19 Mag

2z133Elektra

Richard Strauss

Tragedia in un atto
Libretto di Hugo von Hofmannsthal

Nuova produzione
In coproduzione con Festival d’Aix en Provence; 
Metropolitan Opera House, New York; 
Finnish National Opera, Helsinki; 
Staatsoper Unter den Linden, Berlino

e Gran Teatre del Liceu, Barcellona

Dal 18 Maggio al 10 Giugno 2014

Durata spettacolo: 1 ora e 45 minuti

Cantato in tedesco con videolibretti in italiano, inglese, tedesco

DIREZIONE

Direttore
Esa-Pekka Salonen
Regia
Patrice Chéreau
ripresa da
Vincent Huguet
Scene
Richard Peduzzi
Costumi
Caroline De Vivaise
Luci
Dominique Bruguière

CAST

Klytämnestra
Waltraud Meier
Elektra
Evelyn Herlitzius
Chrysothemis
Adrianne Pieczonka
Aegisth
Tom Randle
Orest
René Pape
Der Pfleger des Orest
Franz Mazura
Die Vertraute
Renate Behle
Die Schleppträgerin
Andrea Hill
Ein Junger Diener
Michael Pflumm
Ein Alter Diener
Donald Mcintyre
Die Aufseherin
Renate Behle
Erste Mägd
Bonita Hyman
Zweite Mägd
Andrea Hill
Dritte Mägd
Silvia Hablowetz
Vierte Mägd
Marie-Eve Munger
Funfte Mägd
Roberta Alexander

11 Risposte to “”

  1. marco vizzarde maggio 24, 2014 a 5:29 am #

    Esa-Pekka Salonen ha realizzato un Elektra monumentale, degna di stare fra le massime, in una scelta interpretativa “totale” per la quale il solo eventuale modello che viene alla mente è (ma con in Salonen un più elevato senso di teatro) è quello a impostazione “sinfonica” – e non iconoclasta nell’uso del linguaggio musicale – di Karajan .Sarebbe stato scontato avere, da Salonen – il direttore più tecnicamente “avanzato” di oggi – una Elektra ultranovecentesca. Invece, ecco un Elektra lektra, sì, tellurica dove ha da esserlo, ma ancora, in parte, piantata nell’ 800 per poesia di fraseggi, tempi variii e a tratti meditativi, tornitura “rotonda” della frase, lirismo, melodia (il tema del riconoscimento di Oreste by Salonen pare addirittura Verdi). A suo tempo, qualcuno scrisse sulla Elektra di Salonen: alleggerimento dell’orchestra, ritmi saettanti e quant’altro. No. Esa se la prende comoda (i tempi, Giulini insegnava, di chi vuole andare al profondo delle cose: e Salonen è di una profondità mentale sconvolgente) poi dove occorre, deflagra! Non ricordo d’aver ascoltato, dalla buca di un teatro d’opera una detonazione pari a quella che qui segna e accompagna l’uccisione di Egisto! L’arrivo di Clitennestra segnato da due note (una “seconda”) in spaventosa tensione da thrilling viene investito da Salonen di un’espressione, oltreché ansiogena, volutamente volgare: sembra la marcia (trionfale, sessuale o mortuaria, cè tutto) dell’arrivo di una meretrice, più che di una regina. E, in effetti, l’apparizione che segue – una Waltraud Meier più che mai iconica e magnetica, che manco a dirlo inchioda su di sé gli sguardi – è allo stesso tempo (abito nero un po’ scollato, chioma scura alta e androgina, il perpetuo grattarsi le braccia di una che abbia contratto un’orticaria o forse una grave malattia sessuale, e recitazione e accento caricati e volgari) regina e meretrice. Crisotemide è ben realizzata da Adrianne Pieczonka bruna voce lontana dai petulanti giovani angeli biondi solitamente associati alla parte. Elektra, qui, è molto più “lontana” dalla madre, della sorella, ma “vicinissima” – e in maniera anche “volgare” e scandalosa – alla sorella stessa. Con Crisotemide – grandissima intuizione-autocitazione di Cherau e grande realizzazione scenica e musicale – Elektra dà vità ad un amplesso a rotoloni sul pavimento che ricorda il momento più memorabile di Tristano e Isotta dello scomparso regista. La Elektra, figlia di madre androgina e sorella di femmina complessata, in maglietta e calzoni e mosse maschili di Evelyn Herlitzius sembra avere in sé, in questa messa in scena, una nota di lesbismo. Cherau rende visibile, e Salonen fa ascoltare, una Elektra iper-sessuale, malata nella sonorità “marrone” e nella frase più arrotondata che tesa. In più, Esa-Pekka Salonen porta il “tema” e l’opera ad un livello cosmico. I direttori tendono a scegliere in Elektra un atteggiamento “parziale”, citiamo alcuni di anni più o meno recenti: novecentesco-espressionista (Abbado-Kupfer), acquarello e stilizzazione (Ozawa-Carsen), talentuoso ma un po’ scontato monumento al tempo che fu (Thielemann), dramma “alleggerito” (Nott). Ma Salonen (e Karajan è ancora una volta l’unico precedente, a quanto ne sappiamo) realizza con un’orchestra della Scala non perfetta ma perfettamente espressiva, l’ “Elektra delle Elektre”, ovvero tutte le ipotesi possibili: Elektra d’amore e di odio, di sensualità e di impotenza, di violenza e di dolcezza, di lirismo e di aridità melodica, di ‘800 dei sentimenti e di ‘900 di tormento psicologico. C’è TUTTO! Grandissima lettura, corroborata dalla straordinaria prova dell Herlitzius (che ha nella voce tutte le note e le espressioni che Salonen ha “nella bacchetta”), da quella carismatica “iconica” della immensa Waltraud Meier, da Pape che “è” (come lo ricordavamo a Dresda con Thielemann) Oreste fin nel timbro anche se la regia “decurta” il suo personaggio a poco più che un automa (Egisto è ucciso dal vecchio compagno, non da Oreste).
    A qualche scelta discutibile di regia (l’esposizione a vista del cadavere di Clitennestra, contrario a nostro avviso a Strauss e alla musica e alla drammaturgia dell’opera: Clitennestra “non c’è più” dopo l’urlo di morte) fa riscontro il capolavoro finale di Cherau della “non danza” di Elektra che prova ad accennare il valzer ma si irrigidisce in movimenti di un tragico burattino cui non è concessa neppure l’ebbrezza della vendetta: allora si siede e resta lì, immobile, icona di dolore o di gioia che non riesce ad esprimersi. Impressionante.

    marco vizzardelli

  2. marco vizzardelli maggio 24, 2014 a 5:32 am #

    Esa-Pekka Salonen ha realizzato un Elektra monumentale, degna di stare fra le massime, in una scelta interpretativa “totale” per la quale il solo eventuale modello che viene alla mente è (ma con in Salonen un più elevato senso di teatro) è quello a impostazione “sinfonica” – e non iconoclasta nell’uso del linguaggio musicale – di Karajan .Sarebbe stato scontato avere, da Salonen – il direttore più tecnicamente “avanzato” di oggi – una Elektra ultranovecentesca. Invece, ecco un Elektra, sì, tellurica dove ha da esserlo, ma ancora, in parte, piantata nell’ 800 per poesia di fraseggi, tempi variii e a tratti meditativi, tornitura “rotonda” della frase, lirismo, melodia (il tema del riconoscimento di Oreste by Salonen pare addirittura Verdi). A suo tempo, qualcuno scrisse sulla Elektra di Salonen: alleggerimento dell’orchestra, ritmi saettanti e quant’altro. No. Esa se la prende comoda (i tempi, Giulini insegnava, di chi vuole andare al profondo delle cose: e Salonen è di una profondità mentale sconvolgente) poi dove occorre, deflagra! Non ricordo d’aver ascoltato, dalla buca di un teatro d’opera una detonazione pari a quella che qui segna e accompagna l’uccisione di Egisto! L’arrivo di Clitennestra segnato da due note (una “seconda”) in spaventosa tensione da thrilling viene investito da Salonen di un’espressione, oltreché ansiogena, volutamente volgare: sembra la marcia (trionfale, sessuale o mortuaria, cè tutto) dell’arrivo di una meretrice, più che di una regina. E, in effetti, l’apparizione che segue – una Waltraud Meier più che mai iconica e magnetica, che manco a dirlo inchioda su di sé gli sguardi – è allo stesso tempo (abito nero un po’ scollato, chioma scura alta e androgina, il perpetuo grattarsi le braccia di una che abbia contratto un’orticaria o forse una grave malattia sessuale, e recitazione e accento caricati e volgari) regina e meretrice. Crisotemide è ben realizzata da Adrianne Pieczonka bruna voce lontana dai petulanti giovani angeli biondi solitamente associati alla parte. Elektra, qui, è molto più “lontana” dalla madre, della sorella, ma “vicinissima” – e in maniera anche “volgare” e scandalosa – alla sorella stessa. Con Crisotemide – grandissima intuizione-autocitazione di Cherau e grande realizzazione scenica e musicale – Elektra dà vità ad un amplesso a rotoloni sul pavimento che ricorda il momento più memorabile di Tristano e Isotta dello scomparso regista. La Elektra, figlia di madre androgina e sorella di femmina complessata, in maglietta e calzoni e mosse maschili di Evelyn Herlitzius sembra avere in sé, in questa messa in scena, una nota di lesbismo. Cherau rende visibile, e Salonen fa ascoltare, una Elektra iper-sessuale, malata nella sonorità “marrone” e nella frase più arrotondata che tesa. In più, Esa-Pekka Salonen porta il “tema” e l’opera ad un livello cosmico. I direttori tendono a scegliere in Elektra un atteggiamento “parziale”, citiamo alcuni di anni più o meno recenti: novecentesco-espressionista (Abbado-Kupfer), acquarello e stilizzazione (Ozawa-Carsen), talentuoso ma un po’ scontato monumento al tempo che fu (Thielemann), dramma “alleggerito” (Nott). Ma Salonen (e Karajan è ancora una volta l’unico precedente, a quanto ne sappiamo) realizza con un’orchestra della Scala non perfetta ma perfettamente espressiva, l’ “Elektra delle Elektre”, ovvero tutte le ipotesi possibili: Elektra d’amore e di odio, di sensualità e di impotenza, di violenza e di dolcezza, di lirismo e di aridità melodica, di ’800 dei sentimenti e di ’900 di tormento psicologico. C’è TUTTO! Grandissima lettura, corroborata dalla straordinaria prova dell Herlitzius (che ha nella voce tutte le note e le espressioni che Salonen ha “nella bacchetta”), da quella carismatica “iconica” della immensa Waltraud Meier, da Pape che “è” (come lo ricordavamo a Dresda con Thielemann) Oreste fin nel timbro anche se la regia “decurta” il suo personaggio a poco più che un automa (Egisto è ucciso dal vecchio compagno, non da Oreste).
    A qualche scelta discutibile di regia (l’esposizione a vista del cadavere di Clitennestra, contrario a nostro avviso a Strauss e alla musica e alla drammaturgia dell’opera: Clitennestra “non c’è più” dopo l’urlo di morte) fa riscontro il capolavoro finale di Cherau della “non danza” di Elektra che prova ad accennare il valzer ma si irrigidisce in movimenti di un tragico burattino cui non è concessa neppure l’ebbrezza della vendetta: allora si siede e resta lì, immobile, icona di dolore o di gioia che non riesce ad esprimersi. Impressionante.

    marco vizzardelli

  3. Gabriele Baccalini maggio 26, 2014 a 3:44 pm #

    Provo un po’ di timore reverenziale nell’accingermi a scrivere dell’Elektra di Salonen-Chéreau. Trasacurerò gli aggettivi, perché in nessun caso basterebbero a definire la grandezza di questa realizzazione musicale e scenica dell’immane capolavoro di Strauss e Hoffmanstahl.
    Cominciamo dall’orchestra. Salonen ha usato tutte le possibili gradazioni dinamiche, timbriche, di tempi per dare coerenza al canto e all’azione scenica. Come già in “Da una casa di morti”, ha guidato l’orchestra della Scala a risultati che per l’opera novecentesca non si ascoltavano dai tempi di Claudio Abbado, senza forzare l’interpretazione per occultare l’impianto tonale, che in molti punti dell’opera emerge soprattutto nei passaggi più lirici. Le dinamiche assecondavano poi i mezzi vocali dei cantanti come meglio non si poteva. L’esito trionfale della recita di sabato, alla quale ho assistito, è stato il frutto di una tensione emotiva accumulata dal pubblico durante tutta l’ora e tre quarti di durata dell’opera, che non aveva presentato tempi eccessivamente rapidi anche in virtù di tre tagli operati al libretto in parti un po’ ridondanti (dove cioè il concetto era già molto chiaro, tanto per intenderci: il duetto Elektra-Clitennestra, quello tra Elektra e la sorella e il finale di Elektra, prima dell’estremo invito a tacere e danzare “schweigen und tanzen”).
    Chéreau doveva rappresentare un mito, per definizione fuori dal tempo. Scene e costumi erano perciò coerenti con l’interpretazione teatrale e musicale e la loro semplicità aiutava nella comprensione di quanto si vedeva e si ascoltava. Momenti di teatro indimenticabili si sono visti ancor prima dell’inizio, con l’ossessivo lavaggio della scena da parte delle serve e poi nella presentazione quasi animalesca di Elektra, ridotta a vivere con i cani di casa e a nascondersi in una botola, dove conservava per la vendetta l’ascia, con cui il padre era stato assassinato. Eppure Elektra diventa una vera donna sensibile ed istintiva nel rapporto con la madre, con il fratello e soprattutto con la sorella: la sua sensualità, a tratti morbosa quando è a contatto del del corpo di Crisotemide, si addolcisce nel ricordo della propria bellezza giovanile, che ricorda con nostalgia struggente. Nel finale la selvaggia felicità per la vendetta compiuta tocca un culmine espressionista di rara potenza.
    La torbida regalità di Clitennestra era affidata a Waltraud Meier, in modo lontanissimo dalle usuali rappresentazioni del personaggio, in quanto la bellezza e l’eleganza dell’attrice erano valorizzate anche in relazione ai suoi mezzi volcali attuali, che lei ha amministrato con assoluta sapienza e Salonen ha preservato da prevaricazioni orchestrali inopportune.
    Formidabile la vocalità della più giovane (sei-sette anni meno della Meier) Evelyn Herlizius: nei passaggi più impervi non ho sentito una sola nota imperfetta, mentre l’espressivirtà era sempre in sintonia con l’azione teatrale. E’ la migliore Elektra da me sentita dal vivo, più intonata di Schnaut e Polaski, più potente di Bullock. Per ritrovare il suo livello bisogna risalire alla Borkh o alla Nilsson dei dischi di Mitropoulos e di Solti.
    Adrianne Pieczonka è una impeccabile Crisotemide. Nell’edizione di Abbado coi Berliner era la quinta serva: che abbia appreso dalla grande Karita Mattila come si crea nel personaggio una “vera” donna e non la “bambocciona” che ogni tanto capita di vedere?
    Inutile aggiungere molto sulla perfezione del canto di Pape nella parte di Oreste. Un po’ di commozione l’ho provata all’apparire, in qualità di vecchio servo, del canuto Donald McIntyre, voluto da Chéreau già ad Aix-en-Provance per un omaggio al grande Wotan del Ring del centenario (1976), da lui messo in scena a Bayreuth con la direzione musicale di Pierre Boulez.

  4. Gabriele Baccalini giugno 3, 2014 a 11:15 am #

    134 commenti su Lachenmann e di fatto 2 su Elektra dopo 3 recite delle sei programmate. Mi sembra che nel blog ci sia qualcosa di poco normale…
    Ma cos’è la normalità?

  5. marco vizzardelli giugno 4, 2014 a 3:06 am #

    Ieri sera strepitosa replica di Elektra dopo alcuni giorni di riposo. Salonen ha ancora dilatato dinamiche e fraseggi, salvo lasciar partire un impressionante, vertiginoso valzer conclusivo. Più la si ascolta, più appare per ciò che è: una lettura epocale. Altreattanto deve dirsi di una Herlitzius fantastica per intensità e “lirismo” unito alla violenza della parte, di una Meier sempre più carismatica, della corposa Crisotemide della Pieczonska e del perfetto Oreste di Pape. Unico ruolo “non pervenuto”, il flebile Egisto.Ma è un’inezia, in un’edizione-capolavoro, di Elektra
    Imperdibile, indimenticabile.
    marco vizzardelli

  6. Elenas giugno 4, 2014 a 5:06 pm #

    Gabriele, non puoi porti certe domande dopo aver frequentato il Loggione per anni….

  7. Gabriele Baccalini giugno 5, 2014 a 10:44 am #

    Elena, mi sono chiesto cos’è la normalità. Forse è una domanda superflua, in quanto probabilmente la normalità non esiste. Mi appello all’autorità filosofica di Marco Ninci, che sicuramente conosce alcune decine di dottrine sul concetto di normalità.
    Quel che è sicuro è il fatto che, se una forma di normalità esiste, questo blog e i suoi frequentatori abitano da un’altra parte (me compreso, s’intende).
    Un abbraccio.
    Gabriele

    • Elenas giugno 11, 2014 a 3:24 pm #

      Vale sempre la massima di Basaglia: “Visto da vicino nessuno è normale”…

  8. Marco giugno 5, 2014 a 7:47 pm #

    No, non conosco nessuna dottrina sul concetto di normalità. Ma siccome solo uno scemo potrebbe formulare una dottrina del genere, mi aspetto che ci siano non decine, ma centinaia, forse migliaia di teorizzazioni di questo tipo.
    Marco Ninci

  9. marco vizzardelli giugno 6, 2014 a 4:52 pm #

    Io sono assolutamente normale!!!!

    marco vizzardelli

    p.s. UAH UAH UAH UAH UAH!!!!!!!

  10. masvono giugno 7, 2014 a 11:25 am #

    Con ogni probabilità il più grande spettacolo alla Scala degli ultimi dieci anni, ma credo di non sbagliare se lo pongo nella mia personale “carriera” di spettatore al primo posto.

    Sicuramente *primo* per direzione ed integrazione con cast e regia. Non vi è nulla da aggiungere a quanto già abbondantemente detto, scritto e letto ovunque. Personalmente il “thrilling” che avevo evidenziato nel “Titano” è ribadito e ripetuto qua.
    Una parola per descrivere la direzione di Esa-Pekka Salonen, “il Sommo”, è *tensione spasmodica*. Ho visto gente che di solito se ne sta bravamente composta ad applaudire atarassicamente in tutti gli spettacoli, urlare “bravo” decine e decine di volte alle innumerevoli uscite di gruppo e singole alla fine.

    Una persona molto più brava di me a descrivere “cose musicali” mi diceva, dopo la prima, telefonicamente, che Elektra “è un thriller” e che Salonen la racconta come tale. Io credo che la cosa stia leggermente in altri termini, ovvero che è Salonen, con la sua energia, a generare “thrilling” qualunque cosa egli diriga.
    Ricordo che Zurletti, nel suo famoso libro sulla Direzione d’Orchestra, identificava due direttori che possedevano la caratteristica della “possessione” quando dirigevano: Mitropoulos e Carlos Kleiber. “Duende”, era questo spirito demoniaco.

    Se loro avevano il “Duende”, Salonen ha un “Ciclotrone”.
    Chiudo questo commento con l’invito a chi non abbia ancora goduto di questo spettacolo di PRECIPITARSI il 10 per l’ultima replica (una cosa così capita una volta ogni vent’anni) e, infine, con una citazione dell’intervista a Esa-Pekka Salonen, Il Sommo, alla BBC

    “Dirigere può essere un lavoro molto duro. Se qualcuno non allenato tenta di alzarsi e tenere le braccia sopra le sue spalle per due ore penso che, nella maggioranza dei casi, potrebbe svenire. Dopo i concerti si mangia fuori e si fa tardi ed è facile indulgere nelle abitudini.
    Cerco di rimanere in forma correndo. L’ esercizio fisico per me è un’esperienza mentale, è il mio tempo. A volte, dopo una settimana o due, si può sentire come se si avesse completamente esaurito ogni capacità sociale. A questo punto stare completamente soli fa bene per ricaricarsi. Ci vuole un sacco di energia per mantenere un grande gruppo di persone concentrate.”

    Sì, ci vuole UN SACCO D’ENERGIA.
    Saluti

    -MV

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