12 Ott

Orchestre National de France

Serata a favore del FAI – Fondo Ambiente Italiano

 Direttore    Daniele Gatti

PROGRAMMA

Igor’ Stravinskij
Petruška (1947)
Richard Strauss
Don Juan
Poema sinfonico op. 20
Der Rosenkavalier
Suite dall’Opera

50 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli ottobre 13, 2014 a 8:57 am #

    Avevo già ascoltato da Gatti, con la Gustav Mahler, la suite del Cavaliere della Rosa, ma quel che ha realizzato qui con la National de France ne testimonia il continuo approfondimento della lettura, e uno stato di grazia dell’interprete e dell’uomo Daniele Gatti tale da donarci un esito di stupefatta e stupefacente bellezza, di incandescente e allo stesso tempo struggente lirismo, di sublimazione del suono e del tempo. L’attacco stesso (che è poi l’inizio dell’opera) ne era spia, eseguito con un vertiginoso rubato… che è già valzer, ed è “tempo sospeso”, un senso di sospensione temporale che Gatti, meravigliosamente seguito dai suoi francesi, manterrà per l’intera suite. Ne verrà investito, in particolare, il lungo episodio del terzetto finale: rarefazione sonora e dilatazione lirica – in tempo sospeso – che è commozione dell’anima davanti al tempo che sfugge, alla giovinezza che va: all’amore che ci è dato di vivere, finchè vita – così breve, così eterna e sfuggente, come l’amore umano – ci è data. Ma, così ha voluto Strauss in questa suite-ricordo del suo capolavoro, in un rullo di tamburi, la malinconia e lo struggimento si annullano nell’ultimo stacco . imperioso, rustico, sorridente – del valzer di Ochs, cadenzato da Gatti in maniera da levare letteralmente il fiato. Fenomenale!!!! Per favore, Maestro, a presto l’intera opera! (intanto, nel 2016, con la National a Parigi, Gatti ha in programma Tristano e Isotta, annunciava il programma di sala).
    Il favoloso esito del Cavaliere era stato preannunciato da quello, altrettanto felice, del Don Juan, lontanissimo dalle esibizioni di puro virtuosismo direttoriale cui molto direttori ne riducono la tematica. L’attacco di Gatti, in sforzando, ha invece un senso del dramma del personaggio che investirà (anche qui, con tutto il lirismo della parte centrale) l’intera lettura del dramma. Vita e morte di un eroe che si ricollegano, in qualche modo (ed è qui che il programma era stupendo) a vita e morte, differenti nel linguaggio ma non così tanto nella tematica, di un altro eroe, il Petrouchka di Stravinskij, che Gatti – qui a pieno servizio ed esaltazione delle caratteristiche idiomatiche della sua orchestra – ha letto ricordandone, giustamente, la destinazione “francese”: per cui, sì, c’erano le geometrie, la ritmica sghemba, ma come stemperate in fraseggio e suono di stampo assolutamente “francese”.
    E anche, qui, come in tutto il concerto, c’è una sorta di meditazione in musica sullo scorrere e lo sfuggire del tempo e della vita, che si imprime nell’animo dell’ascoltatore, cui è lasciata in dono. Concerto memorabile di un direttore sempre più grande e profondo nello scavo della musica, colto qui nell’evidente stato di grazia che coincide con la nuova nomina ottenuta ad Amsterdam, dove il suo nuovo cammino comincerà a fine novembre, con la “sua” Sesta di Mahler (composizione che, da Bologna in poi, ha scandito tutta la carriera di Daniele Gatti).
    Direttore, e concerto, straordinario in un tutt’uno fra Gatti e le caratteristiche della National de France, fin nel bis: la sinuosità “francese” della frase con la quale il direttore dà vita, al Preludio 3 dei Maestri Cantori. Glielo avevamo sentito eseguire con orchestre di impostazione “tedesca” e Gatti, da grandissimo direttore, lo esegue ogni volta adattandone scansione e fraseggio allo stile dell’orchestra che ha davanti a sé.

    marco vizzardelli

    p.s. Dopo il concerto, Daniele Gatti ha ricevuto i complimenti di un ammirato Alexander Pereira. E a noi ascoltatori milanesi frequentatori del Teatro alla Scala continua a balenare, nella mente e nel cuore, una domanda rimasta senza risposta.

  2. der rote Falke ottobre 13, 2014 a 9:17 am #

    Serata sconvolgente.

    Pubblico munifico e riccastro che parte un po’ distratto e addormentato. Tra i presenti: Monti, Micheli, Fornero, Bracco, Calabi, Zanolini, Fazzari. Per la Scala un entusiasta Bruno Casoni in palco reale e un ritardatario Pereira (compare nel suo palco solo per l’ultimo dei tre brani in programma).

    Nella prima parte “Petruška” di Stravinskij. Gatti e i francesi ne danno un’interpretazione che riesce a unire un aplomb tecnico invidiabile con una urgenza narrativa febbrile. La storia della maschera si dipana nelle quattro scene in maniera plastica, col direttore che lega la partitura in un continuum dove, finalmente, cambi di tempo e sovrapposizioni ritmiche non ingenerano ansia per la coordinazione orchestrale (avete presente quando ti ritrovi lì ad aspettare se alla fine sul battere ci arrivano tutti insieme?), ma svelano quel mondo folklorico multicolore che costituisce il fascino vero della partitura. In particolare credo di non avere sentito in vita mia dal vivo una scena del Moro così inquietante pur nella limpidezza del suono. Durante tutto il brano Gatti esibisce – e con giusto orgoglio – delle prime parti da fare invidia. Dieci con lode alla clamorosa prima tromba, bravissimo il pianista, da brividi il primo fagotto; e non proseguo solo per problemi di spazio.

    Non si può dire che la Scala quest’anno sia stata avara di Richard Strauss, anzi. Un buon Chailly (il peggiore, comunque, nei concerti straussiani del 2014), un interessantissimo Jordan, un rivelatore Salonen. Il “Don Juan” di Gatti si colloca su questo livello di media eccellenza, pur tenendo conto di alcuni attacchi un po’ sporchi dell’orchestra e di una generale mancanza di tensione nella parte centrale della partitura. Interpretativamente, invece, mi sembra magnifica la sottolineatura di un clima di giovinezza incalzante eppure così prossima alla disillusione.

    Arrivati alla “Rosenkavalier-Suite” avviene il miracolo. Non solo l’orchestra riprende tutta la paletta virtuosistica già mostrata in Stravinskij, ma viene da Gatti portata a un livello di unità d’intenti onestamente impareggiabile. Il maestro non batte una battuta uguale all’altra, introducendoci in un moto che rimane circolare ma non dando punti di riferimento. Esistono (non tra i viventi) solo un paio di direttori che abbiano raggiunto questo livello trasfigurato della falsa viennesità. Gatti riesce a mettere la partitura sotto un immensa campana di vetro, dove la melodia (dall’Ohne mich al Hab’s mir gelobt a tutti gli altri temi) è talmente glaciale da provocare quell’inquietante nostalgia che certamente Strauss aveva in mente (e che tanto assomiglia alla nostalgia di Elektra per Agamemnon…). Probabilmente si tratta del vertice concertistico degli ultimi anni nel Piermarini. Il pubblico letteralmente dà fuori di matto dopo l’ultimo accordo, con ovazioni ad altissimi decibel, urla di ‘fenomeno’ (credo di intuire chi abbia gridato), e tutti in piedi ad applaudire.

    Ora desidero rubarvi ancora un po’ di tempo per una riflessione. Io non so cosa stia succedendo a Daniele Gatti. Personalmente non lo conosco; gli sono artisticamente affezionato perché mi ha sempre colpito la serietà del suo studio della partitura (quanto conta essere diplomati in composizione per fare i direttori!!!) e l’originalità delle sue idee interpretative. In passato gli ho spesso perdonato alcune tendenze estremistiche, perché alla fine uscivo arricchito di un nuovo punto di vista. E – siamo onesti – di quanti esecutori musicali possiamo dirlo? Ma l’evoluzione che sta avendo in questi ultimi anni e mesi è per me un fenomeno nuovo, quasi terrorizzante. Vedo in lui il convergere inspiegabile di certo Giulini, certo Abbado, certo Sinopoli. E l’esperienza più vertiginosa è che a ogni prestazione sembra che decolli verso nuove vette. Tanto che quando regala al pubblico come bis il sublime preludio al terzo atto dei Meistersinger eseguito come manifesto del far musica, e quando sull’ultimo accordo alcune lacrime di commozione gli rigano il viso, e quando in sala molti singhiozzano dalla gratitudine in un silenzio quasi religioso; beh, lì non posso far altro che dirvi: questo ex ragazzo sta diventando il migliore del mondo.

  3. E. ottobre 13, 2014 a 9:17 am #

    Concordo in pieno con quanto scritto dal Sig. Vizzardelli: una serata da togliere il fiato, coinvolgente, coronata da un festante, roboante successo, con il pubblico in visibilio, contento e che non smetteva più di applaudire calorosamente gli orchestrali e Daniele Gatti. Gatti che, a onor del vero, ogni volta di più mi meraviglia ed affascina per intelligenza, tecnica, sensibilità musicale, genialità nelle scelte: credo sarà difficile, se non impossibile, poter ascoltare nuovamente uno Stravinskij ed uno Strauss eseguiti in simil maniera.

  4. marco vizzardelli ottobre 13, 2014 a 9:24 am #

    Condivido pienamente, e sottoscrivo la riflessione conclusiva di Rote Falke
    Quella domanda “cosa sta succedendo” e la relativa risposta hanno attraversato anche la mia mente e quella di diverse persone con cui ho parlato dopo il concerto e in particolare dopo la sconvolgente lettura del “Cavaliere”.

    marco vizzardelli

  5. silvia ottobre 13, 2014 a 12:23 pm #

    Una bella intervista, molto milanese: http://www.ilgiorno.it/milano/intervista-daniele-gatti-1.294063#1.

  6. silvia ottobre 13, 2014 a 12:25 pm #

    Qui invece la recensione del medesimo programma (bis ovviamente escluso) eseguito due giorni prima a Udine: http://messaggeroveneto.gelocal.it/tempo-libero/2014/10/12/news/i-fuoriclasse-dell-orchestra-di-francia-1.10106263.

  7. marco vizzardelli ottobre 13, 2014 a 2:39 pm #

    Bene il Messaggero Veneto. Nella lode all’orchestra tutta (in particolare nei due Strauss), vuole una menzione una strumentista eccezionale: l’oboe Nora Cismondi, struggente nel suo tema nel Don Juan poi magnifica anche nella Suite del Cavaliere

    marco vizzardelli

    • Biagio ottobre 13, 2014 a 5:14 pm #

      Confermo per ascolto radiofonico: magica!

  8. E. ottobre 13, 2014 a 2:44 pm #

    Alla luce della struggente bellezza della Suite straussiana di ieri, mi chiedo a quando un bel debutto del maestro Gatti nell’intera partitura del Rosenkavalier: saprebbe comunicarci molto di nuovo.

    • Biagio ottobre 13, 2014 a 5:13 pm #

      Vedi, E.? Anche qui viene fuori la grandezza di Gatti. Non brucia le tappe, non corre verso traguardi di immagine. Aspetta, come chi sa che solo il tempo vissuto e giudicato può portare alla reale maturazione. Per questo capisco il tuo desiderio e lo condivido (io il concerto, per motivi economici, ho potuto godermelo solo per radio). Ma allo stesso tempo so che il maestro lo affronterà solo se e quando si sentirà davvero pronto. Comunque lasciatemi sognare: che Gatti col Concertgebouw compia su tutto Strauss/Hofmannsthal la stessa rivoluzione concettuale che con la stessa orchestra ha compiuto Harnoncourt con Mozart/Daponte.

      • E. ottobre 15, 2014 a 4:42 pm #

        Hai perfettamente ragione, Gatti ha sempre avuto l’intelligenza e la prudenza di non fare mai debutti affrettati (a differenza di molti giovani e rampanti direttori che infestano i nostri teatri: prendano esempio da lui, siano più umili e meno precipitosi!). E’ auspicabile che il tuo sogno si concretizzi e diventi realtà; per conto mio, la direzione di “Elektra” di Gatti a Salzburg è stata una vera e propria rivelazione: a pensarci mi viene ancora la pelle d’oca!

  9. masvono ottobre 13, 2014 a 5:26 pm #

    Bella l’intervista da “milanesùn” sul “Giorno” , godibile fino in fondo come è giusto dai milanesi. Mi dispiace solo l’assenza di citazione per la straordinaria “Stradivari”, che fu l’orchestra d’archi attraverso la quale iniziammo a conoscere questo straordinario maestro e di cui ancora ricordo riuscite folgoranti, una su tutte le “Metamorphosen” con Brunello per l’occasione violoncellista di fila. Un Gatti allora sensibilmente diverso dall’attuale, ma già eccezionale nell’unione di un temperamento assoluto con flessibilità e fantasia fuori dal comune .

    Saluti
    -MV

  10. proetabarbun ottobre 14, 2014 a 10:30 am #

    probabilmente ciò che davvero manca a Gatti per raggiungere quel posto in cui tutti lo vorreste è l’appoggio dei salotti, più o meno male illuminati, di cui gode quell’altro per lunga frequentazione e consuetudine familiare.

    • masvono ottobre 14, 2014 a 7:50 pm #

      No Proeta. A Gatti non manca nulla. I rivoluzionari in “pantofole di velluto rosso” scelgono i bolsi routinier. Nel 1968 sceglievano trentacinquenni e ai piedi forse avevano ciabatte. Saluti.

      -MV

  11. francesco lattuada ottobre 15, 2014 a 10:01 am #

    maxvono puoi anche evitare di continuare a dire certe scemenze: la scelta del direttoro musicale dipende dal sovrintendente, oggi come nel 1968: che non so quali pantofole usi Pereria, tu lo sai?

    • masvono ottobre 15, 2014 a 10:31 am #

      Guarda che non è che abbiamo l’anello al naso e il teatro viva in un rifugio antiatomico: i rappresentanti dell’orchestra vengono sentiti. Eccome! O è una scemenza??
      Bye

      -MV

  12. Pietro Tristano ottobre 15, 2014 a 12:57 pm #

    Pur comprendendo che la polemica tra Lattuada e Vono è un po’ una storia a sé, devo dire che il tema che è emerso in questi ultimi post non è esattamente banale.
    Il pubblico infatti potrebbe chiedersi quale autorevolezza, quale peso, quale incidenza possieda l’Orchestra del Teatro alla Scala riguardo a certe scelte artistiche fondamentali. Mi spiego: troverei certamente fuori luogo che un’orchestra pretendesse di mettere becco sui titoli di una stagione, ma che si ritiri totalmente dal dire la sua sul direttore musicale del proprio teatro non è bello.
    Ed esattamente questo è un altro punto per cui ai loggionisti l’orchestra sta attualmente sul piloro, cioè l’essere apparentemente combattivissima per diritti discutibili (mense, primimaggi, eccetera) mentre totalmente rinunciataria e inerte sul fronte della proposta e della dinamicità del dibattito artistico interno.
    Tutti sanno, per esempio, che l’attuale direttore principale designato non ha il gradimento dell’orchestra. Perché non l’ha? Non perché vi sia qualcun altro che l’ha, ma perché l’orchestra negli ultimi anni non è riuscita a indicare alcuno. Salvo scodinzolare intorno a molti.
    Anche questa passività – cari Lattuada e Vono – si paga.
    Post scriptum: le pantofole di Pereira sono certamente in pelle di cavallo.

    • Pietro Tristano ottobre 15, 2014 a 1:01 pm #

      Fermo restando, s’intende, che l’unico candidato adeguato è indiscutibilmente Daniele Gatti. Ma a che vale ripetercelo ogni volta che lo ascoltiamo dal vivo o attraverso i media, se poi queste posizioni apicali si decidono con criteri massonici invece che artistici?

  13. silvia ottobre 15, 2014 a 9:12 pm #

    Carissimo Pietro, sottoscrivo ancora una volta il tuo ragionamento.

  14. francesco lattuada ottobre 16, 2014 a 4:55 pm #

    l’unica orchestra che sceglie il direttore sono i Berliner, che io sappia: qualcuno di voi ha notizie differenti?

    il sovrintendente della Scala, ha certamente tutte le facoltà e i modi per avere un’opinione dell’Orchestra, nel momento della scelta del Direttore Principale, ma certamente non deve chiederlo ai sindacati, che l’unica cosa di cui dovrebbero preoccuparsi è quello di difendere i diritti e il salario dei dipendenti, e non espreimere giudizi di carattere artistico.
    certamente se talvolta certe scelte “artistiche” vanno in conflitto con diritti e salario alcuni protestano (è capitato ad esempio all’epoca Meli, e sta proseguendo oggi, con gli evidenti problemi di governance presenti dalle parti del Piermarini da un pò….)

    per Vono, ma non solo, vi posto un bell’articolo uscito oggi su ilManifesto, a firma Vincenzo Vita, e che mi pare dica cose importanti e serie sull’argomento “sindacato nei teatri d’opera”: il titolo è appunto

    La sinfonia del sindacato
    In qualsiasi luogo del mondo (intonati o meno che si sia) chiunque sa canticchiare “Hey Jude” o “Let it be” o “Ticket to ride” dei Beatles, in quella specie di esperanto che è l’international English. Ma l’italiano non è da meno, se si intonano ‐ad esempio‐ la “Marcia dell’Aida” o “La donna è mobile” o “Va’ Pensiero”. E vi è una comunità italofona, che studia la lingua proprio per apprezzare l’Opera: dalla Svezia, al Giappone. Stiamo parlando, dunque, di uno dei punti chiave dell’identità culturale profonda dell’Italia: quella bella e pacifica, nell’epoca delle identità violente. Elementare? Non tanto, in verità. Visto che le Fondazioni lirico‐sinfoniche stanno affogando in 330 milioni di euro di debiti, e visto che l’Orchestra e il Coro del Teatro dell’Opera di Roma (la Capitale, giusto per dire) sono stati ‐lo scorso 2 ottobre‐ licenziati in tronco. Forza lavoro eccedent(?). Rispetto a che, visto che il Teatro esiste in quanto –appunto‐ c’è chi lo fa esistere? Tuttavia, né il ministro Franceschini, né il sindaco di Roma Marino, né l’amministratore delegato Fuortes sembrano tenerne conto. E’ l’ideologia del tempo, in base alla quale la colpa dei dissesti finanziari cade su chi lavora. Per inciso, le retribuzioni italiane sono meno alte che nel resto d’Europa. Se mai, si rifletta sull’organizzazione del processo produttivo e sulle male gestioni. Già nel dibattito che portò alla legge 100 del giugno 2010 (Ministro dell’epoca Bondi) si era fatto presente che prima o poi il bubbone sarebbe scoppiato. Si preferì la “tolleranza repressiva”, per dirla in bella copia. La stessa legge 112 dell’ottobre del 2013–Ministro Bray‐ si è risolta nell’eterogenesi dei fini: al finanziamento possono accedere le Fondazioni che hanno messo in atto il risanamento. Quindi, ti sveni per avere le risorse, che forse arrivano post mortem. E’ un’aporia drammatica e grottesca, che fa pensare al film cult di Mike Nichols “Comma 22”. L’ipotesi, poi, degli accordi periodici con orchestre tratte dal mercato è una forma di esternalizzazione degna di Mrs.Thatcher e contraddice i vasti studi sull’economia politica della cultura, di cui pure il sovrintendente è maestro. L’Opera e la Lirica hanno un ciclo del valore ben diverso dalle merci materiali e sono difficilmente
    riproducibili. Attengono alla qualità democratica, nonché alla coscienza culturale. Con parole sue ne ha sempre parlato il dimissionario Muti. A meno che il futuro stia nell’affitto della buca degli orchestrali, come è successo nell’anniversario della nascita di Verdi. Piuttosto, i media e la scuola potrebbero dare una mano: è sempre in lista di attesa la riforma dei Conservatori e della musica “totale”, come scriveva il grande Giorgio Gaslini. Insomma, un intervento pubblico è cruciale, accompagnato da un serio ripensamento, che deve sanzionare ben altri rivoli di spesa e di spreco. Si legga la stampa internazionale, da “The Guardian”, al “New York Times, alla “Frankfurter Allgemeine Zeitung” che ha scritto che a nessun tedesco verrebbe mai in mente di licenziare l’orchestra pubblica. Le tre federazioni internazionali che rappresentano i lavoratori dello spettacolo dal vivo hanno chiesto alle autorità italiane di ritirare i licenziamenti. Un invito da sottoscrivere, oggi che sono convocate le parti sociale per le procedure formali. Ad aprire la stagione non sarà l’”Aida”, bensì la russa “Rusalka”. Il Coro sarà sostituito dall’Armata Rossa, con “Internazionale” incorporata?
    Vincenzo Vita

    • masvono ottobre 16, 2014 a 7:02 pm #

      Quali sono le “cose importanti” che dice quest’articolo? Viene pubblicato ancora “il Manifesto”? Chi sei, l’unico acquirente? Il futuro per me può ben essere *affittare la buca d’orchestra* per farci una bella serata da disco music, anche nell’anniversario di nascita di Giuseppe Verdi.

      Nel quale anniversario all’Opera di Roma *non era programmato NULLA* (e alla Scala si dava la prima di un balletto, per inciso).
      Meglio le cubiste, molto meglio, che IL NULLA.

      Saluti

      -MV

  15. proetabarbun ottobre 16, 2014 a 5:28 pm #

    ammazza, che spiritosone Vincenzo Vita…
    peccato che anche lui non sappia nulla di ciò che succede al di fuori del mondo ovattato e protetto delle Fondazioni e del relativo controllo sindacale che è possibile effettuare all’interno di esse.
    non una parola sugli ammortizzatori sociali, non una parola su tutti quelli che eseguono “uno dei punti chiave dell’identità culturale profonda dell’Italia” in altri Teatri che non siano quelli finanziati dal FUS e regolamentati dal contratto nazionale, non una parola su tutto il resto del mondo musicale e dello spettacolo che i finanziamenti se li sogna, non una parola sull’utilizzo di denaro pubblico per qualcosa che, statistiche alla mano, viene fruito da una ristrettissima cerchia di cittadini.
    è un articolo di una banalità disarmante che per difendere le maestranze artistiche non sa far altro che ripetere la solita litania della mala gestione, che sarà pure reale ma certo per decenni è tollerata dalle maestranze stesse che fino che non gli han toccato contratto e posto di lavoro si son ben guardate dal denunciarla.

  16. francesco lattuada ottobre 16, 2014 a 6:02 pm #

    bè, caro Proeta, il buon Vita qualche parola su una riforma complessiva del sistema musicale italiano nel suo complesso la scrive, e mi pare con cognizione di causa, citando Giorgio Gaslini….
    è chiaro che però l’articolo è incentrato sulle recenti vicende romane, e traccia con chiarezza il disegno che da Bondi in poi è stato messo in atto per distruggere il sistema del FDL, dando la colpa ai lavoratori (e ai sindacati come fa genericamente anche lei) piuttosto che a chi ha gestito malamente le risorse

  17. francesco lattuada ottobre 16, 2014 a 6:05 pm #

    “il mondo delle FLS” scusate gli errori di battitura (dannata fretta….)

  18. proetabarbun ottobre 16, 2014 a 6:12 pm #

    sulla riforma di Conservatori Vita farebbe bene a tacere visto che di fatto è stata realizzata da un suo compagno di partito dal nome ingombrante (male e in maniera confusa e ancora una volta con il beneplacito dei sindacati che hanno solo tenuto a conservare lo status quo dei professori di ruolo buttando tutti gli altri, me compreso, nell’inferno delle graduatorie e di contratti occasionali e cocoqualcosa).
    cosa c’entri poi la musica totale di Gaslini non si sa, se non per via dell’inserimento del jazz nei conservatori, di fatto promosso dal musicista scomparso di recente, nell’epoca in cui la musica totale è diventata realtà ovunque (trann che nelle sue care Fondazioni) e ben oltre l’immaginazione di Gaslini stesso.

    quanto alle colpe io credo, e l’ho già detto, che i sindacati siano ampiamente implicati nello sfascio e anzi, in un certo senso lo siamo tutti, intesi come cittadini italiani.
    ogni tanto prendersi almeno la propria parte di responsabilità non farebbe male, altrimenti è la solita rissa da talk-show o da commenti sui social network, dove la responsabilità è sempre degli altri e la ragione sempre di ciascuno.
    e tutto resta fermo con grande godimento di una parte e grande frustrazione dell’altra.

  19. francesco lattuada ottobre 16, 2014 a 7:13 pm #

    lo siamo tutti, dunque anche io e lei, complici dello sfascio: però c’è qualcuno che forse ha qualche responsabilità maggiore, o no?

  20. proetabarbun ottobre 16, 2014 a 7:42 pm #

    non lo so, me lo dica lei.
    io posso assumermi la mia.

  21. francesco lattuada ottobre 17, 2014 a 5:01 am #

    e in che modo se la assumerebbe, di grazia?

  22. proetabarbun ottobre 17, 2014 a 10:13 am #

    laddove se ne presentasse l’occasione non avrei difficoltà a farlo, per ciò che mi compete, a patto che lo facciano anche gli altri.
    un buon modello per l’Italia sarebbe la famosa “Truth and Reconciliation Commission” creata in Sud Africa per mettere fine ai conflitti dopo decenni di apartheid.
    certo qui ancora non siamo passati alle armi ma il clima è comunque talmente conflittuale che poco ci manca.
    comunque i luoghi di questa assunzione di responsabilità non sono talk show e blog.

    • Francesco ottobre 17, 2014 a 7:53 pm #

      Laddove se ne presentasse l’occasione sarò lieto di discutere di tante cose con lei, al di fuori di qst blog: forse conoscendosi di persona ci capiremmo meglio ( sono un inguaribile ottimista, e spero sempre nella ricomposizione delle varie anime della sinistra sinistrata ahimè da troppo tempo, e anche le nostre punzecchiature su questo non luogo telematico sono testimonianza di quante diversità vi siano in coloro che si dicono di sinistra….)

  23. proetabarbun ottobre 17, 2014 a 9:44 pm #

    mi dispiace, io invece sono pessimista e non credo più in quella ricomposizione.
    non credo peraltro che l’occasione di cui lei parla si presenterà.

  24. francesco lattuada ottobre 18, 2014 a 5:50 am #

    quindi non avrà mai modo di assurmesi le sua (spero modeste) responsabilità per lo sfascio italico, e potrà continuare a dar la colpa a noi cigiellini da questo blog…..
    buon nichilismo allora!

  25. Biagio ottobre 18, 2014 a 7:30 am #

    Si parte da un concerto memorabile, e si giunge alla discussione sull’utopia del ricongiungimento delle anime della sinistra italiana.
    Sic transit gloria mundi…

    • Francesco ottobre 18, 2014 a 8:07 am #

      Siccome i concerti (anche quelli memorabili..) si fanno spesso nei teatri italiani, che in questo momento sono in gravissime difficoltà, e che in molti vi é l’opinione che le responsabilità della crisi siano anche e anzi soprattutto dei ‘privilegiati’ dipendenti delle fondazioni, e ancor di più di quelli supersindacalizzati ( in pantofole di velluto rosso….), vi sottopongo un’interessanre intervista alla flautista di Trieste, RSU per una sigla diversa dalla mia, ma che mi pare molto interessante e utile alla comprensione dei nostri problemi.

      Buona lettura e buon sabato

      INTERVISTA E RIFLESSIONI CON LA SINDACALISTA DANIELA ASTOLFI

      Tutto quello che avreste voluto sapere sul sindacato e non avete mai osato chiedere.

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      In queste ultime settimane le ferali notizie dal Teatro dell’Opera di Roma hanno quasi monopolizzato l’attenzione di pubblico e addetti ai lavori. La grande visibilità data alla vicenda da tutti gli organi d’informazione e giornalisti – anche e soprattutto quelli generalisti, che normalmente di opera non si occupano mai e in ogni caso non distinguerebbero un teatro da un barattolo – ha creato un’enorme sovraesposizione dei problemi (che esistono da… sempre!) delle fondazioni e dei teatri in generale.
      In particolare contro il sindacato è partita una vergognosa campagna denigratoria, che ha raggiunto toni di esasperata violenza verbale sui social network, favorita anche dall’anonimato e fomentata dalla rabbia terribile che proviamo per la tragica contingenza economica, che toglie a tutti serenità. Le poche volte che si sono visti interpellati, i sindacalisti (anche sulle reti televisive nazionali) sono stati vilipesi a prescindere da tetri personaggi che hanno fatto della provocazione gratuita il loro profumatamente pagato mestiere.
      OperaClick ha pensato di dare la parola proprio a un(a) sindacalista.
      Daniela Astolfi, flautista nell’Orchestra del Teatro Verdi di Trieste, rappresentante Rsu Libersind Confsal del Verdi e segretario provinciale Libersind Confsal, ha accettato di rispondere a qualche domanda anche scomoda.

      Daniela, entro subito a gamba tesa e le faccio una domanda fastidiosa. Queste indennità (chiamiamole col loro nome, perché se le definissi privilegi mi risponderei da solo) di cui si parla e straparla ci sono davvero ancora? Se sì, ce le può spiegare nel dettaglio, con qualche esempio?
      La domanda non risulta particolarmente fastidiosa anzi ho piacere di chiarire quanto una campagna mediatica diffamatoria sta riportando in questi giorni con finalità puramente strumentali che hanno l’unico scopo di giustificare la decisione vergognosa e illegittima del Sovrintendente e del CDA dell’opera di Roma di licenziare i 182 colleghi di Coro e Orchestra.

      Diciamo che alcune indennità sono previste dal Contratto di lavoro nazionale e altre dai contratti integrativi. Sarebbe poi da chiarire che i contratti nazionali per le Fondazioni Lirico Sinfoniche non vengono rinnovati da oltre dieci anni, il costo della vita è aumentato e i nostri stipendi sempre fermi e nel rinnovo non sarà previsto alcun adeguamento economico. I contratti integrativi sono concordati in azienda e firmati non solo dai sindacati ma anche dalla Direzione della Fondazione, qualsiasi indennità in essi contenuta non è decisa solamente dalle organizzazioni sindacali ma concordata con i dirigenti in base alle risorse economiche disponibili. Per quanto riguarda Trieste non abbiamo indennità particolari, l’unica voce “indennità” che trovo nella mia busta paga è l’indennità strumento prevista dal contratto nazionale. Probabilmente chi legge i giornali, dove siamo dipinti come fannulloni e privilegiati, non sa che i professori d’orchestra utilizzano i propri strumenti musicali che hanno un costo. Ad esempio io suono il flauto, l’ottavino e il flauto in sol che in totale valgono più di 30.000 euro e che necessitano di manutenzione continua. Ogni mese in busta paga ricevo una somma minima di 60 euro lordi per i miei strumenti. Penso che in tutta la mia carriera lavorativa con questa indennità non ammortizzerò i costi sostenuti per l’acquisto e la manutenzione degli strumenti, così come non succederà ai miei colleghi che suonano strumenti ad arco o l’arpa che sono di gran lunga più costosi e che richiedono l’acquisto continuo delle corde. Lo stipendio medio a Trieste di un professore d’orchestra è di 1800 euro comprese le indennità e per un artista del coro di 1500 euro, non mi sembrano retribuzioni faraoniche.

      In qualità di dipendente di una fondazione lirica prima e di sindacalista poi, quali sono state le sue reazioni dopo la notizia del “pasticciaccio brutto” romano? Qualcuno, da una parte o l’altra della barricata, ha esagerato?
      La mia prima reazione è stata d’indignazione verso la Dirigenza e il CDA e contemporaneamente di grande preoccupazione per i 182 colleghi dell’opera che verranno licenziati senza che ci sia stata una seria trattativa sindacale. Ho pensato a quale genere di classe dirigente ancora amministra alcune Fondazioni, alle laute retribuzioni dei suoi componenti e all’incapacità di Fuortes di stabilire un confronto con i rappresentanti dei lavoratori o magari adottare su delibera del CDA soluzioni diverse dal licenziamento. Fuortes quando s’insediò parlò di pareggio di bilancio per il 2014, in seguito la Fondazione del Teatro dell’Opera ha aderito alla legge Bray per i debiti pregressi ma la Dirigenza e le organizzazioni sindacali non sono riusciti a redigere un piano aziendale condiviso perché a parere di alcune sigle sindacali il piano proposto dalla Direzione era privo di contenuti quindi non sottoscrivibile. Non sono così sicura che Muti abbia lasciato l’Opera di Roma per le rimostranze di coro e orchestra avvenute negli ultimi mesi. Fuortes ormai colpevolizza per qualsiasi cosa i lavoratori, dice che lavorano poco, ma chi organizza il lavoro? Non è lui? Non è forse suo compito programmare più attività per impegnare coro e orchestra? Dice che concede tanti permessi artistici perché i dipendenti si esibiscono altrove, ma è lui che li concede e li firma, non è contento che i “suoi” musicisti vengano richiesti altrove a dimostrazione delle loro capacità? A Trieste quando un dipendente chiede un permesso per motivi artistici non percepisce la retribuzione nei giorni di permesso. A Roma ci troviamo di fronte all’ennesimo attacco ai lavoratori, le responsabilità delle cattive gestioni economiche delle varie amministrazioni che si sono succedute ricadono ora su coro e orchestra usati come capro espiatorio. La legge Bray tra l’altro prevede sì la razionalizzazione del personale artistico, ma inteso come massimo utilizzo, non come drastico licenziamento.
      Il compito della Direzione è di confrontarsi con le rappresentanze sindacali, non quello di edulcorare la pillola giustificando licenziamenti a mio avviso illegittimi, e creando un modello eventualmente esportabile in altre Fondazioni. Il braccio di ferro, sia da una parte sia dall’altra deve arrivare sino a un certo punto, dopodiché si devono trovare delle soluzioni che non possono coincidere con il licenziamento di coro e orchestra. Pensare di precarizzare il lavoro ricercando in tal modo economie e nuove forme organizzative è un metodo antieconomico e in antitesi con quanto avviene nei maggiori Teatri europei. Le professionalità dei lavoratori vanno valorizzate aumentando la produttività, salvaguardando la storia e la tradizione delle Fondazioni cercando di attirare pubblico, sponsor e consensi.

      Come mai a Roma hanno pensato di lasciare a casa in blocco orchestra e coro senza toccare tecnici, artigiani e le altre masse che compongono l’organico teatrale?
      Considero ciò che è successo a Roma un’azione punitiva e un attacco al settore. Fuortes – sbagliando, a mio parere – sostiene che orchestra e coro costino eccessivamente in rapporto alla produttività. In realtà la programmazione è decisa dalla dirigenza e la tipologia di lavoro tra amministrativi/tecnici e gli altri è del tutto diversa perché coro e orchestra, per esempio, necessitano di ore di studio e pratica al di fuori della presenza fisica in teatro.

      Si dice che i teatri siano pieni di lavoratori in eccesso assunti per raccomandazioni politiche. Si dice anche che vi siano molti fannulloni. È vero? Nel caso vi sia un fondo di verità, si può risolvere il problema analizzando i singoli casi senza colpire in massa?
      Mi pare ovvio ribadirlo, ma a quanto mi consta i lavoratori entrano in teatro attraverso selezioni e/o concorsi. A lei risulta diversamente? Sono gli incarichi dirigenziali che, diciamo così, cadono dall’alto. Qualche volta succede che le persone siano competenti, altre volte… meno. E non voglio eludere la sua domanda: se qualche singolo sbaglia è giusto che paghi di persona, ma varrebbe per tutti, mica solo per i lavoratori meno protetti.

      Mi corregga se sbaglio, mi pare che l’ultimo sciopero al Teatro Verdi di Trieste risalga al 2010. C’è un motivo per cui la conflittualità a Trieste è meno pronunciata rispetto ad altre fondazioni?
      Penso che gli scioperi siano l’ultima arma alla quale i sindacati debbano ricorrere quando non riescono a portare a termine una trattativa. Perseverare con gli scioperi a volte è inutile o anche deleterio. A Trieste lo sciopero del 2010 fu dichiarato contro la legge 100 che penalizzava le Fondazioni e non a causa di malumori interni al Verdi. Non è assolutamente vero che all’interno del Verdi non ci sia un confronto, a volte anche serrato, con la Direzione ma fortunatamente siamo riusciti a instaurare un rapporto costruttivo tra le parti volto alla risoluzione delle problematiche aziendali. Per la stesura del piano aziendale previsto dalla legge Bray la RSU, il Sovrintendente Orazi e il Direttore Operativo Tasca hanno affrontato riunioni fiume protrattesi per vari giorni sino a trovare una soluzione condivisa che salvaguardasse i posti di lavoro pur penalizzando i lavoratori a causa del taglio di una parte della retribuzione integrativa che sarà progressivamente recuperata attraverso economie interne. Fortunatamente il Sovrintendente Orazi non si è comportato come Fuortes e la RSU si è dimostrata compatta e responsabile.

      Spesso si leggono dichiarazioni online e sulla carta stampata in cui i sovrintendenti sostengono che “si vorrebbe far lavorare di più coro e orchestra ma i costi sono eccessivi”. Che significa? Glielo chiedo perché le persone normali, che delle dinamiche interne a un teatro non sanno nulla, faticano a comprendere.
      Non solo i Sovrintendenti “vorrebbero far lavorare di più”, qui al Verdi la RSU insiste quotidianamente su questa linea e pochi mesi fa i lavoratori hanno firmato una richiesta al Sindaco e al Sovrintendente nella quale chiedevano di produrre di più. La risposta della Direzione data alla RSU è che il rapporto tra costi di produzione artistica ed entrate è in difetto, costa di più produrre che avere entrate, fatto salvo per realtà che lavorano su bacini d’utenza molto grandi e con regimi fiscali maggiormente contenuti.
      Il fatto è che a Trieste nel corso degli anni gli organici sono stati ridotti ai fini del risparmio. Le faccio alcuni esempi: i componenti del coro dovrebbero essere 76 e oggi sono 57; l’orchestra dovrebbe contare su 101 elementi e attualmente ce ne sono 83, i tecnici sono passati da 79 a 63. E così via, perché vale per gli amministrativi e i maestri collaboratori. Addirittura il corpo di ballo che contava 12 elementi oggi non esiste più. Di conseguenza per aumentare la produzione in molte opere ci si dovrebbe rivolgere, tramite selezioni e audizioni, a personale esterno con contratto a tempo determinato, che significa costi aggiuntivi.
      La realtà è che i teatri d’opera producono un genere musicale che necessita di sovvenzioni adeguate, e questo dovrebbero capirlo i nostri politici che negli anni hanno tagliato il FUS. I costi non sono solo quelli del personale come si fa credere, ci sono costi per la sicurezza del Teatro, per il mantenimento in sicurezza dei macchinari di palcoscenico, i costi delle scene, registi, direttori d’orchestra. I soggetti impegnati per la messa in scena di uno spettacolo sono tantissimi. A Trieste si sono fatte economie su tutte le figure impiegate nell’esecuzione degli spettacoli, garantendo al pubblico un’ottima qualità. Non è necessario pagare un direttore d’orchestra o regista decine di migliaia di euro per avere un buon risultato. Bisogna poi pensare che il pubblico ha una capacità di spesa ridotta, vista la crisi generale del paese. Sarebbe giusto fare un lavoro di formazione con il pubblico del futuro ossia un lavoro con le scuole e i giovani che purtroppo sono abituati a format TV basati su soap opera, Grande Fratello, Amici e generi simili. Al Verdi è stata appena presentata un’interessante stagione sinfonica che andrà a integrare la stagione lirica che a breve sarà presentata. Si è iniziato inoltre a presentare al pubblico una serie di concerti con brani contemporanei al Ridotto del Verdi. Il pubblico va abituato al teatro, sono stata positivamente colpita durante la trasferta in Oman che il Verdi ha appena effettuato. Il teatro di Muscat, un teatro recente che s’impegna in produzioni lirico-sinfoniche, presenta dei “Family Concert”, cioè dei brevi concerti sinfonico corali, ogni brano viene presentato e spiegato e l’afflusso del pubblico va via via aumentando perché la gente inizia a conoscere e apprezzare la musica. Il pubblico a Trieste ci è stato sempre vicino, così come Regione e Comune.

      Come si devono interpretare, a suo parere, le grandi e innegabili differenze di produttività tra la maggior parte dei teatri italiani e quelli stranieri? È solo una questione di risorse o c’è altro?
      All’estero i fondi statali, regionali e comunali per la cultura sono di gran lunga superiori a quelli erogati in Italia.
      Ricollegandomi alla vicenda dell’Opera di Roma, vorrei evidenziare che Dominique Meyer, sovrintendente della “Staatsoper di Vienna”, a smentita di quanto affermato da Fuortes, ha recentemente dichiarato che i più importanti Teatri d’opera d’Europa che ambiscono a una grande produzione e a un livello artistico d’eccellenza sono dotati di masse artistiche stabili. Continuo a chiedermi se chi ha deliberato di procedere ai licenziamenti all’Opera di Roma conosca questi particolari o abbia mai visitato i maggiori teatri d’Europa.
      In Italia serve una volontà politica che sostenga la cultura e le Fondazioni lirico sinfoniche; credo che se ciò avvenisse i lavoratori sarebbero i primi a proporre accordi, anche penalizzanti dal punto di vista economico-normativo, finalizzati alla conservazione del loro posto di lavoro. In tanti teatri italiani, a riprova di quanto ho appena affermato, i lavoratori hanno già accettato decurtazioni degli stipendi pur di mantenere il lavoro e questo è sintomatico dei loro propositi a differenza di quelli messi in atto dalla dirigenza dell’Opera di Roma.

      Secondo la sua esperienza, com’è percepito all’esterno (dalla gente comune, voglio dire) il lavoro del professore d’orchestra o del coro?
      Il nostro lavoro è poco conosciuto: ultimamente siamo dipinti come privilegiati, la stampa cerca il fenomeno, il caso, sminuendo le nostre professionalità; i politici, d’altro canto, vogliono dimostrare che risparmiano quando invece tagliano solo sulla povera gente e non sui loro privilegi. Non credo che tutti conoscano i sacrifici che i musicisti fanno e nemmeno quelli che le loro famiglie sostengono per permettere loro di studiare e acquistare gli strumenti musicali. Un musicista continua a studiare per tutta la sua carriera e oltre all’espletamento del normale orario di lavoro è necessario che ogni giorno si eserciti anche a casa per presentarsi al meglio a concerti e spettacoli. La nostra professione è molto selettiva e faticosa: in molti iniziano a studiare nei conservatori ma pochi riescono a svolgere la professione perché per entrare in un’orchestra o un coro bisogna sostenere dure selezioni, il più delle volte lontano da casa.
      Essendo inoltre la formazione professionale fornita dai conservatori italiani insufficiente ad affrontare audizioni e concorsi, quasi sempre dopo il diploma è necessario che i neo diplomati frequentino corsi di specializzazione molto costosi. Il tutto nella speranza di poter vincere un posto di lavoro in uno dei pochissimi teatri italiani.

      I sindacati spesso sono divisi, quando non addirittura in perenne disaccordo. L’unità d’intenti del sindacato è un obiettivo raggiungibile o è una chimera?
      I sindacati sono ormai tanti perché le idee e le prerogative sono diverse e soprattutto, ci si confronta con realtà locali che hanno ognuna peculiarità specifiche. Credo che con l’attuale crisi del nostro paese sia difficilissimo non trovare compromessi per la risoluzione dei problemi. A volte i lavoratori pensano che i sindacati abbiano la bacchetta magica per risolvere l’irrisolvibile mentre spesso, come accaduto a Roma, ci si trova davanti a dirigenti che fanno dei lavoratori il capro espiatorio. L’unità sindacale arriva con il senso di responsabilità che un sindacalista deve avere pensando al posto di lavoro dei dipendenti che rappresenta e alla sopravvivenza dell’azienda. Credo che il dialogo tra le parti sia fondamentale così come la chiarezza d’intenti al fine di raggiungere un obiettivo condiviso.

      Mi dice un paio di iniziative che, a suo parere, sarebbe opportuno intraprendere per far capire alle persone che la chiusura di un teatro è una tragedia? Voglio dire anche per chi non ci ha messo e ci metterà mai piede.
      In Italia bisognerebbe iniziare a investire nella cultura affinché tutti ne comprendano l’importanza; proprio per il fatto che non si è proceduto in tal senso molte persone non sono mai state educate e stimolate a entrare in un museo o in un teatro, non hanno mai avuto la fortuna di ascoltare un’opera o un concerto o addirittura non hanno mai letto qualche libro. Più che di cultura si dovrebbe parlare di capitale culturale che ci permette di metter in relazione istruzione e produzione culturale. Il nostro patrimonio culturale deve essere uno strumento di sviluppo economico, di sviluppo sociale, uno strumento per far uscire i poveri dall’emarginazione e dalla povertà intesa in tutte le sue declinazioni. Con la chiusura dei teatri, di qualsiasi genere, si nega la possibilità ai normali cittadini di poter conoscere, apprezzare ed anche giudicare quanto di più bello è stato creato dai grandi geni dell’umanità.
      Le iniziative? Far conoscere l’opera e la musica in tutti i suoi generi sin dai primi anni di scuola, far entrare i ragazzi e le loro famiglie a teatro facendo conoscere loro le nostre radici culturali, invitandoli a essere curiosi e a fare delle scelte ponderate. Solo così si potranno rendere conto di quanto perderebbero se i teatri chiudessero.

      Ha mai pensato di trasferirsi all’estero?
      Io ho studiato anche all’estero ma mentre mi ci trovavo ho sempre avuto una gran voglia di tornare in Italia. Sono stata fortunata perché ho avuto la possibilità di trovare diverse opportunità di lavoro e pur non essendo nata a Trieste ho scelto di restarci perché adoro questa città, a fatica la lascerei. Ogni tanto, vedendo il disastro del mio paese mi verrebbe voglia di scappare all’estero dove i musicisti vengono considerati diversamente. Ma resto qui a perché amo il mio Teatro e vorrei che le cose in Italia cambiassero.

      Ogni tanto la politica si inventa qualche nuova formula. Di questi tempi è molto in voga la frase “fare sistema”. Secondo lei, come si potrebbe fare davvero sistema nel campo delle fondazioni liriche?
      Negli ultimi anni si sono susseguite varie leggi e decreti per la riforma delle fondazioni lirico-sinfoniche e per il loro risanamento economico. Devo dire che erano una più deleteria dell’altra. La legge Bray è stata l’unica a fornire strumenti reali, anche se discutibili, per il risanamento delle fondazioni in crisi finanziaria e Trieste ha dovuto aderire alle sue disposizioni.
      A mio avviso il punto di partenza per un’amministrazione coerente e virtuosa delle fondazioni lirico-sinfoniche dovrebbe essere la certezza della quantità e della corresponsione dei finanziamenti pubblici; non è possibile infatti conoscere lo stanziamento FUS anno per anno o ancor peggio, com’è avvenuto negli anni scorsi, scoprirne il taglio in corso d’opera dopo che contratti e accordi con terzi erano già stati stipulati. Gli enti locali e lo stato garantendo finanziamenti certi in tempi certi consentirebbero ai teatri di poter pianificare la loro attività in maniera virtuosa e a riparo da spiacevoli sorprese finanziarie.

      Bene, noi abbiamo finito qui, Daniela, ma può essere che sul sito di OperaClick o sui social network attraverso i quali condivideremo questa intervista i lettori eccepiscano o facciano ulteriori domande. Grazie per la disponibilità, buon lavoro e buona fortuna.
      Sono disposta a rispondere alle domande dei lettori, grazie a voi per l’opportunità che mi avete dato e per il lavoro che fate che è preziosissimo soprattutto oggi che l’opera sembra meritare sui mezzi d’informazione quattro righe distratte.

      Disponibile anche su Di Tanti Pulpiti, il blog di

      Paolo Bullo

  26. proetabarbun ottobre 18, 2014 a 10:12 am #

    Lattuada, vorrei precisare che non ho dato la colpa alla CGIL dello sfascio italico, ho detto che è implicata e corresponsabile.
    già il concetto di colpa mi è estraneo e la parola stessa – e chi la usa – mi fa pensare ai bambini e ai loro rapporti con dei genitori acriticamente autoritari.
    ma l’uso che ne viene fatto sui media (vedasi la scena penosa di Travaglio l’altra sera che verteva appunto su questo) io trovo che sia disgustoso e indicatore di un grosso scadimento del livello culturale, ridotto appunto al darsi la colpa dello sfascio nello stesso modo in cui lo fanno i bambini delle scuole elementari.
    in un paese di persone mature ci sarebbero dei luoghi di discussione pubblici dove si parla uno alla volta, nell’ambito del proprio ambito di competenza, e si valutano responsabilità, ognuno assumendosi la sua, cercando di ottenere una trasformazione che sia collettiva e non individuale o individualistica.
    io purtroppo, come le ho già detto, sono un free lance e non sono protetto da nessuno e nessun sindacato mi difende.
    questa è la ragione per la quale mi limito a scrivere le mie opinioni qui dentro (e altrove) coperto dall’anonimato.
    è l’unico modo che ho di difendermi dagli attacchi personali di quelli come lei che sono subito pronti a cercare il punto debole (sei un musicista scarsino, sei frustrato, non riesci a vincere il concorso etc…) per non dover entrare nel merito delle questioni.
    e come vedrà nell’altro post non sono l’unico e, anzi, c’è qualcuno che, molto più addentro di me alla dimensione scaligera, rincara la dose entrando nel merito di fatti attribuibili alla “responsabilità” della CGIL.
    personalmente non sarei un nichilista, anzi ho combattuto fieramente coloro che si proclamavano tali apertamente.
    ma certo un po’ di pessimismo me lo conceda, ormai lo sfascio è sotto gli occhi di tutti.
    il problema è fare un passo oltre e capire che non serve a nulla dare la colpa a qualcun altro ma piuttosto appunto riconoscere quanto ognuno di noi ne sia, almeno in parte, implicato e corresponsabile.

    • Francesco ottobre 18, 2014 a 11:44 am #

      Proet@:
      Se preferisce usare il termine corresponsabilità al posto dell’infantile colpa, ciò non toglie che dai suoi ragionameti appare pur sempre una grande sfiducia nel sindacato, che difenderebbe solo i ‘fissi’ infischiandosene dei ‘precari’;
      Come le ho già tentato di spiegare in Scala la mia organizzazione sindacale agisce diversamente: in orchestra ad esempio, credo di essere l’unico delegato che abbia degli iscritti sia stabili che aggiunti ( una ventina in tutto), cui spesso ho dato supporto sindacale e/o legale, e inoltre le nostre iniziative su temi quali l’art.18 o il primo maggio hanno appunto l’ambizione di essere battaglie per l’estensione dei diritti a chi non li ha.
      Ritengo che il sindacato sia nato dalle idee, ma é fatto dalle persone che le mettono in pratica, dunque credo che lei generalizzi un pó troppo quando parla del mio ‘fare sindacato’, attaccando spesso quel tipo di azione sindacale, che sia oggi che in passato, ha fatto infuriare pure me ( da qui le mie critiche alla Camusso e la mia speranza in Landini, che anche lei riconosce essere uno dei pochi sindacalisti validi attualmente, mi pare….)
      Mi dispiace che lei creda che io voglia attaccarla sul piano personale e/o professionale quando le dico che non posso verificare la sua coerenza tra idee e azioni se lei rimane anonimo:
      Quello che vorrei dire é invece che lei conosce molte cose della mia vita professionale e sindacale ( o almeno quelle di carattere generale attenenti la Scala e la CGIL), dunque può facilmente far emergere le tante contraddizioni che in effetti esistono, mentre io di lei non so nemmeno quali ambiti frequenta, musicali e/o politici, a parte qualche piccolo indizio, dunque le nostre discussioni sono sbilanciate.
      Immagino lei mi dirà nuovamente che occorre confrontarsi sulle idee e non occorre guardarsi in faccia apertamente, e che anzi l’anonimato permette maggior libertà e tutela, ma in fondo questo ragionamento non mi convince, e mi rimane il dubbio che le sue delusioni dipendano da episodi della sua vita personale, piuttosto che da grandi ideali.
      Spero non se l’abbia troppo a male dalle mie parole, e le auguro di (ri)-trovare dei soggetto politici e/o sociali in cui riconoscersi e/o lottare per una società più giusta.
      A tutt’oggi io mi riconosco ancora nella CGIL, almeno in quella dell’area Landini, Bellavita etc. e spero che si possano creare delle condizioni anche per un movimento politico che possa rappresentarmi ( oggi non lo vedo ancora, ma alle europee ho votato con molta speranza il greco, e mi auguro che da quella esperienza possa nascere qualcosa di decente…)
      Buon sabato
      Francesco

  27. proetabarbun ottobre 18, 2014 a 1:13 pm #

    Francesco, le mie delusioni derivano sia, come dice lei, da episodi della mia vita personale che da molte altre cose che vedo, leggo e sperimento nella vita di tutti i giorni.
    in tutti i modi io ho smesso di cercare la stabilizzazione molti anni fa e prima di entrare nell’ambito di cui stiamo parlando.
    tuttavia credo nell’importanza di dare garanzie e tutele sindacali anche a coloro che fanno una scelta diversa, magari vivendo di lavoro intermittente, come avviene in molti paesi europei.
    questa è una scelta di civiltà che tutela sia i lavoratori che le aziende, pubbliche o meno.
    il confronto con gli altri paesi da questo punto di vista è impietoso e non mi risulta che i sindacati confederali, e nemmeno Landini, abbiano mai fatto proposte concrete in questo senso, accettando invece supinamente false partite IVA o altri contratti di lavoro autonomo che mascherano lavoro subordinato.
    in questa situazione ci sono come me migliaia di persone, soprattutto giovani, sia nel settore artistico che in quello dell’insegnamento, per non parlare del cosiddetto “precariato cognitivo” o di mille altre forme di sfruttamento del lavoro anche specializzato permesse dalla legge in vigore.
    purtroppo Renzi è un cerchiobottista e da una parte dà a lei gli 80 euro in busta paga e dall’altra tenta di abolire l’articolo 18 promettendo di sanare alcune delle situazioni di cui sopra.
    questa è la realtà e in questa contingenza il sindacato non ci fa una gran figura, tutto qui, apparendo vecchio e arroccato nella difesa di diritti conquistati decenni fa e che ora sono appannaggio di una minoranza di lavoratori.
    e questo vecchiume pare contagiare anche la ex-sinistra radicale (ammesso che esista ancora) e non penso che Landini possa farci molto, di fatto anche lui non fa che fugaci accenni alla situazione di coloro che non sono direttamente rappresentati da lui, non riesce a parlare né ai giovani né ai cinquantenni lasciandoli di fatto soli a sbrigarsela, alimentando di fatto l’individualismo già imperante nella nostra società.
    il sindacato che io apprezzerò è quello che saprà davvero farsi carico, tornando a citare Don Milani, dei problemi di TUTTI.

  28. Amfortas ottobre 19, 2014 a 8:57 am #

    Grazie per la citazione dell’intervista, ma sarebbe stato meglio citare la fonte originale e cioè OperaClick.
    In ogni caso vorrei far notare che Mr.Vita alla fine del suo articolo dice:

    “Ad aprire la stagione non sarà l’”Aida”, bensì la russa “Rusalka”. Il Coro sarà sostituito dall’Armata Rossa, con “Internazionale” incorporata?”

    Rusalka non è un’opera russa.
    In ogni caso è evidente che tutta l’operazione è ispirata al razzismo più becero: si esclude una donna nordafricana in favore di una europea.
    P.S.
    Gatti la settimana scorsa a Udine è stato magnifico: il programma era lo stesso.

  29. francesco lattuada ottobre 20, 2014 a 6:37 am #

    Caro Marino, ti racconto come stanno le cose all’Opera

    18/10/2014 | 06:03
    Gentile Sindaco Ignazio Marino,

    anche oggi (il 17, ndr) su “Il Tempo” leggo che Lei riferisce di una presunta richiesta di 190 euro per andare in Tournée a Salisburgo.

    Chi Le ha raccontato questa cosa le ha detto il falso, io ero al tavolo delle trattative. Se le interessa Le riferisco come sono andate le cose.

    Quando c’era il maestro Muti ed eravamo “la migliore orchestra verdiana del mondo” (lo ha detto il maestro Muti pochi mesi fa …e non ha mai smentito), il sovrintendente De Martino e il Sindaco Alemanno ci hanno OFFERTO la cifra Lei indicata per la tournée: NOI NON ABBIAMO CHIESTO NULLA…

    Noi guadagniamo circa in media 2000 Euro al mese, cioè molto meno delle altre orchestre che vanno in tournée al Festival di Salisburgo dove nel 2013 abbiamo ottenuto un successo enorme e certificato dalla stampa internazionale.

    Inoltre va ricordato che l’importo riferito è la cifra di riferimento da contratto massima che per legge è agganciata alle tabelle delle trasferte del Ministero degli Esteri che variano da paese a paese.

    Quando ci hanno detto, con la nuova governance, che per andare a Salisburgo nel 2015 dovevamo accontentarci di una cifra più bassa, noi abbiamo dato la MASSIMA DISPONIBILITÀ in questo senso (ero presente).

    Su questo tema c’è stato un solo incontro preliminare, poi è successo quello che è successo. Quindi l’affermazione che noi “pretendiamo” quella cifra È FALSA: noi non pretendiamo nulla a parte il rispetto per la verità.

    Sappiamo benissimo che altre orchestre importanti prendono diarie più basse, ma perché loro la diaria la prendono tutti i mesi nel loro integrativo e infatti il loro stipendio, tutto compreso, è molto più alto del nostro.

    È sempre lo stesso problema che cerchiamo di spiegare inascoltati: quello che conta quando si parla di “privilegi” è la somma totale e finale di quanto si guadagna. E non siamo certo noi i responsabili di passate gestioni disastrose o di cattiva organizzazione del lavoro.

    Subire un licenziamento è una cosa devastante per chiunque anche perché ormai l’Italia non offre più nulla per chi fa questo lavoro, anche se ci si costituisce in cooperativa (ne è prova quanto avvenuto ai colleghi licenziati dell’Orchestra Sinfonica di Roma).

    Ma peggiore del licenziamento è questa campagna stampa che ci attacca quotidianamente troppo spesso sulla base di dati falsi e faziosi.

    Che il maestro Muti abbia lasciato per colpa di Coro e Orchestra è solo un’IPOTESI DI PARTE volta a giustificare un licenziamento che sta scandalizzando il mondo intero.

    Il maestro Muti non ha specificato il motivo del suo abbandono, e questo è un fatto! La mancanza di “serenità” può avere molteplici cause come qualsiasi osservatore attento può rilevare!

    Da un Sindaco della Sua sensibilità io mi aspetterei almeno un atteggiamento “super partes”.

    Poi licenziare in nome della “meritocrazia” SOLO chi ha vinto un concorso internazionale (in molti casi con il Maestro Muti in commissione d’esame) è insostenibile anche da un punto di vista logico!

    La ringrazio per la cortese attenzione e Le comunico la mia disponibilità a qualsiasi confronto in merito.

    Colgo l’occasione per inviarLe tutti i miei migliori auguri.

    (Orchestra del Teatro dell’Opera di Roma Capitale)

    Fabio Morbidelli

    Fonte:

    http://www.iltempo.it/cultura-spettacoli/musica/2014/10/18/caro-marino-ti-racconto-come-stanno-le-cose-all-opera-1.1330376

  30. francesco lattuada ottobre 20, 2014 a 6:40 am #

    STA PER SUONARE LA CAMPANA AL TEATRO DELL’OPERA DI ROMA?

    di Rainero Schembri, 17 Ottobre 2014

    Gli avvenimenti che hanno sconquassato la vita del prestigioso Teatro dell’Opera di Roma sono ormai di dominio pubblico.

    In estrema sintesi possiamo ricordare che il caso è esploso quest’estate quando venne dichiarato lo stato di agitazione e lo sciopero improvviso dei musicisti e coristi in occasione della rappresentazione della ‘Bohème’ che venne riproposta al pianoforte per due sere (la seconda a ingresso libero).

    Un nuovo colpo di scena è avvenuto 21 Settembre scorso quando il mitico direttore d’orchestra Riccardo Muti si è dimesso dal teatro con una lettera di spiegazioni che nella sostanza spiegò quasi nulla.

    “Non ci sono le condizioni”, scrisse il maestro, “per garantire la serenità necessaria al buon esito delle rappresentazioni”.

    Forti di questa lettera, il sindaco di Roma Ignazio Marino, in accordo col sovrintendente Carlo Fuortes, licenziarono in blocco 182 artisti, tra corali e orchestrali (il provvedimento diventerà esecutivo a partire dal 1° Gennaio del 2015).

    A loro venne, in compenso, offerta la possibilità di tornare a lavorare al ‘Costanzi’ (com’è conosciuto il Teatro dell’Opera di Roma) ma con contratti da esterni e a tempo determinato.

    Per il Sindaco, l’alternativa sarebbe la chiusura, visto che c’è un buco di bilancio di quasi 30 milioni di euro.

    In sostanza questo resterebbe l’unico modo per salvare il lavoro degli altri 280 dipendenti, tra amministrativi e dirigenti.

    Una decisione che in un primo momento riscosse un largo consenso tra la gente, alimentato anche da una campagna di stampa che in molti casi descrisse i musicisti e coristi di Roma come dei privilegiati incuranti della crisi economica generale. Ma è veramente così?

    Per saperlo abbiamo interpellato il maestro Fabio Morbidelli (‘controfagotto’ con obbligo del ‘fagotto’), sposato, oggi disoccupato.

    Lei si sente un privilegiato?

    Io sono entrato nel 1992 al Teatro dell’Opera di Roma vincendo un durissimo concorso internazionale.

    Noi guadagniamo circa 2000 euro al mese che comprendono, come ‘voci interne’ alla retribuzione indicata, alcune indennità per vestiti, strumenti, mensa. Personalmente utilizzo per lavorare circa 70.000 euro di strumenti che ho acquistato a mie spese.

    Conduco una vita normalissima. Oggi, all’età di cinquant’anni, mi trovo da un giorno all’altro per strada e con una moglie incinta. Mi dica lei se sono un privilegiato.

    La verità è che siamo solo un vaso di coccio tra vasi di ferro, che sono i poteri politici e anche una certa stampa allineata su posizioni governative.

    Allora cerchiamo di analizzare alcuni di questi ‘presunti’ privilegi. E’ vero che il vostro contratto prevede solo 28 ore lavorative settimanali? Obiettivamente non le sembrano un po’ pochine?

    Ecco, questa è una delle tante mistificazioni. In aggiunta alle ore retribuite ci sono tutte le ore che ognuno di noi deve assolutamente passare per studiare le parti a casa e per mantenersi in esercizio.

    Mi creda, se si vuole fare seriamente questo lavoro, l’impegno dedicato allo studio è notevole. E’ così in tutte le orchestre importanti del mondo.

    Comunque ha fatto un certo effetto sapere che per una tournée in Giappone avete preteso 190 euro al giorno per pranzo e cena. Non le sembra esagerato?

    Preteso? Posso assicurare sulla parola che non abbiamo preteso proprio nulla. E’ stata l’Amministrazione del teatro, allora gestita da Catello De Martino, a farci questa proposta.

    Ci dispiace tantissimo che questa mistificazione venga oggi usata strumentalmente contro di noi. Tanto è vero che quando si è prospettata la trasferta a Salisburgo con una diaria molto inferiore nessuno ha protestato.

    Comunque, il buco nel bilancio c’è, ed è consistente. Voi avete avuto in passato contributi dal Comune di Roma per 20 milioni di Euro mentre il teatro di Milano ne ha ricevuto solo 7. Per un Comune con le finanze disastrate come Roma è un impegno insostenibile. Non crede?

    Innanzitutto, la causa di questo buco non siamo certamente noi che guadagniamo sicuramente molto meno dei colleghi di analoghe istituzioni europee.

    Tutti i teatri italiani, noi compresi, ricevono un finanziamento per legge dal Fondo Unico dello Spettacolo. Purtroppo, a differenza degli altri, il nostro bilancio ha una forte componente che dipende dal finanziamento comunale che ‘non è per legge’ e che quindi ci rende assolutamente dipendenti da semplici ‘delibere’ del Sindaco e che ha quindi su di noi potere di ‘vita o di morte’. In ogni caso, ripeto, non siamo certamente noi la causa del buco di bilancio.

    Però molti sostengono che l’esternalizzazione è un modo moderno ed economico di gestire i teatri.

    Lo sostiene chi non capisce o non vuol capire come lavora un’orchestra o un coro. Per raggiungere certi livelli occorre stabilità e amalgama, fattori che si raggiungono solo dopo tanti anni di prove fatte insieme. Non a caso tutti i ‘grandi teatri’ hanno delle orchestre e cori stabili.

    Tuttavia gli altri teatri hanno una programmazione molto più lunga e questo forse giustifica l’esistenza di orchestre stabili.

    Ma non siamo mica noi che scegliamo la programmazione, le opere, i balletti, gli allestimenti, il numero delle repliche, ecc. ecc.

    Detto ciò, affermo con decisione che con l’attuale contratto potremmo eseguire, senza un Euro di straordinario, molti più spettacoli… forse anche quattro volte di più. Anzi, lo auspico.

    In ogni caso, se non si fanno più recite e repliche la cosa non dipende da noi.

    Cosa risponde a chi sostiene che le orchestre stabili impediscono il ricambio delle giovani generazioni.

    Che non è assolutamente vero. Negli ultimi anni per volontà del maestro Muti sono stati fatti concorsi internazionali severissimi (con la presenza del Maestro in commissione) che hanno consentito l’assunzione di circa 20 nuovi giovani. Oggi, a poche mesi dall’assunzione, sono tutti licenziati.

    A proposito, come giudica la lettera di dimissioni di Muti?

    Anche qui vorrei precisare che, a differenza di quanto è stato scritto dagli organi di stampa, abbiamo sempre avuto un ottimo rapporto col maestro Muti che pubblicamente, fino a poche settimane fa, ci ha sempre definito come una delle orchestre e coro migliori al mondo.

    A nostro avviso Muti è andata via semplicemente perché il teatro, per ragioni finanziarie, non era in grado di offrire quello che Muti desiderava e auspicava: cioè, quello di fare del Teatro dell’Opera di Roma uno dei migliori del mondo.

    L’unico rammarico è che il Maestro non sia stato molto chiaro nella sua lettera alimentando, in questo modo, alcune maliziose interpretazioni.

    Torniamo all’esternalizzazione. L’idea di creare un consorzio per lavorare da esterno con il teatro non vi piace proprio?

    Ritengo che sia una strada impraticabile. Basti ricordare cos’è avvenuto recentemente con l’Orchestra Sinfonica di Roma. Anche in quel caso si è parlato di costituzione di una cooperativa. Risultato: tutti a spasso.

    Se a ciò aggiungiamo lo smantellamento del corpo di ballo del Teatro di Roma, ridotto a una decina di elementi stabili, temo che sia imminente lo smantellamento definitivo del teatro o un suo completo declassamento.

    Resta il fatto che la legge Bray del 2013, nell’istituire un fondo per aiutare le fondazioni lirico-sinfoniche in difficoltà, prevedeva che nel caso che non si fosse raggiunto il pareggio di bilancio scattasse la liquidazione coatta amministrativa.

    Il Teatro dell’Opera di Roma ha fatto ricorso a questo fondo sulla base di un piano industriale approvato dai sindacati. Quindi conoscevate il rischio che stavate correndo.

    E’ vero, il piano industriale è stato approvato da alcuni sindacati e non da altri. Comunque era un piano generico che non parlava di livelli occupazionali. Si è trattato, in sostanza, di un accordo quasi in bianco.

    Davanti al rifiuto di presentare un piano dettagliato, come avvenuto in altri teatri, sono cominciate le agitazioni che hanno portato allo sciopero per le rappresentazioni della Bohéme.

    In ogni caso la legge Bray non prevede nel percorso di risanamento il licenziamento delle componenti artistiche. Il teatro ha aderito alla legge Bray, ma non la rispetta.

    Però deve ammettere che almeno sul piano dell’immagine questo sciopero è stato un errore, che vi ha messo contro una parte dell’opinione pubblica.

    Se è stato un errore non lo so. Faccio, comunque, notare che lo sciopero è stato comunicato al pubblico solo la sera della rappresentazione, nonostante fosse stato annunciato nei termini corretti di legge.

    Ma se l’esternalizzazione e costituzione di una cooperativa non va bene, che soluzione proponete?

    Premesso che non siamo assolutamente dei privilegiati e che ci rendiamo perfettamente conto della difficile realtà vissuta da Roma e dall’intero Paese, siamo più che disponibili a fare dei sacrifici e a cercare una soluzione accettabile per tutti.

    Personalmente ritengo che questi problemi non si possano risolvere con la ‘pistola puntata’ del licenziamento.

    Licenziare tutto il coro e l’orchestra, che sono il cuore della produzione. non è solo un assurdo giuridico, che difficilmente troverà accoglienza nelle aule dei tribunali, ma anche assurdo dal punto di vista etico.

    Detto in parole povere, è nell’interesse di tutti trovare una soluzione che da un lato preveda il ritiro dei licenziamenti collettivi e dall’altro la disponibilità di tutti quelli che lavorano in teatro, dirigenti compresi, a elaborare un vero piano di risanamento efficace e duraturo.

    Questo se non vogliamo avere a Roma, capitale mondiale del Paese della lirica, un teatro di serie B.

    Fonte:

    http://puntocontinenti.it/?p=6419

  31. francesco lattuada ottobre 20, 2014 a 6:42 am #

    LIRICA

    Opera Roma, Bartoli: «Serve una soluzione»

    La cantante sui licenziamenti: «Non si mandi a casa nessuno».

    Muti? «Era la chance».

    19 Ottobre 2014

    Dopo il licenziamento collettivo degli orchestrali e i coristi del teatro dell’Opera di Roma approvato il 2 Ottobre dal Cda della Fondazione, la mezzosoprano Cecilia Bartoli ha dichiarato in un’intervista all’Ansa che «non si deve mandare a casa nessuno ma ripartire con gente in gamba, e non con politici alla direzione artistica come avvenuto per anni in passato. Se hanno trovato una soluzione per la Scala la devono trovare anche per Roma».

    Per l’Opera di Roma «bisogna trovare una soluzione, ma scherziamo! E la soluzione non è mandare a casa coro e orchestra e tenere l’amministrazione. Per fare cosa se non c’é più nessuno da amministrare?», ha dichiarato Bartoli all’Ansa durante una tournée a Berlino.

    «MUTI ERA LA CHANCE DELL’ORCHESTRA». Piena comprensione della cantante romana anche per le dimissioni di Riccardo Muti dall’Opera di Roma: «Lo capisco benissimo», ha dichiarato la mezzosoprano, che in passato ha lavorato con il maestro in diverse occasioni.

    «Non si può far partire un maestro come Muti, è gravissimo, dovevano fare di tutto per tenerlo», ha protestato il mezzosoprano. Era «la grande chance che aveva l’orchestra, il teatro, avere un maestro come Muti, che personalmente adoro all’infinito. Devono fare di tutto per farlo tornare, devono trovare una soluzione», ha detto Bartoli.

    «GRANDE SOSTEGNO IN UN MOMENTO DRAMMATICO». Intanto il 19 ottobre è stato diffuso un comunicato firmato dai professori d’orchestra e gli artisti del coro del Teatro dell’Opera.

    «L’orchestra e il coro del Teatro dell’Opera di Roma Capitale desiderano esprimere pubblicamente il più sentito ringraziamento ai colleghi di tutte le Fondazioni lirico sinfoniche, ai Conservatori e alle istituzioni musicali italiane, ai numerosi fra i più importanti teatri esteri, agli esimi esponenti del mondo musicale, artistico, culturale e politico che ci hanno espressamente dimostrato sensibile vicinanza e sostegno in questo drammatico momento che stiamo vivendo insieme alle nostre famiglie».

    I 182 elementi licenziati in blocco dal Cda della Fondazione il 2 Ottobre hanno poi reso nota la loro riconoscenza per la reazione dell’opinione pubblica.

    «Apprezziamo fortemente quanto la volontà del nostro licenziamento, oltre che mortificare le nostre professionalità, abbia determinato tanta sentita reazione e collettivo sgomento per la profonda ferita all’immagine della cultura musicale italiana».

    Fonte:

    http://www.lettera43.it/cronaca/opera-roma-bartoli-serve-una-soluzione_43675144785.htm

  32. marco vizzardelli ottobre 23, 2014 a 1:50 pm #

    Attilia, SOS!!!! Il forum da te/ noi fondato come La Voce del Loggione si è trasformato ne La Voce del Lattuada.

    marco vizzardelli

    p.s Francesco non prendertela, ma non mi sembra questo il luogo per un’invasione di comunicati sindacali, intervieni quanto vuoi fa sempre piacere, ma per quelli credo esistano altre sedi….tanto più che qui si era cominciato da un concerto.

    • lavocedelloggione ottobre 23, 2014 a 2:35 pm #

      Suvvia Vizza, la cosa è stata interessante, del resto non è colpa di Checco e di chi gli risponde punto su punto se quasi nessuno ha parlato del concerto, oggetto del post! Non è la prima volta che qui succede, del resto non ho ritenuto di spostare su un post a parte tutti gli interventi sull’argomento che tanto ha appassionato i frequentatori del blog, primo perché l’avrei fatto tardivamente e, secondo, avrei reso molto meno evidenti i botta e risposta perché la trascrizione tipo copia e incolla non permette di individuare bene gli autori degli interventi e quindi si perde molto del succo del dibattito!
      Non metto un post sul concerto della Filarmonica di domenica scorsa, a meno che non mi sollecitiate; non mi sembra che qualcuno se ne sia lamentato finora, rischierebbe di restare vuoto o di diventare il contenitore di un’altra “scazzotata” virtuale su qualche altro argomento scottante.
      Baci baci Attilia

  33. francesco lattuada ottobre 23, 2014 a 5:50 pm #

    grazie Attilia 🙂
    cmq postalo il concerto di domenica scorsa: a me è piaciuto molto, sia il direttore, che ha fatto un brahms molto personale ma di grande suggestione, che il cantante, grandissimo artista che amerei sentire spesso nel nostro teatro!

    ciao

    PS x vizza: stavolta ho parlato di musica, posso ?

    • Biagio ottobre 24, 2014 a 3:21 pm #

      Grande Goerne!

  34. masvono ottobre 24, 2014 a 2:45 pm #

    Le “lenzuolate” cigielline fanno invidia a quelle di Paolo Mieli..certo che fanno tristezza i poveri orchestrali dalle 28 ore settimanali e studiano *tanto* le parti a casa. … Come biasimarli? Sono la migliore orchestra del mondo…wiener, Chicago, Philharmonia…. Studiano niente. Sono pippe notorie…

    -MV

  35. Elenas ottobre 28, 2014 a 5:28 pm #

    Possiamo quantificare quei “ben altri rivoli di spesa e di spreco” (il resto sarà anche interessante, ma non l’ho letto o l’ho letto in parte altrove). Erano noti, giusto? Domando …

  36. beppe ottobre 29, 2014 a 9:24 am #

    da oggi si possono prenotare e ritirare al Dal Verme i biglietti gratuiti per il concerto di Gatti dedicato ai settanta anni de I Pomeriggi Musicali. il sito riporta questa bella citazione che volentieri condivido (http://dalverme.org/event.php?id=1365).

    “I Pomeriggi Musicali: la prima orchestra professionale che ho diretto; l’orchestra del mio esame di diploma; la prima orchestra che ho avuto come direttore stabile (che fortuna per uno di ventotto anni!); l’orchestra della mia prima importante tournée. Indimenticabili i sabati pomeriggio, con i concerti in Conservatorio, la coda degli appassionati oltre il sagrato della Passione e io che trepidavo per entrare nella Grande Sala. Le prove. Via Kramer dista pochi isolati dal Conservatorio. Lì si provava in una sala sufficiente in tutto, con un’acustica un po’ così così. Sono affezionato a quel tratto di strada: quando ancora ero studente e dirigevo I Pomeriggi Musicali nei saggi del Conservatorio, quegli isolati li percorrevo più volte al giorno pregustando, in cinque minuti di cammino, tutto quel che di lì a poco mi sarebbe capitato di bello. Le prove per i concerti si svolgevano al mattino e al pomeriggio, con l’intervallo di mezzogiorno trascorso nei pizzicagnoli della zona con alcuni dell’orchestra. Poi, i primi concerti fuori Milano. Verso le sette di sera il pullman era già pronto ad attenderci in via Concordia. Si suonava nei luoghi più disparati, ma sempre con grande attenzione e impegno. Tutto tendeva emozionalmente al pomeriggio di sabato. Tutto era una preparazione al concerto nella Grande Sala. Se devo dire la verità, oggi mi manca un po’ quella vita. Mi sembrava di essere un pioniere che piano piano scopriva sé stesso e la grandezza della musica. E I Pomeriggi Musicali, silenziosamente, con discrezione e tanto affetto mi abituavano a farlo”.
    Daniele Gatti

  37. Biagio novembre 6, 2014 a 12:25 pm #

    Bellissimo il concerto di ieri sera al Dal Verme.
    Per la prima volta l’ho visto pieno in tutti i suoi millequattrocentosessanta posti. C’era ancora gente fuori che voleva entrare; ho visto che hanno tentato una trattativa dell’ultimo minuto per riempire anche i posti del coro dietro all’orchestra, ma purtroppo i pompieri non hanno dato il benestare. Inutili gli sproloqui dei vari assessori prima dell’esecuzione. Mostrino le loro intenzioni con più fatti e meno retorica!
    Dal punto di vista artistico credo sia corretto distinguere i piani. I Pomeriggi Musicali sono certamente una brava orchestra, ma evidentemente non del tutto amalgamata (a quando la nomina di un direttore stabile?). A questo si devono alcuni problemi di mancata sincronia o di scricchiolamento timbrico. Ma dal punto di vista dell’impegno e dell’interpretazione è stata una esecuzione di altissimo livello, certamente superiore a certe prestazioni de La Verdi o della Filarmonica Unicredit. Simpatico e insieme molto concentrato Daniele Gatti – malgrado una cravatta discutibile -, vero maestro di cerimonie. Mi ha colpito che egli non abbia cambiato il suo gesto (per la serie: vi dirigo in modo diverso dal solito perché siete più scarsi delle orchestre che dirigo di solito); esattamente lo stesso aplomb che si è visto meno di un mese fa coi francesi in Scala.
    Pubblico silenziosissimo e concentratissimo, che alla fine esplode festante. Gatti entra due volte a prendere gli applausi, poi agguanta il microfono e dice che torna in camerino perché gli applausi sono tutti per i festeggiati. Bel gesto, bravo. Comunque la sua Pastorale conferma lo stato di grazia in cui il maestro si trova. Il primo movimento, in particolare, rasenta sommità interpretative. Ai fiati solisti viene lasciata molta libertà, seppur in una scansione rigorosa e tutt’altro che melodrammatica.
    Alla fine tutta la Milano che conta (presente davvero in massa!!!) si riversa scondinzolante da Gatti. Si dice che anche in via Filodrammatici – dove si avverte una valanga alle porte – già in molti siano pronti a saltare sul cavallo ritenuto vincente nel non remoto futuro. Vedremo.
    Nel frattempo anche io mi unisco agli auguri a I Pomeriggi Musicali. E al maestro Gatti che, come è stato ricordato ieri dagli organizzatori, oggi festeggia il suo compleanno.

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