28 Gen
Concerti
Stagione della Filarmonica della Scala
27 gennaio 2014
Milano, Teatro alla Scala
Direttore Myung-Whun Chung
Ludwig van Beethoven

Sinfonia no.6 Pastorale
Johannes Brahms

Sinfonia no.4
 Myung-Whun chung torna per il secondo concerto in stagione dopo la generosa sostituzine di Georges Prêtre nella serata inaugurale. Con la Filarmonica presenta un programma che è trasparente omaggio al suo maestro Carlo Maria Giulini: la

6 Risposte to “”

  1. marco vizzardelli gennaio 28, 2014 a 11:04 am #

    Miracolo a Milano. E’ quanto si è verificato dalle 17.30 alle 22 circa di questa serata (ovvero dal ricordo dell’orchestra con Barenboim, da Piazza Scala traboccante di folla, i padri con i bambini sulle spalle, fino allo strepitoso concerto di Chung, uno dei più belli nella storia della Filarmonica). All’improvviso, era di nuovo la città che abbiamo amato negli anni dell’infanzia e dell’adolescenza. Miracolo a Milano, o forse, più semplicemente, Claudio Abbado e Milano. Gli anni migliori della nostra vita.
    Dopo il concerto di Chung, abbiamo parlato con Ernesto Schiavi, stupito dalle “coincidenze” (ma sono coincidenze?) : il programma già dedicato a Carlo Maria Giulini è stato ulteriormente dedicato a Claudio Abbado. Non solo ( e qui sta quella he parrebbe una mano divina): in tempi ancora lontani dalla scomparsa di Abbado, il programma originale (Terza e Quarta di Brahms) si è mutato in “Pastorale di Beethoven e Quarta di Brahms”. E la Pastorale è sempre stata sinfonia prediletta e privilegiata, fra le Nove, da Abbado, che l’ha studiata e ristudiata, proposta e riproposta, sempre rinnovata nella lettura. Non solo – ci ha ricordato ancora Schiavi: proprio questo concerto di Chung è venuto a coincidere con le date d’inizio della storia della Filarmonica, e con l’addio a chi ne è stato il Fondatore.
    E la serata, già così forte nei temi e nelle emozioni, è coincisa con uno dei più memorabili concerti di tutta la storia della Filarmonica della Scala. Tale la nuova apparizione sul podio di un Chung sempre più zen, essenziale, profondo – e magistrale nel dominio tecnico e tematico della due sinfonie. E nel feeling unico – e comprovato, negli anni, da tante apparizioni, con l’orchestra. C’è una sola parola che esprime che esprime quel che “scatta” fra Chung e Filarmonica, quando il maestri coreano sale su questo podio: è amore vero! Tutto quel che accade poi: la qualità dell’esecuzione e della lettura, l’abbraccio del pubblico (una vera ovazione, e non è un pubblico sempre così caldo!), il direttore che si siede sul podio davanti agli orchestrali e nessuno, né lui né loro, si alza, in omaggio reciproco. Tutto questo è “feeling”. Amore, vero.
    E che qualità di esiti: una Pastorale acquarellata nelle tinte e bulinata fino all’estremo nel disegno (la natura orientale di Chung unita alla sua miracolosa cultura della grande musica europea, e alla sua tecnica mirabile, il gesto sempre più essenziale ma bellissimo, anche se la stupenda mano destra, visibilmente – e l’ha fatto poi notare all’orchestra durante Brahms – gli duoleva) nella quale la concertazione dettagliatissima non perdeva mai di vista, pur nella ricchezza dei particolari, l’unità dell’insieme e della concezione. Particolari spettacolosi: il rilievo dato ai legni in controcanto con i corni (impegnatissimi e precisi). Primo clarinetto e primo flauto e primo oboe e primo fagotto sono tutti personaggi noti della Filarmonica. A Fabrizio Meloni, nello straordinario trasporto dell’esecuzione, si è come sdoppiata una nota: ma perfino quell’irregolarità è stata parte della meraviglia. Cosa non hanno fatto, lui e la squadra tutta dei legni (giustamente fatta alzare da Chung, alla fine) nella Scena del Ruscello. Una poesia. E la seta degli archi nel finale. E l’espressività, si! non solo suono, dei timpani, nel temporale, e ovunque. E (con Chung si sente!) l’ascolto reciproco di tutte le varie parti (con lui davvero orchestra “sinfonica”) che dà vita all’unità del tutto.
    La Sinfonia in mi min. di Brahms ha dichiarato e confermato la piena, rigogliosa maturità del direttore: Chung, con la Filarmonica, aveva già eseguito anni or sono il programma-Giulini. La sua Quarta era molto tecnica e tagliente, efficace ma lontana, tematicamente, dall’esito supremo di Giulini. Ma Chung, pur differente dal Maestro di cui fu assistente per tecnica e stile, è, vieppiù nel tempo, assolutamente “giuliniano” nell’approccio vieppiù rastremato e colmo di una “profondità morale” che ne connota, con intensità sempre maggiore, le letture e le esecuzioni. Il che non toglie che la sua Quarta resti forte e caratterizzata anche dalla tecnica magistrale (sul piano tecnico, Chung ha pochissimi paragoni, al mondo). E che lo Scherzo sia memorabile per virtusosismo e – sì – anche per humour: Chung lo attacca addirittura battendo il piede sul podio e ridendo con l’orchestra, perfetto e assolutamente “in linea” con Brahms, lì e in quel momento! Ma, rispetto al passato (e lo si sente ovunque, negli altri tre movimenti, soprattutto nella Passacaglia
    conclusiva) c’è una differente densità di suono e una ulteriormente maturata profondità (ma Chung profondo è sempre stato) di “sentire”, unite alla naturalezza nel porgere (il dato tecnico è risolto in partenza). L’intera orchestra è stata, una volta di più, tutt’uno con il direttore. Davvero Filarmonica, per un concerto che ha fatto pieno onore ad entrambe le dediche.

    Marco Vizzardelli

    P.S. L’ultima apparizione di Myung Whun Chung in un’opera fu una Madame Butterfly di modernissima e originale lettura musicale. Saranno graditissimi ulteriori sviluppi in era Pereira: ricordiamo che la passata stagione Chung uscì vincente – come pochi potrebbero permettersi – dall’accoppiata Otello-Tristano dati in contemporanea alla Fenice di Venezia. Fuori dalla Scala, dopo la Filarmonica, un Riccardo Chailly molto simpatico e cordiale, ha elogiato pubblicamente la qualità del concerto di Chung. Ci auguriamo faccia seguito, da parte sua e di Pereira, l’invito al Maestro coreano per le future stagioni d’opera: molti sono i tioli esplorabili da un direttore in evidente pienezza di splendida maturità, e ricco di quel formidabile feeling – amore – con l’orchestra scaligera.

  2. marco vizzardelli gennaio 29, 2014 a 1:46 pm #

    Se si seguono un po’ gli spettacoli musicali, i relativi commenti, e la vita musicale in Italia, si nota la “coincidenza” di alcune evenienze.
    Ad esempio, provate a chiedervi: sono incompetenti i critici di quasi tutta la stampa, più quelli dei forum. che si sono unita nelll’elogio alla Clemenza di Tito in scena in questi giorni alla Fenica di Venezia, o incompetente (per non dire altro) è il noto critico di un noto giornale il quale oggi si scaglia contro tutto lo spettacolo insultando ( non è critica) il direttore Dantone più l’assente Diego Matheuz, “colpevole” di essere protetto da… (chi? un morto?roba da matti!) più i registi più tutta la direzione artistica della Fenice, in base al fatto, sottinteso ma noto a tutti, che i registi Hermann furono nemici storici dell’ idolo di tale “critico”? La ulteriore domanda che sorge logica sarebbe in realtà: come mai, da anni e anni, tutto è concesso a questo “critico”, autore fra l’altro in questi giorni – recente episodio – di vergare e veder pubblicato un vergognoso epitaffio in forma di wikipedia, che segue altri vergognosi epitaffi a cura del personaggio?
    Ci spostiamo a Cagliari, e assistiamo al “grande ritorno” di un noto ex. Uno, più uno. Ci spostiamo a Roma, e… uno più uno più uno: secondo il noto e sunnominato “critico” si tratterebbe, da qualche tempo a questa parte, di un teatro divenuto, improvvisamente – da un certo momento in poi – modello per tutti gli altri (anche se non si direbbe che i problemi manchino). Uno, più uno, più uno.
    Questa è l’Italia. Anzi, no: esiste un’altra Italia, che dovrebbe cominciare a parlar chiaro e magari a difendersi. Alla Scala – magari sbagliando qualcosa nel metodo e nella forma, e non sfruttando appieno un’occasione d’oro (scritti razzisti del noto personaggio) – Stephane Lissner ha provato, con coraggio, a far presente la problematica. Da quel momento è stato sottilmente massacrato sulle note pagine milanesi. Fino a quando? Fino a che punto?
    Alla Scala , li abbiamo conosciuti tutti, per anni. Non mollano. Sono sempre in campo, ai rispettivi posti di combattimento.
    Spero che la Scala di Pereira e Chailly non s’inchini a costoro.

    marco vizzardelli

  3. marco vizzardelli gennaio 31, 2014 a 1:03 am #

    Mi permetto una diversione dai luoghi e dagli eventi scaligeri, comunque interna a queste intense giornate milanesi.
    ————
    La settimana musicale milanese, apertasi con le grandi emozioni musicali ed umane vissute fuori e dentro il Teatro alla Scala, avrebbe dovuto vivere un momento intenso nel ritorno a Milano di Vladimir Jurovski per Mahler con la Verdi. Ritorno purtroppo saltato. Ma c’era – c’è ancora, sabato – un terzo notevole appuntamento, forse sfuggito a qualcuno. La presenza, rara quanto preziosa, di Umberto Benedetti Michelangeli sul podio del settimanale concerto dei Pomeriggi Musicali, dedicato a Beethoven (Sinfonia nr 1, Concerto nr 4 pf e orchestra con Andrea Lucchesini) e Mozart (Ouverture dalla Clemenza di Tito).
    Umberto Benedetti Michelangeli è, fra i direttori italiani in attività, l’apollineo per eccellenza per concezione del far musica. Il culto della proporzione del suono e di una concezione cameristica della musica sinfonica, cioè dell’ascolto reciproco fra gli orchestrali e di un’armonia delle parti, connotano uno stile che rende, in qualche modo, unico e davvero prezioso questo raffinato, e un po’ appartato musicista. La lunga militanza alla guida dell’orchestra di Mantova è il segno di uno stile: lo abbiamo definito apollineo perché tale è. Un musicista evidentemente dedito alla bellezza, nel senso che ho tentato di definire.
    Fin dall’inizio del concerto. l’Ouverture della Clemenza di Tito, quasi di di marmo bianco nella tinta e perfetta nelle proporzioni, era chiara e coerente “spia” di uno stile. Poi la direzione di Benedetti ha incontrato il pianismo di Andrea Lucchesini: che è, da sempre, tutto sostanza e apparenza ridotta all’essenziale. Era la prima sera, e sabato il dialogo sarà forse ancor più compiuto. L’allegro moderato iniziale è parso in fase d’assestamento, nelle mani del pianista e nella direzione. Ma nell’enigmatico (e capolavoro!), andante con moto, era di grande suggestione l’enunciazione della “domanda” – chiamiamola così – dell’orchestra, lapidaria e a note corte, che morivano in aria, cui seguiva la risposta più distesa del piano. E brillante da entrambe le parti il finale. Lucchesini ha poi eseguito assai bene una Bagatella, annunciandola a voce (che è sempre segno di garbo).
    Ma la serata ha avuto uno scatto vero con l’esecuzione della Sinfonia in do maggiore di Beethoven. Non solo per la perfetta collocazione storica (in bilico fra passato e futuro) colta da Benedetti Michelangeli, ma perché, qui, ha trovato piena definizione quanto dicevamo all’inizio sullo stile di questo gran direttore. I Pomeriggi hanno suonato come un’orchestra sinfonica “da camera”: chi andrà domani al Dal Verme, ascolti quale equilibrio di parti, proporzioni, disegno e suono Benedetti riesca ad ottenere e ad esprimere nell’andante cantabile con moto. Ascolti lo scarto, voluto, di tempo, fra questo secondo movimento e il successivo minuetto, attaccato spedito, brillante. Ascolti la perfetta “suspence” dell’inizio del finale, dalla quale nasce il gioco dell’allegro molto e vivace, che è gioco d’incastri: e anche qui tutte le parti si ascoltano a vicenda, segno chiaro del valore della bacchetta (anzi no, delle mani: Benedetti dirige, “disegna” a mani nude). Una bellissima Prima sinfonia, da parte di un direttore che vorremmo da un lato ascoltare molto più spesso, e in luoghi e situazioni quali la sua musicalità e sapienza meritano. Ma del quale d’altro canto comprendiamo il far musica quasi appartato, “a modo proprio”: sicuramente, Umberto Benedetti Michelangeli (fra l’altro, immutato fisicamente, negli anni: scattante, giovane nel fisico) dà l’idea, ascoltandolo, di un uomo, e musicista, “nutrito” di bellezza, immerso nella bellezza. Non è segnale da poco, in un mondo (scusate la “deviazione” nel sociale-politico ma mi viene spontanea alla mente, per contrasto, la volgarità bestiale del lessico del dibattito politico – si dà del boia ad un Capo di Stato e la si passa liscia, siamo al grado zero: volgarità condita di bruttezza, guardate i capelli, le facce) che di “senso della proporzione” e di bellezza ha sicuramente bisogno. Questa settimana, a Milano, la compostezza commossa del saluto a un grande, ci ha detto molto, al riguardo. E un concerto condotto con questo stile, in ricerca d’armonia, è un altro felice segnale.

    marco vizzardelli

  4. marco vizzardelli febbraio 1, 2014 a 6:47 am #

    ALL’AUDITORIUM: AHI, CHE MAHLER!

    Ne abbiamo ascoltate di ogni, nella vita, ma il porno-Mahler ancora ci mancava!
    La Sesta sinfonia nelle mani (a volte nude a volte munite di un tronchetto di bacchetta) di Eiji Oue sfuggiva ad ogni definizione che non fosse, da parte dell’ascoltatore… l’istinto di accendere il cellulare e chiamare due infermieri che “prelevassero” il maestro giapponese dall’Auditorium milanese durante una “espressione intensa” del volto, ponendo fine alla paranoica esperienza, della quale, peraltro, vanno precisati alcuni punti:
    1) Eiji Oue è tutt’altro che uno sprovveduto sul piano tecnico. Gli spaventosi scarti di tempo, le frenate, le accelerazioni, i boati degli ottoni erano chiesti ed immancabilmente ottenuti con implacabile esattezza – e con perversa soddisfazione disegnata in volto. Ovvero: la tecnica funziona, ma è al servizio di una psiche, diciamo così, particolare. Una descrizione a parte vorrebbero la “mise” (una specie di frac superattillato a collo rialzato, capelli laccatti dritti in testa), le “inginocchiate”, i sospiri. Le cronache di facebook riportano che il personaggio, inquietante ma non antipatico (anzi), accortosi d’aver dato un attacco imperfetto in prova, si sia fatto perdonare pagando da bere all’intera orchestra!
    2) l’orchestra Verdi, scaraventata in una situazione da Helzapoppin’, vi si è lanciata senza reticenze. A parte qualche scivolata di qualche ottone verso la fine (accade, in Mahler) ha puntualmente e bravamente eseguito le acrobazie richieste non senza che qualche strumentista esprimesse, nel volto, logici sentimenti (alla graziosa violinista di prima fila e allo stesso primo violino scappavano sorrisi, a fronte delle inenarrabili espressioni facciali del Maestro nelle ultime battute).

    Potremmo archiviare questo concerto affermando che, a tratti, ci si è divertiti (vedasi il tour finale di ringraziamento del Maestro all’orchestra, condito di pantomime). E che – questo di sicuro – nella sua paranoia questa Sesta è stata più digeribile rispetto alla triste, velleitaria Seconda della settimana precedente. Quella era stata più Morte che Resurrezione, questa, almeno, più Folle che Tragica. Pur nella perversione, la tecnica di Oue è altra cosa dalle approssimazioni in cui è incorso Axelrod.
    Il limite del tutto è sintetizzabile in una considerazione e una (non) sommessa richiesta conclusiva.
    La considerazione: se Eiji Oue è sempre “così”, la prima volta può soprenderti, alla seconda già fa capolino la noia per il “facciamolo strano” ad ogni costo (e già in questa Sesta c’erano momenti di noia, nella insistita ricerca degli effetti). Leonard Bernstein poteva permettersi di essere Bernstein perché era Bernstein. I suoi allievi (non è la prima volta che ne incontriamo alla Verdi: anche lo stesso Axelrod ci è passato) hanno davanti a sé qualche rischio, se una certa regola non prevale sull’estro. Di Lenny, ce n’è stato uno, immenso e irriproducibile: difficile esserne figlio o nipotino.
    La richiesta: posto che abbiamo dovuto comunque rinunciare alla presenza, tanto attesa, di un Vladimir Jurovski, facciamo che fino ad adesso abbiamo scherzato. Quando ci verrà ridato, alla Verdi, un bel Mahler, diretto con cognizione di causa? L’Auditorium dell’orchestra è posizionato nel “largo” milanese dedicato al grande Gustav. E’ troppo chiedere che alla sua musica sia dedicato adeguato, rispettoso servizio?

    marco vizzardelli

  5. marco vizzardelli febbraio 1, 2014 a 7:29 am #

    Versione più compiuta:

    Ne abbiamo ascoltate di ogni, nella vita, ma il porno-Mahler ancora ci mancava!
    La Sesta sinfonia nelle mani (a volte nude a volte munite di un tronchetto di bacchetta) di Eiji Oue sfuggiva ad ogni definizione che non fosse, da parte dell’ascoltatore… l’istinto di accendere il cellulare e chiamare due infermieri che “prelevassero” il maestro giapponese dall’Auditorium milanese durante una “espressione intensa” del volto, ponendo fine alla paranoica esperienza, della quale, peraltro, vanno precisati alcuni punti:
    1) Eiji Oue è tutt’altro che uno sprovveduto sul piano tecnico. Gli spaventosi scarti di tempo, le frenate, le accelerazioni, i boati degli ottoni erano chiesti ed immancabilmente ottenuti con implacabile esattezza – e con perversa soddisfazione disegnata in volto (la resa espressiva del tutto era in periglioso bilico fra Ben Hur e Cicciolina). Ovvero: la tecnica funziona, ma è al servizio di una psiche, diciamo così, particolare. Una descrizione a parte vorrebbero la “mise” (una specie di frac superattillato a collo rialzato, capelli laccatti dritti in testa), le “inginocchiate”, i sospiri. Le cronache di facebook riportano che il personaggio, inquietante ma non antipatico (anzi), accortosi d’aver dato un attacco imperfetto in prova, si sia fatto perdonare pagando da bere all’intera orchestra!
    2) l’orchestra Verdi, scaraventata in una situazione da Helzapoppin’, vi si è lanciata senza reticenze. A parte qualche scivolata di qualche ottone verso la fine (accade, in Mahler) ha puntualmente e bravamente eseguito le acrobazie richieste non senza che qualche strumentista esprimesse, nel volto, logici sentimenti (alla graziosa violinista di prima fila e allo stesso primo violino scappavano sorrisi, a fronte delle inenarrabili espressioni facciali del Maestro nelle ultime battute).

    Potremmo archiviare questo concerto affermando che, a tratti, ci si è divertiti (vedasi il tour finale di ringraziamento del Maestro all’orchestra, condito di pantomime). E che – questo di sicuro – nella sua paranoia questa Sesta è stata più digeribile rispetto alla triste, velleitaria Seconda della settimana precedente. Quella era stata più Morte che Resurrezione, questa, almeno, più Folle che Tragica. Pur nella perversione, la tecnica di Oue è altra cosa dalle approssimazioni in cui è incorso Axelrod.
    Il limite del tutto è sintetizzabile in una considerazione e una (non) sommessa richiesta conclusiva.
    La considerazione: se Eiji Oue è sempre “così”, la prima volta può soprenderti, alla seconda già fa capolino la noia per il “facciamolo strano” ad ogni costo (e già in questa Sesta c’erano momenti di noia, nella insistita ricerca degli effetti). Leonard Bernstein poteva permettersi di essere Bernstein perché era Bernstein. I suoi allievi (non è la prima volta che ne incontriamo alla Verdi: anche lo stesso Axelrod ci è passato) hanno davanti a sé qualche rischio, se una certa regola non prevale sull’estro. Di Lenny, ce n’è stato uno, immenso e irriproducibile: difficile esserne figlio o nipotino.
    La richiesta: posto che abbiamo dovuto comunque rinunciare alla presenza, tanto attesa, di un Vladimir Jurovski, facciamo che fino ad adesso abbiamo scherzato. Quando ci verrà ridato, alla Verdi, un bel Mahler, diretto con cognizione di causa? L’Auditorium dell’orchestra è posizionato nel “largo” milanese dedicato al grande Gustav. E’ troppo chiedere che alla sua musica sia dedicato adeguato, rispettoso servizio?

    marco vizzardelli

    • masvono febbraio 1, 2014 a 5:04 pm #

      Le manate di Mr. Oue sulla sgualcita partitura della Sesta a fine concerto, le aggiustate che egli prodigava ai leggii delle prime parti costringendole a rimetterli a posto e quel braccio alzato con le due dita a V, DUE, ruotato da sinistra a destra in modo che tutti capissero che avrebbe battuto da quel momento in “due” erano puro hellzapoppin’. Io sono per la presenza di Oue ogni anno nella settimana di Carnevale!

      -MV

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: