24 Mar

Maurizio Pollini

DIREZIONE

pianoforte
Maurizio Pollini

PROGRAMMA

Ludwig van Beethoven
Sonata in re min. op. 31, n° 2 (“La tempesta”)
Karlheinz Stockhausen
Klavierstück VII e IX
Ludwig van Beethoven
Sonata in si bem. magg. op. 106 (Grosse sonate für das Hammerklavier)

7 Risposte to “”

  1. lavocedelloggione marzo 24, 2014 a 9:56 pm #

    Dopo un inizio…tempestoso della “Tempesta”, tutto è stato magico, soprattutto la Hammerklavier (col finale funestato però da intensi odori da cucina provenienti dal foyer delle gallerie: ma dovrebbero proibirlo, o almeno astenersi dal preparare cibi caldi che emanino profluvi forti fino in sala!!!). ‘notte Attilia

  2. marco vizzardelli marzo 25, 2014 a 4:05 am #

    La frase, circolata alla fine della pazzesca lettura della fuga dell’Opera 106 – “dopo la tempesta, lo tsunami” – riassume quanto si è ascoltato molto meglio e più che a livello di semplice battuta. E proprio il finale dell’Hammerklavier così sortito dalle mani (e dalla mente e dal cuore) di Pollini rende di ferrea logica e quasi naturale (è il miracolo di sempre, di Pollini) l’accostamento di Beethoven a Stockhausen (strepitosa esecuzione del “pezzo” IX). Qualche “vuoto” (e anche un po’ d’ansia, fra gli ascoltatori) all’inizio nel primo movimento dell’Opera 31 nr 2, eppure anche quell’andamento “ansioso”, talora irregolare, il recitativo “allontanato” e quasi fosforescente nell’uso pronunciato del pedale, perfino le inesattezze lasciate lì – come schegge d’un respiro affannato – restituivano un Beethoven “agganciato” a due solo apparenti opposti. La contemporaneità (è più eversivo, all’ascolto, un Beethoven così eseguito, o Stockhausen? O son fratelli?) e lo slancio utopico. Il Pollini di questo concerto, il pianista che, ad un certo punto della carriera, sperimentò per qualche tempo anche la direzione d’orchestra, pareva fondere in sé l’approccio spietato d’un giovane Boulez (o, se di oggi parliamo, di un Salonen: pensate a quella Settima ascoltata alla Scala, con la Philarmonia) e lo slancio utopico del Beethoven di Furtwangler (pensate alla stretta finale della Nona portata al limite di rottura d’energia cinetica e spirituale).
    Si esce da teatro con un senso di “enormità”: le musiche, gli autori, e chi a noi le “testimonia”. Ed è enorme – come l’applauso conclusivo – ogni volta di più la gratitudine per un’avventura dello spirito che da oltre quarant’anni ci è donata in musica.

    marco vizzardelli

  3. masvono marzo 25, 2014 a 1:11 pm #

    C’è in questo ultimo Pollini un qualcosa dell’ultimo Backhaus, anche come percorso. L’esattezza ritmica che ora è diventata viceversa mobilissima, il suono che da opalescente è divenuto luminosissimo, quasi un’astrazione di pura luce. La vorticosità digitale che, complice la pedalizzazione morbida, trasforma i suoni in una centrifuga di schegge. E soprattutto la forza intellettuale da riuscire, quasi, a convincere che Stokhausen e Beethoven siano, entrambi “il cielo stellato sopra di noi”.

    Si tratta, a ben vedere, di un’illusione. Ma, per un’ora e mezza, ne siamo stati, quasi, convinti.
    A presto

    -MV

  4. proet marzo 30, 2014 a 6:53 pm #

    • lavocedelloggione marzo 30, 2014 a 7:05 pm #

      Stupendo!!! Solo a NY potevano fare una cosa così! Attilia

      • masvono marzo 31, 2014 a 10:27 pm #

        Ecco, la FIlarmonica della Scala potrebbe fare un po’ di “fundraising” come la Carnegie Hall. Allo stesso modo.
        Ciao

        -MV

  5. marco vizzardelli aprile 2, 2014 a 4:46 am #

    Fantastico! Come alla Casa della Musica di Vienna, ma dal vivo!
    Sarà un caso (oppure no) ma dai tre minuti e rotti di filmato emergono con evidenza alcuni esiti:
    – molto meglio i “direttori donne”
    – molto ma molto meglio i “direttori di colore” (compreso il poliziotto): altra musicalità!!

    marco vizzardelli

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