28 Feb

Una sposa per lo Zar (Carskaja Nevesta)

Nikolaj Rimskij-Korsakov

Opera in quattro atti Libretto di Il’ija Tijumenev

Nuova produzione

In coproduzione con Staatsoper Unter den Linden Berlino

Dal 2 al 14 Marzo 2014

Durata spettacolo: 2 ore e 40 minuti incluso intervallo

Cantato in russo con videolibretti in italiano, inglese, russo

DIREZIONE
Direttor  Daniel Barenboim
Regia e scene  Dmitri Tcherniakov
Costumi  Elena Zilseva
Luci  Gleb Filschtinsky
zarenbraut_146-k6jD--400x320@Milano
 CAST
Vasilij Stepanovič Sobakin  Anatoly Kotscherga
Marfa  Olga Peretyatko
Grigorij Grigor’evič Griaznoj  Johannes Martin Kränzle
Maljuta Skuratov  Tobias Schabel
Ivan Sergeevich Lykov  Pavel Černoch
Ljubaša  Marina Prudenskaya
Elisej Bomelij  Stephan Rügamer
Domna Ivanovna Saburova  Anna Tomowa-Sintow
Dunjaša  Anna Lapkovskaja
Petrovna  Carola Höhn

13 Risposte to “”

  1. masvono marzo 3, 2014 a 10:28 am #

    Gli ultimi minuti della chiamata al sipario, con Daniel Barenboim e Dmitri Tcherniakov a tenersi uniti per mano, braccia in alto, per minuti interi, da soli in proscenio a prendersi le ovazioni (l’intero teatro meno dieci persone) e i “buuu” (le dieci persone, le solite, di nero vestite e di bianco insepolcrate) sono stati l’emblema della rappresentazione, una delle più alte delle stagioni da vent’anni a questa parte e tra le tre/quattro da ricordare dell’era-Lissner. Una di quelle in cui buca, canto e spettacolo procedono univocamente verso lo stesso destino. Una di quelle in cui l’opera d’arte totale, ovvero lo *spettacolo* non è solo la somma dei componenti, bensì la loro *fusione*.

    LA CHIAVE
    Il pantone 354 è la chiave cromatica di ogni “green screen” che si trova in qualsiasi studio televisivo. Questo sfondo “verde pistacchietto” consente la tecnica del “chroma-key”, ovvero la possibilità di utilizzare una sorgente video “trasparente”, nella quale far comparire qualsiasi cosa: un filmato, un’immagine, uno scenario virtuale grazie al solo fatto che quella tonalità di “verde” in natura non esiste e può essere agevolmente “bucato”.
    La scenografia di Tcherniakov è, sostanzialmente, uno studio TV con al centro un gigantesco “green screen” che può essere ben considerato la piattaforma per la creazione di ogni illusione e di ogni finzione.
    Lo Zar è così riprodotto virtualmente, nell’ouverture, grazie alla computer-graphic. Non esiste, è un’immagine virtuale, una sorta di Grande Fratello orwelliano, una creatura di bit. Come nel libretto egli è una non-presenza attorno alla quale gravità l’intera vicenda. La sua apparizione avviene a Marfa in TV invece che in un corteo, e Marfa, donna reale, viene turbata da questa immagine. Quante volte il “virtuale” insidia il mondo “reale”? Quante volte la realtà si spersonalizza nella virtualità?
    Banalmente, Marfa è donna in carne ed ossa, che ama un uomo in carne ed ossa ed è contesa da un altro uomo a sua volta amato da un’altra donna. Questo nel mondo reale.
    Ma cosa accade nel momento stesso in cui Marfa viene *catturata* dall’immagine dello Zar? Accade che si ammala, perde la bellezza (connotato molto reale), si spersonalizza, non cammina più, striscia per terra fino diventare la larva dell’ultimo atto…Mentre sugli schermi televisivi del mondo ride felice con alle spalle un matrimonio che mai c’è stato nè mai ci sarà perchè girato, appunto, in “chroma-key”. E lei, che è stata donna in carne, ossa e passioni diventa eterna nella finzione virtuale.
    L’idea del regista è potentissima. In un solo gesto riassume, attualizzandola, la trama intera dell’opera ponendo di fronte al pubblico il grande inganno della finzione, vero dramma dei tempi moderni con gli innamoramenti su internet, la fenomenologia dei social, lo scambio virtuale/reale dei giochi di ruolo “on line” e di Second Life e anche, perchè no?, la dittatura dei blog del cosiddetto “popolo della rete” che non esiste, essendo nient’altro che una proiezione di noi stessi nel virtuale.
    Inutile considerare che l’impianto drammaturgico sostenuto da quest’idea, rispettosissimo della musica e della dinamica teatrale del libretto, funziona alla perfezione e ad esso aderisce come un guanto l’immensa direzione di Daniel Barenboim. La sua più alta in Scala, se escludiamo la Tetralogia, e sicuramente la sua massima di un autore che non sia Wagner.
    L’impianto tragico, sbalzato attraverso una sonorità scabra e violenta, ma capace di assottigliamenti prodigiosi è alla base della sua concezione. Non esiste tragedia più grande dell’incontro con lo Zar. Non esiste tragedia più grande dell’incontro con il Virtuale, il demonio dei tempi moderni. L’afasia a cui l’accompagnamento di Barenboim conduce il canto (sublime!) della meravigliosa aria finale di Marfa rappresenta perfettamente il crollo totale di una psiche rotta. La lentezza gravida di tensione spasmodica raggiunge qui gli stessi esiti, per esempio, con cui Sinopoli raccontava il crollo psichico di Butterfly nella sua incisione discografica e la melodia “rimskiana” in diversi punti dell’opera, ma in questo in particolare, ha, nelle sue armonie cromaticamente estenuate e nella morbosità melodica un “qualcosa” che lo apparenta al nostro compositore.
    I cantanti, tutti perfettamente nel ruolo ed eccezionali nella recitazione (Tcherniakov muove i cantanti in scena come pochi, ovvero nessuno) con plausi alla pienezza contraltile di Marina Prudenskaya, al lirismo infantile della protagonista Olga Peretyatko. Eccezionale, anche scenicamente, il cameo della mitica Tomowa-Sintow, colei che cantò la Marescialla e i “Vier Letzte lieder” nelle ultime produzioni straussiane di Karajan e l’immarcescibile Kotscherga, il Boris d’antonomasia degli ultimi vent’anni del secolo scorso.
    Uno spettacolo da vedere, rivedere e ricordare.

    -MV

  2. Elenas marzo 3, 2014 a 12:22 pm #

    Insisto nel dire che queste recensioni andrebbero raccolte una volta per tutte. Bravissimo Massimiliano. Questo significa restituire al pubblico il senso e la chiave di uno spettacolo.

    Nulla da aggiungere. Ci tornerò.

  3. Elenas marzo 3, 2014 a 12:23 pm #

    Solo una cosa. Ho trovato in particolare eccezionale la Prudenskaya.

  4. marco vizzardelli marzo 3, 2014 a 12:37 pm #

    La Mucca Pazza (che oltre tutto sporca in giro, colando lardo) e i suoi vitelli castrati, muggiscono (con questo tono bianco dovuto all’assenza di attributi) a TUTTE le prime della Scala. Andrò ad una delle prossime repliche, sperando nell’assenza dei fastidiosi bovìni.

    marco vizzardelli

  5. Inattuale marzo 4, 2014 a 1:57 pm #

    Incomprensibile il comportamento degli squilibrati adoratori delle salme…. la Nellie Melba (troppo recente? chiedo venia…) non ha cantato la figlia dello Zar quindi non si viola il tempio…..
    poveretti

  6. marco vizzardelli marzo 6, 2014 a 1:17 am #

    Adesso è tardi e me ne vado a nanna, ma… vista stasera e bisogna pur che dica il minimo: troppe volte si fa tanta, vuota retorica sul “ruolo” o i presunti primati di un teatro quale la Scala. Ecco, qui invece non c’è retorica, qui c’è il dato di fatto: questa SENSAZIONALE messa in scena complessiva – l’incredibile, capillare direzione di Barenboim, lo spettacolo di Cerniakov tripudiante di intelligenza, e l’una perfettamente integrata all’altro (e nel cast due protagoniste femminili da antologia) – hanno, sì, la fisionomia di una realizzazione da primo teatro lirico del mondo. Il livello è quello. Mi fermo qui, poi se mi viene dico altro. Ma era giusto dirlo subito dopo averlo visto e ascoltato: è spettacolo di una bellezza, e grandezza, semplicemente sconvolgenti.

    marco vizzardelli

  7. Gabriele Baccalini marzo 6, 2014 a 1:53 pm #

    Beh, Marco, per essere onesti si dovrebbe dire che il primo teatro lirico del mondo è la Staatsoper Unter den Linden…

  8. Elenas marzo 6, 2014 a 10:54 pm #

    Gente, ma cosa pretendete da soggetti che titolano un post: “Voci MODESTE: Teresa Berganza”.
    Cioè ….

  9. marco vizzardelli marzo 10, 2014 a 2:07 pm #

    Poveri Pappano e Salonen un mese in questo ambientino! Sinceramente, allo stato attuale delle cose, certi spettacoli, certe regie,anche certi direttori, alla Scala mi sembrano abbondantemente sprecati. Meglio le Lucie-stile Hollywood, i Trovatori d’archeologia, le Aide zeffirelliche, i Boccanegra col divo fuori parte. Visti gli esiti e il tipo di fruizione (compresa certa stampa più micidiali trasmissioni radiofoniche) mi pare che l’ambiente non meriti di più. Scusate, ma dopo la reazione a Una Sposa per lo Zar (unita alle molteplici reazioni precedenti) il mio scoraggiamento ha toccato il livello di guardia. A Milano un certo tipo di spettacolo non val la pena. Meglio andarseli a vedere altrove.

    marco vizzardelli

  10. Marco marzo 10, 2014 a 3:04 pm #

    Ma no, Marco. Ti propongo, per superare lo scoraggiamento, un magnifico ritorno del Maestro Muti alla Scala, per l’Agnese di Hohenstaufen. Con un po’ di intervallo nei confronti dei Troiani, visto che anche l’Agnese non è che duri pochino pochino. Ciao
    Marco Ninci

  11. Elenas marzo 11, 2014 a 12:06 pm #

    http://www.artsjournal.com/slippeddisc/2014/03/berlin-philharmonic-makes-amends-to-harnoncourt.html

    Anche questo “non è un direttore” notoriamente …
    Il pubblico non è fatto solo di costoro. Godiamoci quel che c’è di bello e stop (per esempio il concerto della Filarmonica di ieri sera).

  12. Gabriele Baccalini marzo 12, 2014 a 12:11 pm #

    Ritengo indispensabile, a tutela della napoletanità della serata (o intera giornata?) di ritorno del Maestro Muti alla Scala, che durante gli intervalli dell’Agnese di Hohenstaufen sia rappresentato Il Ritorno di Don Calandrino, intermezzo di Domenico Cimarosa già magistralmente intepretato da Riccardo il Grande (il Piccolo, anagraficamente s’intende, è un altro e lo ascolteremo più spesso).
    Infatti, come testimonia la prima pagina di Google alla voce “Spontini”, a Milano non si intende con tale denominazione un compositore marchigiano, ma una famosa pizzeria al trancio. La vera pizza napoletana, tonda o a metro che sia, deve trovare un suo giusto spazio di rappresentazione.

  13. Marco marzo 12, 2014 a 1:15 pm #

    Caro Zio, sono assolutamente entusiasta dell’idea. La lunghezza sarà rimarchevole e bisognerà stare in teatro tutto il giorno, a cominciare dalle nove di mattina. La fila si formerà almeno a partire dalle 21 della sera precedente; ma i i fedeli più fedeli (ed io fra loro) saranno lì fin dal mattino. Del resto, per arrivare all’estasi mistica un po’ di sforzo ci vuole. Buona fortuna agli “happy few” che avranno una simile costanza.
    Marco Ninci

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