28 Apr
Filarmonica della Scala
   28 aprile 2014
 
Milano, Teatro alla Scala
 
Direttore Esa-Pekka Salonen
Violino Leila Josefowicz
  
Modest Petrovič Musorgskij

Una notte sul Monte Calvo
Esa-Pekka Salonen

Concerto per violino e orchestra (2009)
Igor Stravinskij

Le sacre du printemps

19 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli aprile 28, 2014 a 11:15 pm #

    Ahi, ahi, ahi! Bruciante delusione! L’inizio di quello che doveva essere il mese-evento della stagione 2013-14 della Scala coincide con un concerto sostanzialmente mediocre, nel quale alla modestia esecutiva della Filarmonica della Scala – approssimativa e impreparata in Musorgskij, affannata nel Sacre – non è ruscito a rimediare il talento di Esa-Pekka Salonen, apparso decisamente sottotono rispetto all’eccellenza dei suoi esiti di questi anni.
    Bruttissima, nel suono opaco, non dettagliato, anche pesante e volgarotto, e irrimediabilmente confuso, l’esecuzione della Notte sul Monte Calvo. Salonen ha tentato la scansione rapida che sappiamo (e che era entusiasmante nelle esecuzioni con la Philarmonia) ma gli scaligeri non sono stati tecnicamente in grado di sostenerne i tempi. L’impressione è che si sia trattato di poco più di una lettura non corroborata da molte prove ma, se per l’orchestra questa sarebbe una abitudine, da parte di un Salonen simile approssimazione non è ammissibile. L’esecuzione è parsa indegna di siffatto direttore.
    Buona invece la resa del concerto per violino del direttore-compositore, anche nella precisa prova della violinista. Ma, chissene…, se il resto è stato così mediocre?
    Salonen è – per quanto ne sappiamo dalle letture date con la Los Angeles e la Philarmonia – il massimo interprete vivente del Sacre di Stravinsky. Ma questa volta è stato decisamente inferiore a se stesso. Prudente nei tempi rispetto al solito (forse conscio dei limiti degli orchestrali scaligeri), della grandezza suo Sacre sono rimasti singoli momenti vagamente riconoscibili, momenti di un quadro più generico rispetto al livello cui Salonen ci ha abituato. E più sfilacciato: mancava compattezza, c’erano imprecisioni (completamente sfasata, e stonata, nel finale della prima parte l’intera fila degli ottoni) e, pur in un esito sicuramente migliore rispetto a quello avvilente del Musorgskij d’inizio, anche in questo Sacre si è rimasti ben al di sotto del livello-Salonen.
    Quello che doveva essere un concerto-evento è stata una in parte inaspettata (dato il valore del direttore), e dunque ancor più grave conferma dei gravi problemi nei quali versa la compagine scaligera. Quanto a Salonen, se si fosse trattato di “sufficienza” (ovvero, minimo sindacale di prove) questo non farebbe comunque onore al direttore finlandese. Ci auguriamo che Elettra e i prossimi suoi concerti godano di ben altra preparazione. Ma, intanto, il mese d’oro della stagione scaligera è cominciato male. Dal grande Salonen, ci aspettiamo molto, ma molto di più!!!!

    marco vizzardelli

    • masvono aprile 28, 2014 a 11:51 pm #

      Se Paul Bocuse viene nella tua cucina e ti serve un piatto imperfetto è il caso di controllare cosa non funzioni nella tua cucina, non in Paul Bocuse…

      -MV

  2. marco vizzardelli aprile 29, 2014 a 12:14 am #

    Stasera anche Bocuse non funzionava. Della cucina, intesa come orchestra, sappiamo fin troppo: annaspa nei suoi noti problemi, e non appare motivata a risolverli: ci stagna dentro, crogiuolata nella mediocrità e in difetti che si ripetono costantemente. Ma anche il cuoco, pur da tre stelle, stasera non era nemmeno da una. Salonen è un grandissimo e lo sappiamo: ma stavolta, alla Scala, c’era solo la sua controfigura.
    Se, in parte, ciò si stato dovuto a troppa sufficienza nelle prove, ebbene, peggio ancora: non ammetto questo da un direttore di tale statura.
    Per la stima che gli porto, spero faccia tesoro di questo esito mediocre per rimediare preparando in maniera ben diversa l’Elektra che tutti aspettiamo

    marco vizzardelli

  3. masvono aprile 29, 2014 a 10:21 am #

    L’acribia critica del troppo ciglioso Vizzardelli meriterebbe uno spazio web ben più tetro di questo. Soprattutto in virtù del fatto che se è vero che la riuscita tecnica della performance orchestrale di ieri sera è stata mediocre, quella di pochi giorni fa con Jordan è stata disastrosa. Nulla di rilevante, se non fosse stato che le mani di Vizzardelli uscirono da quel concerto spellate.

    Ora, dato che il mio sfondo è “bianco”, e non “nero” è necessario che puntualizzi le impressioni di ieri sera.
    Partiamo dal direttore: Esa-Pekka Salonen è *non* un direttore buono, *non* un direttore ottimo, ma un direttore *sommo*. Chiunque abbia ascoltato dal vivo la sua Sagra della Primavera, la sua Fantastique, il suo Janacek sa di cosa si parla. In particolare della “Sagra” è, attualmente, uno dei due massimi interpreti viventi di riferimento, e non il secondo.
    Mettersi a discutere sull’interpretazione di Salonen del “Sacre” è, sostanzialmente, come discutere dello Strauss di Karajan o della Settima di Mahler diretta da Abbado. Inutile.
    Viceversa si può tentare di capire perchè qualcuno sia uscito deluso, tra cui Vizzardelli, dal concerto di ieri sera. Banalmente il motivo è solo uno: l’Orchestra Filarmonica della Scala NON è la Philharmonia Orchestra e NON è la Los Angeles Philharmonic. Ma questo è ovvio e non credo che Vizzardelli possa pensare che Salonen (o Karajan, o Abbado) possano trasformare un complesso di media ordinarietà in una tra le cinque orchestre più grandi del mondo, soprattutto con tempi di prova dettati da contratti.
    Un esempio che chiarisce il tutto ci vuole: quando Claudio Abbado è tornato con la Sesta di Mahler i commenti di chiunque all’uscita della Scala sono stati: “la Sesta di Mahler di Abbado con Lucerna è un’altra cosa”. Qua è lo stesso: la Sagra della Primavera di Salonen è un’altra cosa con la Philharmonia.

    Detto questo Salonen ha impresso il taglio consueto del suo “Sacre” improntato all’incandescente analisi che prevede, nella realizzazione, una perfezione tecnica esecutiva al di là delle possibilità orchestrali che ne ha inficiato a monte l’intenzione, costringendolo, in alcuni momenti, a rinunciare ai repentini cambi di tempo e, soprattutto, all’implacabile e virtuosistica scansione di tutta la Danza finale.
    Il “Monte Calvo”, rispetto alle note versioni con Philharmonia (live) e Los Angeles (registrazione) aveva l’asciuttezza, ma non ne possedeva lo scatto nervoso e il baluginio cromatico.
    Il lunghissimo, difficilissimo, meditabondissimo “Fuori dal Nulla”, ovvero il suo Concerto per Violino e orchestra era ben realizzato. La qual cosa mi fa pensare, a puro titolo speculativo, che nell’impaginazione del programma e nelle, immagino, poche prove, Salonen abbia sopravvalutato il livello attuale della compagine.
    Saluti

    -MV

  4. marco vizzardelli aprile 29, 2014 a 10:44 am #

    Eh Vono difende il Mito-Salonen (citando a sproposito la Sesta di Abbado, ben superiore agli esiti di Salonen di ieri sera) e non dovrebbe essercene bisogno. Tutti sappiamo che Salonen è un grande, ma proprio questo è il punto e il motivo per il quale la delusione è stata maggiore! Questo concerto era ben poco difendibile!
    E se è stato il frutto di poche prove, peggio ancora! Un Salonen DEVE provare, non può non sapere che l’orchestra scaligera ha bisogno di prove.! Un Salonen ha una grandezza da rispettare. Il Barenboim dell’Imperatore non preparato è il paragone con questo mediocre concerto di Esa-Pekka Salonen. L’atteggiamento “scazzato” con il quale ha diretto Musorgskij ne era la chiara spia.
    Ciò serva di stimolo per miglior preparazione di quanto ci aspetta: Elektra, il Titano di Mahler, Zarathuistra. Speriamo di riascoltare il VERO Salonen, quello che abbiamo imparato a conoscere (anche alla Scala, anche con l’orchestra scaligera) in questi anni, in Janacek come in Stravinskij. Questa volta era in campo la controfigura.

    marco vizzardelli

    • masvono aprile 29, 2014 a 11:01 am #

      “Un Salonen DEVE provare, non può non sapere che l’orchestra scaligera ha bisogno di prove.!”

      Vizzardelli vive nell’iperspazio, dove non esistono contratti, non esistono tempi di prova rigidamente definiti ecc.ecc. Vive all’epoca di Toscanini o Celibidache: o mi date queste prove o me ne vado.

      “Eh Vono difende il Mito-Salonen (citando a sproposito la Sesta di Abbado, ben superiore agli esiti di Salonen di ieri sera) e non dovrebbe essercene bisogno”.
      Nessun mito. Metto le cose a posto. In quella Sesta c’era mezzo organico della Mozart. Gli esiti furono un gradino (UN GRADINO) migliori.

      “Il Barenboim dell’Imperatore non preparato è il paragone con questo mediocre concerto di Esa-Pekka Salonen”
      Un delirio iperspaziale che non merita commento, a meno che tu mi dica dove Salonen abbia sbagliato gli attacchi.

      -MV

  5. Gabriele Baccalini aprile 29, 2014 a 11:35 am #

    Quanto scrivete non mi fa pentire per l’assenza dal concerto di ieri sera. Non mancherò certo gli appuntamenti con Strauss, Mahler e Beethoven, considerando anch’io Salonen uno vertici assoluti della direzione d’orchestra, direi in attività piuttosto che viventi (di Boulez purtroppo da un po’ si hanno ben poche notizie, Pretre comincia a dare dei forfait…).
    Dico subito però che non sarò presente alla baracconata, ancorché gratuita, di Piazza del Duomo del 24 maggio con l’immancabile (in queste occasioni circensi) Lang Lang. Non è vero che questo sia il modo giusto per avvicinare i giovani alla musica classica, è invece il modo di allevare un pubblico ignorante, che poi si fa notare se viene alla Scala per gli applausi a scena aperta alle cose più ignobili (vedi l’ultima Lucia).
    Sospetto che anche per Salonen “pecunia non oleat”.(giusto il congiuntivo, latinisti emeriti?)…
    A pensaa mal, se fà peccàa, ma s’induina (proverbio non andreottiano, ma schiettamente meneghino).

  6. marco vizzardelli aprile 29, 2014 a 12:13 pm #

    Dice Vono, Salonen è un direttore “sommo”. Il tono e il termine mi ricordano un noto personaggio che suole affermare: “il sommo Patanè”, “il sommo Santini”, “il sommo Gardelli”. In effetti, il Salonen di ieri sera stava bene accanto a questi “sommi”!!!!!
    Nella sua arrampicata sui vetri, inoltre, Vono cita il concerto di Philip Jordan di cui NESSUNO qui aveva parlato. Ma Vono, notoriamente tende talora ad avere come interlocutore se stesso. Giacchè è stato citato, dirò comunque che, nel concerto di Jordan, che è un buon direttore ma non un mito come Salonen e che comunque è stato complessivamente migliore, l’orrenda esecuzione del Macbeth di Richard Strauss era dello stesso livello di quella del Monte Calvo da parte di Salonen. Orrori da dimenticare.

    marco vizzardelli

  7. Elenas aprile 29, 2014 a 9:40 pm #

    Se volete una rappresentazione ancora più realistica di quello che è successo ieri sera, più che parlare del concerto (francamente bruttino per le ragioni già dette) posso postare il dopo Scala di Vizza….
    Zio Bacca, sentire ancora gente che scrive in latino facendo variazioni sulle parole di Vespasiano ha un che di commovente. Grazie.

    Elenas

  8. proet maggio 10, 2014 a 10:27 pm #

    comunque chi dice che Salonen è il “massimo interprete vivente del Sacre” (con tutto il rispetto per un direttore indiscutibile) vuol dire che non ha mai sentito questa:

    una roba davvero sconvolgente che dimostra, ancora una volta, come la filologia e, in generale, qualsiasi processo di spoliazione che si allontani dalla ridondanza fonica di orgine romantica da cui deriva ogni concetto di “interpretazione”, riportino ogni musica alla sua evidenza sonora, armonica e ritmica, svelando l’inganno del demiurgo alla guida di complessi impeccabili e dalle sonorità tanto brillanti e dunque, alla fine, accecanti.

    in tutti i modi, per estendermi anche al post successivo, io preferisco, piuttosto che tornare indietro di vent’anni, come ci suggeriscono le squallide cronache milanesi di questi giorni, andarmente nella Parigi di 100 anni fa, alla faccia di Pereira che questi non li inviterà mai.

    • masvono maggio 10, 2014 a 11:22 pm #

      Un ascoltatore del 1913 non aveva ancora ascoltato il rombo di un aereo, nè viveva nel costante sottofondo rumoroso d’oggigiorno tra i 60 e 70 Db. Roth sará interessante, museale, simpatico. Ma non filologico. Saluti.

      -MV

    • masvono maggio 10, 2014 a 11:29 pm #

      Durante la prima esecuzione di Monteux dubito avrebbe potuto capire qualcosa del “Sacre”. Tra vociare del pubblico e la confusione in orchestra…poi quel bastone da “Lully” é un vezzo poco filologico. Nel 1913 le bacchette erano da decenni in auge. A meno che il direttore non voglia darsi un “pestone”, incidente “filologicamente conforme” che per Lully ebbe conseguenze mortali. Dio non voglia…

      -MV

    • masvono maggio 11, 2014 a 12:15 am #

      Ho ascoltato il “Sacre” qui sopra (non completamente) e su “Spotify” un “Apprenti Sorcier” sempre con Roth e i suoi eccezionali Siecles. In realtà Roth é un demiurgo come tutti gli altri. Dipinge la musica con la china, al posto di acquerelli, tempere o olio. Tutta questa superiorità “estetica” non la vedo, sono operazioni in essere da tempo (il Bruckner di Harnoncourt, il Mahler di Norrington, il Weill di Gardiner e via dicendo) con esiti diversi, probabilmente sul “Sacre” è stato il primo. Asciugare il tessuto orchestrale è una via nota , non per questo è la “via superiore”. È UNA via, non LA via. A meno di non voler essere ideologisti.
      Saluti

      -MV

  9. proet maggio 11, 2014 a 4:09 pm #

    quella su Parigi era una battuta e non capisco che c’entrino gli aerei e il bastone di Lully.
    in realtà di quella serata del 1913 c’è una lunga ricostruzione, a quanto pare piuttosto accurata almeno sul piano visivo, all’inizio di un film per altri versi assai poco memorabile che non so nemmeno se è uscito in Italia (ma è facilmente downloadabile): Coco Chanel & Igor Stravinsky (si intitola proprio così, non è granché, lo so).

    io comunque vedo quest’esecuzione come il risultato di uno studio accurato e collettivo. un lavoro di squadra, un’enorme squadra guidata da un pensatore lontano dall’estetica egocentrica prevalente (peraltro molto simile nella sobrietà del gesto al mio amato, come direttore, Boulez)..
    certo Roth non andrà mai a dirigere (e fa bene) un’altra orchestra che non sia quella che lui ha creato con uno scopo ben preciso, lo si chiami come si vuole, filologia o altro.
    e il risultato non è superiore a nulla ma è certamente unico e diverso dal mainstream, secondo me di scarso interesse tanto quanto un blockbuster hollywoodiano, delle orchestre guidate da Salonen nella sua “interpretazione di riferimento” che i poveri scaligeri, sempre oggetto qui dentro di critiche feroci, non sono riusciti ad eguagliare e non si capisce perché dovrebbero, essendo un’orchestra che suona per la gran parte del tempo opere in buca, a differenza di Los Angeles etc etc…
    peraltro dovrebbe piacere a taluni questo spirito imprenditoriale de Les Siecles e del suo creatore, così lontano dalla routine dei garantiti.
    chissà, tra l’altro, quanti contratti occasionali avranno stipulato per affrontare il Sacre.
    e dove li avranno trovati 8 cornisti pratici dello strumento di un secolo fa e peraltro neanche loro, poverini, in grado di reggere il tempo impresso nella prima parte, almeno nel primo solo in evidenza, ma che volete che sia!

    • masvono maggio 11, 2014 a 10:27 pm #

      Rispondo per capi.
      1. Il bastone di Lully: si tratta di un mio malinteso. In un articolo veniva raffigurato Roth con in mano un bastone come quello che usava Lully, mentre l’articolo parlava del suo Sacre. Prima di vedere il filmato su youtube ho scritto il post pensando, erroneamente, che Roth avesse usato quel bastone per dirigere il “Sacre”. Viceversa ha usato mani nude stile Boulez. Però l’immagine di Roth con quel bastone esiste e, se non ho capito male, lo utilizza quando dirige musica di Lully o del suo tempo. In ogni caso avrei cancellato il post, naturalmente, ma l’editor di questo blog non lo permette, come non permette correzioni e lì è rimasto. Mea culpa.

      2. Gli aerei. C’entrano. Perchè dal suo post mi pare di evincere che consideri l’approccio filologico come “esteticamente superiore” ad ogni altro perchè l’unico che garantisce la necessaria spoliazione del tessuto musicale privando il “demiurgo” (ovvero il direttore d’orchestra dei complessi “normali”) di una sorta di “trucco abbaccinante” derivato, immagino, dalla maggiore brillantezza sonora degli strumenti contemporanei. Su questa idea, se l’ho correttamente intesa, dissento completamente perchè ritengo l’approccio filologico sostanzialmente impossibile e, quindi, irrealistica ogni sua pretesa di superiorità. Infatti come filologo probabilmente sarò in grado di riprodurre le note su strumenti dell’epoca, ma non sarò mai in grado di far percepire all’ascoltatore di oggigiorno le sensazioni provate dagli ascoltatori dell’epoca. Anzi, con ogni probabilità, se sensazioni più autentiche un ascoltatore contemporaneo le prova attraverso i suoi vituperati strumenti “brillanti” essendo, oggi, l’umanità molto più “sorda” di un tempo. Come sa io non credo che la musica esista fino a che qualcuno non l’ascolti. E nella catena “composizione-esecuzione-ascolto” l’ultimo anello è importante quanto il primo.

      3. Roth dirige anche altre orchestre. C’è un’esecuzione della Prima di Mahler con la SWR che trova agevolmente su Spotify (a mio avviso poco interessante) e altre registrazioni con complessi contemporanei di musica contemporanea. La sua esecuzione del Sacre è interessante per le ragioni da lei espresse, ma si tratta di una delle innumerevoli vie possibili dell’interpretazione del Sacre. A lei piace, a me non dispiace, ma ritengo Salonen, per esempio, nella sua registrazione con Los Angeles capace di una tensione ancora superiore e di trasparenze inaudite, oltre che ad una tenuta ritmica abbaccinante per velocità, reattività e, naturalmente, precisione. Io non contesto l’approccio di Roth, mi piace come suona la sua orchestra. Contesto in maniera assoluta che sia l’unica verità possibile.

      4. Roth è un demiurgo. Avrà l’espressione più arcigna, maggiormente severa, la gestualità parca. Ma è un demiurgo. Egli vuole nientemeno ricreare il Sacre come la sera della prima del 1913, Salonen invece vuole semplicemente “essere il cameriere del piatto che lo chef ha preparato in cucina avendo come unico scopo di portarlo in tavola intatto” (sua intervista alla BBC reperibile on-line). Chi dei due sia maggiormente “demiurgico” lo lascio decidere a lei.

      5. Le mie notizie sulla serata del 1913 sono non di prima mano. Per quello che mi è stato dato di conoscere Monteux ebbe necessità di una quantità di prove inaudita, durante l’esecuzione il pubblico inscenò una bagarre alla quale non rimase estranea l’orchestra (immagino accentuando certe novità stravinskiane o…inventandone di nuove. Insomma, aggiungendo rumore su rumore). Ovviamente Pierre Monteaux dichiarò per tutta la vita di non aver mai amato il Sacre.

      Saluti
      -MV

  10. masvono maggio 12, 2014 a 7:42 pm #

    Ecco per la cronaca il bastone “da o “di” Lully all’opera con Francois Xavier Roth. Abbastanza demiurgico direi….
    Saluti

    -MV

  11. proet maggio 12, 2014 a 10:26 pm #

    bellissimo, ma quanto suonano bene!
    mi pare peraltro lo stesso concerto del Sacre e il bastone, almeno su questo brano che è una marcia, mi pare c’azzecchi assai e non disturba.
    quanto alla filologia o come altro si voglia chiamare questo modo di suonare non ho mai detto che sia superiore agli altri approcci.
    tuttavia mi interessa e mi coinvolge questo tornare al grado zero della musica e del suono perché mette in evidenza elementi che oserei definire oggettivi annullando completamente le necessità soggettive, quando non narcisistiche, del direttore, il quale, in questo caso con tutta evidenza suona insieme all’orchestra e non le impone nulla, quasi si lascia suonare dai suoi collaboratori con i quali, evidentemente, ha concertato con molta attenzione a partire dal testo, sia esso Lully o Stravinsky, e dagli strumenti stessi.
    mi auguro che lui resti a suonare sempre con la sua orchestra perché questo alla fine è l’unico rapporto possibile fra direttore e musicisti, come del resto a suo modo ci ha insegnato l’Abbado degli ultimi anni che preferiva suonare solo con le “sue” orchestre, peraltro con risultati secondo me molto più interessanti e, ancora una volta, scarni, anche quando affrontava Mahler con l’Orchestra omonima, a Roma, facendo spegnere le luci sull’Adagio.
    quel “suono”, così imperfetto alla fine, è IL suono, quello reale.
    il resto per me è più o meno come quando al cinema fanno le scene col computer.
    ma certo esagero, andrò a sentirmi il Sacre di Salonen ma solo se c’è un video di un concerto, i dischi in studio sono farlocchi e, a mio parere, ormai per il repertorio storico non hanno più senso.

    quanto alla serata del 1913 ormai anche i bambini delle elementari sanno come andò e, come ho già detto, pure i blockbuster cinematografici ne traggono spunto per il grande pubblico generalista.
    resta il fatto che a volte la suggestione da macchina del tempo creata dagli strumenti originali ha un effetto sconvolgente proprio per le orecchie moderne non più abituate al silenzio della realtà.
    e mi pare che il pubblico dei Proms, un pubblico vero con gente di tutti i tipi e vestiti ognuno come gli pare, abbia compreso a pieno la cosa tributando un’ovazione incredibile.
    è sinceramente il tipo d concerto che vorrei sempre sentire e vedere con il pubblico che vorrei sempre potesse assistervi.
    30 anni riuscii a farlo, con una semplice, lunghissima e ordinatissima coda che spero sia ancora in auge.
    in mancanza di ciò, santo youtube!

  12. marco vizzardelli maggio 28, 2014 a 12:54 pm #

    IL CONCERTONE IN PIAZZA DUOMO
    Lang Lang in Piazza Duomo ha suonato (bene) il 2Rack, poi ha orribilmente masturbato il Grande Valzer Brillante di Chopin in chiave Grande Valzer Swing-Kitsch: un obbrobrio non salvato dalla consueta esibizione virtuosistica! Riconosco però al personaggio il talentaccio e la grande simpatia umana.
    In seguito Esa-Pekka Salonen e la Filarmonica della Scala hanno eseguito il Sacre di Stravinskij molto ma molto meglio di quanto avessero fatto alla Scala la scorsa settimana: stavolta era il Sacre magnifico di Salonen che conosciamo, quella in teatro dev’esser stata una specie di prova…
    Detto questo, 45.000 persone sotto la pioggia non sono uno scherzo, continuo a non prediligere queste manifestazioni ma è un numero che incute rispetto e anche – perché no – speranza…

    marco vizzardelli

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