Ricordando Claudio

17 Gen

Abbado20 gennaio 2015

9 Risposte to “Ricordando Claudio”

  1. marco vizzardelli gennaio 19, 2015 a 5:46 pm #

    Il senso di mancanza non passa e non si spegne, un anno dopo. E non ho ancora trovato la forza di riascoltarne i dischi. Tengo la sua musica, la sua intelligenza, la sua statura di uomo immerso nella musica e nella vita, come un patrimonio del cuore. Trascorrerò la serata del 20 ad Amsterdam, all’opera, ascoltando le note del Viaggio a Reims evocate da Stefano Montanari sulla regia di Damiano Michieletto, e ricordando… mi sembra un buon modo.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli gennaio 21, 2015 a 1:18 pm #

    Ho sincera difficoltà a riportare a parole l’emozione, la commozione, il “pieno” di intelletto e cuore, l’autentica ubriacatura di bellezza, vissuti ad Amsterdam dinnanzi ad Un Viaggio a Reims nel fantastico allestimento di Damiano Michieletto. Davvero narrare a parole guasterebbe il tutto e sarebbe riduttivo, rispetto (e mi limito a questo) ad una meditazione sulla (pseudo)serietà dell’arte (qui figurativa, in prestito a quella musicale), che trasmuta in meditazione sull’amore, poi sulla vita: è incredibile che dalla nota “celebrazione” rossiniana di Carlo X si potesse trarre tutto questo. Michieletto lo ha fatto, toccando e facendo vibrare tutte le corde delle mente e del cuore. Rispetto alla lucida intelligenza di altri suoi allestimenti (peraltro presentissima) qui circola, in più, un soffio di tenerezza e poesia che prende l’anima, oltre cheil cervello.
    Posso invece più dettagliatamente dire che l’allestimento è supportato da una interessantissima, estrosa direzione di Stefano Montanari, il talentuoso vilinista-pianista-direttore (qui alle prese, con enorme fantasia, anche al fortepiano) cu si deve una mobilità di tempi ed espressioni, dall’aspro al caustico, all’ironico al patetico al tenero, che fa pieno riscontro alla messa in scena. Direzione solo in parte viziata da qualche problema tecnico, Montanari ha usato gli ottoni in maniera filologica, e notoriamente, in Rossini, il metodo funziona con difficoltà: le agilità strumentali li mettono in chiara difficoltà. Questo va detto, a limite di una prova musicalmente, come si è detto, stimolantissima.IL musicalissimo Montanari è stato, fra l’altro, impagabilmente partecipe all’azione scenica (vince all’asta degli oggetti d’arte, un elmetto cheè l’ultima “medaglia incomparabile” immaginata dal regista)
    Incredibile l’adesione di tutta la compagnia di canto (la stratosferica Corinna di Eleonora Buratto, ma tutti, da Anna Goryachova, a Nino Machaidze, a Juan Francesco Gatell, alla Giannattasio, a Spyres, a Roberto Taglliavini, a Ulivieri, a Bruno de Simone, a Cassi, Pizzuti, Cardoso, Fiselier, Beelen, De Vaal e Bibiloni per finire con il magnifico cammeo vocale – che timbro! – della promettentissima Tertesa Iervolino nel ruolo piccolo ma incicisvo di Maddalena) ad una regia che ne fa attori di teatro, se non di cinema, chiamati a vivere i personaggi nell’azione oltre che nelle note ad uno stadio di perfezione che rararmente è dato riscontrare.
    Fantastico l’apporto allo spettacolo di luci e costumi di straordinaria bellezza, che compongono un “quadro” (è proprio il termine) indimenticabile. Correte, correte a vederlo, se potete, acquistate un volo low-coast e il biglietto, e volate ad Amaetradm. E” uno spettacolo dal quale si esce inebriati, di sicurissimo valore storico, se si pensa al precedente scenico (Luca Ronconi) nella mitica messa in scena diretta da Claudio Abbado (di cui la sera della prima, 20 gennaio, ricorreva l’anniversario della scomparsa). Il meraviglioso Viaggio a Reims ha qui vissuto una nuova tappa fondamentale della sua vita sulle scene. Non era facile: Damiano Michieletto (nella collaborazione con i responsabili musicali) gli ha dato nuova, meravigliosa vita.

    marco vizzardelli

  3. lavocedelloggione gennaio 21, 2015 a 4:51 pm #

    Vi ricopio l’articolo di Foletto di una settimana fa:
    Un gesto in più per ricordare Abbado
    ANGELO FOLETTO
    A un anno dalla morte (era il 20 gennaio), la “presenza” di Claudio Abbado non viene meno. Le città che l’hanno avuto come recente amico e protagonista, da Berlino a Ferrara, da Lucerna a Bologna, si mobilitano per l’anniversario. Milano, un po’ meno. Ci sarà la testimonianza della Civica Scuola di Musica intitolata qualche mese fa a lui: con la collaborazione del Club Abbadiani Itineranti, martedì, all’Auditoriun Lattuada proporrà la visione dell'”Eroica” di Beethoven interpretata a Lucerna nell’agosto 2013 (penultimo programma diretto dal maestro), e il documentario sull’omaggio scaligero di piazza del 27 gennaio 2015. Lunedì agli Amici della Scala sarà presentato “Nel giardino della musica” (Guanda) il libro di Giuseppina Manin che intreccia «la vita, l’arte, l’impegno» del maestro con cronaca e vita reale, civile e sociale delle sue città: e lì Milano c’è. Mentre l’editore lombardo Zecchini ha pubblicato nella collana dedicata ai grandi direttori Claudio Abbado. Le opere e i giorni, studio critico e stilistico, oltre che intimamente monobiografico di Alessandro Zignani. Poco. Ci si aspettava che dalla sua città partissero iniziative importanti, oltre che qualche gesto riconoscente. Ad esempio nell’adiacenza dell’Expo ecologista un bel ricordo sarebbe l’avvio di un brandello del progetto di piantumazione cittadina auspicato dal maestro. O che un’istituzione si desse tempestivamente da fare per far tornare milanese, virtualmente ma definitivamente, Abbado.
    © RIPRODUZIONE RISERVATA

  4. der rote Falke gennaio 29, 2015 a 10:27 am #

    Chiedo ospitalità in questo thread perché il primo della serie di questi concerti è avvenuto a Ferrara in ricordo di Claudio Abbado.

    Io in realtà assistito al terzo, ieri sera al Fraschini di Pavia.
    Mi riferisco all’inizio dell’integrale sinfonica beethoveniana della Mahler Chamber Orchestra con Daniele Gatti.

    Avevo lasciato il direttore milanese la sera dello splendido concerto per il Fai in Scala, quando – attonito – mi ero chiesto (ma non ero certo l’unico in sala): “Cosa sta succedendo a Daniele Gatti?”.
    Ebbene, la domanda è, se possibile, ancora più bruciante dopo quanto accaduto iersera. Era, infatti, dai tempi dell’integrale di Harnoncourt a Salzburg (1994) che non sentivo un Beethoven così nuovo e di rottura. Non una rottura “contro”, ma una rottura “per”. Per un Beethoven elegante e al contempo esplosivo. Ma soprattutto – consentitemi l’uso di questi aggettivi – gioioso e divertito. La seriosità è bandita da Gatti per tutta la serata.
    La Prima viene vissuta (non suonata, proprio vissuta!!!) da orchestra e direttore non come sussiegoso omaggio a un passato che non c’è più, bensì come i primi passi di un bimbo che inizia a camminare. Arrivati al quarto movimento, poi, si scatena una qualità di accenti, rubati, sforzandi da far invidia.
    La Quinta è una corsa all’abisso, con un primo movimento mai udito così compatto e implacabile, ma non retorico o plateale. Lo scherzo è tenuto su pianissimi inquietanti che letteralmente tengono col fiato sospeso, per poi esplodere in un velocissimo quarto movimento davvero inaudito in questa varietà.
    Capolavoro assoluto, non solo della serata, ma degli ultimi dieci anni di interpretazione beethoveniana, la Seconda. Perdonatemi se non riesco a formulare a parole ciò che ho sentito: siamo oltre la stratosfera, un altro mondo in questo mondo!
    Pubblico – giovane e meno giovane – silenzioso durante l’esecuzione e scatenato al termine, con ovazioni che ricordo analoghe solo per il ciclo abbadiano a Santa Cecilia quindici anni fa. Acustica fenomenale, città accogliente, clima sereno.

    E qui mi consentirete la postilla.
    Che bello vedere musicisti attenti, scattanti. disciplinati, sorridenti, entusiasti del loro far musica. La Mahler Chamber Orchestra non lavora, fa musica!!! Sindacalismo? Snobismo? Sufficienza? Alterigia? Marketing? Niente di tutto ciò. Solo musica come missione di bellezza.
    E allora, non è forse il caso di farci qualche domandina su ciò che sta accadendo una trentina di chilometri più a nord di Pavia, in un teatro tanto tronfio di sé quanto ormai imbalsamato in manierismi reciproci tra pubblico, direzione, masse? Mentre il mondo vero va avanti testimoniando l’apporto che la musica può dare alla qualità della vita di un popolo (si pensi solo a LaVerdi, o al Regio di Torino, o a Santa Cecilia), ci sono mummie che non si vergognano di porre pubblicamente il problema se suonare due orette scarse di uno scarso Puccini il giorno 1 maggio. Nel frattempo si prepara una ereditata “Poppea”, una nuova (!!!) “Aida” affidata ai due massimi routiniers nel loro rispettivo campo di direzione e regia (centosessant’anni in due, e artisticamente malportati) con un cast vetusto solo a leggerlo, un inutile “Lucio Silla” (quello di Chéreau è finito in pattumiera, chissà perché), e poi una serie di recite per l’Expo che fanno apparire “Forte forte forte” di Raffaella Carrà come innovazione sperimentale. Culmine autocelebrativo una “Turandot” (che rimane una delle più grandi truffe messa in circolazione da quel furfante di Toscanini) spacciata come nuova ma in realtà già montata ad Amsterdam quindici anni fa – ma guai se qualcuno lo dice, giornalisti dove siete??? – col finale di Berio che fa tanto modernariato supercilioso.
    Questa è la Scala come la vede Chailly. E c’è da giurare che difficilmente mollerà l’osso.

    Nel frattempo Daniele Gatti rimane risorsa che tutto il mondo sfrutta (fatevi un giro sul calendario del suo sito per rendervene conto: http://danielegatti.eu/cal.php), ma a Milano lorsignori non scendono dal treno ormai deragliato.

    Sapete qual è la verità vera? Che il fare musica di Daniele Gatti comincia dove gli altri credono di aver finito. Il Cielo ce lo conservi a lungo.

    • lavocedelloggione gennaio 29, 2015 a 2:13 pm #

      Bravo, condivido tutto punto per punto! Io ho sentito il concerto a Ferrara e non avrebbe potuto essere un ricordo migliore di Claudio, proprio per la profondità dell’interpretazione, (stupefacente la V, confermo): anche per me era dai tempi dell’integrale beethoveniana di Claudio che non capitava di sentire un Beethoven inedito! Mi conforta molto che ci sia qualcuno che ancora è capace di stupire (non con “effetti speciali”) eseguendo partiture arcinote!
      Vorrà dire che andremo ancora in giro per ascoltarlo! Attilia
      P.S. Pensare che proprio a Pavia, in un caffé davanti al Fraschini, è nata l’idea di chiamarsi “abbadiani itineranti” a un piccolo gruppo che aveva deciso di fare i 30 km che separano Milano da Pavia per sentire un’esecuzione di Abbado (era il 1981)

    • masvono febbraio 8, 2015 a 7:53 pm #

      Beh “Turandot” scarso Puccini proprio no… ciao

      -MV

  5. Massimiliano Vono febbraio 9, 2015 a 12:11 am #

    Per quanto possa essere superfluo voglio dire qualcosa in merito al Requiem di Verdi eseguito oggi dai complessi del Maggio Musicale Fiorentino diretti da Daniele Gatti.

    La prima nota è relativa alla nuova sede dell’Opera dove si è svolto il concerto. Ne avevo sentito e letto cose mirabolanti, sull’acustica soprattutto. In realtà mi è parso un luogo fondamentalmente tetro: l’interno di un legno e materiali scurissimi che virano dal marrone più cupo al nero notte del soffitto incorniciano i ranghi delle poltrone rivestite di tessuto blu oltremare. Molto elegante, senza dubbio, ma rappresenta perfettamente un luogo dove ascoltare musica privo di qualunque calore ed accoglienza cromatica.
    L’acustica in particolare, da cui mi aspettavo molto era, dal mio punto di ascolto prima di metà platea centrale, piuttosto confusa. Una sorta di pastone, molto sonoro questo sì, ma anche confuso, non analitico, che ricorda nella timbrica il Palazzo de Andrè di Ravenna, il Teatro di Baden Baden e un po’ anche il nostro Arcimboldi. Nella timbrica, non nel volume, perchè il suono *passa* molto meglio. Ma mi aspettavo di più.

    La seconda nota riguarda l’occasione: va bene dedicare l’avvenimento alla memoria di Abbado. Ma siamo sicuri che questa sorta di “rito” collettivo, fatto di annunci con tono funerario del sovrintendente locale, dalla platea in piedi silente come al cospetto di esequie in Chiesa, fosse cosa che Abbado avrebbe apprezzato? Lui che della gioia del far musica era, soprattutto dopo la malattia, l’incarnazione? Non ne sono tanto convinto. Comunque è andata così ed è inutile sottilizzare. Solo speriamo che “passi” il concetto che per ricordare un artista non c’è modo migliore che gioire della musica prodotta, battimani, applausi e grida di “bravo” comprese.

    Venendo alla parte musicale sappiamo che le letture di Daniele Gatti, soprattutto negli ultimi anni, non sono mai scontate e, soprattutto, costringono l’ascoltatore a pensare, perchè il brano proposto non suona mai “come siamo abituati”, ma spesso il direttore milanese “costringe” chi lo ascolta ad affrontare percorsi desueti e sempre stimolanti.

    Anche questo Requiem non è stato da meno. Lettura improntata su una tragica religiosità laica dove le domande di salvezza di solisti e coro trovano risposte o di negazione o di disperazione. Dio, se c’è, è ben nascosto ed all’uomo è concesso solo sperare e tremare, perchè nessuna consolazione è concessa. Gatti, a questo proposito, si avvale di tempi indugianti e di un peso sonoro piuttosto denso, con analitiche accentazioni soprattutto negli ottoni bassi Un Requiem di Verdi dalla spiccata visione tragica in cui il versante melodrammatico resta sullo sfondo.
    Il quartetto vocale risponde alla perfezione in Meli, fuoriclasse che solleva un “Inter oves” a mezzavoce che rivaleggia con quello di Pavarotti, mentre negli altri componenti è maggiormente ordinario. La Remigio, sostituta della Celodins indisposta, con il suo timbro netto e sottile, in particolare, è efficacissima nel dialogo con lo strumentale di Gatti: un “Libera me” di una voce piccola, come piccolo è l’uomo che la chiede, senza che possa venire consolato.
    Coro formidabile e orchestra effusiva e, sostanzialmente, esatta.

    Di seguito il link dell’intervista a Gatti prima del concerto su corriere.tv

    http://video.corriere.it/gatti-il-mio-requiem-abbado/64b9ee66-ad67-11e4-8190-e92306347b1b

    che apprezzo molto, perchè vi ritrovo alcune considerazioni che avevo più volte rilanciato sul blog, sostanzialmente anti-intellettualistiche sulle modalità di fruizione dell’arte musicale.
    A presto

    -MV

  6. marco vizzardelli febbraio 9, 2015 a 7:56 am #

    Evenienza eccezionale, ascoltare due volte in cinque giorni la Messa da Requiem di Verdi per mano di Vladimir Jurovskij a Parigi e di Daniele Gatti a Firenze. Naturalmente, i due approcci e i due esiti sono stati estremamente differenti, il che ha reso l’ascolto vieppiù stimolante.
    Jurovskij è un grande estroso, e un grande direttore: ne ricordiamo i meravigliosi Mahler dello scorso anno a Ferrara e Roma, e tanto altro. E’ una personalità strabordante e tendenzialmente “noir”: il rischio è che tale estro si trasformi talora, dal punto di vista interpretativo, in un “famolo strano”. Ed è quant’è accaduto con questo Requiem. Aspro,.violento, naturalmente “noir”, immerso in un clima dal quale è escluso ogni senso di speranza. Un canto acre, rabbioso di condannati all’Inferno dei quali, poco ma sicuro, il “Buon” (ma qui feroce) Dio o non si cura o ha già deciso la dannazione. Non c’è nemmeno molto Dio, in questo Requiem laicissimo nell’espressione. Non c’è preghiera: tanto è vero che l’Offertorio (compreso un glaciale “Hostias et preces”) trascorre in un gelo mortale. Il Dies Irae scoppietta grottesco, il LIbera Me è una sillabazione fredda e inane. Non c’è speranza: solop morte e inferno. Visione suggestiva, alquanto eterodossa, portata avanti con fraseggi corti e iperontrollati, un po’ rigidi anche un po’ irritanti. Sicuramente il tutto emana un fascino strano. Che il Requiem di Verdi sia questo, non saremmo sicuri. Molto “sfogata” nel canto tendenzialmente squadrato una compagnia di canto , Maria Kovaleska un po’ stridula, Ildiko Komlosi un po’ logora, Dmytro Popov stentoreo anche nell’Ingemisco, e il poco timbrato basso Nikolaj Didenko. Buon successoi, non trionfo al Theatre du Champs Elysees.
    Di ben altra profondità la lettura di Daniele Gatti, in meoria di Claudio Abbado, oggi a Firenze, nella pur dispersiva acustica del nuovo teatrone. Gatti è legatissimo ad Abbado: ne è, tematicamente e nel modo di intendere la professione, il successore, nella riservatezza dei modi, nella profondità dell’analisi e dell’interpretazione. Ne ricordavamo il Requiem eseguito a Parma,. lirico, mistico, alla fine fondamentalmente sereno. Qui ne ha voluto fare un accorato ricordo, ancora lirico ma anche tragico negli accenti (Dies Irae con la grancassa squassante, fuga del Libera me) pur se ancora lirico e pregato nelle parti solistiche, affidate ad un quartetto tutto italiano nettamente superiore ai tonitruanti slavi attivi con Jurovskij. L’indisposta Cedolins ha trovato meravigliosa sostituta in una Carmela Remigio di voce non grande ma penetrante, limpida, cristallina e accento intenso. Perfetta la Veronica Simeoni. Memorabile Francesco Meli in un Ingemisco a fior di labbra e nell’Offertorio: il solito poeta del fraseggio. Puntuale il basso Zanellato. Tempi distesi, intensità struggente hanno caratterizzato la lettura di Gatti che ha goduto della straprdinaria prova del coro del Maggio, decisamente superiore per adesione al linguaggio verdiano al “chiaro” (sbilanciato sulle voci femminili) Orpheon di Pamplona a disposizione di Jurovskij. A Parigi, la London Philarmonic è stata precisissima (un memorabile Tuba Mirum!) ma non molto espressiva e dura nei fraseggi. A Firenze, l’Orchestra del Maggio ha sbavato qua e là (Tuba Mirum) ma ha espresso ben altro calore di suono e ben altra duttilità di frase. Senza far torto ad un direttore che amiamo quale Jurovskij, il Requiem di Daniele Gatti a Firenze ci è parso di ben altra caratura e temperie interpretativa.

    marco vizzardelli

  7. marco vizzardelli febbraio 9, 2015 a 9:39 am #

    Vale la pena rileggersi una decina di volte un passo dello scritto di Die Rote Falke già sopra riportato. Lo trascrivo a comune meditazione, con plauso all’autore.

    “E allora, non è forse il caso di farci qualche domandina su ciò che sta accadendo una trentina di chilometri più a nord di Pavia, in un teatro tanto tronfio di sé quanto ormai imbalsamato in manierismi reciproci tra pubblico, direzione, masse? Mentre il mondo vero va avanti testimoniando l’apporto che la musica può dare alla qualità della vita di un popolo (si pensi solo a LaVerdi, o al Regio di Torino, o a Santa Cecilia), ci sono mummie che non si vergognano di porre pubblicamente il problema se suonare due orette scarse di uno scarso Puccini il giorno 1 maggio. Nel frattempo si prepara una ereditata “Poppea”, una nuova (!!!) “Aida” affidata ai due massimi routiniers nel loro rispettivo campo di direzione e regia (centosessant’anni in due, e artisticamente malportati) con un cast vetusto solo a leggerlo, un inutile “Lucio Silla” (quello di Chéreau è finito in pattumiera, chissà perché), e poi una serie di recite per l’Expo che fanno apparire “Forte forte forte” di Raffaella Carrà come innovazione sperimentale. Culmine autocelebrativo una “Turandot” (che rimane una delle più grandi truffe messa in circolazione da quel furfante di Toscanini) spacciata come nuova ma in realtà già montata ad Amsterdam quindici anni fa – ma guai se qualcuno lo dice, giornalisti dove siete??? – col finale di Berio che fa tanto modernariato supercilioso.
    Questa è la Scala come la vede Chailly. E c’è da giurare che difficilmente mollerà l’osso.

    Nel frattempo Daniele Gatti rimane risorsa che tutto il mondo sfrutta (fatevi un giro sul calendario del suo sito per rendervene conto: http://danielegatti.eu/cal.php), ma a Milano lorsignori non scendono dal treno ormai deragliato.

    Sapete qual è la verità vera? Che il fare musica di Daniele Gatti comincia dove gli altri credono di aver finito”.

    Die Rote Falke

    —————–

    meditate, gente, meditate.
    marco vizzardelli

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