sul capolavoro beethoveniano.
    La Sinfonia n. 2 in re maggiore ne esce, effettivamente, capolavoro dell’inquietudine: inquietudine storica di un lavoro che – in un clamoroso salto in avanti tematico ed espressivo rispetto all’haydniano do maggiore del mondo dei giochi della Prima – vive di luci ed ombre, humour e dramma, già almeno preromantici. Lo dice a chiare lettere il movimento lento (per il quale Gatti ha chiesto ed ottenuto un suono “grasso”, corposo a sostegno e una tinta inquieta), ma lo conferma il “gioco” del finale (gioco? Ha un asprezza che par quasi già Mahler, in Gatti, che “strappa” e “ruba” quello sberleffo sonoro iniziale, sul quale tutto il movimento si costruisce!). E’, a nostro avviso, il clou e il vertice del programma, questa Seconda così “agitata”, ripiena di suono così come la leggeva il Leonard Bernstein degli anni maturi, l’eccelso outsider dell’interpretazione beethoveniana, che ci sembra il modello tematico della lettura gattiana, lontanissimo qui, per concezione si suono e fraseggio, dalla linea esecutiva filologi-Abbado (mai sentita la Mahler Charmer, di solito tendenzialmente “asciutta” e parafilologica nel suono e nella scansione, suonare così “corposa” : segnale di straordinaria duttilità e disponibilità ad uscire dai propri binari con un direttore che le chiede “altro” dal suo solito). In ogni caso, questa Seconda suona avvincente e convincente, nella sua non-convenzionalità.
    Anche nella Prima Sinfonia, siamo fondamentalmente in mondo-Bernstein, quanto alle scelte esecutive, ma soprattutto in mondo-Haydn. L’andante è un ricamo quasi settecentesco, il finale è croccante (sempre con un certo tasso di suono, ma con una stilizzazione di frase che riporta indietro, nel tempo e nella tematica, rispetto agli esperimenti della Seconda).
    E si chiude con la Quinta. Qui si capisce che Gatti vive e vivrà ogni Sinfonia del ciclo come una avventura a sè. Se modelli ci sono, qui cambiano. Il direttore milanese si è sempre professato grande ammiratore di Arturo Toscanini. E sembrano condurre “da quelle parti” sia l’implacabile ritmica del movimento iniziale sia la cartesiana pulizia della stretta finale. “Sembrano”, perché poi, invece… l’andante con moto, così lirico ed epico ma anche ombroso, la spasmodica “suspence” del passaggio dal terzo movimento al finale, le pazzesche irregolarità ritmiche chieste (e date, con totale disivoltura dai “mostri” dell’orchestra) nello sviluppo del finale, accendono, di nuovo, tutto un mondo di inquietudini che “getta” in avanti la Quinta “di Gatti”. L’impressione è che si tratti di un work-in-progress, una lettura che (come avveniva con Claudio Abbado e le sue orchestre) Gatti stesso potrà evolvere e mutare, secondo ambiente, tempo ed orchestra a disposizione.
    Sicuramente, nel complesso del programma, è un Beethoven che colpisce, sorprende, soprattutto inquieta e fa pensare: ed è quanto si chiede alla musica ed ai suoi grandi interpreti. Un Beethoven per noi, qui ed ora, frutto dell’avvincente collaborazione fra la creatività del direttore ed una orchestra al di sopra di ogni elogio: quei corni che suonano a tutte le dinamiche, il flauto “da sposare” e la meraviglia di tutti i legni, gli ottoni perfetti, gli archi un tutt’uno, e la disciplina e la tecnica unite alla fantasia. Una meraviglia, la Mahler Chamber!

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli gennaio 31, 2015 a 8:31 am #

    L’orchestra Verdi è ammirevole. A chiusura d’un periodo dicembre-gennaio di pazzesca attività, mette insieme uno stupendo programma di enorme impegno, nel segno di Richard Strauss e del tardo Ottocento, Novecento Storico austro-tedesco: Till Eulenspiegel, concerto per corno di Hindemith, la difficilissima ouverture Im Fruhling di Goldmark e Also Sprach Zarathustra. Sul podio, Jader Bignamini.
    E’ perdonabile che ieri sera, alla prima (la seconda domani pomeriggio) il Till Eulenspiegel resti un po’ nelle ottime intenzioni di Bignamini rispetto ad una esecuzione da rifinire. Ma andateci, domani: sono convinto che ascolterete qualcosa di estremamente interessante, perché l’impostazione è sbalorditiva: un Till diabolico più che giocoso, teso allo spasimo, rabbioso, quasi cubista” nel suono gelido, da ghiaccio incandescente e nella scansione rapidissima: lontanissimo dal decorativismo slentato di certi straussiani di tradizione ma in realtà più vicino a come Strauss dirigeva se stesso. Da sentire alla replica, collaudato dalla prima esecuzione.
    Perfetto tutto il resto del programma. La scabra suggestione di Hindemith è resa con straordinario stile ed assoluta esattezza dal corno formidabile di Radovan Vlatkovic che compone, assieme a Bignamini e orchestra, un quadro di grande eleganza, e bissa, con i colleghi croni della Verdi, sempre nel nome di Hindemith.
    Im Fruhling di Goldmark è un brano delizioso e allo stesso tempo difficilissimo, per l’orchestra, causa una orhestrazione nella quale il dettaglio strumentale si mischia ad una fortissima densità. Bignamini dipana il tutto con incredibile bellezza di suono, trapassi rapidissimi, bagliori dai quali traspaiono due modelli: sicuramente Schumann, sicuramente Wagner. Son dieci minuti di musica, ma dopo i quali… verrà il momento in cui Jader Bignamini, che studia prima di eseguire, dovrà pur accostarsi a Wagner, Lohengrin sarebbe una giusta partenza: è un mondo sonoro che sicuramente gli appartiene.
    E Bignamini ci lascia letteralmente senza parole, “parlando” il linguaggio di Zarathustra (di cui la Verdi vantava, nella stagione 2006-2007, una splendida interpretazione di Vladimir Jurovskji): qui abbiamo una lettura – ed esecuzione! – semplicemente memorabile, forse il vertice assoluto di tutto quanto il bello che stiamo ascoltando, in questi anni, dal direttore cremonese. E’, di nuovo uno Strauss traslucido, teso, “novecentesco” da un lato, ma anche rapinoso negli slanci melodici. Dal formidabile “pedale” iniziale in poi, è tutto un brivido (con momenti- vertice: sicuramente da citare, per espressività e colore, il lento recitativo-fugato, canto dei sepolcri, di violoncelli e contrabbassi). Si capisce, qui, il perché di quel Till iniziale. Non è uno Strauss consolatorio o fine a se stesso e alle proprie bellurie sonore: circola un senso di angoscia, di trapasso d’epoche, di morte dell’uomo e delle cose, di grandezza che si spegne nel finale – tirato allo spasimo da Bignamini – che ci lascia con un silenzio nel cuore: su noi, sui nostri destini. Andate ad ascoltarlo: si rimane attoniti. La bellezza della morte, verrebbe da dire.

    marco vizzardelli

  6. marco vizzardelli gennaio 31, 2015 a 9:13 am #

    Va aggiunto che domani sera, subito dopo la replica di questo “programmino”, la Verdi e Bignamini daranno immediato inizio alle prove del programma di settimana prossima, che è nientemeno che… Madame Butterfly integrale in forma di concerto. Chapeau! Altro che Primo Maggio! Vero? Bisognerebbe dire al Ministro dello spettacolo, chi è e cosa fa l’Orchestra Verdi di Milano!

    marco vizzardelli

  7. albertoemme febbraio 2, 2015 a 10:00 am #

    se qualcuno ha la possibilità, vada ad ascoltare i Puritani di Firenze con il secondo cast (Aleida, Leon, Kim, Zanellato) c’è un’ottima coloratura (migliore che su youtube in cui si coglie cmq una notevole musicalità) e un tenore efficiente. Elegante Kim e bravo Zanellato. Marco Ninci se mi leggi non perdertela

  8. tornic febbraio 2, 2015 a 10:20 am #

    notizia triste del giorno: è morto a Parigi Aldo Ciccolini, tanto grande quanto schivo. Il suo ricordo mi spinge ad amare considerazioni sulla capacità in Italia di far emergere grandi pianisti.
    Ciccolini così come Benedetti Michelangeli avevano volontariamente abbandonato l’Italia. Di fatto dagli anni 90 in poi l’Italia non è stata più in grado di proporre pianisti di fama internazionale (con tutta la stima e la simpatia per Bollani, non lo metterei proprio tra i pianisti classici). Speriamo che il Signore ci preservi a lungo i pochi nomi italiani rimasti in circolazione (Pollini e Campanella).
    Personalmente credo che il pianismo italiano abbia ancora tanto da offrire, certe “sensibilità” provenienti dalla nostra cultura sono uniche nei giovani pianisti italiani, ma serve anche un supporto di “lobby” a livello internazionale nei prestigiosi concorsi, la situazione per l’Italia mi sembra solo in peggioramento

  9. marco vizzardelli febbraio 2, 2015 a 11:23 am #

    Sarò all’ultima replica de I Puritani, con il secondo cast. Grazie Alberto dell’indicazione. Non dubitavo che il secondo cast fosse migliore

    marco vizzardelli

  10. marco vizzardelli febbraio 2, 2015 a 11:25 am #

    Tornic, fra i nomi italiani ricordati anche di Roberto Cominati, grandissimo raveliano, fresco reduce da trionfo in quel del Concertgebouw. E’ il top fra i nati post-Pollini.

    marco vizzardelli

    • silvia febbraio 2, 2015 a 1:27 pm #

      Bravo, Marco. Anche per me Cominati è il vero talento pianistico oggi sulla scena. Sentirlo è stato folgorante, e ormai difficilmente mi perdo un suo concerto o dal vivo o per radio. Grandissimo.

  11. tornic febbraio 2, 2015 a 2:17 pm #

    concordo perfettamente su Cominati ma anche Giuseppe Andaloro è un pianista dalla tecnica eccelsa e sensibilità finissima che merita un forte riconoscimento internazionale. Due grandi pianisti italiani che stanno faticosamente emergendo in campo internazionale. Fossero stati tedeschi sarebbero già nomi di richiamo e non ancora splendide sorprese. Quello che volevo denunciare non è la mancanza di talenti in Italia ma l’incapacità del sistema Italia a sostenere i propri giovani talenti in ambito internazionale. Conoscendo un po’ il mondo pianistico posso garantire che nel sistema odierno avere un gran talento non è per nulla sufficiente a diventare un pianista di fama internazionale. Silvia scrive giustamente che Cominati è il vero talento pianistico oggi sulla scena. Ma se proviamo a chiedere ad un francese, tedesco, austriaco un elenco dei principali talenti pianistici quanti citerebbero Cominati?

  12. marco vizzardelli febbraio 2, 2015 a 2:23 pm #

    Il personaggio Cominati è assai riservato e alieno dall’apparire. Ma è un grande artista e una grande persona. Ad Amsterdam so che è stato un trionfo. E l’integrale pianistica di Ravel da lui incisa è un capolavoro.

    marco vizzardelli

  13. masvono febbraio 3, 2015 a 7:56 pm #

    Cominati non è solo “un talento”. La sua integrale-Ravel è cosa da lasciare senza fiato. Il suo “Gaspard” abita gli stessi cieli di quello di Michelangeli, tanto per fare un esempio.
    Ma in Italia esiste ancora solo Pollini…per certo pubblico e critica.

    E spero, prima o poi, di riascoltare il suo poeticissimo Carnaval…
    Ciao

    -MV

  14. silvia febbraio 15, 2015 a 11:53 am #

    Mi permetto di riportare da altro blog due post di persona solitamente molto affidabile, tale Viola Margherita. Tutt’e due sono ironici, ma svelano aspetti inquietanti e inaccettabili, che richiederebbero una svolta immediata da parte del nuovo cda che si insedia domani. La situazione è gravissima.

    Il primo si riferisce alle condizioni di prova di Zubin Mehta.

    ***
    Credo che sia una grande e infondata malignità anche solo sospettare che Zubin Mehta non sia concentratissimo ed entusiasta nel suo lavoro, solamente perché sta provando in parallelo a Milano Aida e a Napoli Tristan und Isolde, facendo due ore qua e due ore là. E nemmeno mi sembra giustificato sospettare il minimo cedimento per il fatto che costui provi ed esegua due concerti con la Filarmonica della Scala e poi provi anche un programma da ripetere in quattro concerti coi Wiener Philharmoniker (con brani facili come quelli di Ligeti, Marx e Bruckner). E poi il suo calendario di recite mi sembra del tutto consono alla sua età: 09-02 Milano, 11-02 Milano, 15-02 Milano, 18-02 Milano, 21-02 Milano, 22-02 Napoli, 24-02 Milano, 25-02 Napoli, 28-02 Napoli, 01-03 Milano, 03-03 Napoli, 05-03 Napoli, 11-03 Milano, 12-03 Graz, 13-03 Wien, 14-03 Wien, 15-03 ore 11 Wien, 15-03 ore 20 Milano.
    Ritengo altresì che questo (qualche prova a spizzichi e bocconi tra il 3 febbraio e la prova generale dell’11 febbraio) sia il modo consono e adeguato per un direttore d’orchestra di preparare una nuova produzione verdiana alla Scala. Perfettamente in sintonia con i valori professati da Bruno Ermolli, Alexander Pereira e Riccardo Chailly. Davvero questo magnifico trio sta guidando in maniera eccelsa un’istituzione mai stata così di riferimento nel mondo.
    ***

    Il secondo riguarda il fatto che oggi pomeriggio Pereira recita nella “Ariadne aut Naxos” alla sua vecchia Opera di Zurigo, invece di essere a Milano nelle ore precedenti la prima di “Aida”.

    ***
    Non solo oggi, farà tutte le repliche (http://www.opernhaus.ch/vorstellung/detail/ariadne-auf-naxos-15-02-2015-4130/).
    Ma di cosa vi stupite? Arriverà stanco dopo la recita con qualche mezzo privato, magari addirittura per le otto (o per le otto-e-cinque, vedi mai che la regola l’ha cambiata per sé?).
    Del resto. Da quando in qua un Sovrintendente nonché Direttore artistico dovrebbe presidiare il proprio teatro il giorno di una prima importante come Aida? E al Teatro alla Scala, per giunta? E dopo che il tenore previsto ha saltato la generale, per giunta? E dopo che il direttore d’orchestra ha fatto poche e slavate prove, per giunta?
    “Son giunta, grazie a Dio”…
    ***

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