8 Apr

11z89      Les Troyens

          Hector Berlioz

Grand-Opéra in cinque atti
Libretto di Hector Berlioz

Nuova produzione
In coproduzione con Royal Opera House, Londra; 
San Francisco Opera e Wiener Staatsoper

Dal 8 al 30 Aprile 2014

Durata spettacolo: 5 ore e 20 minuti inclusi intervalli

Cantato in francese con videolibretti in italiano, inglese, francese

DIREZIONE

Direttore
Antonio Pappano
Regia
David McVicar
Scene
Es Devlin
Costumi
Moritz Junge
Luci
Wolfgang Göbbel
Coreografia
Lynne Page

CAST

Enée
Gregory Kunde
Chorèbe
Fabio Capitanucci
Panthée
Alexandre Duhamel
Narbal
Giacomo Prestia
Iopas
Shalva Mukeria
Ascagne
Paola Gardina
Cassandre
Anna Caterina Antonacci
Didon
Daniela Barcellona
Anna
Maria Radner
Hylas
Paolo Fanale
Priam
Mario Luperi
Un chef Grec
Ernesto Panariello
L’ombre d’Hector
Deyan Vatchkov
Hèlénus
Oreste Cosimo
1er soldat Troyen
Guillermo Esteban Bussolini
2eme soldat Troyen
Alberto Rota
Un soldat
Luciano Andreoli
Le Dieu Mercure
Emidio Guidotti
Hécuba
Elena Zilio

8 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli aprile 9, 2014 a 4:12 am #

    esito trionfale della “prima”, Pappano è puro teatro, Antonacci memorabile, Kunde con qualche durezza ma a tenuta stagna ed accenti eroici, e soprattutto – a proposito dei timori di qualcuno alla vigilia – una Barcellona di splendida intensità. Orchestra trascinata da Pappano al meglio assoluto della stagione, coro travolgente. Il tutto nella impressionante macchina scenica di McVicar.
    Di gran lunga, fin qui, (e prima dell’attesa Elektra) il miglior spettacolo della stagione scaligera.

    marco vizzardelli

  2. Gabriele Baccalini aprile 9, 2014 a 1:16 pm #

    L’essenziale lo ha scritto Vizzardelli e sostanzialmente concordo.
    Osservo che la Traviata non era da meno e, anzi, la regìa era a mio avviso più convincente. Ho trovato anch’io molto belle le scene, firmate da Es Devlin, e geniale la costruzione del cavallo. Nel modo di gestire i personaggi da parte di Mc Vicar e nei costumi ho trovato qualche manierismo, anche se è legittimo porre fuori dal tempo un racconto mitologico come è quello dei Troiani. Una lode ulteriore allo scenografo, per aver fatto vedere benissimo tutto lo spettacolo anche dall’alto delle gallerie.

    Grandissima senza dubbio l’esecuzione musicale. Una volta tanto anche i comprimari erano di ottimo livello, ma i protagonisti non hanno tradito le attese più ottimistiche.
    Pappano, Casoni e Antonacci über alles, Kunde e Barcellona su livelli altissimi e oggi forse non superabili. Non potendosi pretendere Kaufmann e solo Kaufmann per tutte le occasioni (lunedì sarà alla Scala con la Winterreise, accompagnato da Helmut Deutsch), bisogna dire che se va avanti così Kunde diverrà il Leo Nucci dei tenori.
    Anna Caterina Antonacci è una dominatrice nata del palcoscenico e amministra con saggezza i suoi eccezionali mezzi vocali, intatti dopo tanta carriera. La sua classe vocale si poteva valutare soprattutto nei pianissimi, magnificamente accompagnati da Pappano e da un’orchestra stavolta inappuntabile, che “correvano” per tutta la sala a arrivavano perfettamente in loggione.
    Confermo anche che i dubbi, che si potevano nutrire sulla tessitura alta in rapporto ai mezzi vocali di Daniela Barcellona, sono stati spazzati via da una interpretazione, che ha commosso ed entusiasmato il pubblico rimasto fino al termine della maratona.
    La nota dolente della serata è stata infatti l’accoglienza della città al capolavoro di Berlioz: alla vigilia della prima c’erano in vendita 350 posti di platea e palchi, le platee sono state affannosamente offerte ai gruppi organizzati a 80 euro invece di 252, ma i buchi si vedevano sin dall’inizio e aumentavano, anche nelle gallerie inizialmente piene, ad ogni intervallo.
    E’ vero che l’opera iniziava alle 17.30 di un giorno feriale ed è durata cinque ore e trenta minuti, ma avrebbe un senso tenere aperta la Scala solo per ripetere sempre e solo le stesse Aide, le stesse Lucie, gli stessi Trovatori, con una sistematica “reformatio in pejus” di regìe, cantanti e direttori, non essendoci più quelli di una volta, come si usa dire dei nebbioni milanesi?

  3. proet aprile 12, 2014 a 8:31 am #

    e su questo nessuno commenta?

    http://www.giornaledellamusica.it/news/?num=116132

    • Attilia aprile 12, 2014 a 9:34 am #

      Sto giusto viaggiando verso Salisburgo, indagheró come un segugio ! Ma mi domando, se ne accorgono dolo ora a cose fatte? Prima che facevano, dormivano? Sindaco in testa? Mah…. Attilia

  4. lavocedelloggione aprile 14, 2014 a 3:30 pm #

    Scusate, ma non riesco ad inserire il post del concerto di Kaufmann di stasera, lo mettero´domani sera appena torno da Salisburgo. Attilia

  5. Gabriele Baccalini aprile 15, 2014 a 10:27 am #

    Impossibile non commentare a caldo la sublime Winterreise interpretata da Jonas Kaufmann e da Helmut Deutsch ieri sera alla Scala. Poi Attilia provvederà a spostare i commenti nel post ad essa dedicato.
    Prima di tutto vorrei rivalutare un po’ i testi di Müller, da molti considerati solo un modesto supporto strofico alle melodie di Schubert.
    In realtà i 24 brani poetici descrivono una traiettoria, che accompagna il Wanderer romantico verso la morte in una solitudine disperata. Gli unici esseri viventi che si rivolgono a lui sono il tiglio e una cornacchia. Nessun essere umano compare agli occhi del viandante, fino a quando egli incontra un “vecchio misterioso”, il Leierman al quale chiede di poterlo seguire e di accompagnare con l’organetto le sue canzoni.
    Il Leiermann secondo me rappresenta la morte (in tedesco Der Tod, maschile): egli non sta nella piazza del paese, è solo ai margini, i cani gli ringhiano e il suo piattello è sempre vuoto, ma lui continua senza posa a girare la manovella dello strumento.
    Al Leiermann il Wanderer giunge dopo aver seguito un cartello stradale, che indica una strada da cui non si fa ritorno. Per essa egli arriva al cimitero-locanda, nel quale per lui non c’è posto neppure tra le tombe. E allora, Coraggio! (Mut) esclama, ma dei suoi tre soli due sono già scomparsi ed egli invoca anche la sparizione del terzo, per rimannere al buio. E’ a questo punto, alla fine del viaggio senza ritorno, che avvista il Leiermann con la sua immobile e raggelante melodia.
    A me tutto ciò pare una sceneggiatura alla quale la partitura di Schubert si adatta perfettamente, attravesro i suoi episodi uno più commovente dell’altro.
    Jonas Kaufmann è partito in pianissimo con un tono melanconico che via via è divenuto sempre più tragico sino allo sconvolgente finale, assecondato da quel grande accompagnatore di Lieder che è Helmut Deutsch, non a caso l’ultimo partner del sommo Hermann Prey.
    Kaufmann è il primo tenore da cui ho ascoltato la Winterreise, avendo sentito commenti sfavorevoli a quella di Bostridge, tenore di voce “bianca” priva della tavolozza timbrica che la composizione richiede (non sono certo della fondatezza di tale giudizio).
    A me l’interpretazione di Kaufmann è sembrata riflettere più la dolcezza femminile, il “Weibliche”, dei grandi contralti che ho conosciuto in Winterreise (Christa Ludwig, Brigitte Fassbaender), che non il taglio dei massimi bass-bariton degli ultimi 50 anni (Fischer-Dieskau, Prey, Quasthoff). Ma questa era la “sua” Winterreise, assolutamente personale, con una gamma di sfumature infinita e non certo priva del vigore necessario a molti passaggi.
    Non mi ero accorto del Ferrando del giovane Kaufmann nel Così fan tutte di Strheler, ma ricordo di averlo sentito la prima volta alla Scala in un Liederabend e di averne tratto una impressione fortisasima. Ieri sera ha dato un’altra prova della sua altissima classe vocale, oggi forse senza confronti in campo maschile, nonché della versatilità che gli consente di essere un grande wagneriano, verdiano, pucciniano e quant’altro, coltivando al tempo stesso l’arte de Lied, che richiede una studio particolare, anche nella gestualità.
    Da questo punto di vista considero l’intelligenza musicale di Kaufmann superiore anche a quella di Placido Domingo, immenso tenore operistico, che però ha preferito concludere la carriera coon discutibili esibizioni direttorial-baritonali, invece di dedicarsi al raffinato repertorio liederistico, che è praticabile a lungo anche dopo i maggiori impegni operistici, anche se purtroppo in Italia esso ha ancora troppo pochi estimatori.
    Ieri sera la Scala era al completo, ma per Kaufmann, non per Schubert. Interminabili gli applausi, ma le numerose richieste di bis ovviamente non esaudite avranno forse insegnato a qualcuno che dopo Winterreise non esistono bis, come non se ne possono fare al termine delle Passioni di Bach o dei Requiem di Mozart e di Verdi.

  6. proet aprile 15, 2014 a 10:47 am #

    nel CFT di Strehler Kaufmann si alternava nel ruolo con Mark Milhofer che aveva tutt’altra vocalità.
    allora il “colore Kaufmann”, che a mio parere è quello giusto per qualsiasi ruolo, o quasi, c’era già tutto, anzi ora mi sembra meno morbido e squillante, certamente un po’ usurato dall’incessante attività (ma va detto che l’ho sentito solo in video).

    invece stamattina ho sentito Foletto a Radio Popolare su Pereira e mi ha deluso assai, l’ho trovato un po’ “buonista” e tutto teso a dire che Pereira può far quel che vuole e che la soffiata ai giornali austriaci viene dall’interno del Teatro, dunque è dovuta a faide interne.
    pare quasi che non essendo il protagonista italiano glie le si possa perdonare tutte (così fan tutti, appunto, anche il defunto Mortier…).
    invece a me fa specie che anche altrove ci siano certe abitudini moleste e che si continui ad usare denaro pubblico per risanare buchi di bilancio altrui, italiani e non.
    i “conti della serva” di cui parlava poi Foletto, necessari a riempire la programmazione giornaliera del semestre maledetto del 2015, a me non tornano comunque: che bisogno c’era di acquistare da fuori proprio per la stagione dell’Expo (che parrebbe attirare il cosiddetto pubblico generalista) quando i magazzini della Scala sono pieni di centinaia di allestimenti anche recenti?
    e che senso ha fare Kurtag proprio nell’anno dell’Expo e per il pubblico di cui sopra?

  7. Gabriele Baccalini aprile 15, 2014 a 11:16 am #

    Grazie, Proet, per la precisazione sul Così fan tutte. E’ possibilissimo che io abbia ascoltato Milhofer invece di Kaufmann. D’altra parte quello era un bellissimo spettacolo, ma la parte musicale non era certo il massimo e quindi ci sono andato una sola volta.
    Quanto alla vicenda Pereira, io aspetto di conoscere i documenti, non faccio come Forza Italia o De Corato che lo vogliono cacciare subito.
    E’ quasi ovvio che uno spiffero sia uscito dalla Scala, so che Paola Zonca è una giornalista attenta, che verifica le fonti prima di scrivere e stimo anche Foletto, cui si offre troppo poco spazio per le critiche musicali, mentre Isotta ha imperversato con le sue idiozie (forse adesso è finita anche per lui).
    Da quello che ha detto Pereira alla Aspesi, per esempio il Falstaff diretto da Gatti a Salisburgo alla Scala si farà nel 2017 e quindi non è detto che Kurtàg si faccia durante l’Expo.
    Ma quello che voglio sapere io prima di tutto è se esiste un documento a due firme, che evidentemente non possono essere entrambe di Pereira. Allora chi ha firmato per la Scala e chi per Salisburgo?
    Poi ovviamente devono essere valutati i contenuti del ventilato contratto.
    Dopo avere conosciuto il tutto potremo giudicare in modo circostanziato.
    Ciao.
    Gabriele Baccalini

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